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Luigi Groto
La Dalida

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  • Atto III. Scena VIII.   Candaule solo.
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Atto III. Scena VIII.

 

Candaule solo.

 

Can: Il consiglier, com'huomo antico, e auuezzo.

Ne' ciuili giudicij popolari,

La medesima stampa oprar uorrebbe

Ne le cause reali, e non s'accorge,

Che son d'altra grandezza, e d'altro peso.

libelli, termini, leggi

Si ricercano à queste, ma senz'altro

Indugio, ò proua han da condursi al fine.

Però dapoi che si opportuna, presta,

E bella occasion mi porge il cielo,

Anzi mi uien da se medesma incontro,

Non uo lasciare uscirmela di mano.

Poiche chi ha tempo, e tempo aspetta, il perde.

À rei dar non uo spatio, ond'habbian agio

Di fabbricar le contramine, e farmi

In fallo riuscir tutti i disegni.

Non commettere altrui quel, che tu proprio

Puoi per te stesso. io non uo, ch'altri faccia

La mia uendetta. al digiun poco gioua,

Che sieda à ricca mensa altri per lui,

Io non ueggio animal grande, ò minuto,

Che per uendetta mai ricorra ad altri.

Fin le pecchie, le uespe, e le formiche

Contra ogni fiera, e sia quanto uuol forte,

Fan per se stesse le uendette loro.

Che aspetteranno hor l'Aquile, e i Leoni?

S'al giudicio ordinario il Re si stesse,

Tra la real corona, e 'l popol basso,

Qual differenza fora? à questi casi,

Che frangono, e calpestano le leggi,

Più, che à gli scettri, à i manti, à i diademi

Si conoscono i Re da 'lor uassalli.

Andrò al conuito, oue inuitato sono,

Senza sdegno mostrar, portando in testa

D'auuelenate rose un corona.

E (come s'usa) postala nel uaso,

Doue berrà colei, che à morir danno

(Perche men sia il romor, celato il biasmo,

la donna di ciò sospetto prenda,

Come in ogni altra guisa prenderebbe)

A la femina rea la farò bere.

Vsando in ciò pietà (benche punirla

D'altra morte dourei) quando anch'io sono

Macchiato de l'error, che'n lei punisco.

Da lei non credo hauer cagion di tema,

(Quantunque il consiglier si mi spauenti)

Prima, perche una guasta conscienza

Dal proprio fallo oppressa, e uergognata,

Ogni arroganza, ogni superbia inchina.

Poi, perche à molti ualidi argomenti

Io conchiudo, che questi, anchor che infido,

Mosso à colei non habbia anchor parola

Di Dalida, e de' figli. il romor prima

Fora salito già fino à le stelle.

Poi, hauendo costui tanti anni chiuso

In silentio fedel questo secreto,

Sarà gran merauiglia, che à punto hoggi

L'habbia scoperto, e s'ei non l' fin'hoggi

Detto; ed ella non l'ha fin'hoggi inteso;

So certo, che ned egli di più dirlo,

di più risaperlo ella haurà tempo.

Ma s'egli pur di ciò parola mosso,

Il saprò, come à le mie stanze torno.

Che di tormenti non è specie alcuna,

Ch' io non faccia adoprar contra l'iniquo.

E à forza di supplicij horrendi, e strani

Ei mi confesserà, quanto mai fece.

Se'l ripudio, ch'io tento ha forse inteso

Colei, non è però la cagion tale,

Ch'ella meco adirar punto si debba,

Anzi hauerne tacito diletto.

Che da me rifiutata, al nouo amore

Dar si potrà più facilmente in preda.

Ma se pur contra noi machina forse

La iniqua donna; deue per compagno

Hauer preso l'adultero, e'n lui posto

La maggior sua speranza, & egli deue

Hauer promesso à lei presto ritorno.

Questo maggior soccorso hora l'è tolto,

Che' à lui fian chiusi d'ogni parte i passi,

E non si riuedran mai più tra loro.

Ma quando pur la scelerata donna

Da se sola il uelen mi tempri in questo

Conuito, oue chiamato son (che d'altro

Io non debbo temer) da' mei scudieri

Farò por su la mensa gli alicorni,

E toccar sempre i cibi, onde securo

Sederò da le insidie del ueleno.

Ma perche 'l mio rimedio poi non turbi

Lo mio inganno; al leuarsi de le prime

Mense farò leuarne gli alicorni,

E più non gusterò uiuanda alcuna.

A l'hor farò portarmi la corona

De' mortiferi fiori. onde conchiudo,

Che s'ella à punto la medesma fraude

Non trama contra me, ch'io contra lei;

Io d'altro inganno pauentar non debbo.

Ma perche questa morte di ueleno

Troppo soaue à la impudica fora,

Io uorrò poi, che al fin de la rea cena

Le sia recato innanzi gli occhi il capo

Di colui, che fu capo al suo disnore,

Et al mio insieme, e alfin capo al suo danno.

Di doppia morte à l'hor morrà costei,

Com'è ben degna. e tu, Dalida mia,

Co' figliuoli entrerai nel uoto letto,

E cosi in lunga pace uiueremo.

 

Choro

 

Ò de' gelosi affaticate menti,

In cui tanti pensier fremon, rompendo

Con orgogliosi strepiti, & insani

Quant'onde tra le sirti anguste, ardenti,

Ò 'ue l'atra Scilla sta mordendo

Cinta di ciechi, & affamati cani.

Gli altri in un sol pensier si stan pendendo,

Ma i costor petti son fatti torrenti

Di dolor rei, precipitosi, e strani.

tai l'inuitto Alcide hebbe saette

Di lerneo sangue infette,

Quai la gelosia spietati denti.

Ò uita de' gelosi acerba, è dura,

Peggior di quella, che' n buia prigione

Menano i serui ladri, e micidiali.

À i costor piè s' appende con misura

Il ferro, al cor di quei, carco si pone

Di cure smisurate, e d'aspri mali.

Costor, mentre che 'l sonno li compone,

Oblian la trista lor disauentura.

Ma da la soma de' pensier mortali,

Che sempre in se geloso petto uolue,

Col sonno nol risolue

Notte fredda, e turbata, ò fresca, e pura.

Tenta il geloso, duro, e uano effetto

Por leggi à i piedi, à gli occhi uaghi, e incerti,

Et à le man de la persona amata.

Vuol con la uista penetrarle il petto,

E i suoi pensier mirar chiari, & aperti,

E l'alma incatenar, libera nata;

Statuti uuol prescriuer fermi, e certi

Ad ogni opra, ad ogni atto, e à ciascun detto.

Oltra, che di conforto gli è troncata

Ogni speranza. poi che questo male

È lungo, od è mortale.

Lana tinta, il color non più schetto.

De la terra, e del ciel le strade insieme

Vuol chiuder con auuisi incauti, e stolti,

À i presti augelli, e à le importune fiere,

E sopra tutti poi gli huomini teme,

E teme de li Dei gli inganni occolti.

i corpi chiusi, e stretti ritenere

La gioua. poscia, che gli animi sciolti

da prigion, da distanze estreme,

da mar, da monti contenere

Si ponno, da marmi, da reti,

da ferme pareti,

Che non corran dou'è la loro speme.

può al geloso alcuna esperienza

Torre 'l pensier, che 'l turba, e che 'l tempesta.

Che, se colei, di cui ha gelosia,

Li par, che lieta rida in sua presenza,

Crede, che però mostri quella festa,

Perche di suo pensier già cauta sia.

S'ella sospira d'altra parte mesta,

Crede, che altroue pensi. se accoglienza

Trista li , crede, che lui già oblia.

Se troppo cari uezzi ella li face,

Li tien cosa fallace,

E tira il tutto in pessima sentenza.

La servitù col premio si lieta,

Gli sdegni col perdòn, con l'amor l'ire,

Col tornar le distanze, e le partite,

La crudeltà con la pietà si cheta,

Con la dolcezza le ripulse dire,

E d'Amor l'altre pene aspre infinite

Col dilettoso, e prospero gioire.

Sol' la gelosia si fier pianeta,

Che incurabili son le sue ferite.

Da questo morbo pessimo, infernale,

Dio, guarda ogni mortale,

E pieghiti à pietà la nostra pieta.

 

Il fine del Terzo Atto

 




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