| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
|
|
|
Atto III, Sce. VI Candaule. Consigliere.
Can. Ò fede, oue ti troui? in qual riposto Angolo de la terra, in qual profondo Letto del mare, in che ciel sei nascosa, Che ricercare, e ritrouar ti possa? Con. Ò graue, ò grande sdegno il Re perturba. Quasi il fa uscir di se medesmo fuori. Io non uo gire à lui, nè oppormi à questo, Primiero impeto suo (se non mi chiede) Che se 'l raggio del Sole in duro oggetto S'incontra, onde riceua resistenza, L'ardor ristesso accoglie, e più s'infiamma: Can. Di chi fidarmi debbo più? del zio? Se 'l zio con ingiustissima rapina Vuol usurparsi il mo paterno regno? Di chi fidarmi debbo più? del padre? Se 'l padre anch'ei mi spoglia de lo stato, Per farne possessore il suo germano? Di chi debbo fidarmi? di quei serui, Che mi paion tra gli altri piu fedeli? E chi fedel più mi parea di quello, C'hor con si brutta, e dishonesta uece Mi ricambia gli honori, e i benefici', Che da me del continuo ha riccuto? Di chi debbo fidarmi? di chi haurebbe Ad esser più leal di tutto 'l resto, S'hora m'inganna, e de l'inganno gode? Hor non debbo fidarmi di nessuno: Con: l'oltraggio riceuto è un gran tiranno: Can: Ma ueggio à tempo il Consiglier. te solo Volea à punto, e non altri. Con. Eccomi, Sire. Che uuol da me l'Altezza uostra? Can. Voglio (Leuateui di quì uoi altri tutti) Che oda il più raro, il maggior tradimento, Che forse udissi à la tua uita mai. E uo, che di tua bocca hoggi confessi, E per non mai disdirtene conchiuda, Che non fù, che non è, che mai non fia Honestà tra le donne se non finta. E ch'ogni donna alfin, d'un'occhio solo S'appaga meglio, che d'un sol marito. Con: Deh non tagli cosi la falce ogni herba. Ma (uolendo) spianate, che è cotesto. Can: La moglie mia, la qual (quantunque io hauessi Proposto, per disio d'hauer figliuoli Legitimi, di far d'essa rifiuto) Era però da me credulo amata Quanto moglie, ò sorella amar si possa, E tenuta in quel grado, ch'ella merta, Anzi, ch'ella non merta; costei dico, Che monstraua di dar legge à Diana, E che poco anzi tu mi commendaui Per cosi affettionata, ed io 'l credeua; Ha mostro ad ambo duo, quant'era falso Nostro pensier, rompendomi la fede, E senza hauer riguardo al grado suo, Ai fratelli, al marito, à l'honestade, Il casto genial letto macchiando. Con: Ohimè, che intendo? Can: Intendi à punto il uero. Con: E chi è stato colui di tanto ardire, Chè sia con lei concorso à tanto oltraggio? Can: Colui, che men douea, colui, ch'io haurei Creduto men, che tu men forse credi. Il nostro fido secretario, quello Da me honorato, e fauorito tanto, Di cui non hauea alcun più caro in corte, A cui fidaua ogni mia cosa in mano, Da cui men, che da ogni altro anchor nemico, Io doueua aspettar simil mercede. Con. E chi u'apporta un cosi certo auiso? Can: L'antica mia fedel, saggia nutrice, Che per gouerno à l'impudica diedi, Che nel più alto palco de pelagio, Doue tutt' hoggi è stata sola, e intenta, À certi occolti sacrificij suoi, Non si apponendo alcun doue fosse ita, Trouandosi hora; gli hà ueduti insieme, Senza ch'ella da alcun sia stata uista. E per le stanze occolte è à me uenuta Ratto à farmi saper quanto io ti dico: Quando sperato io hauessi anchora insieme Corli; e fossi potuto andarui solo; Nè le serue di lei temuto hauessi, Che, uistomi lontan, fossero corse À rapportarle il mio uenir; nè in somma Temuto hauessi, che una subit'ira Mi hauesse tratto fuor del segno; io stesso Ito sarei la doue à si gran poste Si giocca del mio honor. Con: Fu buon consiglio. Can: Ma ti prometto ben, ma ben ti giuro, Ch' io uò, che qualche tragico scrittore Nei secoli auuenir ponga in iscena Vna noua Tragedia in sù l'essempio, Che al mondo io lascierò de la uendetta. Pure inanzi ch'io faccia altro disegno, Libero intender uoglio il tuo parere, Che uerace, e fedel conobbi sempre: Con: Quanto possa doler, duolmi l'oltraggio Fattoui da color, che'l douean meno. E se 'l sangue, ch'io serro in queste uene Fosse buono à lauar cotesta macchia, I' sarei pronto à spargerlo. ma poi Che non si puote; e uostra altezza intanto Mi chiede il mio parer, non come a saggio, Ma ben come à fedel debbo ubbidirla: La mia sentenza, Sire, innanzi ogni altra Cosa, è, che uoi da uoi scacciate ogn'ira, La qual turba dal fondo insino al sommo Il giudicio, e 'n maggior tempesta il moue, Che duo contrarij, e feri uenti il mare. Tra il forsennato, e l'adirato, è sola Differenza di tempo, che quel sempre Perseura, questo à tempo si rauede. E dal fin de lo sdegno il pentimento Principio prende. e come à l'hor, che scossa Da non ueduta man la terra trema, Rade uolte spirar fresca aura senti; Cosi nel cor mosso da sdegno, rade Volte giustitia temperata spira. Can: Dunque ti par, che ingiuria cosi atroce Non sia possente à far nascer lo sdegno, Se mai nato non fosse? non hà ogni huomo L'ira? e se questa ingiuria non l'accende In me, qual'altra uuoi, che ue l'accenda? Il sommo padre Gioue anch'ei s'adira, E uibra contra noi le sue saette. Con: Pose Natura in noi certo il fucile De l'ira. e chi non s'alterasse à i primi Moti, si mostreria di senso priuo. Ma come è proprio di Natura, l'ira Mouer, proprio è cosi de la ragione, Quetarla, anzi se l'huom non si turbasse, Non potremmo conoscer la prudenza Poi di fermar quei turbamenti primi. Ma come, chi si adira, human si mostra, Cosi quanto più tosto poi si placa, Tanto più ragioneuole si scopre: Can: Non che un Re com'io son, (che come deue Esser più riuerito e più temuto, Cosi più ad ogni ingiuria si risente) Ma qual de la più uile ignobil plebbe Ritroueresti, che à si graue oltraggio, Che arreca de l'honor perdita certa, E de la uita anchor dubbioso stato, Non uscisse da i termini, facendo Sopra l'infido seruo, e la rea donna, Crudele, anzi giustissima uendetta? Con: Per questo à punto, Sir, perche Re sete Ui consiglio à sgombrar da uoi lo sdegno, Che come in grado, in habito, in potenza Gli altri auanzate, così in intelletto (Che in ogni sua attion matura, e graue Prudenza serbi, e presti à gli altri essempio) Li douete auanzar. Se ui fù gloria Lo hauer già tanti ualorosi uinto, Hor uoi stesso, di tanti uincitore Vincendo, maggior gloria acquisterete. L'ira è una passion, che si fà seruo L'animo. in questa seruitù non cada Reale altezza, in tal foco non arda Di real maestate un cor diuino. De la fiamma, che abbrucia, quale, e quanta Sia, non curiàm, ma sol de la materia Abbruciata, s'è uile, ò pretiosa. Nè ui crediate alfin, che a uoi si spetti Far la uendetta. poiche non potete Essere insieme uoi giudice, e parte. Giustificar la uostra causa, à uoi Conuiene, a' uostri consiglieri il resto: Can: Hor fa stima, che m'habbiano i tuoi detti Spinto dal core ogni concetto sdegno, E segui in dimostrarmi il tuo consiglio. Con: Molte son le miserie de' mortali, Contra i cui tutti spessi colpi, à l'huomo (Che nome d'huomo ueramente merti) Farsi conuien de la uirtute scudo. Hora per ritrouar questa materia, Onde u'armiate subito, lasciando Altri lochi ricchissimi, giremo; De gli altrui pari essempij à la fucina. Perche (quatunque sia di biasmo degna Arte d'inuidioso, ò di maligno De le suenture altrui prender diletto) Pur da gli essempij altrui prendiamo luce, Nè 'l prenderla sconuiene, anzi rileua. Recateui per questo innanzi gli occhi Tanti possenti, e generosi regi, Le cui consorti adultere sprezzaro. La fede marital, bruttar l'honore. Con costor consigliateui, non meco, Che non con le parole, ma con l'opre Da uoi non punto differenti in grado, Vi mostreran qual debba darsi pena Da l'huom prudente à la impudica sposa. Ecco Minosse inuitto Re di Creta, E giudice implacabile d'Inferno, Di che supplicio parui, ch'ei punisca La mogliera, che à lui prepone un toro, E d'ambo confondendo il giunto seme, Concipe la biforme, indegna prole? Eccoui Menelao d'un Re fratello, Che non pur non offende la rea donna, Ma tutta Grecia moue, arma, e conduce A racquistarla, e racquistata poi, Più cara assai, che per l'adietro tienla. Ecco Theseo, che Fedra non affligge, E Tolomeo, che non la infida moglie Dissimulando, chiude gli occhi, e tace. Can: Come gli oltraggi lor s'habbian sofferto Gli altri, non so. so ben, che 'l mio mi preme, Nè premerebbe si, quando à me uguale Fosse almeno colui, c'hoggi m'offende. Mi colma il duolo il suo tant'esser uile, Onde contr'esso, e i discendenti suoi Ogni uendetta fia uile, e leggiera, Nè tal, che paghi pur picciola parte Di tanta colpa contra un Re commessa: Dunque un uil seruo, una sprezzata donna Hebber si poca tema, hebber si poca Riuerenza à la regia maestade? Con: Deh, Sir, uolgete gli occhi à le donzelle, Con uoto si tenace à Uesta sacre, Che dourebbon menar celesta uita. Pur nè queste, nè i loro amanti sono Da l'alta riuerenza di quel nume, Ò dal terror de la prescritta pena Si spauentati (anchor che i sacrilegi' Non possano celarsi à gli occhi eterni) Che non ardiscan profanar la pura, E diuina honestà sposata al cielo. Ricordiamoci appresso, che souente Un d'un'altro adulterio è giusta pena, Mentre colpa con colpa si ribatte. E però discorriam tacitamente, Gli interni testimonij essaminando Al proprio tribunal, se mai commesso Habbiamo contra alcuno, onde siam degni, Che alcuno hor paghi noi d'ingiuria pari. Perche ingiusto è lo sdegno di colui, Che si sdegna patir quel, che già fece. Ma quel, che altrui facciam, d'altri debbiamo Con ragione aspettar, ne fare altrui Quel, che à noi fatto ne parrebbe graue. Questa legge è si giusta, che li ingiusti Anchora son constretti ad approuarla. Ma noi licentiosi, e arditi troppo, Il dritto e 'l torto confondendo in uno, Altrui seueri, à noi stessi pietosi, Ingiustissimi giudici ogn'hor siamo. Miriamo anchor, se à romper fummo i primi La fe data, e douuta à le consorti. Perche uogliàm riscoter da la mogli Souente quel, che lor mai non prestammo? A noi stessi perdòn facil donando, À gli altrui falli agro supplicio diamo. E à noi medesmi permettendo il tutto, E 'l tutto altrui negando, dar sentenza, Impudici uogliàm di pudicitia. E sciolti da tutte le leggi trarsi Lasciamo à de nostre sfrenate uoglie. Ma se la donna pure un'occhio gira, Subito d'adulterio è fatta rea. Quasi che maggior fè debba al marito Seruar la moglie, che 'l marito à lei. L'amor, la fede, il debito in bilancia Pari fra i maritati ha da pesarsi. Ma per contrario auuien, che essempio, e scorta Siam noi à le mal'opre de le mogli. Et indi tutto 'l mal principio piglia, Donde più tosto hauer douea rimedio. De le donne è l'honor proprio, il confesso, Ma de gli huomini propria è la prudenza. Si che ogni error ne l'huomo è assai più graue, Come in quel, che dourebbe esser più saggio. Però conchiudo, che pietà, riguardo, Memoria, de la propria conscienza Si dè seruar ne la presente causa. Ma chi sa, che 'l ripudio hoggi proposto Da uoi, non habbia indotto la Reina A far proua s'è uostro, ò suo il difetto? Pur dentro à tanti mali eccoui un bene, Eccoui aperta unasecura strada Al diuortio, da uoi bramato tanto. Hor con la legge in man giudicheranno I uostri consiglier, che habbiate à farlo: Can: Dunque ti par, che questa infamia nostra Porre al giudicio, e publicar si debba? Con: Come d'altrui uirtù uenir ben puote E gioia, e utilità; dolore, e danno Può ben uenir, ma non infamia mai. Ma quanto al publicar di questo eccesso, Io dico, Sir, che uoi uolete farne Vendetta, ò no. se farla non uolete, Concordi siam, che stia la ingiuria ascosa. Pazzo colui, che ingiurie di tal sorte (Potendole celar) publica al mondo. Ma se uolete far uendetta, è forza. Signor, che questa sia publica, ò occolta. Se occolta è la uendetta, già uendetta Non sarà. uendicato io non mi tengo, Se colui, sopra il qual la pena cade, Non sa donde, e perche tal pena uenga. A uoi loda, à rei pena, à gli altri essempio Non porterà. Se anchor sarà secreta, Voi non potrete far (come douete, E la giustitia in ogni causa uuole) Proua d'intender prima à punto il uero. Se la uendetta è publica, conuiene Che si sappia, ò non sappia la cagione. Se non si sà, diran tutti à una uoce, Che per fare il diuortio, e per poterui Rimaritar, su la innocente donna Habbiate cotal biasmo indotto, e finto. Se la cagion saprasti, non fia meglio, Non fia più uostro honor, più infamia loro, Che dal consiglio uniuersal di Battra Siano i nocenti giudicati, e uoi Stiate da parte, e come Re prudente, Figlio de la ragion, Signor de l'ira, Col Re d'India, col Ciel, con tutto 'l mondo Giustificato ad aspettar sediate, Che ui sia in man l'occasione offerta Del ripudio, e che siate astretto à farlo? Can: Tocca à l'offeso uendicarsi, tocca Al Re solo punir tutti i nocenti. E mentre che 'l giudicio si fornisce, Vorresti, che gli adulteri, seguendo D'Egisto, e Clitennestra il noto essempio, Leuasser sè di tema, e me di uita? Con: Uoglio, Signor, che d'ambo ui guardiate, Anzi guardia facciate ad ambo porre. E che in tanto il Re d'India n'habbia auuiso, E la risposta sua si chieggia, e aspetti. E in questo mezo sopra tutto parmi, Che si debba cercar secretamente E con ogni possibil diligenza Di risaper la ueritade intera. Però, che 'l saggio Re prestàr ben deue Presta udienza, e facile, ma poi Difficile dee dar credenza, e tarda: Can: Hora tu anchor ti accerterai del uero. Ecco là il Secretario, che ne uiene Fuor del profano, e perfido ricetto, Tutto uago. facciam, che non ci ueggia.
|
Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License |