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| Luigi Groto La Dalida IntraText CT - Lettura del testo |
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Atto V. Scena I. Candaule. Berenice. Choro.
Can: Occhi mei, che uedete? Ahimè, ch'è questo? Ber: Di tue scelerità picciola pena. Can: Ò suenturato me. Ber: Vendetta lieue Di graue torto. Can: Ò me misero. Ber: Pegni De le tue nozze. Can: Ò mie speranze uane. Ber: La tua nouella sposa, e i cari figli. Can: Che faccio al mondo più? Ber: Non li conosci? Can: Ahimè Dalida mia, ahimè figliuoli, Ahimè, ahimè mia cara sposa, ahi figli. Ber: Abbraccia i figli homai, la sposa abbraccia: Cho: O spettacol dolente, Ecco il Re nostro col gran piatto in mano, Oue son le tre teste, Che li cauan dal cor uoci si meste. Can: Qual man pietosa uiene à trarmi gli occhi? Ber: Io uorrei, che n'hauessi quanti hebb'Argo. Can: Ò uolti, come 'l uolto mio rendete Più scolorito, e pallido di uoi. Ber: Ti solean pur leuar quei uolti stessi Nel uederli ogni noia. hor donde auuiene, C'hora causano in te diuerso effetto? Can: Doueano i figli almen mouer pietate. Ber: Non ponno insieme star pietate, e sdegno. Can: Chi offender mè uolea, Perche uoi figli offese? Ber: Se i figli offesi non, tu perche piangi? Can: Sono accorato da la uostra morte. Ber: Però li fei morir per accorarti. Can: Ah scelerata, hor la cagione intendo, Perche ti hai data al Secretario in preda, Acciò che in guiderdon ti desse in mano Questi mei cari. e anchor non ti uergogni Goder del sozzo acquisto, e anchor mostrarlo, E alzare al ciel la faccia, che douresti Esserti già sepolta uiua. anzi io Dourei già di mia mano hauerlo fatto. Ma pensier più possente à se mi chiama: Ahimè sposa, ahimè figli, Ahimè figli, ahimè sposa. Ber: Non fia lecito à me quel, che à te lece? Tu mi fosti maestro. la uendetta Mi bisognò comprare à si gran prezzo, Che à maggior prezzo anchor comprato haurei. L'offesa insegna offendere. à gli iniqui Esser debbiamo iniqui. tal raccogli Qual seminasti. e quel che fai, aspetti. Il matrimonio dal ripudio è sciolto. C'hor mi facci morir non mi fia graue Punto, graue mi fora s'io morissi Innanzi la tua moglie, e i figli tuoi, De le cui teste (hor mia mercè) l'aspetto Godi, e per si bel don gratie non rendi. Can: Ma il resto de le membra ou'hai riposto Empia furia infernal? l'hai date forse In preda à gli auoltoi, à i lupi, ò à i cani? Ber: À peggiore animal di quanti hai detto. Can: Nè peggior' animal di te si troua. Ber: Hò dato lor dignissimo sepolcro, E tal, che ten puoi dir pago, e satollo, Anzi puoi riputar d'hauerle in braccio. Non è degno sepolcro il uentre tuo? Non fù il palagio mio degna cucina De le lor membra? non fur queste mani Di si giusto macel ministre degne? Can: Ò scelerata etade, ò infetto sesso Feminile, ò uiuande mostruose. Io stesso hò diourato de' miei figli Dunque le carni, anzi le mie medesme? Ber: Sò che affamato eri di carne humana, E che per non n'hauer, la mia cercaui. Onde pascerti prima de le tue Uolsi, che ti pascessi de le mie. Sò, che di sangue humano haueui sete. Però di questo, fei temprarti il uino. Can: Ò notte, mira l'essacrabil cena, (Se di mirarla pur tua uista soffre) E fà poi, fede à i secoli futuri, Se maggior crudeltà mirasti mai. Ber: Sò, che la sposa, e sò, che i cari figli Teco bramaui in corte. ou' io gli hò messi Teco, e congionti in modo, che più mai Tor non te li potrà giorno auuenire. Can: Quest'è la pena ahimè, quest'è l'angoscia Ahimè, con che lo stomaco si sforza Da se cacciar l'abomineuol cibo. Hor s'io uo sepellire i figli mei, Mi conuien sepellir me stesso uiuo. S'io uoglio de la sposa ardere il rogo, Conuiemmi arder me stesso, e com'io arsi Già in lei, far, ch'ella in me misero hor'arda. Ber: Debita à punto à' uostri falli pena. Can: Poi che non donna sei, ma sei Megera Venuta à tormentar l'anime al mondo, Troua il ferro, con che hai la madre ucciso, E col medesmo, anchor tinto, compisci D'uccider' ancho l'infelice padre, Anzi non padre più, ma si infelice. Come amor ne ferì d'un dardo stesso, D'un medesmo coltel tu ne percoti. E se pur sei del crudo ufficio stanca, Porgilo à me, che di mia man l'adopri. Ber: Nè 'l ferro, nè la mano oprar conuienti. Il uelen, ch'io pietosa del tuo male Tra le foglie celai de la corona, Ch'io posi, e lacerai dentro à la coppa, In cui beueui; il uelen regio dico, Incontro à cui non ual rimedio humano; Ti manderà con dolce morte appresso La pianta sposa, ei sospirati figli. Can: Ben di ciò ti ringratio. Poiche senz'opra, e senza colpa mia, Andrò doue andar bramo. Ma non creder però, che per tal dono Io ti resti obligato. Già la mercè ti hò dato Con medesmo uelen, con simil'arte, Nel punto stesso anch'io, Si che à par mi uerrai sotterra, ò dietro. Cho: O giudicij del cielo, ò usanze, ò tempi, Quando auuerrà mai più caso si nouo, Che duo tra lor, s'ingannino ad un'hora Con fraude à punto eguale? Che quel che l'un dà à l'altro, ei prenda à l'hora, Che ciascun sia il tradito, e 'l traditore, E che la pena sia pari à l'errore. Che ciascun col suo essempio uccida, e pera. Vedi amor di marito, e di mogliera. Can: Non ti pensar di rimanere in uita Dopo me lungo tempo, nè di starti Col tuo adultero già priuo di questa Luce, che indegnamente ei rimiraua: Quelle man, che l'honor mio profanaro Tronche son da le braccia. quella lingua, Che aperse i mei secreti, hora si tace, Dal suo loco diuelta. Quegli occhi, che al mio honore hebber si poco Riguardo, tratti son da i cerchi loro. Quel capo, in cui si consigliò l'inganno Contra il suo Re, dal corpo già reciso Si disegnaua in dono a te. ma hora Di darlo mi uergogno, Già dal tuo dono preuenuto, e uinto. Cho: Ò somma nouitate, Come in tutti i pensier, l'opre, e le uoglie Riscontrando si uan marito e moglie: Donne seguite la Reina uostra, Che à gir dentro s'affretta, Mostrando apparecchiar noua uendetta. Can: Re di Battra infelice, Pur mo da tutti riuerito, hor sei Cosi sol, che non hai Pur' un, che pianga teco Ne' tuoi estremi guai. Cho. Signor, non ui dolete, Che da quì innanzi haurete Conforto, ò compagnia ne l'aspre pene Dal uostro Consiglier, che à uoi ne uiene.
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