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Luigi Groto
La Dalida

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  • Atto V. Scena III et ultima. Damigella. Choro.
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Atto V. Scena III et ultima.

Damigella. Choro.

 

Dam: Donne, scoppiate in un si aperto pianto,

Che la nostra Reina,

Dal secolo partita,

Fin ne l'Inferno l'oda.

Cho. Dunque ella è morta? Da: Io, lassa, con questi occhi,

E con mio gran martire

L'ho ueduta morire.

Cho. Deh fa, che quel, che à te mostrò la uista,

À noi mostri l'udito, aprine il modo,

Com'ella uscita è del terrestre nodo:

Dam: Poi ch'entrò nel palagio, io la pregai

(De la salute sua tenera, quanto

Conuiensi à serua affettionata, e fida)

Che rimedij tentasse

Contra 'l succo letal, che hauea beuto.

Ella rispose, che 'l uelen reale

Senza dubbio era tale,

Ch'ogni rimedio humano

Era souerchio, e uano.

E che, quando riparo ancho ui fosse,

Era già del suo corpo insignorito

Si, ch'era già perduta ogni speranza.

Ma che, quando saluarsi ancho potesse,

Saluar non si uolea.

Che la uita abhorriua, il mondo, e 'l Sole:

Cho. Si horribile è la faccia del peccato,

Che l'alma, dou'è impressa,

Quasi ha in odio, e uorria fuggir sestessa:

Dam: Indi si gloriò de la uendetta,

Che hauea fornito. poi discorse alquanto

Sopra i fratelli suoi, sopra i Baroni

Di Battra, sopra il Re, sopra sestessa.

Mentre cosi parlaua, à poco à poco

Se le gonfiauan gli occhi,

Se la alteraua il petto,

Ne la faccia il color se le mutaua,

Simile à l'arco nuncio de le pioggie.

E ben la pioggia annunciata uenne.

Cho. Colui, che d'alto loco à cader piega,

Forz'è, che si precipiti, e discenda,

Finche ritroui il fondo:

Dam: Leuossi in piedi, e con disciolte chiome,

Con occhi ardenti, che pareano uscirle

Ad ogni lor riuolta, de la testa,

Con urli disperati, horrendo aspetto,

Quasi leon da cacciator ferito,

Crollando il capo spesso, come fronda

Mossa dal uento, à gir si pose errando,

Per lo palagio frettolosa, incerta,

Fera, ansiosa, e di furor ripiena.

Nè lei sola capea tutta la casa.

Come le donne in Delfo, che di Febo

Rendono le risposte à chi le chiede.

Ò qual fier austro, che sozzopra mette

L'aria, la terra, e 'l mar, turbando il tutto.

Cho. Ecco doue ti scorge, ò Berenice,

Lo tuo sdegno infelice.

Dam: Da spiriti, che' n lei fossero entrati

Parea agitata, e con ombre nemiche,

Non uedute da noi, parlaua spesso,

Mostrando, che da loro era chiamata,

E tirata à le riue di Cocito:

Vengo, uengo, dicea, non mi trahete.

Si che nessuno ardia d'auuicinarsi

Per lungo spatio à lei, la qual si mosse,

Come de la tre Furie tratta, e spinta,

E corse ne la camera, in cui hoggi

Dalida, e i figli ancise, oue trouando

Il coltel, con cui fatto hauea il macello,

Se gli auuentò, come si auuenta cane

Digiuno à cibo, che giù d'alto pende,

E con tenace man forte lo strinse,

Tutto stillante anchor di caldo sangue.

Cho. La giustitia di Dio santa, immortale,

Come premia ogni bene,

Cosi non lascia male,

À cui non dia le meritate pene.

Dam: Colma di rabbia, e forsennata à l'hora

Quinci, e quindi rotatasi più uolte,

Squarciò le uesti, e cominciò col ferro

À lacerarsi, assai maggiore asprezza

Vsando in se, che 'n Dalida non fece,

Squarciandosi le membra ad uno ad uno,

Come se non sentisse alcun dolore,

Nè 'l caso punto appartenesse à lei.

Cho. Ò misera Reina,

Chi mai creduto haurebbe

Cotesta tua si subita ruina?

Dam: Uidi à l'hor cosa, cosa à l'hora uidi,

E tutte l'altre anchor la uider meco,

Le quai meco eran quiui, che non oso

Dir, che mi par, che non mi fia creduta.

Cho. Dilla pur Damigella, che sappiamo

Ben quanto sei fedel ne le ambasciate.

Dam: Vidi uisibilmente à l'hora morte,

E un'altra, ò donna, ò Dea, ch'io non conosco,

Le quai comparse innanzi à la Reina,

L'aitauano, e incitauano à ferirsi,

Finche rimase estinta. Cho: Ahimè, qualcosa

Ne fai udir? Dam: Se doglia, se spauento

Mi oppresse, e opprime anchor, pensatel uoi.

Cho. Damigella, tu piangi, e ti lodiamo.

Pur la Reina è stata di tal sorte

In quest'ultimo fin, che non sappiamo,

Come si possa pianger la sua morte.

Dam: Dunque non piangerò colei, con cui

Io son cresciuta insin da i teneri anni,

Lo cui amor m'ha tratto d'India à Battra,

E da Battra à l'Inferno ancho porrebbe

Trarmi, s'io fossi certa di poterle

Tener (com'ho tenuto) compagnia?

Colei, che si propitia ogn'hor m'è stata,

À cui stata son'io sempre si cara?

Ma quando non uogliam de la Reina

Pianger la morte, è forza, che piangiamo

La uita nostra. Hor noi rimase siamo

Donzelle, sole, e forse odiate, in preda

D'huomini strani, che uorranno forse,

Che noi, ò con l'honore, ò con la uita,

Paghiam la morte data

Da la nostra signora al signor loro:

Cho. Quest'ultima ragione

È ben pur troppo uera,

Che siam come agnellette in bocca à lupi,

Ò quai candidi Cigni sotto 'l rostro

De l'Aquila rapace. ouunque s'oda,

Che serue state siam di Berenice,

Sarem tosto scacciate. ahimè qual guida

Pietosa n'accompagna

Al nostro bel paese,

Che 'l chiaro Gange bagna?

Ò Diana, ò Minerua conseruate

La nostra castitate.

E se perder si dee, perdasi prima

La uita, che l'honor d'assai più stima.

Dam: Però tanto piangiamo,

Che à pietate di noi alcun mouiamo.

Ò (se ciò non possiamo,)

Si moua almen la morte

À trarne fuor di si infelice sorte.

Cho. Poi ch'ogni nostra speme

Ne la morte poniamo,

Apparecchiate stiamo,

Acciò che quando, e doue

Ne uenga incontro, accinte ne ritroue.

Questi, c'hoggi periro

Eran de gli anni lor nel più bel fiore.

Onde ogni caso diro

Creduto haurian de la lor morte in fore.

Però quei, che fin'hor ciechi dormiro,

Aprano gli occhi, e stian per tal timore

Tutti i giorni parati, e tutte l'hore.

Nessun si fidi in forza, ò in età acerba,

Ò in dignità superba,

Quando cosa più certa

Non potendo trouar di nostra morte,

Non è de l'hora poi cosa più incerta:

 

Il fine

 

 




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