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| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
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Atto IIII, Scena I
Messo: Choro.
Mess: Terra, terra, che fai? perche non t'apri, Et allargata ampia apertura al basso Centro, inghiottendo questo albergo intero, Non lo trasmetti al più profondo Inferno? Dormitu forse, ò gran padre Tonante? Ò nel letargo accidioso, e pigro Sei caduto, onde t'habbia preso oblio De le cose mortali? ò manca il foco, Ò la materia al tuo feruido fabro Da batterti saette, onde punisca Questi si gran peccati? ò sono stanche Le braccia de' Ciclopi? ma se strali Non hai più, che non fendi un'altra uolta E del mare, e del ciel le cataratte, Chiamando un nouo, e gran diluuio d'acque, Che di macchie si brutte il mondo laui, Senza serbar Deucalioni, ò Pirre? Cho: Ò Dio, che grido strano Sento poco lontano. Mes: Attonito di ciò sol resto, come Il ciel possa coprir fatti si enormi, Sostenergli la terra, il Sol mirarli. Ahime, ch'io prouo in uan por freno al pianto, Che da gli occhi, e dal cor mi scoppia à forza. Cho: Se di coteste lacrime dal seme À qualche tempo lungo riso mieta, Ò Messo, fa, che noi anchor sappiamo, Qual cagion fera dal profondo petto Voci di tanto duol ti trahe. Mess: Deh donne, Perdonate di gratia à gli occhi uostri. Che uoi (se già non sete eguali à quella, Che ogni leonza innamorata, che ogni Tigre priua di figli pur'à l'hora Nati, di crudeltà si lascia à dietro) In si calda pietà in struggereste, Che periglio saria, non gli occhi in breue, E di luce, e d'humor restasson priui: Deh bramate più tosto d'esser sorde, Com'io prima hò bramato d'esser cieco, Per non udir quel, ch'io sforzato hò uisto. Cho: Se impetrar non possiam da te parole, Come inpetrerem fatti? e se d'un tristo Annuntio non uuoi esserne cortese, Come cortese ne sarai d'un buono? Però non ci tener più dubbie hormai. Mes: Se al dolce suon de l'amoroso Orfeo Accordato à gentil soaue canto, Le fiere, i tronchi, e i sassi à lui d'intorno Concorreuano à porsi di lontano; Io credo, che à i dogliosi accenti mei Fuggiran quinci l'insensate case, Quinci le torri, e i tempij fuggiranno. Pur dirò il tutto, e ui farò di horrore Gelar le uene, ed arricciar le chiome: Io credo, che ui sia la fraude nota, Con cui dal Secretario fù guidata, Qual vittima innocente al sacrificio, Dalida in Battra, e poi da Berenice Fintasi un'altra, nel palagio accolta. Cho: Ciò sappiamo, e di ciò temiamo solo. Mes: Non accade temer, poi che'l timore È sol de l'auuenir, non del passato: Poi ch'ambe entrar nel dispietato albergo, Berenice essortò Dalida, ch'ella Spogliata si ponesse dentro à un bagno, Che tepido per lei serbar facea. Cho: S'à tal principio corrisponde il fine, Cagion ueder non so donde ti doglia. Mes: Tra tanto fe rinchiuder quante Donne, E donzelle con Dalida uenute Erano à Battra in separate stanze, Doue anchor sono, & indi si ritrasse Col Secretario à parlamento occolto. Cho: Ahi, che questi è cagion di tutto 'l male. Ma forse mentre la infelice donna Da lui tradita piange, esso non ride. Mes: Dalida tutta ubbidiente, e presta D'acque lauata, e d'unguenti cospersa, Coperta sol d'un delicato manto, Si tornò à Berenice, che uenire À se la fece sotto specie, ch'ella Uolea mutarle ogni primiera uesta; E presentarla di più ricche, e belle, Perche più adorna comparisse fori: Siede nel più rimoto interno fondo Del gran palagio una terrena stanza, Cui rende 'l giorno una finestra sola. Questa fà chiuder' ancho Berenice. Poi fa, per non restar cosi à l'oscuro, Allumar molti torchi, e alquanti serui, Tra' quali er'io, fa star nascosi in loco, Donde girar non poteuamo gli occhi Senza mirar l'apparecchiata stanza. E questo fa, perche del nostro aiuto, Bisogno hauendo, usciamo ad aiutarla Subito al primo cenno, indi s'asside Con ambo i figli di Dalida in braccio Ad aspettarla. Ecco Dalida uiene, E ne la stanza entrata, poiche al mezo Giunge, ammirata de' notturni lumi S'arresta, e à torno tacita si mira. Comanda in tanto Berenice ad una De la serue, che à questo ha prima elette, Che la porta rinchiuda. à un'altra, ch'ella Il manto leui à Dalida, e le giunga Dopo la schiena le tenere mani Con dura fune, e nuda, come nacque, Fortemente la leghi, oue non possa Scuotersi punto. e à lei riuolta, segue: Dalida, questo è il loco, e questo è il tempo Doue, e quando à fornirsi han le tue nozze. Questi lumi funebri son le faci Maritali. mancandone le rose, I gigli, e i mirti, si userà il cipresso. Per honorarti io pronuba esser uoglio, Auspice fia Mercurio, e ti fia scorta Al letto genial con l'aurea uerga. Himeneo, che occupato è in altre imprese, Chiamato, in uece sua manderà Morte. Il nodo nuttial mandato ha innanzi, E già tu senti come forte stringa. Lo sposo, che t'aspetta questa sera È il gran Plutone. il bel purpureo manto, Che'n torno hai à portar, non è anchor tinto, Ma nel tuo sangue tingerasi hor'hora. Già la catena ti circonda il collo: La serue mentre accendon questo foco T'apparecchiano il letto maritale. Però disponti à le honorate nozze. Dà tosto il tuo consenso, e adempi lieta Quel, che adempir ti conuerrà poi trista. Cho: Dalida à tal parlar, qual dà risposta? Mes: Comincia tutta pallida, e tremante, Uestita di uergogna, e d'humiltade, A cercar, qual sua colpa la condanna. E à domandar perdòn. ma à un sordo scoglio Ragiona, ò al mar, quando più irato freme. I duo fanciulli suoi, piangendo, in tanto S'aggirano d'intorno à Berenice. Et un di quei la piccioletta palma In su 'l petto le ferma, e glielo bacia, Quasi ammollirlo, e riscaldarlo tenti. Con l'altra man fa uezzi al collo, e studia Chinar la testa à la Reina tanto, Che di si accenni, e à la madre perdoni. L'altro, che è il maschio, la picciola lingua, Che dice, che à la madre si perdoni, Con dolce forza, e con accorto modo Tenta indur tra le labbra à la Reina, Perche da quelle labbra escano poi Quei medesimi accenti di perdono. Cho: Non tornò Berenice à l'hora molle, Qual cera à specchio di rouenti fiamme? Mes: Stette com'Eschio antico, che discende Tanto col piè uerso 'l tartareo centro, Quanto al superno ciel s'erge col capo. Che, soffij Borea pur', soffij pur' Austro, Non crolla punto la robusta cima. Anzi à Dalida disse, che lasciasse I preghi à quella uolta. e se uolea Dir'altro anzi la morte fosse presta: Dalida, poi che uide la Reina Ferma seder nel suo proposto, disse. Signora mia, se pur sete si nuda Di pietà, come io son nuda di ueste; E si freddo, e si duro è il cor, ch'io prego, Come i sassi, ch'io premo; e con un'opra Medesma hauete di questa crudele Stanza, e de la pietà chiuse le porte; Hauendo fisso al tutto pur, ch'io mora; Perche sia giusta, la giustitia uostra Non dia senza processo almen sentenza. Fate s'io debbo sostener la pena, Ch'io intenda anchor la colpa. e sappia doue I' u'habbia offeso, anzi la morte mia. Poi douendo morir, morrò contenta: Se 'l padre mio ui offese, già non deue In me punirsi la paterna colpa. Cho: Che le rispose la reina? Mes: Io, disse, Altro non ti uo dir. uo che tu impari, Anzi (perche 'n te far non pò più frutto La disciplina mia) uo, che tu insegni À l'altre non leuare altrui gli sposi, Nè darsi in preda ad huom se nol conosce. E perche la persona del marito Non è più sua, ma de la moglie, io debbo À chi questa mi toglie, tor la uita: Dalida à l'hor meglio affisando gli occhi Nel uiso de la giouane Reina; E discorrendo le parole; accorta, (Ma tardi) de l'inganno di Candaule; Ah perfido, gridò, perche mentisti, À colei, che d'amar mostraui tanto, Come tua sposa, e che doueui almeno, Come propinqua amar? s'alcuna hauesti Cagion per trar di uita i mei parenti, Per tradir me già non ne hauesti alcuna. Nel mio palagio in solitaria uita Gioconda mi uiuea tra le mie donne. Tu mi turbasti la mia dolce pace. Che colpa ho io, meschina, se tu scali Lo mio giardin? se tu di me ti accendi, Se 'l nome, il sangue, lo stato mi celi, E mi costringi à far le uoglie tue? Hor tu ti stai gioioso, e non ascolti Le uoci de la tua misera, moglie Prima hauerei detto, hor più non posso dirlo A quel che intendo. Adultera, tradita, Misera, incauta nominar mi posso: Ahi Dalida infelice, come tutti S'accordano à ingannarti, il padre prima, Qual fiera tra la selue ti rilega. Ben promette di fartene uscir tosto. Ma t'inganna però. che 'l suo pensiero È sol d'hauerti sepellita uiua. Uien Candaule, e ti prende per isposa, Ma ti tradisce, hauendone qui un'altra, E' sol mira à spogliarti de l'honore. Il Secretario sotto finto nome Di nozze anch'ei t'inganna per condurti Fuor del palagio tuo ne le sue reti. E la Reina alfin, moglie à Candaule, Madre si finge per trarti di uita. Eccomi, s'altro inganno à far mi hauete. Dopo cotante fraudi vien la forza. Già ingannata da tutti, hora da tutti Abbandonata, piango: ma se udire La mia ragion in degnerete, spero Da uoi, Reina, hauer facil perdono: Io so la historia da principio à fine, Rispose Berenice, ma conchiudi, Che ò nocente, ò innocente hai à morire. Ti sono andata differendo alquanto La morte, perche tu, questa aspettando, Maggior pena sentissi, e perche godo Assai, che tu conosca, e che tu pianga Le tue miserie, ma perche porrebbe Questo tanto indugiar di man leuarmi La desiata, e prossima uendetta; (Che non possiamo assicurarci mai Di douere assaggiar l'humor de l'uua, Benche presso le labbra habbiamo il uaso, Finche assaggiato non l'habbiam) risoluo Di non più differir. uo, che'n mia uece Tu uadi à far Proserpina gelosa: Dalida à l'hora, al cielo alzando gli occhi, Gli occhi, perche le man fune empia lega, Già desperata del suo scampo in tutto, Moue col Re del ciel queste parole: Giioue, se cura hai de le cose humane, Mira la mia innocenza, mira s'io Peccai, e s'io peccai, quella tua mano Vendicatrice non me lasci uiua Un'hora, un punto. ma se fuor di colpa Io son, difendi tu la causa mia. Ma pur se cosi 'l fato statuisce Ch' io mi parta da questa di miserie Profonda ualle, che si chiama uita, À te del tutto padre uniuersale Ch'orfani rimarran, mendici, in odio À ciascun, priui d'ogni aiuto humano, Senza saper discernere il lor bene. E uoi reina, de medesmo io prego. Però, che s'io peccai, (ma non peccai) Sò certo, che quei semplici agnelletti, Quella innocente, e delicata etade Peccar non ha potuto di cinque anni Contra uoi. E se 'l giungermi à Candaule Fu fallo, il fallo auenne, anziche quelli Nasceresso. se uoi sete anchor madre, Fate lor quel medesmo, che uorreste, Che à' uostri à simil termini condotti Si facesse. E se anchor non sete madre, Habbiateli per uostri. E se per figli Sdegnate hauerli, habbiateli per serui. E se 'l reo dal carnefice giamai Ottenne gratia, i' chieggo questa estrema, Che quinci sian portati i figli mei In altra parte, acciò che la lor uista Non mi sia ne la morte, un'altra morte: Uoi dopo me restando, amati figli, Seruite ubbidienti à la Reina, Che ui fia miglior madre assai, che questa Suenturata. e già accorti ue ne sete. Candaule infido, in pace, in gioia resta, Ch'io nel mi' fior più uer de me ne uado: E se ben tu due uolte m'hai tradita; E se ben del tuo error port'io la pena; Non però posso odiarti, anzi desio Quanto la uita mia, di te la uista Prima ch'io per te muoia: padre prendi Gioia del mio martir. perche al tuo impero Ribelle fui: la tua lacerat'ombra Goda, e à questo spettacolo apra gli occhi. Cho: Non ritrouò la supplice fanciulla Pietade à l'hor nel cor de la Reina? Mes: La pietà ui trouò, che hauria trouato Nel colosso del Sol rizzato in Rhodi: Anzi le disse irata più che mai La Reina, Io uò, Dalida, maggiore Farti la gratia anchor, che non mi chiedi E perche possi andar più consolata A l'altra uita; e non habbi sospetto De' figliuoli, che restino pupilli; Voglio mandarli innanzi ad aspettarti. Quando una pianta ria dal piè si tronca, Non ui si dè lasciar rampollo alcuno, Ond'ella germogliar possa di nouo. Cho: Messo, perche ti fermi Nel mezo del parlar? che ascolti, ò miri? Turbati forse il pianto, od i sospiri? Mes: Non uedete la grande horribl'ombra Sorta quà sù de le tartaree riue, Che'n fier sembiante là n'ascolta, e guata? Cho: La ueggiam noi anchor: ma che chied'ella? Perche si mostra si feroce in uista? Lo spauento n'agghiaccia, e 'l duol n'attrista:
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