Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Luigi Groto
La Dalida

IntraText CT - Lettura del testo

  • Atto IIII, Sce. II   Ombra di Moleonte. Messo. Choro.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

Atto IIII, Sce. II

 

Ombra di Moleonte. Messo. Choro.

 

Mol. Non prendete di me spauento, ò donne.

E tu l'historia tua segui pur, Messo.

Ch'io l'ombra son di Moleonte, padre

Anzi nemico de la rea, mal nata,

E nocente fanciulla, di cui parli:

Io per la sacra imago di quel Nume,

Che da se l'ombre scaccia, non potendo

Appressarmi à la stanza, ou'è locata,

E doue hor son le donne, sto quì fuori

Ad ascoltarti, e (come narri, ch'ella

Dicea pur dianzi) al suo martir gioisco.

Però segui di gratia, e fa, ch'io intenda

Il misero, di lei, ma degno fine.

Mes: Tace à l'hor la Reina, e si dinuda

Tosto le braccia, e furiosa prende

Vn lucido cotel, cui la cote

I tagli acuti iui affilarsi uidi:

D'intorno à Berenice à quella uista

S'inuolano i fanciulli uelocissimi

Come dinanzi à tempestà propinqua

Fuggon le grù ristrette, ò i corbi in fretta.

Corron questi à la madre per iscampo,

Cercando indarno la materna uesta

Da copriruisi sotto, e non potendo,

Braman di nouo ritornar nel uentre,

Onde già usciro. e pregano la madre

Con parlar pueril, con uoce pia,

Che tra le braccia ella gli accolga almeno,

Qual timido polcin, che'l nibbio mira

Rotarsi intorno di calar disposto,

Che sotto l'ali de la chioccia fugge.

Ma chi uisto mastin, che si dilegua

Per uscir da la lassa, mentre uede

Saltarsi innanzi la cacciata fiera;

Dalida uede, ch'ogni sforzo mette

À scior le man per abbracciare i figli,

potendo abbracciargli ella, ned essi

Alzarsi più, le abbraccian le ginocchia.

Mol: Pur troppo lungo tempo hanno abbracciato

Chi non douean le scelerate braccia.

Mes: Ma Berenice alzata in piè li segue.

E giunta doue sono e l'una, e gli altri,

Commette à due ministre empie com'ella,

Che forniscano homai l'ufficio loro.

Le quai, uerghe durissime di ferro

Prendendo, con alterno alzar di braccia

Uan flagellando con minute, e tarde

Percosse quindi e quinci la fanciulla.

Qual mastro di uelen, che i serpi auuinti

Battendo con battiture lente,

Perche 'l tosco s'aggiunga tutto in uno.

Dalida sta con occhi asciutti, e solo

Alcun sommesso gemito fuor manda,

Benche la gonfia, e lacerata pelle,

Liuida in quella parte, in questa rossa,

Stia da la carni già leuata un palmo,

E tutto à sangue pioua il delicato

Corpo, che sembra il piè del contadino

À l'hor, che prima scalzo esce del uaso,

Doue calcato le negrissime uue.

I figli, che abbracciar uoglion la madre,

E starle intorno, de la lor pietade

Un tristo guiderdon colgono spesso.

Cho: Ma non siam' empie noi, poscia che quanto

Sangue ella uersa, non uersiamo pianto?

Mol: À questo sangue io mi bel, di questo

Sangue mi pasco, à questa grata pioggia

Ride 'l mio cor, com'arido terreno.

Mes: Auanza tempo Berenice intanto.

Slega una mano à Dalida, e le pone

Ne la palma il coltel, poi serra il pugno.

Con la man propria stringe indi la mano

Di Dalida per mouerla à suo senno,

E dice. Ecco, scettro ti consegno,

Hor fa giustitia de la incesta prole.

Non mi bastando tormentarti il corpo

À tormentarti l'animo mi accingo:

Con l'altra man, che uota le rimane

Berenice crudel, com'ella stessa

(Ch'io non saprei più proprio essempio darne)

Squarcia da torno à' fanciulletti i panni,

Come da torno à tronco uecchio, e secco

Suol fanciullo squarciar l'aperta scorza.

Hor poi, che nude son tutte le membra,

In quelle chiome inanellate, e bionde

Le man rauuolge per leuarli in alto,

Sospesi ambo tenendo, quai da traui

Pari pendon le coppie de racemi.

E di Dalida poi la mano armata

Mouendo à forza, aitata de la serue

Disposte ingiro, , che mal suo grado

La madre stessa de' figliuoli ignudi

Le carni leggiermente segni, e punga,

Come industre pittore, ò scrittor dotto,

Del fanciullo inesperto, à cui insegna,

Ò tele figurare, ò scriuer carte,

Col pennello, ò la penna la man regge.

Non altramente Berenice iniqua

Snoda la man di Dalida, e la tira

Col ferro empio à ferire i proprij figli.

Con cui hor tocca le rosate guancie,

Hor l'auorio del petto, hora la neue,

Di cui si forma la rotonda gola.

parte alcuna, in quei bambini in somma

Lascia, che questa crudeltà non senta.

I fanciulli credendo, che la madre

Di uolontà sua propria li ferisse,

Pietà le domandauano, ed aiuto

Chiedean contra la madre à Berenice.

Scoteansi quando eran feriti, e à pena

Dauano ahi, od ahime, poi si taceano,

Tremando come l'or tremulo à l'aura,

E 'l picciol collo, e 'l delicato seno

In gesto dolce, e humil porgean dicendo.

Eh Dio. se uoi pur ne uolete morti,

Spacciateui con darne un colpo solo.

Quei mouimenti, e torcimenti tutti,

Che i fanciulli facean tocchi dal ferro,

Trafitta dal dolor facea la madre.

Quai fermati à lo 'ncontro duo leuti

E su 'n tenor medesmo concertati.

Che se de l'un tocchi le corde, l'altro

Concorde il suon medesmo ti responde.

Cho: Rimase poi l'aspra, affamata uoglia

De la Reina à cotal pasto satia?

Mes: Anzi Auaro giamai non hebbe d'oro

Tanta sete, quant'ella hebbe di sangue.

Ma finalmente, ò stanca, ò ad altro intenta,

Alza i fanciulli, e à Dalida gli appressa

Tre uolte, e forse più, tanto, che resta

Vn breuissimo spatio, e quasi nullo

Tra le labra de' figli, e de la Madre.

Ma quando credon di baciarsi insieme,

Da uiua, e dura forza dipartiti

Contra ogni speme lor, si struggon poi,

Qual Tantalo, che uede fuggir uia

I frutti, e l'acque desiate in uano.

Mol: Ò prudente Reina, ben mi mostri

Quanto più sappia, e possa oprar l'ingegno

D'una sdegnata donna, che d'un'huomo.

Mes: Berenice guidando alfin la mano

Di Dalida, che anchor tiene il coltello,

, che la madre stessa ad un de' figli

Sechi la gola, e la parola, mentre

In suon languido chiama, ò Dio, ò Ma.

Ma. perche li uien tolto il compir madre.

Cadde, morendo, sopra la Reina,

E di purpureo humor tutta l'asperse.

Cho: Che facea in tanto la misera donna,

Sendo costretta à uccider di sua mano

Quelli, à cui dato hauea prima la uita?

Mes: Per liberar la man mettea ogni sforzo,

E per uoltar contra sestessa il ferro.

E uedendo, che à farle uccider l'altro

S'accingea la Reina, cosi disse.

Segui, segui, crudel, beui quel sangue,

Di cui hai tanta sete, hor quanto uogli

Scuoter potrai dal sangue il manto, l'alma

Di tal sangue è macchiata, & è la macchia

Tal, che non può leuarsi, ma ben tosto

Ambe altroue sarem. sostieni il colpo,

Caro figliuol, con animo costante.

sospirar, pianger, che la nostra

E grandezza, e ruina è tal, che alcuno

Pianto non uguagliarla, anzi la scema.

Cosi diss'ella, e con la propria mano

Per forza altrui crudel, per se pietosa,

Tratta da chi uoleua, e potea farlo,

Nel petto à l'altro figlio il ferro immerse.

Onde tosto uscì fuor l'anima pura,

Salendo il sangue, qual da cannon rotto

Di fontana, balzar soul l'acqua in alto.

L'abbandonato, e miserabil tronco

Sopra la madre andò à cadere, e parue,

Che u'andasse à cader per abbracciarla.

Mol: Hor donati in preda à' tuoi nemici.

Cho: Ben ueggio, che dolor, quantunque forte,

Non può condurre à morte.

Mes: Prende alfin Berenice il ferro in mano,

E dicendo, Accompagna i tuo figliuoli,

Che uanno innanzi, ò Dalida, e 'l tuo sposo,

Che uerra dietro, aspetta; il ferro tutto

Le asconde sotto la mammella manca,

Si che la punta spunta da le spalle.

Et ella per la doppia aspra ferita,

Hora i figli chiamando, hora Candaule,

Spira l'alma, e di uita esce, e di doglia.

Mol: Morte con tante morti, che disponi,

Vuoi ben piacermi, e uuoi mostrar, che molto

È differente il tuo uenir da quello

De le tre furie, à far tragedie al mondo.

Cho: Hai pur compito di farne palese,

La più insolita, e rara crudeltade,

Che imaginasse mai pensero humano.

Mes: Compito? anzi à fatica ho cominciato.

Quest'è un rio, quest'è un frutto, un fauilla

De la sua crudeltà. Resta, ch'io scopra

Il mar, la pianta, e la fornace intera.

Questo fu un punto sol. conuien, ch'io tiri

Hora la linea tutta: non si ferma

l'ira sua, si queta à questo grado.

Cho: Ahimè con ch'altro esempio di furore

Contra i già morti à incrudelire impara?

forse le lor membra in preda à l'acque?

Mes: Piacesse à Dio, che di tanto cortese

Ella lor fosse stata. Cho: Forse al foco?

Mes: Ciò poteua parer somma pietade.

Cho: Che può far peggio? spacciati digratia.

Mes: Ella qual curioso anotomista,

Ò aruspice in mirar le fibbre dotto,

Quei tre corpi apre, taglia, squarta, sbarra,

E con mano intrepida toccando,

E con la punta micidial ferendo

I cori anchor tremanti, caldi, e uiui,

E trahendone fuor l'interiora.

Poscia diuide i corpi in molte membra,

E le membra diuide in molte parti,

E al dotto siniscalco le consegna,

Che ne faccia bollire, e cocer'altre

Con acqua entro à spumanti, ampie caldaie.

Altre arrostire à le soggette fiamme.

Cosi nel crudo, e sanguinoso hospitio,

Già cucina crudel di carni humane,

Si cucinan di Dalida e de' figli

I corpi miserabili, i fegati,

La schiene, i lombi stridono, e le coste

Ne gli schidoni, i quai già si ueloci,

Qual ben greue macigno hor mouon tardi.

Ne le caldaie il resta bolle, e geme

Ahi, che tre uolte il foco si estinse.

E poiche alfin, mal grado suo, s'accese

Da le legna, e da i mantici attizzato,

D'una nebbia di fume oscura, e densa,

Di splendor priuo tutto si coperse.

Cho: Perche non fai, ò Gioue, che per giusta

Vendetta quella fiamma si riuolga

Contra il palagio scelerato, e tristo?

Anzi contra la sola iniqua donna,

Anzi non donna, ma terribil mostro,

Ma de le Furie figlia, anzi sorella,

E con subito incendio la consumi?

Ma à chi si l'abhomineuol cena?

Mes: Ciò non dirui. sasselo sol'ella.

Le teste sole son da lei serbate

Tra duo gran piatti di purissim'oro.

Cho: Ò giudicio di Dio, quei regij capi,

Che meritar corona d'or, son cinti

Da la nemica lor, d'aurea corona.

Ma cotai teste à che serbate sono?

Mes: cotesto da me sperate udire.

De la Reina l'udirete forse,

Che appar di fuori. & io uado à Candaule

À fargli intender, ch'egli è hora homai,

Che ne uenga al conuito de la moglie.

Mol: Gratie ti rendo, ò Messo,

Poiche da la faconda tua fauella,

Vdire io non potea miglior nouella.

Hor uoglio entrar doue 'l conuito io miri.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License