Atto
IIII, Sce. II
Ombra di Moleonte.
Messo. Choro.
Mol. Non prendete di me spauento, ò donne.
E tu l'historia tua segui pur, Messo.
Ch'io l'ombra son di Moleonte, padre
Anzi nemico de la rea, mal nata,
E nocente fanciulla, di cui parli:
Io per la sacra imago di quel Nume,
Che da se l'ombre scaccia, non potendo
Appressarmi à la stanza, ou'è locata,
E doue hor son le donne, sto quì fuori
Ad ascoltarti, e (come narri, ch'ella
Dicea pur dianzi) al suo martir gioisco.
Però segui di gratia, e fa, ch'io intenda
Il misero, di lei, ma degno fine.
Mes: Tace à l'hor la Reina,
e si dinuda
Tosto le braccia, e furiosa prende
Vn lucido cotel, cui sù la cote
I tagli acuti iui affilarsi uidi:
D'intorno à Berenice à quella uista
S'inuolano i fanciulli uelocissimi
Come dinanzi à tempestà propinqua
Fuggon le grù ristrette, ò i corbi in
fretta.
Corron questi à la madre per iscampo,
Cercando indarno la materna uesta
Da copriruisi sotto, e non potendo,
Braman di nouo ritornar nel uentre,
Onde già usciro. e pregano la madre
Con parlar pueril, con uoce pia,
Che tra le braccia ella gli accolga
almeno,
Qual timido polcin, che'l nibbio mira
Rotarsi intorno di calar disposto,
Che sotto l'ali de la chioccia fugge.
Ma chi hà uisto mastin, che si dilegua
Per uscir da la lassa, mentre uede
Saltarsi innanzi la cacciata fiera;
Dalida uede, ch'ogni sforzo mette
À scior le man per abbracciare i figli,
Nè potendo abbracciargli ella, ned essi
Alzarsi più, le abbraccian le ginocchia.
Mol: Pur troppo lungo tempo hanno abbracciato
Chi non douean le scelerate braccia.
Mes: Ma Berenice alzata in piè li segue.
E giunta doue sono e l'una, e gli altri,
Commette à due ministre empie com'ella,
Che forniscano homai l'ufficio loro.
Le quai, uerghe durissime di ferro
Prendendo, con alterno alzar di braccia
Uan flagellando con minute, e tarde
Percosse quindi e quinci la fanciulla.
Qual mastro di uelen, che i serpi auuinti
Battendo uà con battiture lente,
Perche 'l tosco s'aggiunga tutto in uno.
Dalida sta con occhi asciutti, e solo
Alcun sommesso gemito fuor manda,
Benche la gonfia, e lacerata pelle,
Liuida in quella parte, in questa rossa,
Stia da la carni già leuata un palmo,
E tutto à sangue pioua il delicato
Corpo, che sembra il piè del contadino
À l'hor, che prima scalzo esce del uaso,
Doue hà calcato le negrissime uue.
I figli, che abbracciar uoglion la madre,
E starle intorno, de la lor pietade
Un tristo guiderdon colgono spesso.
Cho: Ma non siam' empie noi, poscia che quanto
Sangue ella uersa, non uersiamo pianto?
Mol: À questo sangue io mi fò bel, di questo
Sangue mi pasco, à questa grata pioggia
Ride 'l mio cor, com'arido terreno.
Mes: Auanza tempo Berenice intanto.
Slega una mano à Dalida, e le pone
Ne la palma il coltel, poi serra il
pugno.
Con la man propria stringe indi la mano
Di Dalida per mouerla à suo senno,
E dice. Ecco, lò scettro ti consegno,
Hor fa giustitia de la incesta prole.
Non mi bastando tormentarti il corpo
À tormentarti l'animo mi accingo:
Con l'altra man, che uota le rimane
Berenice crudel, com'ella stessa
(Ch'io non saprei più proprio essempio
darne)
Squarcia da torno à' fanciulletti i
panni,
Come da torno à tronco uecchio, e secco
Suol fanciullo squarciar l'aperta scorza.
Hor poi, che nude son tutte le membra,
In quelle chiome inanellate, e bionde
Le man rauuolge per leuarli in alto,
Sospesi ambo tenendo, quai da traui
Pari pendon le coppie de racemi.
E di Dalida poi la mano armata
Mouendo à forza, aitata de la serue
Disposte ingiro, fà, che mal suo grado
La madre stessa de' figliuoli ignudi
Le carni leggiermente segni, e punga,
Come industre pittore, ò scrittor dotto,
Del fanciullo inesperto, à cui insegna,
Ò tele figurare, ò scriuer carte,
Col pennello, ò la penna la man regge.
Non altramente Berenice iniqua
Snoda la man di Dalida, e la tira
Col ferro empio à ferire i proprij figli.
Con cui hor tocca le rosate guancie,
Hor l'auorio del petto, hora la neue,
Di cui si forma la rotonda gola.
Nè parte alcuna, in quei bambini in somma
Lascia, che questa crudeltà non senta.
I fanciulli credendo, che la madre
Di uolontà sua propria li ferisse,
Pietà le domandauano, ed aiuto
Chiedean contra la madre à Berenice.
Scoteansi quando eran feriti, e à pena
Dauano ahi, od ahime, poi si taceano,
Tremando come l'or tremulo à l'aura,
E 'l picciol collo, e 'l delicato seno
In gesto dolce, e humil porgean dicendo.
Eh Dio. se uoi pur ne uolete morti,
Spacciateui con darne un colpo solo.
Quei mouimenti, e torcimenti tutti,
Che i fanciulli facean tocchi dal ferro,
Trafitta dal dolor facea la madre.
Quai fermati à lo 'ncontro duo leuti
E su 'n tenor medesmo concertati.
Che se de l'un tocchi le corde, l'altro
Concorde il suon medesmo ti responde.
Cho: Rimase poi l'aspra, affamata uoglia
De
la Reina à cotal pasto satia?
Mes: Anzi Auaro giamai non hebbe d'oro
Tanta sete, quant'ella hebbe di sangue.
Ma finalmente, ò stanca, ò ad altro
intenta,
Alza i fanciulli, e à Dalida gli appressa
Tre uolte, e forse più, tanto, che resta
Vn breuissimo spatio, e quasi nullo
Tra le labra de' figli, e de la Madre.
Ma quando credon di baciarsi insieme,
Da uiua, e dura forza dipartiti
Contra ogni speme lor, si struggon poi,
Qual Tantalo, che uede fuggir uia
I frutti, e l'acque desiate in uano.
Mol: Ò prudente Reina, ben mi mostri
Quanto più sappia, e possa oprar
l'ingegno
D'una sdegnata donna, che d'un'huomo.
Mes: Berenice guidando alfin la mano
Di Dalida, che anchor tiene il coltello,
Fà, che la madre stessa ad un de' figli
Sechi la gola, e la parola, mentre
In suon languido chiama, ò Dio, ò Ma.
Ma. perche li uien tolto il compir madre.
Cadde, morendo, sopra la
Reina,
E di purpureo humor tutta l'asperse.
Cho: Che facea in tanto la misera donna,
Sendo costretta à uccider di sua mano
Quelli, à cui dato hauea prima la uita?
Mes: Per liberar la man mettea ogni sforzo,
E per uoltar contra sestessa il ferro.
E uedendo, che à farle uccider l'altro
S'accingea la Reina, cosi disse.
Segui, segui, crudel, beui quel sangue,
Di cui hai tanta sete, hor quanto uogli
Scuoter potrai dal sangue il manto,
l'alma
Di tal sangue è macchiata, & è la
macchia
Tal, che non può leuarsi, ma ben tosto
Ambe altroue sarem. sostieni il colpo,
Caro figliuol, con animo costante.
Nè sospirar, nè pianger, che la nostra
E grandezza, e ruina è tal, che alcuno
Pianto non pò uguagliarla, anzi la scema.
Cosi diss'ella, e con la propria mano
Per forza altrui crudel, per se pietosa,
Tratta da chi uoleua, e potea farlo,
Nel petto à l'altro figlio il ferro
immerse.
Onde tosto uscì fuor l'anima pura,
Salendo il sangue, qual da cannon rotto
Di fontana, balzar soul l'acqua in alto.
L'abbandonato, e miserabil tronco
Sopra la madre andò à cadere, e parue,
Che u'andasse à cader per abbracciarla.
Mol: Hor uà donati in preda à' tuoi nemici.
Cho: Ben ueggio, che dolor, quantunque forte,
Non può condurre à morte.
Mes: Prende alfin Berenice il ferro in mano,
E dicendo, Accompagna i tuo figliuoli,
Che uanno innanzi, ò Dalida, e 'l tuo sposo,
Che uerra dietro, aspetta; il ferro tutto
Le asconde sotto la mammella manca,
Si che la punta spunta da le spalle.
Et ella per la doppia aspra ferita,
Hora i figli chiamando, hora Candaule,
Spira l'alma, e di uita esce, e di
doglia.
Mol: Morte con tante morti, che disponi,
Vuoi ben piacermi, e uuoi mostrar, che
molto
È differente il tuo uenir da quello
De le tre furie, à far tragedie al mondo.
Cho: Hai pur compito di farne palese,
La più insolita, e rara crudeltade,
Che imaginasse mai pensero humano.
Mes: Compito? anzi à fatica ho cominciato.
Quest'è un rio, quest'è un frutto, un
fauilla
De la sua crudeltà. Resta, ch'io scopra
Il mar, la pianta, e la fornace intera.
Questo fu un punto sol. conuien, ch'io
tiri
Hora la linea tutta: non si ferma
l'ira sua, nè si queta à questo grado.
Cho: Ahimè con ch'altro esempio di furore
Contra i già morti à incrudelire impara?
Dà forse le lor membra in preda à
l'acque?
Mes: Piacesse à Dio, che di tanto cortese
Ella lor fosse stata. Cho: Forse al foco?
Mes: Ciò poteua parer somma pietade.
Cho: Che può far peggio? spacciati digratia.
Mes: Ella qual curioso anotomista,
Ò aruspice in mirar le fibbre dotto,
Quei tre corpi apre, taglia, squarta,
sbarra,
E uà con mano intrepida toccando,
E con la punta micidial ferendo
I cori anchor tremanti, caldi, e uiui,
E trahendone fuor l'interiora.
Poscia diuide i corpi in molte membra,
E le membra diuide in molte parti,
E al dotto siniscalco le consegna,
Che ne faccia bollire, e cocer'altre
Con acqua entro à spumanti, ampie
caldaie.
Altre arrostire à le soggette fiamme.
Cosi nel crudo, e sanguinoso hospitio,
Già cucina crudel di carni humane,
Si cucinan di Dalida e de' figli
I corpi miserabili, i fegati,
La schiene, i lombi stridono, e le coste
Ne gli schidoni, i quai già si ueloci,
Qual ben greue macigno hor mouon tardi.
Ne le caldaie il resta bolle, e geme
Ahi, che tre uolte il foco si estinse.
E poiche alfin, mal grado suo, s'accese
Da le legna, e da i mantici attizzato,
D'una nebbia di fume oscura, e densa,
Di splendor priuo tutto si coperse.
Cho: Perche non fai, ò Gioue, che per giusta
Vendetta quella fiamma si riuolga
Contra il palagio scelerato, e tristo?
Anzi contra la sola iniqua donna,
Anzi non donna, ma terribil mostro,
Ma de le Furie figlia, anzi sorella,
E con subito incendio la consumi?
Ma à chi si fà l'abhomineuol cena?
Mes: Ciò non sò dirui. sasselo sol'ella.
Le teste sole son da lei serbate
Tra duo gran piatti di purissim'oro.
Cho: Ò giudicio di Dio, quei regij capi,
Che meritar corona d'or, son cinti
Da la nemica lor, d'aurea corona.
Ma cotai teste à che serbate sono?
Mes: Nè cotesto da me sperate udire.
De la Reina l'udirete forse,
Che appar di fuori. & io uado à
Candaule
À fargli intender, ch'egli è hora homai,
Che ne uenga al conuito de la moglie.
Mol: Gratie ti rendo, ò Messo,
Poiche da la faconda tua fauella,
Vdire io non potea miglior nouella.
Hor uoglio entrar doue 'l conuito io
miri.
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