Atto
IIII. Scena IIII
Candaule. Choro. Berenice.
Can. Benche d'altro parer sia il Consigliero,
Nè approui à patto alcun, ch'io questa
sera
Uada al conuito, oue aspettato sono;
Anzi per ogni uia me ne spauenti;
Pur, poi che 'l traditor di Besso nega,
(Costante à mille specie di supplici',
Con cui cercato ho di ritrarne il uero)
D'hauer tolto il soggello à' mei secreti,
Nè mosso mai parola à Berenice
De la mia cara Dalida, e de' mei
Cari figliuoli, à cui la uita bramo
Più che à me proprio, e sol confessa
quanto
Narrò pur dianzi; io uoglio, e posso
andarui
Senza sospetto. e' nuuoloso tempo
Coprendo sotto limpido sereno,
Trar facilmente il mio disegno à riua.
Che nè più bel color, nè più bel uelo
Per nasconder le fraudi, è de la fede.
Non uo, che 'l Consiglier sappia ou'
andato
I' sia, finche non torno uincitore.
Tu custodisci ben l'hora à prefissa,
Quando mi ponga l'ordinato cerchio
Di rose in capo. Hor' ecco la Reina,
Che uscita ad incontrarmi, là mi aspetta.
Ber: Tu uieni, ò Re infelice,
Qual incauto nocchier di merci carco
Entra nel piano mar pien di bonaccia,
Che tosto dè turbarsi, e mutar faccia.
Ber: Sia felice, signore, il uenir uostro,
Senza la cui presenza il mio conuito
Era priuo da gioia, e di dolcezza.
Can: Il desio di trouarmi hora con uoi,
E ricrearmi nel conuito uostro,
Lasciar mi sforza e porre in altro tempo
Le maggiori importanze
de lo stato.
Ber: Se ui ringratio, l'obligo fia scemo.
Onde, perche sia intero, io me ne
astengo.
Cho: Ò menti humane cinte
Di cecitate, e de malitia colme.
Attendi, come ogniun di questi finge.
Mira, come ciascun, moglie, e marito,
È in un quel, che tradisce, e ch'è
tradito.
Ber: In casa dunque entriam. Can: Come ui piace.
Choro.
Cho: Donzelle, e donne quante hoggi albergate
Al real fiume intorno,
Che al terren Battriano humor conduce,
In lunga schiera, in pompa alta, honorate
Il lieto illustre giorno,
Che la bella memoria al mondo adduce
Del dì natal, che à questa cara luce
Portò la nostra altissima Reina,
À cui Paropaniso il capo inchina:
Disponete il bel crin di gemme cinto,
Con ogni studio, ed arte,
Vagamente girando l'or con l'oro.
E 'l uiso di color natio dipinto
Ornate d'ogni parte
Con quanto hoggi si può maggior decoro.
Veste di ricco, e di sottil lauoro,
V'accrescan poi la natural bellezza,
Sfauillin gli occhi bei gioia, e
dolcezza:
Indi uolgete il passo à i tempij sacri
De' geniali Dei,
E di quei, che del nascer nostro han
cura.
E à' pie de' riueriti simulacri,
Di grati odor sabei
Soaue ardete, e nobile mistura.
Uoti appendete à le sacrate mura
Tra fiori, e succhi pretiosi, e cari,
Uccidendo le uittime à gli altari:
Poi porgete à gli Dei feruidi preghi
Per la salute, e uita
Di lei, che' n tal dì prima il mondo
scorse.
Nessuna il giusto, e santo ufficio neghi.
Che se questa essaudita
Non fia, quella otterrà la gratia forse.
Quel, che ad un negò Gioue, à un'altro
porse.
Pregate, che molti anni in questo uelo
Stia la Reina, e poi ricouri in cielo:
Hoggi sia raddoppiato il lume al Sole,
Cadano gli aspri uenti,
Sol da l'Occaso gentil'aura poggi.
Crescanne sotto i piè rose, e uiole
À gara. i rei serpenti
Perdano il lor uelen. non si miri hoggi
Pur' una nuuoletta intorna à i poggi.
Ma stiasi l'aria in pure, e dolci tempre,
Nè pur breue momento i fiumi stempre:
Sia pietoso il leon, clemente l'orso,
I suoi fulmini torti
D'hauer non si ramenti il fier cinghiale.
Non proui hoggi il cauallo il duro morso,
Nè 'l graue giogo porti
Il bue sostegno à la uita mortale.
Pasca senza custodia ogni animale,
Faccia l'aquila tregua con gli augelli,
Coi lepri il cane, il lupo con gli
agnelli:
Nobil, festiuo, e fortunato giorno,
Che pegno tanto caro
Desti al mondo, e à lodarlo hora lo
inuiti,
Volgendo l'anno, fà sempre ritorno
Più candido, è più chiaro:
Ahimè, che i preghi nostri sono uditi
Con faccia auuersa, e fian poco graditi.
Ecco fuggon gli Dei turbati in uista,
Crollando il capo auuolto in nube trista.
Il fine del Quarto Atto
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