Atto
V. Scena I.
Candaule. Berenice. Choro.
Can: Occhi mei, che uedete? Ahimè, ch'è questo?
Ber: Di tue scelerità picciola pena.
Can: Ò suenturato me. Ber: Vendetta lieue
Di graue torto. Can: Ò me misero. Ber:
Pegni
De le tue nozze. Can: Ò mie speranze
uane.
Ber: La tua nouella sposa, e i cari figli.
Can: Che faccio al mondo più? Ber: Non li conosci?
Can: Ahimè Dalida mia, ahimè figliuoli,
Ahimè, ahimè mia cara sposa, ahi figli.
Ber: Abbraccia i figli homai, la sposa abbraccia:
Cho: O spettacol dolente,
Ecco il Re nostro col gran piatto in
mano,
Oue son le tre teste,
Che li cauan dal cor uoci si meste.
Can: Qual man pietosa uiene à trarmi gli occhi?
Ber: Io uorrei, che n'hauessi quanti hebb'Argo.
Can: Ò uolti, come 'l uolto mio rendete
Più scolorito, e pallido di uoi.
Ber: Ti solean pur leuar quei uolti stessi
Nel uederli ogni noia. hor donde auuiene,
C'hora causano in te
diuerso effetto?
Can: Doueano i figli almen mouer pietate.
Ber: Non ponno insieme star pietate, e sdegno.
Can: Chi offender mè uolea,
Perche uoi figli offese?
Ber: Se i figli offesi non, tu perche piangi?
Can: Sono accorato da la uostra morte.
Ber: Però li fei morir per accorarti.
Can: Ah scelerata, hor la cagione intendo,
Perche ti hai data al Secretario in
preda,
Acciò che in guiderdon ti desse in mano
Questi mei cari. e anchor non ti uergogni
Goder del sozzo acquisto, e anchor
mostrarlo,
E alzare al ciel la faccia, che douresti
Esserti già sepolta uiua. anzi io
Dourei già di mia mano hauerlo fatto.
Ma pensier più possente à se mi chiama:
Ahimè sposa, ahimè figli,
Ahimè figli, ahimè sposa.
Ber: Non fia lecito à me quel, che à te lece?
Tu mi fosti maestro. la uendetta
Mi bisognò comprare à si gran prezzo,
Che à maggior prezzo anchor comprato
haurei.
L'offesa insegna offendere. à gli iniqui
Esser debbiamo iniqui. tal raccogli
Qual seminasti. e quel che fai, aspetti.
Il matrimonio dal ripudio è sciolto.
C'hor mi facci morir non mi fia graue
Punto, graue mi fora s'io morissi
Innanzi la tua moglie, e i figli tuoi,
De le cui teste (hor mia mercè) l'aspetto
Godi, e per si bel don gratie non rendi.
Can: Ma il resto de le membra ou'hai riposto
Empia furia infernal?
l'hai date forse
In preda à gli auoltoi, à i lupi, ò à i
cani?
Ber: À peggiore animal di quanti hai detto.
Can: Nè peggior' animal di te si troua.
Ber: Hò dato lor dignissimo sepolcro,
E tal, che ten puoi dir pago, e satollo,
Anzi puoi riputar d'hauerle in braccio.
Non è degno sepolcro il uentre tuo?
Non fù il palagio mio degna cucina
De le lor membra? non fur queste mani
Di si giusto macel ministre degne?
Can: Ò scelerata etade, ò infetto sesso
Feminile, ò uiuande mostruose.
Io stesso hò diourato de' miei figli
Dunque le carni, anzi le mie medesme?
Ber: Sò che affamato eri di carne humana,
E che per non n'hauer, la mia cercaui.
Onde pascerti prima de le tue
Uolsi, che ti pascessi de le mie.
Sò, che di sangue humano haueui sete.
Però di questo, fei temprarti il uino.
Can: Ò notte, mira l'essacrabil cena,
(Se di mirarla pur tua uista soffre)
E fà poi, fede à i secoli futuri,
Se maggior crudeltà mirasti mai.
Ber: Sò, che la sposa, e sò, che i cari figli
Teco bramaui in corte. ou' io gli hò
messi
Teco, e congionti in modo, che più mai
Tor non te li potrà giorno auuenire.
Can: Quest'è la pena ahimè, quest'è l'angoscia
Ahimè, con che lo stomaco si sforza
Da se cacciar l'abomineuol cibo.
Hor s'io uo sepellire i figli mei,
Mi conuien sepellir me stesso uiuo.
S'io uoglio de la sposa ardere il rogo,
Conuiemmi arder me stesso, e com'io arsi
Già in lei, far, ch'ella in me misero
hor'arda.
Ber: Debita à punto à' uostri falli pena.
Can: Poi che non donna sei, ma sei Megera
Venuta à tormentar l'anime al mondo,
Troua il ferro, con che hai la madre
ucciso,
E col medesmo, anchor tinto, compisci
D'uccider' ancho l'infelice padre,
Anzi non padre più, ma si infelice.
Come amor ne ferì d'un dardo stesso,
D'un medesmo coltel tu ne percoti.
E se pur sei del crudo ufficio stanca,
Porgilo à me, che di mia man l'adopri.
Ber: Nè 'l ferro, nè la mano oprar conuienti.
Il uelen, ch'io pietosa del tuo male
Tra le foglie celai de la corona,
Ch'io posi, e lacerai dentro à la coppa,
In cui beueui; il uelen regio dico,
Incontro à cui non ual rimedio humano;
Ti manderà con dolce morte appresso
La pianta sposa, ei sospirati figli.
Can: Ben di ciò ti ringratio.
Poiche senz'opra, e senza colpa mia,
Andrò doue andar bramo.
Ma non creder però, che per tal dono
Io ti resti obligato.
Già la mercè ti hò dato
Con medesmo uelen, con simil'arte,
Nel punto stesso anch'io,
Si che à par mi uerrai sotterra, ò
dietro.
Cho: O giudicij del cielo, ò usanze, ò tempi,
Quando auuerrà mai più caso si nouo,
Che duo tra lor, s'ingannino ad un'hora
Con fraude à punto eguale?
Che quel che l'un dà à l'altro, ei prenda
à l'hora,
Che ciascun sia il tradito, e 'l
traditore,
E che la pena sia pari à l'errore.
Che ciascun col suo essempio uccida, e
pera.
Vedi amor di marito, e di mogliera.
Can: Non ti pensar di rimanere in uita
Dopo me lungo tempo, nè di starti
Col tuo adultero già priuo di questa
Luce, che indegnamente ei rimiraua:
Quelle man, che l'honor mio profanaro
Tronche son da le braccia. quella lingua,
Che aperse i mei secreti, hora si tace,
Dal suo loco diuelta.
Quegli occhi, che al mio honore hebber si
poco
Riguardo, tratti son da i cerchi loro.
Quel capo, in cui si consigliò l'inganno
Contra il suo Re, dal corpo già reciso
Si disegnaua in dono a te. ma hora
Di darlo mi uergogno,
Già dal tuo dono preuenuto, e uinto.
Cho: Ò somma nouitate,
Come in tutti i pensier, l'opre, e le
uoglie
Riscontrando si uan marito e moglie:
Donne seguite la Reina uostra,
Che à gir dentro s'affretta,
Mostrando apparecchiar noua uendetta.
Can: Re di Battra infelice,
Pur mo da tutti riuerito, hor sei
Cosi sol, che non hai
Pur' un, che pianga teco
Ne' tuoi estremi guai.
Cho. Signor, non ui dolete,
Che da quì innanzi haurete
Conforto, ò compagnia ne l'aspre pene
Dal uostro Consiglier, che à uoi ne
uiene.
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