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| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
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Dam: Donne, scoppiate in un si aperto pianto, Che la nostra Reina, Cho. Dunque ella è morta? Da: Io, lassa, con questi occhi, E con mio gran martire Cho. Deh fa, che quel, che à te mostrò la uista, À noi mostri l'udito, aprine il modo, Com'ella uscita è del terrestre nodo: Dam: Poi ch'entrò nel palagio, io la pregai (De la salute sua tenera, quanto Conuiensi à serua affettionata, e fida) Contra 'l succo letal, che hauea beuto. Ella rispose, che 'l uelen reale E che, quando riparo ancho ui fosse, Era già del suo corpo insignorito Si, ch'era già perduta ogni speranza. Ma che, quando saluarsi ancho potesse, Che la uita abhorriua, il mondo, e 'l Sole: Cho. Si horribile è la faccia del peccato, Quasi ha in odio, e uorria fuggir sestessa: Dam: Indi si gloriò de la uendetta, Che hauea fornito. poi discorse alquanto Sopra i fratelli suoi, sopra i Baroni Di Battra, sopra il Re, sopra sestessa. Mentre cosi parlaua, à poco à poco Ne la faccia il color se le mutaua, Simile à l'arco nuncio de le pioggie. E ben la pioggia annunciata uenne. Cho. Colui, che d'alto loco à cader piega, Forz'è, che si precipiti, e discenda, Dam: Leuossi in piedi, e con disciolte chiome, Con occhi ardenti, che pareano uscirle Ad ogni lor riuolta, de la testa, Con urli disperati, horrendo aspetto, Quasi leon da cacciator ferito, Crollando il capo spesso, come fronda Mossa dal uento, à gir si pose errando, Per lo palagio frettolosa, incerta, Fera, ansiosa, e di furor ripiena. Nè lei sola capea tutta la casa. Come le donne in Delfo, che di Febo Rendono le risposte à chi le chiede. Ò qual fier austro, che sozzopra mette L'aria, la terra, e 'l mar, turbando il tutto. Cho. Ecco doue ti scorge, ò Berenice, Dam: Da spiriti, che' n lei fossero entrati Parea agitata, e con ombre nemiche, Non uedute da noi, parlaua spesso, Mostrando, che da loro era chiamata, Vengo, uengo, dicea, non mi trahete. Si che nessuno ardia d'auuicinarsi Per lungo spatio à lei, la qual si mosse, Come de la tre Furie tratta, e spinta, E corse ne la camera, in cui hoggi Dalida, e i figli ancise, oue trouando Il coltel, con cui fatto hauea il macello, Se gli auuentò, come si auuenta cane Digiuno à cibo, che giù d'alto pende, E con tenace man forte lo strinse, Tutto stillante anchor di caldo sangue. Cho. La giustitia di Dio santa, immortale, À cui non dia le meritate pene. Dam: Colma di rabbia, e forsennata à l'hora Quinci, e quindi rotatasi più uolte, Squarciò le uesti, e cominciò col ferro À lacerarsi, assai maggiore asprezza Vsando in se, che 'n Dalida non fece, Squarciandosi le membra ad uno ad uno, Come se non sentisse alcun dolore, Nè 'l caso punto appartenesse à lei. Dam: Uidi à l'hor cosa, cosa à l'hora uidi, E tutte l'altre anchor la uider meco, Le quai meco eran quiui, che non oso Dir, che mi par, che non mi fia creduta. Cho. Dilla pur Damigella, che sappiamo Ben quanto sei fedel ne le ambasciate. Dam: Vidi uisibilmente à l'hora morte, E un'altra, ò donna, ò Dea, ch'io non conosco, Le quai comparse innanzi à la Reina, L'aitauano, e incitauano à ferirsi, Finche rimase estinta. Cho: Ahimè, qualcosa Ne fai udir? Dam: Se doglia, se spauento Mi oppresse, e opprime anchor, pensatel uoi. Cho. Damigella, tu piangi, e ti lodiamo. Pur la Reina è stata di tal sorte In quest'ultimo fin, che non sappiamo, Come si possa pianger la sua morte. Dam: Dunque non piangerò colei, con cui Io son cresciuta insin da i teneri anni, Lo cui amor m'ha tratto d'India à Battra, E da Battra à l'Inferno ancho porrebbe Trarmi, s'io fossi certa di poterle Tener (com'ho tenuto) compagnia? Colei, che si propitia ogn'hor m'è stata, À cui stata son'io sempre si cara? Ma quando non uogliam de la Reina Pianger la morte, è forza, che piangiamo La uita nostra. Hor noi rimase siamo Donzelle, sole, e forse odiate, in preda D'huomini strani, che uorranno forse, Che noi, ò con l'honore, ò con la uita, Da la nostra signora al signor loro: È ben pur troppo uera, Che siam come agnellette in bocca à lupi, Ò quai candidi Cigni sotto 'l rostro De l'Aquila rapace. ouunque s'oda, Che serue state siam di Berenice, Sarem tosto scacciate. ahimè qual guida La nostra castitate. E se perder si dee, perdasi prima La uita, che l'honor d'assai più stima. Che à pietate di noi alcun mouiamo. Ò (se ciò non possiamo,) À trarne fuor di si infelice sorte. Apparecchiate stiamo, Ne uenga incontro, accinte ne ritroue. Eran de gli anni lor nel più bel fiore. Creduto haurian de la lor morte in fore. Però quei, che fin'hor ciechi dormiro, Aprano gli occhi, e stian per tal timore Tutti i giorni parati, e tutte l'hore. Nessun si fidi in forza, ò in età acerba, Quando cosa più certa Non potendo trouar di nostra morte, Non è de l'hora poi cosa più incerta:
Il fine
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