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| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
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Atto III, scena prima Consiglier: Candaule
Con: Poi che l'altezza uostra mi comanda Ch' i' dica il mio parer, che non mi è parso D'espor nel suo consiglio à la presenza De' suoi giudici, quando ell'ha proposto Di rifiutar la prima sposa, e torsi Le seconda; il dirò. non perch'io creda Più saggio esser di lei, nè de' suoi molti Giudici, mal il dirò per ubbidirla. Poi che forse in sua corte ella non haue Chi più la riuerisca, chi più l'ami, E chi sia de l'honor suo più geloso, Di questo uecchio, le cui chiome, bianche Sono assai men de la sua bianca fede. Il dirò anchor per dire 'l uer, di cui Si amico son, che tutto 'l sangue prima Comporterò, che de le uene m esca, Che m'esca de la lingua una bugia. (Se fuor del mio saper ciò non auuiene) E tanto più, che so quanto inchinata À seguir la ragion sia uostra Altezza. Che mai (ch'io sappia) opera fin qui non fece, Che dal mondo, ò dal ciel meriti biasmo. Ma se forse è pentita, e uuol, ch'io taccia. Tacerò ben. Can: Di pur, che l'ascoltarti M'è in ogni loco, e in ogni tempo caro: Con: Io dico, sir, che, nè legge diuina, Nè natural, nè humana ui consente Lasciar la prima, e prender altra moglie. Can: Come non me 'l consente? non sai dunque, Se 'l ripudio è concesso de le leggi? Con: Molti errori permettono le leggi Per ischifarne altri maggiori, e insieme Accommodarsi à la durezza humana. Non però, che'n rigore, in conscienza Presso il sommo Rettor, che 'l tutto uede. E de la intention giudica i falli, L'errore error non sia, s'aggiunge à questo, Che di quelle cagioni, onde 'l ripudio Suol colorirsi, alcuna in uoi non cade: Can: Non hai tu dunque la ragione udito, Che nel consiglio publico ho proposto, Che steril sendo la mia prima sposa, Io, perche resti un successor del Regno, Vo mutar questa in fertile consorte? Con: L'ho udita si. ma poi, con pace uostra (Se pur debba seguir) non l'ho approuata. Can: Per ritrar la tua mente, io ti richieggio. Però quanto il cor chiude, apra la lingua: Con: E se l'altra Consorte steril'anco Fosse, che fora? andar cosi mutando Di tempo in tempo? ma se quei del Regno, Cui, (non al Re) cotal pensier sourasta Del nouo successor, cura non hanno, Che tocca à uoi? mentre qua giù uiuete, Regnate uoi. dopo la morte uostra, Habbia chi resterà peso del resto: Se figli haurete, lor lasciate il Regno. Quando no. che u'importa? habbial chi uuole. Ma se Dio solo è quel che presta, e nega À maritati il bel don de la prole; E 'l giardino dou'ella si matura Rende à sua uoglia, ò sterile, ò fecondo; Il cercar d'hauer figli; e per hauerne Il lasciar una, e prender'altra moglie; Non è un opporsi, un gire incontro à Dio? Oltra di ciò nel maritaggio uostro, Non son passati anchor nè giunti gli anni, Che à la sterilità, l'esperienza Prescriue; e dir non si può anchor, che debba Steril sempre restar la sposa uostra: Più tardò la moglier di uostro zio À diuenir feconda. hauete almeno Voi altri un ben, che le infeconde mogli Piu ufficiose, e men superbe sono. Nè prole hauendo, tra la qual si sparga L'affettione, in uui tutta s'aduna. Ma, che sapete uoi quai figli habbiate À generare, ò generato haueste? Forse materia di tormento eterno. Ò quanto il buon Saturno, ò quanto il uecchio Priamo, ò quanto Terèo, quanto Thieste, Quando l'uno scacciato era di seggio, L'altro uedea la bella Troia accesa, Gli altri senthian l'abominosa cena, Douean bramar con gran martir d'hauere Condotto donna, quale ha uostra altezza. Se si hauessero à dar le mogli à proua; Ò la steriltà fosse peccato Volontario; il ripudio approuerei. Ma poi, che 'l matrimonio è sacro, e santo; E quei, che Dio congiunse, huom non po sciorre; Nè per consiglio, nè per opra humana, Senza il uoler celeste, fruttuoso Può farsi il campo de la nostra uita; Qual ne dà moglie il ciel, tener debbiamo. Ma chi ui accerta alfin, che à la mogliera Non imputhiate il uostro sol difetto? Can: Che mio non è il difetto assai son certo. Con: Poi che hauete cotesta esperienza, E già u'ho colto al passo, ou'io u'attesi, Temo ben, sir, che non pensier di Regno, Ma d'altra donna un nouo amor ui ponga Nel cor coteste indegne, e ingiuste uoglie. Il che se è uer, sappiate, che ned ella Mogliera à uoi, nè uoi marito à lei, Ma adulter'ella, e adulter uoi sarete. E à figli uostri d'adulterio nati La speme del Regnar troncata fia. Onde adempir non si potrà il desire, Che mostrate, che resti herede al Regno. Can: I nostri consiglieri ad uno ad uno, E tutti insieme con benigna, e giunta Aura di uoci, e di consensi uniti Secondan pur questa sentenza nostra. Perche tu sol la biasmi, e la condanni? Con: Troppo libero è forza, ò poco saggio, Che sia colui, che al suo signor ripugna. I uostri consiglier ui lodan quello, Che lodandoui san farui piacere, E facendo il contrario, addurui noia. Ma io, cui zelo ardente ange del uero, E de l'honor di uostra Maestade, Vo dirui il mio parer liberamente. I' uostri consiglieri approueranno A la uostra presenza il parer uostro, Ma lontani, biasmandoui in occolto, Diran tra lor quel, ch'io ui dico in faccia. Son tanti cuochi i uostri adulatori, Che condisconi i cibi, al uostro gusto Grati, e spesso à lo stomaco dannosi. Io, qual medico son, che medicine Amare à ber, propitie à la salute, (Benche spiacer n'habbiate) u'apparecchio. Can: Se non potessi il Prencipe à suo senno Mouersi, e uscir da i ceppi de le leggi; Ei non sarebbe Prencipe, ma seruo. Con: Anzi il Signor, che à senno suo trascorre, E dal sentier declina de le leggi; Non è Signor, ma de' suoi uitij seruo. Signor' è quel, che se medesmo prima, Poscia i uassalli suoi modera e regge. E quanto piu tien de potenza, tanto Men di licenza à se stesso concede. Can: La mogliera ubbidir deue al marito. E douendo ubidir, deue fuggire Dal letto marital, s'egli il comanda: Con: Confesso, che la moglie al suo marito Deue ubbidire, e 'l seruo al suo signore. Ma quando? quando son gli imperij giusti. Can: Hor conchiudi, s'à dire altro ti resta. Con: Restami à dir, che uoi con la Reina Faceste, e confermaste il maritaggio, Il qual, come da Dio fu istituito, Cosi è da lui guardato. e tosto, ò tardi, Chi rompe le sue leggi, acre gastiga. E che la fede è una, e ad una data, Non può ritorsi più per darsi à un'altra. Non u'esca de la mente, inuitto Sire, Che l'huom del uolgo uil, non che 'l signore, Non dè poi disuoler, quel che pria uolse: Ricordateui, Sir, che à la Reina Parte non manca d'animo, ò di corpo, Che à Reina eccellente si conuenga. Che ell'è qui peregrina, senza amici, Senza parenti, senza serui, senza Pur'un, che in così nouo, acerbo caso L'aiuti, la consigli, ò la conforti, Se la mancate uoi sua speme sola. Voi da le Regie sue paterne case, Dal grembo de la madre, de la braccia Del padre, da l'aspetto de' fratelli, Dal seruigio de serui, e de le ancille, E de la dolce patria la traheste Al Regno uostro, e prometteste à l'hora Di uiuerui con lei fino à la morte, Ella, ch'è d'India, di morir con uoi. Nè (fuor, che troppo amarui) alcuna colpa Credo, ch'ell'habbia contra uoi commesso, Animo hauete, e non ui scoppia il core? Doue n'andrà la misera, spogliata Di compagnia, d'honor, di stima, infame, Addolorata, disperata, senza Poter rimaritarsi, ò darsi morte, Se non uorrà col corpo uccider l'alma? Ma se l'amor, se la beltà, se tante Egregie qualità de la Reina; Se 'l conuersar con lei presso à sei anni, Se la fede, se 'l debito, se 'l giusto Romper non può (che pur douria potere Ciascun capo per se, non che in un tutti) Cotesta uostra si indurata mente; Rompanla i merti sommi di suo padre, Che già con tanto Amor, tanta pietade V'accolse, fauorì, soccorse, e prese Per suo genero à l'hor, che da i parenti Abbondonato, fuor del Regno uscito, Pouero, e lasso ricorreste à lui. È cotesto il condegno guidardone, Che d'un uostro si gran benefattore U'apparecchiate rendere à la figlia? Si raro benefcio s'appresenti Dinanzi à gli occhi ogn'hor di uostra Altezza. Ah Sir, l'ingratitudine è pur quella Che suol de la pietà seccar le fonti: Mirate alfin, che per un uan desio, Che per un gouanil folle appetito Non accendiate una guerra importante, Che ui dia più che far, che non uogliate. E color, che da giusto affetto mossi, Vi poser già ne la paterna sede, Tornino hor da giust'odio concitati, À cacciaruene, e facciano uendetta De la innocente lor cara sorella: Can: Chi uolesse temer quanto auuenire Può al mondo, mai non usciria di tema: Con: Ma non ui par, che Zoroastro, capo De' uostri precessor, fosse indouino. Di cotesto pensiero, e s'ingegnasse Tanti anni prima con tacita lingua Da uoi leuarlo? à l'hor, che pinger fece Nel palagio Real da stigij spirti Le donne Illustri, e gli huomini co i loro Nomi, famiglie, patrie, uolti, e gesti, Che fiano in ogni tempo, e in ogni clima (Fuor, che i Re, e le Reine Battriane, I quai, non so perche, por non ui fece) Doue tra l'altre nobili pitture Sapete esser dipinte le gran donne, Le quai (ben che infeconde) pur saranno À i lor mariti oltra ogni creder grate. Tra le quai quella u'è, che uoi, & io Mirar godendo, & ammirar sogliamo Si pesso, la Illustrissima ALESSANDRA, Non di Bologna pur sua patria pregio, Ma d'Italia, d'Europa, ò (come dice Lo scritto suo) di questo ampio hemispero. In matrimonio degnamente giunta Al glorioso, e gran Caualier VOLTA. La qual, quantunque steril, da lo sposo Fia sempre mai amata, e hauta cara À par de gli occhi proprij, à par de l'alma. Onde meriterà si bella coppia, Che la consoli il ciel con duo frutti almi, Tanto eccellenti più, quanto più tardi. ANTONIO l'un, che innanzi tutti gli altri N'andrà de la sua patria, e à par del padre Nel grado, ne la gloria, e ne' costumi. ORSINA l'altra, uera Orsa celeste, (Che tramontar, che errar non deue mai) D'ogni bella uirtù, d'ogni costume Real, d'ogni eccellenza, e d'ogni honore. Can: Non accade allegar cotesti essempij. Che la steril matrona farà tale, Tali, e tante saran le sue uirtuti. Tal la bellezza sua, tali i costumi, Che renderassi amabil fino à i marmi. E sarà degna, à cui corone d'altro, Che d'hedera, ò d'allor, d'argento, ò d'oro Sian poste in capo. e sarà Illustre tanto, Che fino i ciechi dal suo lume scorti Moueran di lontano ad inchinarla. Con: Io u'ho detto signor quel, che mi pare. Ma se tanto desio di prole hauete, (Che non basta al chirurgo aprir la piaga, E trarne il sangue putrido, e purgarla, Se non ui mette anchor l'empiastro sopra) Io ui darò un rimedio honesto, e grato. La legge, che lasciar la steril Donna (Se la sterilità uien pur da lei) Vi nega, ui dà poi ben libertate. (Ma però di consenso, e con licenza De la moglier) di torui à uostra scelta Una serua à uoi grata, di costumi Belli, d'honesto, e mediocre stato, De la qual generiate uno, ò duo figli, (Che però dopo uoi regnar non ponno) Poi di pari concordia con la moglie, Come uostri alleuarli, maritando La serua, sempre poi fida al marito. Can: Con diligente essamina più adagio Dentro uentilerò le tue ragioni. Ma leuianci di quì, che la donzella Veggio più cara, e fida à Berenice. Che forse ha udito la proposta mia, E manda à me costei, ma non uo udirla:
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