Atto
III, scena prima
Consiglier: Candaule
Con: Poi che l'altezza uostra mi comanda
Ch' i' dica il mio parer, che non mi è
parso
D'espor nel suo consiglio à la presenza
De' suoi giudici, quando ell'ha proposto
Di rifiutar la prima sposa, e torsi
Le seconda; il dirò. non perch'io creda
Più saggio esser di lei, nè de' suoi
molti
Giudici, mal il dirò per ubbidirla.
Poi che forse in sua corte ella non haue
Chi più la riuerisca, chi più l'ami,
E chi sia de l'honor suo più geloso,
Di questo uecchio, le cui chiome, bianche
Sono assai men de la sua bianca fede.
Il dirò anchor per dire 'l uer, di cui
Si amico son, che tutto 'l sangue prima
Comporterò, che de le uene m esca,
Che m'esca de la lingua una bugia.
(Se fuor del mio saper ciò non auuiene)
E tanto più, che so quanto inchinata
À seguir la ragion sia uostra Altezza.
Che mai (ch'io sappia) opera fin qui non
fece,
Che dal mondo, ò dal ciel meriti biasmo.
Ma se forse è pentita, e uuol, ch'io
taccia.
Tacerò ben. Can: Di pur, che
l'ascoltarti
M'è in ogni loco, e in ogni tempo caro:
Con: Io dico, sir, che, nè legge diuina,
Nè natural, nè humana ui consente
Lasciar la prima, e prender altra moglie.
Can: Come non me 'l consente? non sai dunque,
Se 'l ripudio è concesso de le leggi?
Con: Molti errori permettono le leggi
Per ischifarne altri maggiori, e insieme
Accommodarsi à la durezza humana.
Non però, che'n rigore, in conscienza
Presso il sommo Rettor, che 'l tutto
uede.
E de la intention giudica i falli,
L'errore error non sia, s'aggiunge à
questo,
Che di quelle cagioni, onde 'l ripudio
Suol colorirsi, alcuna in uoi non cade:
Can: Non hai tu dunque la ragione udito,
Che nel consiglio publico ho proposto,
Che steril sendo la mia prima sposa,
Io, perche resti un successor del Regno,
Vo mutar questa in fertile consorte?
Con: L'ho udita si. ma poi, con pace uostra
(Se pur debba seguir) non l'ho approuata.
Can: Per ritrar la tua mente, io ti richieggio.
Però quanto il cor chiude, apra la
lingua:
Con: E se l'altra Consorte steril'anco
Fosse, che fora? andar cosi mutando
Di tempo in tempo? ma se quei del Regno,
Cui, (non al Re) cotal pensier sourasta
Del nouo successor, cura non hanno,
Che tocca à uoi? mentre qua giù uiuete,
Regnate uoi. dopo la morte uostra,
Habbia chi resterà peso del resto:
Se figli haurete, lor lasciate il Regno.
Quando no. che u'importa? habbial chi
uuole.
Ma se Dio solo è quel che presta, e nega
À maritati il bel don de la prole;
E 'l giardino dou'ella si matura
Rende à sua uoglia, ò sterile, ò fecondo;
Il cercar d'hauer figli; e per hauerne
Il lasciar una, e prender'altra moglie;
Non è un opporsi, un gire incontro à Dio?
Oltra di ciò nel maritaggio uostro,
Non son passati anchor nè giunti gli
anni,
Che à la sterilità, l'esperienza
Prescriue; e dir non si può anchor, che
debba
Steril sempre restar la sposa uostra:
Più tardò la moglier di uostro zio
À diuenir feconda. hauete almeno
Voi altri un ben, che le infeconde mogli
Piu ufficiose, e men superbe sono.
Nè prole hauendo, tra la qual si sparga
L'affettione, in uui tutta s'aduna.
Ma, che sapete uoi quai figli habbiate
À generare, ò generato haueste?
Forse materia di tormento eterno.
Ò quanto il buon Saturno, ò quanto il
uecchio
Priamo, ò quanto Terèo, quanto Thieste,
Quando l'uno scacciato era di seggio,
L'altro uedea la bella Troia accesa,
Gli altri senthian l'abominosa cena,
Douean bramar con gran martir d'hauere
Condotto donna, quale ha uostra altezza.
Se si hauessero à dar le mogli à proua;
Ò la steriltà fosse peccato
Volontario; il ripudio approuerei.
Ma poi, che 'l matrimonio è sacro, e
santo;
E quei, che Dio congiunse, huom non po
sciorre;
Nè per consiglio, nè per opra humana,
Senza il uoler celeste, fruttuoso
Può farsi il campo de la nostra uita;
Qual ne dà moglie il ciel, tener
debbiamo.
Ma chi ui accerta alfin, che à la
mogliera
Non imputhiate il uostro sol difetto?
Can: Che mio non è il difetto assai son certo.
Con: Poi che hauete cotesta esperienza,
E già u'ho colto al passo, ou'io
u'attesi,
Temo ben, sir, che non pensier di Regno,
Ma d'altra donna un nouo amor ui ponga
Nel cor coteste indegne, e ingiuste
uoglie.
Il che se è uer, sappiate, che ned ella
Mogliera à uoi, nè uoi marito à lei,
Ma adulter'ella, e adulter uoi sarete.
E à figli uostri d'adulterio nati
La speme del Regnar troncata fia.
Onde adempir non si potrà il desire,
Che mostrate, che resti herede al Regno.
Can: I nostri consiglieri ad uno ad uno,
E tutti insieme con benigna, e giunta
Aura di uoci, e di consensi uniti
Secondan pur questa sentenza nostra.
Perche tu sol la biasmi, e la condanni?
Con: Troppo libero è forza, ò poco saggio,
Che sia colui, che al suo signor ripugna.
I uostri consiglier ui lodan quello,
Che lodandoui san farui piacere,
E facendo il contrario, addurui noia.
Ma io, cui zelo ardente ange del uero,
E de l'honor di uostra Maestade,
Vo dirui il mio parer liberamente.
I' uostri consiglieri approueranno
A la uostra presenza il parer uostro,
Ma lontani, biasmandoui in occolto,
Diran tra lor quel, ch'io ui dico in
faccia.
Son tanti cuochi i uostri adulatori,
Che condisconi i cibi, al uostro gusto
Grati, e spesso à lo stomaco dannosi.
Io, qual medico son, che medicine
Amare
à ber, propitie à la salute,
(Benche spiacer n'habbiate)
u'apparecchio.
Can: Se non potessi il Prencipe à suo senno
Mouersi, e uscir da i ceppi de le leggi;
Ei non sarebbe Prencipe, ma seruo.
Con: Anzi il Signor, che à senno suo trascorre,
E dal sentier declina de le leggi;
Non è Signor, ma de' suoi uitij seruo.
Signor' è quel, che se medesmo prima,
Poscia i uassalli suoi modera e regge.
E quanto piu tien de potenza, tanto
Men di licenza à se stesso concede.
Can: La mogliera ubbidir deue al marito.
E douendo ubidir, deue fuggire
Dal letto marital, s'egli il comanda:
Con: Confesso, che la moglie al suo marito
Deue ubbidire, e 'l seruo al suo signore.
Ma quando? quando son gli imperij giusti.
Can: Hor conchiudi, s'à dire altro ti resta.
Con: Restami à dir, che uoi con la Reina
Faceste, e confermaste il maritaggio,
Il qual, come da Dio fu istituito,
Cosi è da lui guardato. e tosto, ò tardi,
Chi rompe le sue leggi, acre gastiga.
E che la fede è una, e ad una data,
Non può ritorsi più per darsi à un'altra.
Non u'esca de la mente, inuitto Sire,
Che l'huom del uolgo uil, non che 'l
signore,
Non dè poi disuoler, quel che pria uolse:
Ricordateui, Sir, che à la Reina
Parte non manca d'animo, ò di corpo,
Che à Reina eccellente si conuenga.
Che ell'è qui peregrina, senza amici,
Senza parenti, senza serui, senza
Pur'un, che in così nouo, acerbo caso
L'aiuti, la consigli, ò la conforti,
Se la mancate uoi sua speme sola.
Voi da le Regie sue paterne case,
Dal grembo de la madre, de la braccia
Del padre, da l'aspetto de' fratelli,
Dal seruigio de serui, e de le ancille,
E de la dolce patria la traheste
Al Regno uostro, e prometteste à l'hora
Di uiuerui con lei fino à la morte,
Ella, ch'è d'India, di morir con uoi.
Nè (fuor, che troppo amarui) alcuna colpa
Credo, ch'ell'habbia contra uoi commesso,
Animo hauete, e non ui scoppia il core?
Doue n'andrà la misera, spogliata
Di compagnia, d'honor, di stima, infame,
Addolorata, disperata, senza
Poter rimaritarsi, ò darsi morte,
Se non uorrà col corpo uccider l'alma?
Ma se l'amor, se la beltà, se tante
Egregie qualità de la Reina;
Se 'l conuersar con lei presso à sei
anni,
Se la fede, se 'l debito, se 'l giusto
Romper non può (che pur douria potere
Ciascun capo per se, non che in un tutti)
Cotesta uostra si indurata mente;
Rompanla i merti sommi di suo padre,
Che già con tanto Amor, tanta pietade
V'accolse, fauorì, soccorse, e prese
Per suo genero à l'hor, che da i parenti
Abbondonato, fuor del Regno uscito,
Pouero, e lasso ricorreste à lui.
È cotesto il condegno guidardone,
Che d'un uostro si gran benefattore
U'apparecchiate rendere à la figlia?
Si raro benefcio s'appresenti
Dinanzi à gli occhi ogn'hor di uostra
Altezza.
Ah Sir, l'ingratitudine è pur quella
Che suol de la pietà seccar le fonti:
Mirate alfin, che per un uan desio,
Che per un gouanil folle appetito
Non accendiate una guerra importante,
Che ui dia più che far, che non uogliate.
E color, che da giusto affetto mossi,
Vi poser già ne la paterna sede,
Tornino hor da giust'odio concitati,
À cacciaruene, e facciano uendetta
De la innocente lor cara sorella:
Can: Chi uolesse temer quanto auuenire
Può al mondo, mai non usciria di tema:
Con: Ma non ui par, che Zoroastro, capo
De' uostri precessor, fosse indouino.
Di cotesto pensiero, e s'ingegnasse
Tanti anni prima con tacita lingua
Da uoi leuarlo? à l'hor, che pinger fece
Nel palagio Real da stigij spirti
Le donne Illustri, e gli huomini co i
loro
Nomi, famiglie, patrie, uolti, e gesti,
Che fiano in ogni tempo, e in ogni clima
(Fuor, che i Re, e le Reine Battriane,
I quai, non so perche, por non ui fece)
Doue tra l'altre nobili pitture
Sapete esser dipinte le gran donne,
Le quai (ben che infeconde) pur saranno
À i lor mariti oltra ogni creder grate.
Tra le quai quella u'è, che uoi, & io
Mirar godendo, & ammirar sogliamo
Si pesso, la Illustrissima ALESSANDRA,
Non di Bologna pur sua patria pregio,
Ma d'Italia, d'Europa, ò (come dice
Lo scritto suo) di questo ampio
hemispero.
In matrimonio degnamente giunta
Al glorioso, e gran Caualier VOLTA.
La qual, quantunque steril, da lo sposo
Fia sempre mai amata, e hauta cara
À
par de gli occhi proprij, à par de l'alma.
Onde meriterà si bella coppia,
Che la consoli il ciel con duo frutti
almi,
Tanto eccellenti più, quanto più tardi.
ANTONIO l'un, che innanzi tutti gli altri
N'andrà de la sua patria, e à par del
padre
Nel grado, ne la gloria, e ne' costumi.
ORSINA l'altra, uera Orsa celeste,
(Che tramontar, che errar non deue mai)
D'ogni bella uirtù, d'ogni costume
Real, d'ogni eccellenza, e d'ogni honore.
Can: Non accade allegar cotesti essempij.
Che la steril matrona farà tale,
Tali, e tante saran le sue uirtuti.
Tal la bellezza sua, tali i costumi,
Che renderassi amabil fino à i marmi.
E sarà degna, à cui corone d'altro,
Che d'hedera, ò d'allor, d'argento, ò
d'oro
Sian poste in capo. e sarà Illustre
tanto,
Che fino i ciechi dal suo lume scorti
Moueran di lontano ad inchinarla.
Con: Io u'ho detto signor quel, che mi pare.
Ma se tanto desio di prole hauete,
(Che non basta al chirurgo aprir la
piaga,
E trarne il sangue putrido, e purgarla,
Se non ui mette anchor l'empiastro sopra)
Io ui darò un rimedio honesto, e grato.
La legge, che lasciar la steril Donna
(Se la sterilità uien pur da lei)
Vi nega, ui dà poi ben libertate.
(Ma però di consenso, e con licenza
De la moglier) di torui à uostra scelta
Una serua à uoi grata, di costumi
Belli, d'honesto, e mediocre stato,
De la qual generiate uno, ò duo figli,
(Che però dopo uoi regnar non ponno)
Poi di pari concordia con la moglie,
Come uostri alleuarli, maritando
La serua, sempre poi fida al marito.
Can: Con diligente essamina più adagio
Dentro uentilerò le tue ragioni.
Ma leuianci di quì, che la donzella
Veggio più cara, e fida à Berenice.
Che forse ha udito la proposta mia,
E manda à me costei, ma non uo udirla:
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