Atto
III. Scena V.
Consiglier solo
Con. Egli è pur uer, che la più cruda fiera
Fra i seluaggi animali è il maldicente,
Fra i domestici poi l'Adulatore.
Questi non drizza ad altro oggetto gli
occhi,
Che à mirare, in qual parte il signor
pieghi,
Non già per sostenerlo, che non cada,
Ma per dargli la spinta, onde più tosto,
E' n precipitio uia maggior trabocchi.
E perche men s'accorga del periglio,
Di gratissime fila
innanzi gli occhi
Sottilissimo uel li uiene ordendo.
E perche à solleuarsi mai non pensi,
Di piuma leue, e di bambagio molle
Sotto gli stende un diletteuol letto.
Egli erra, e ne l'error gli altri
conferma.
Di finte lodi artefice eccellente
Con magnifica tromba il tutto approua.
E con cetra non mai discorde molce
Le troppo del signor credule orecchie.
E di quel dolce, intorbidato uino
(Spremuto de la lingua fraudolente,
Fatto di glorie indegne, è approue
ingiuste)
Di cui bibaci sono, ebre le rende.
De le uirtuti i nomi à i uitij pone.
E, qual l'ombra s'accorda in ogni gesto
Al corpo, ei si conforma al suo signore,
Sopra cui uersa gran pioggia di mele,
Ma mel, che mista tien tenace cera.
Qual meretrice alfin, che al signor suo
Brama ogni ben, fuor che la mente saggia.
Ò
infame adulation, tu pur la peste
Sei d'ogni corte. sei pure il ueleno
Giocondo, che respinto, anchor diletti.
Rifiutato più uolte, alfin sei preso,
Anzi colui, da cui se' preso, prendi,
E le menti de' Prencipi auueleni.
Tu de la corti in bando eterno spingi
La uerità paurosa, e la rileghi
Ne le più tenebrose,interne grotte.
Tu sei un'oglio, per aggiunger forza,
Sopra non bene accesa fiamma sparso.
Ò cieca ambition, che credi à gli altri
Di te più, che à te stessa, se ti prende
La praua adulation, non farne scusa.
Che al suo, quantunque assai tenace,
uischo
Preso alcun non è mai, se non chi uuole.
Rinchiuder conuerria gli occhi, e gli
orecchi,
Quale il prouido Perseo, e 'l cauto
Ulisse
À la piaceuol faccia di Medusa,
E al soaue cantar de le Sirene.
Ma questo è il mal, che à la sue glorie,
l'alma
Dentro gode, se ben fuor le rifiuta,
E di giusto rossor la faccia tinge,
E la fallaci lode, come 'l sangue
Caldo de gli animai, che han tal uirtute,
Spezzan del uero il rigido diamante:
Ò sfortunati Prencipi, dinanzi
À cui la uerità uenir non osa.
E se pur uuol uenirui, con mill'arti
L'hoste de le bugie le dà la caccia.
Lasciate alzarui à le losinghe, insani.
L'or, che ne la fornace ascende in alto,
È il riprouato, e' n fume si dilegua.
La polue, che leuar si lascia al uento
À uolo uà, poi nel profondo cade:
Ui fidate di quei, che accordan sempre
Al uoler uostro il lor, pur l'augel deue
Guardarsi à l'hor, che meglio ode imitata
Da infido uccellator la uoce sua.
Amate le losinghe, e non sapete,
Che à l'hor lisciàm la groppa, il collo,
e l'petto
Al corsier, che uogliàm mettergli il
freno.
La dolcezza del mele, in troppa copia
Gustata, addoglia, e lo stomaco offende.
Il dolce inebria, il uino aspro non mai:
Quando il chirurgo più frega l'infermo,
À pungerlo, e à ferirlo s'apparecchia.
Poi quando il fere, e punge, uuol
sanarlo.
Quello è il Consiglier falso, questo è il
uero.
Aspra è la uerità, la bugia dolce:
Quella al sale s'uguaglia, al mele
questa.
Quinci gli Dei ne' sacrificij loro
Han riprouato il mel, gradito il sale.
Sua non è piu la fiera, ch'è già presa
Per gli orecchi da i cani, anzi è legata.
Di duo non so qual più felice stimi,
Chi schernir non si lascia, ò chi non
scherne.
So ben, che è meglio abbattersi ne'
corbi,
I quai cauan col rostro gli occhi à'
morti,
Che ne' profani, e falsi adulatori,
Che acciecan col mentir la uista à' uiui.
E che del losinghier la lingua noce
Più, che la man del fier nemico armato.
Poiche questo, biasmando, ne corregge,
Quel, lodando, nel uitio ogn'hor ne lega.
Da questo ci guardiàm, crediamo à quello.
Questi Consiglier falsi, uenditori
Di fume, che la lingua da la mente,
E 'l uolto dal uolere han più diuerso,
Che da la notte il dì, da l'ombra il
Sole;
Questi Polipi uarij, ch'ogni punto
Cangian color; questi scorpioni rei,
Che palpano, e poi mordon con la coda;
Hanno sempre del Re l'orechio, e 'l core.
Dispensano gli ufficij, e i magistrati,
E le suppliche segnan di lor mano.
E chi adular non sa, non può, ò non uuole,
È stimato superbo, ò inuidioso,
E sempre in sorte humìl negletto giace:
Questi consiglier falsi, questi occhiali
Torti del signor nostro, ond'ei trauede,
Gli hanno fermato, e forse posto in mente
Questo parer, da cui forse era lungi.
Che fuor d'ogni douer, contra ogni legge
Ei deue, e puote (e pur non può, nè deue)
Scacciar la prima, e sposar' altra donna.
E perche con bugie gli applaudon sempre.
Vengon dal Re con lieto uiso accolti,
E con lui dentro à parlamento hor sono.
Io, perche dico il uer, dal Re guatato
Son di mal'occhio, e son gittato hor
fuori,
E credo, ch'odio occulto ei me ne porti:
Ma succede che uuol, questa mia lingua
Non soffrirà giamai, che la Giustitia
Resti calcata, e dirà sempre il uero.
Già senza colpa esser non può colui,
Che tacendo, à la colpa altrui consente.
Pecca tanto colui, che 'l uero asconde,
Quanto quasi colui, che 'l falso dice.
Poi che se noce l'un, l' altro non gioua:
Ma ecco il Re (ò guai à chi n'è auttore)
Di quanto sdegno auampa. io uo ritrarmi.
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