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Luigi Groto
La Dalida

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  • Atto III. Scena V. Consiglier solo
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Atto III. Scena V.

Consiglier solo

 

Con. Egli è pur uer, che la più cruda fiera

Fra i seluaggi animali è il maldicente,

Fra i domestici poi l'Adulatore.

Questi non drizza ad altro oggetto gli occhi,

Che à mirare, in qual parte il signor pieghi,

Non già per sostenerlo, che non cada,

Ma per dargli la spinta, onde più tosto,

E' n precipitio uia maggior trabocchi.

E perche men s'accorga del periglio,

Di gratissime fila innanzi gli occhi

Sottilissimo uel li uiene ordendo.

E perche à solleuarsi mai non pensi,

Di piuma leue, e di bambagio molle

Sotto gli stende un diletteuol letto.

Egli erra, e ne l'error gli altri conferma.

Di finte lodi artefice eccellente

Con magnifica tromba il tutto approua.

E con cetra non mai discorde molce

Le troppo del signor credule orecchie.

E di quel dolce, intorbidato uino

(Spremuto de la lingua fraudolente,

Fatto di glorie indegne, è approue ingiuste)

Di cui bibaci sono, ebre le rende.

De le uirtuti i nomi à i uitij pone.

E, qual l'ombra s'accorda in ogni gesto

Al corpo, ei si conforma al suo signore,

Sopra cui uersa gran pioggia di mele,

Ma mel, che mista tien tenace cera.

Qual meretrice alfin, che al signor suo

Brama ogni ben, fuor che la mente saggia.

Ò infame adulation, tu pur la peste

Sei d'ogni corte. sei pure il ueleno

Giocondo, che respinto, anchor diletti.

Rifiutato più uolte, alfin sei preso,

Anzi colui, da cui se' preso, prendi,

E le menti de' Prencipi auueleni.

Tu de la corti in bando eterno spingi

La uerità paurosa, e la rileghi

Ne le più tenebrose,interne grotte.

Tu sei un'oglio, per aggiunger forza,

Sopra non bene accesa fiamma sparso.

Ò cieca ambition, che credi à gli altri

Di te più, che à te stessa, se ti prende

La praua adulation, non farne scusa.

Che al suo, quantunque assai tenace, uischo

Preso alcun non è mai, se non chi uuole.

Rinchiuder conuerria gli occhi, e gli orecchi,

Quale il prouido Perseo, e 'l cauto Ulisse

À la piaceuol faccia di Medusa,

E al soaue cantar de le Sirene.

Ma questo è il mal, che à la sue glorie, l'alma

Dentro gode, se ben fuor le rifiuta,

E di giusto rossor la faccia tinge,

E la fallaci lode, come 'l sangue

Caldo de gli animai, che han tal uirtute,

Spezzan del uero il rigido diamante:

Ò sfortunati Prencipi, dinanzi

À cui la uerità uenir non osa.

E se pur uuol uenirui, con mill'arti

L'hoste de le bugie le la caccia.

Lasciate alzarui à le losinghe, insani.

L'or, che ne la fornace ascende in alto,

È il riprouato, e' n fume si dilegua.

La polue, che leuar si lascia al uento

À uolo , poi nel profondo cade:

Ui fidate di quei, che accordan sempre

Al uoler uostro il lor, pur l'augel deue

Guardarsi à l'hor, che meglio ode imitata

Da infido uccellator la uoce sua.

Amate le losinghe, e non sapete,

Che à l'hor lisciàm la groppa, il collo, e l'petto

Al corsier, che uogliàm mettergli il freno.

La dolcezza del mele, in troppa copia

Gustata, addoglia, e lo stomaco offende.

Il dolce inebria, il uino aspro non mai:

Quando il chirurgo più frega l'infermo,

À pungerlo, e à ferirlo s'apparecchia.

Poi quando il fere, e punge, uuol sanarlo.

Quello è il Consiglier falso, questo è il uero.

Aspra è la uerità, la bugia dolce:

Quella al sale s'uguaglia, al mele questa.

Quinci gli Dei ne' sacrificij loro

Han riprouato il mel, gradito il sale.

Sua non è piu la fiera, ch'è già presa

Per gli orecchi da i cani, anzi è legata.

Di duo non so qual più felice stimi,

Chi schernir non si lascia, ò chi non scherne.

So ben, che è meglio abbattersi ne' corbi,

I quai cauan col rostro gli occhi à' morti,

Che ne' profani, e falsi adulatori,

Che acciecan col mentir la uista à' uiui.

E che del losinghier la lingua noce

Più, che la man del fier nemico armato.

Poiche questo, biasmando, ne corregge,

Quel, lodando, nel uitio ogn'hor ne lega.

Da questo ci guardiàm, crediamo à quello.

Questi Consiglier falsi, uenditori

Di fume, che la lingua da la mente,

E 'l uolto dal uolere han più diuerso,

Che da la notte il , da l'ombra il Sole;

Questi Polipi uarij, ch'ogni punto

Cangian color; questi scorpioni rei,

Che palpano, e poi mordon con la coda;

Hanno sempre del Re l'orechio, e 'l core.

Dispensano gli ufficij, e i magistrati,

E le suppliche segnan di lor mano.

E chi adular non sa, non può, ò non uuole,

È stimato superbo, ò inuidioso,

E sempre in sorte humìl negletto giace:

Questi consiglier falsi, questi occhiali

Torti del signor nostro, ond'ei trauede,

Gli hanno fermato, e forse posto in mente

Questo parer, da cui forse era lungi.

Che fuor d'ogni douer, contra ogni legge

Ei deue, e puote (e pur non può, deue)

Scacciar la prima, e sposar' altra donna.

E perche con bugie gli applaudon sempre.

Vengon dal Re con lieto uiso accolti,

E con lui dentro à parlamento hor sono.

Io, perche dico il uer, dal Re guatato

Son di mal'occhio, e son gittato hor fuori,

E credo, ch'odio occulto ei me ne porti:

Ma succede che uuol, questa mia lingua

Non soffrirà giamai, che la Giustitia

Resti calcata, e dirà sempre il uero.

Già senza colpa esser non può colui,

Che tacendo, à la colpa altrui consente.

Pecca tanto colui, che 'l uero asconde,

Quanto quasi colui, che 'l falso dice.

Poi che se noce l'un, l' altro non gioua:

Ma ecco il Re (ò guai à chi n'è auttore)

Di quanto sdegno auampa. io uo ritrarmi.

 




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