Atto
III. Scena VIII.
Candaule solo.
Can: Il consiglier, com'huomo antico, e auuezzo.
Ne' ciuili giudicij popolari,
La medesima stampa oprar uorrebbe
Ne le cause reali, e non s'accorge,
Che son d'altra grandezza, e d'altro
peso.
Nè libelli, nè termini, nè leggi
Si ricercano à queste, ma senz'altro
Indugio, ò proua han da condursi al fine.
Però dapoi che si opportuna, presta,
E bella occasion mi porge il cielo,
Anzi mi uien da se medesma incontro,
Non uo lasciare uscirmela di mano.
Poiche chi ha tempo, e tempo aspetta, il
perde.
À rei dar non uo spatio, ond'habbian agio
Di fabbricar le contramine, e farmi
In fallo riuscir tutti i disegni.
Non commettere altrui quel, che tu
proprio
Puoi per te stesso. io non uo, ch'altri
faccia
La mia uendetta. al digiun poco gioua,
Che sieda à ricca mensa altri per lui,
Io non ueggio animal grande, ò minuto,
Che per uendetta mai ricorra ad altri.
Fin le pecchie, le uespe, e le formiche
Contra ogni fiera, e sia quanto uuol
forte,
Fan per se stesse le uendette loro.
Che aspetteranno hor l'Aquile, e i Leoni?
S'al giudicio ordinario il Re si stesse,
Tra la real corona, e 'l popol basso,
Qual differenza fora? à questi casi,
Che frangono, e calpestano le leggi,
Più, che à gli scettri, à i manti, à i diademi
Si conoscono i Re da 'lor uassalli.
Andrò al conuito, oue inuitato sono,
Senza sdegno mostrar, portando in testa
D'auuelenate rose un corona.
E (come s'usa) postala nel uaso,
Doue berrà colei, che à morir danno
(Perche men sia il romor, celato il biasmo,
Nè la donna di ciò sospetto prenda,
Come in ogni altra guisa prenderebbe)
A la femina rea la farò bere.
Vsando in ciò pietà (benche punirla
D'altra morte dourei) quando anch'io sono
Macchiato de l'error, che'n lei punisco.
Da lei non credo hauer cagion di tema,
(Quantunque il consiglier si mi spauenti)
Prima, perche una guasta conscienza
Dal proprio fallo oppressa, e uergognata,
Ogni arroganza, ogni superbia inchina.
Poi, perche à molti ualidi argomenti
Io conchiudo, che questi, anchor che
infido,
Mosso à colei non habbia anchor parola
Di Dalida, e de' figli. il romor prima
Fora salito già fino à le stelle.
Poi, hauendo costui tanti anni chiuso
In silentio fedel questo secreto,
Sarà gran merauiglia, che à punto hoggi
L'habbia scoperto, e s'ei non l'hà
fin'hoggi
Detto; ed ella non l'ha fin'hoggi inteso;
So certo, che ned egli di più dirlo,
Nè di più risaperlo ella haurà tempo.
Ma s'egli hà pur di ciò parola mosso,
Il saprò, come à le mie stanze torno.
Che di tormenti non è specie alcuna,
Ch' io non faccia adoprar contra
l'iniquo.
E à forza di supplicij horrendi, e strani
Ei mi confesserà, quanto mai fece.
Se'l ripudio, ch'io tento ha forse inteso
Colei, non è però la cagion tale,
Ch'ella meco adirar punto si debba,
Anzi dè hauerne tacito diletto.
Che da me rifiutata, al nouo amore
Dar si potrà più facilmente in preda.
Ma se pur contra noi machina forse
La iniqua donna; deue per compagno
Hauer preso l'adultero, e'n lui posto
La maggior sua speranza, & egli deue
Hauer promesso à lei presto ritorno.
Questo maggior soccorso hora l'è tolto,
Che' à lui fian chiusi d'ogni parte i
passi,
E non si riuedran mai più tra loro.
Ma quando pur la scelerata donna
Da se sola il uelen mi tempri in questo
Conuito, oue chiamato son (che d'altro
Io non debbo temer) da' mei scudieri
Farò por su la mensa gli alicorni,
E toccar sempre i cibi, onde securo
Sederò da le insidie del ueleno.
Ma perche 'l mio rimedio poi non turbi
Lo mio inganno; al leuarsi de le prime
Mense farò leuarne gli alicorni,
E più non gusterò uiuanda alcuna.
A l'hor farò portarmi la corona
De' mortiferi fiori. onde conchiudo,
Che s'ella à punto la medesma fraude
Non trama contra me, ch'io contra lei;
Io d'altro inganno pauentar non debbo.
Ma perche questa morte di ueleno
Troppo soaue à la impudica fora,
Io uorrò poi, che al fin de la rea cena
Le sia recato innanzi gli occhi il capo
Di colui, che fu capo al suo disnore,
Et al mio insieme, e alfin capo al suo
danno.
Di doppia morte à l'hor morrà costei,
Com'è ben degna. e tu, Dalida mia,
Co' figliuoli entrerai nel uoto letto,
E cosi in lunga pace uiueremo.
Choro
Ò de' gelosi affaticate menti,
In cui tanti pensier fremon, rompendo
Con orgogliosi strepiti, & insani
Quant'onde tra le sirti anguste, ardenti,
Ò là 'ue l'atra Scilla sta mordendo
Cinta di ciechi, & affamati cani.
Gli altri in un sol pensier si stan
pendendo,
Ma i costor petti son fatti torrenti
Di dolor rei, precipitosi, e strani.
Nè tai l'inuitto Alcide hebbe saette
Di lerneo sangue infette,
Quai hà la gelosia spietati denti.
Ò uita de' gelosi acerba, è dura,
Peggior di quella, che' n buia prigione
Menano i serui ladri, e micidiali.
À i costor piè s' appende con misura
Il ferro, al cor di quei, carco si pone
Di cure smisurate, e d'aspri mali.
Costor, mentre che 'l sonno li compone,
Oblian la trista lor disauentura.
Ma da la soma de' pensier mortali,
Che sempre in se geloso petto uolue,
Col sonno nol risolue
Notte fredda, e turbata, ò fresca, e
pura.
Tenta il geloso, duro, e uano effetto
Por leggi à i piedi, à gli occhi uaghi, e
incerti,
Et
à le man de la persona amata.
Vuol con la uista penetrarle il petto,
E i suoi pensier mirar chiari, &
aperti,
E l'alma incatenar, libera nata;
Statuti uuol prescriuer fermi, e certi
Ad ogni opra, ad ogni atto, e à ciascun
detto.
Oltra, che di conforto gli è troncata
Ogni speranza. poi che questo male
È lungo, od è mortale.
Lana tinta, il color non hà più schetto.
De la terra, e del ciel le strade insieme
Vuol chiuder con auuisi incauti, e
stolti,
À i presti augelli, e à le importune
fiere,
E sopra tutti poi gli huomini teme,
E teme de li Dei gli inganni occolti.
Nè i corpi chiusi, e stretti ritenere
La gioua. poscia, che gli animi sciolti
Nè da prigion, nè da distanze estreme,
Nè da mar, nè da monti contenere
Si ponno, nè da marmi, nè da reti,
Nè da ferme pareti,
Che non corran dou'è la loro speme.
Nè può al geloso alcuna esperienza
Torre 'l pensier, che 'l turba, e che 'l
tempesta.
Che, se colei, di cui ha gelosia,
Li par, che lieta rida in sua presenza,
Crede, che però mostri quella festa,
Perche di suo pensier già cauta sia.
S'ella sospira d'altra parte mesta,
Crede, che altroue pensi. se accoglienza
Trista li fà, crede, che lui già oblia.
Se troppo cari uezzi ella li face,
Li tien cosa fallace,
E tira il tutto in pessima sentenza.
La servitù col premio si fà lieta,
Gli sdegni col perdòn, con l'amor l'ire,
Col tornar le distanze, e le partite,
La crudeltà con la pietà si cheta,
Con la dolcezza le ripulse dire,
E d'Amor l'altre pene aspre infinite
Col dilettoso, e prospero gioire.
Sol'hà la gelosia si fier pianeta,
Che incurabili son le sue ferite.
Da questo morbo pessimo, infernale,
Dio, guarda ogni mortale,
E pieghiti à pietà la nostra pieta.
Il fine del Terzo Atto
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