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I. Quattro bugie di un Consigliere Comunale
Nous nous
persuadons quelquefois de nos propres mensonges, pour n'en avoir pas le
démenti; et nous nous trompons nous-mêmes, pour tromper les autres.
Vauvenargues
Bell'uso il
nostro di dir bianco quando pensiamo nero, e nero quando pensiamo rosso; di
mentire tutti, sempre, da mane a sera, imperturbatamente, su qualunque
proposito, per diletto od abitudine, anche se le bugie nulla giovano! Per lo
più, senza mala fede; anzi, come notò quell'arguto francese, ci persuadiamo delle
nostre menzogne per intolleranza di mentite, ed infinocchiamo noi stessi, per
infinocchiar poi meglio gli altri. Somigliamo tutti al Duca di Bassano, del
quale il Talleyrand diceva, praticar egli così male la massima diplomatica di sempre
ingannare senza mai mentire, che invece mentiva sempre senza ingannar
mai. Quest'uso ci fa provare ne' colloquî le soddisfazioni stesse d'amor
proprio, che nell'interpretar logògrifi, sciarade o rebus: ogni poco la nostra
vanità ci complimenta, per non esserci lasciati accalappiare dall'ipocrisia
degli altri, indovinando il senso schietto delle false parole. Davvero, se per
un presupposto assurdo, gli uomini, snaturandosi, diventassero sinceri,
realizzerebbero la favola della torre di Babele: non ci s'intenderebbe più, proseguendo
tuttavia nell'interpretare a rovescio le chiacchiere de' nostri cari simili. O
che non si trovi gente franca? Come no! ma di quella soprattutto non ti fidare.
Dicono il vero, acciò non si creda, acciò si ritenga per falso; oppure
unicamente per acquistar credito: quando occorrerà loro di mentire, potranno
poi farlo con profitto ed ingannare. Così pure un negoziante, che si apparecchi
a qualche bancarotta fraudolenta, esagera gli scrupoli e la delicatezza: sennò
come attirar molti capitali? soltanto il galantuomo può truffare; del mariuolo
notorio tutti diffidano. La sincerità non differisce in questo dalle altre
virtù; rarissimo che qualche amante platonico del buono la eserciti per sé
stessa. L'ha detto così bene Beroaldo di Verville! «Sì certo, c'è gente, che ha
coscienza: ma come? Badate attentamente, e scoprirete, che... che se non è
sciocchezza, accomoda loro. Sicché pietà, santità, giustizia, elemosina ed
altrettali virtù od azioni, che ne dipendono, son praticate per desiderio
d'ottenere qualche vantaggio, come velo d'ipocrisia» (Art de parvenir, CVI).
Ho affermato,
che si suole mentire disinteressatamente, senza malizia e senza scopo, da'
migliori. Per esempio... conoscete lo Squillacciotti? «Quale degli
Squillacciotti? Mimì?» Domenico appunto; quel bel giovane alto, bruno, che da
cinque o sei anni disimpegna con tanta solerzia parecchi uffici pubblici
gratuiti, e specialmente quello di Consiglier Comunale. Sapete quante ne
sballa, lui! «Chêh! Lo Squillacciotti, così franco, così leale? pare impossibile!»
Impossibile ancorché vero, neh? Quando dico una cosa io! Conosco Napoli mia a
palmo a palmo, ad uomo ad uomo. Mimì Squillacciotti è il maggior bugiardo,
ch'io mi sappia. Per esempio, fra' tanti paradossi, che spiffera agli amici,
egli suol anche giurare: che le biondine gli riescono antipatiche; che le
fanciulle lo han sempre nauseato, mentre pe' costumi italiani, l'amore può solo
concepirsi nella e con la donna maritata; che egli non comprende come uno possa
appassionarsi per femmina idealmente bella; che egli ritiene quali spiritose
invenzioni tutte le storie d'innamoramenti repentini... Ebbene, giurando tutte
queste cose mentisce; e sì, che niente al mondo l'obbliga a declamarle, e
ch'egli si delizia a ragionarle. Né di mentire io gli fo colpa; Seneca
m'insegna, che: iniquus autem est qui commune vitium singulis obiecit;
narro, non giudico.
Una mattina,
asciolvevamo in parecchi, tutti amiconi e capiscarichi; e lo Squillacciotti,
non so più a qual proposito, disse così: «Le passioni spuntano e germogliano
lentamente assai nel cuore umano, come le piante nel suolo; e come queste
appunto, sono tanto più saldamente radicate nell'animo, quanto più tempo
impiegarono a radicarsi. Gl'invaghimenti subitanei, fulminei, esistono solo
nelle invenzioni de' poeti; quando invece nella pratica della vita, vediamo
l'amore essere frutto della lunga consuetudine. Questa è lo stillicidio, che
incava il macigno, sul quale si smusserebbe o spezzerebbe Balisarda stessa.
Convivendo, frequentandosi, a poco a poco s'acquistano mille bisogni comuni;
vincoli tenaci di memorie, d'abitudini, di pensieri, d'interessi, ti
allacciano, senza che te ne avvegga, a quella persona, sì che non sai più farne
a meno. Avendo obbliato un pezzo il resto del mondo accanto a lei, ora il vasto
mondo ti spaventa e torni a lei, come l'uccellino, che dopo lunga prigionia non
sa più avvalersi della libertà, anzi rientra volontariamente nella gabbia. Se
amore significa desiderio d'una persona e d'ogni sua parte, come può sorgere
questo pieno desiderio, quando s'ignora gran numero di quelle parti?»
Un giorno,
facendo non so che scampagnata, capitammo a pranzo sul Vomero in lieta brigata;
e, caduto il discorso sulle prossime nozze d'un nostro compagno, il quale si
pretendeva innamorato, indispettendosi che non volessimo credergli punto punto,
lo Squillacciotti parlò press'a poco così: «Qual'è il miglior amore, o più
esattamente, l'unico amore possibile in Italia? L'adulterio: e vel dimostro. In
quattro condizioni può trovarsi la donna: o sarà fanciulla, o vedova, o
pubblica, o maritata; di qui non s'esce, altri stati non vi sono. Vediamo in
quale stato possa meglio amare ed amarsi. La fanciulla pensa a collocarsi, a
trovare un buon partito, ad uscire dalla dipendenza della casa paterna, ad
acquistare quella personalità, che solo il matrimonio può darle; non vuole
amanti, anzi pretendenti; non fa alle compagne la storia delle sue passioni,
anzi il racconto de' matrimonî, che le sono usciti, delle occasioni che
ha avute. Quindi sta sempre come un cacciatore in agguato. Simula e dissimula. Le opinioni, i gesti,
le virtù, le parole, il carattere suo, tutto è convenzionale. Del resto, non
hai l'agio di trattarla con quella confidenza ed assiduità, che ti
permetterebbero di riconoscere la fisonomia sotto la maschera. E spesso, non
c'è fisonomia: l'ignoranza e la soggezione, in cui l'hanno educata, ne hanno
compresso ed impacciato lo svolgimento morale; atrofizzano in lei la passione.
La vedova ha più valore: conosce il mondo, comprende gli affetti, sente; ma, per
lo più, medita anche essa di risituarsi, e sarà capace di conculcare gli
affetti vostri ed i proprî per asseguir codesto bello scopo; o, se vi fa delle
concessioni amorose, le limita, le subordina alla cura di tanti riguardi,
all'apparenza, alla riputazione. La cortigiana, quella non ha riguardi quando
ti vuol bene, e lusinga altamente la tua vanità, poiché in piena cognizione di
causa antepone te solo a tutto il pubblico. Poi non ha imposture; Orazio Flacco
l'ha detto in versi bellissimi: mercem sine fucis gestat. Ma è malsicura
e mutabile; non t'offre alcuna guarentigia di costanza; accanto a lei, sei
consumato da gelosia (se non altro retrospettiva ed indeterminata, che mi
sembrano le due peggiori forme della gelosia), anche quando lei non ti dà alcun
appiglio. Inoltre arrossisci d'amarla e d'esserne riamato; ti senti ridicolo;
la disprezzi; ti disprezzi di amarla. E quell'amore e quella gelosia ti
corrodono il cuore, simili a due ulcere infami, dalle quali ti lasceresti
mangiare le carni, per non aver l'umiliazione di mostrarle al chirurgo, di
raccontargliene l'origine. Rimane la donna altrui: essa ti ama
disinteressatamente; da te non può chiedere, desiderare o sperare se non
corrispondenza d'affetto; quest'unico contraccambio vuole, non altro. Conscia bene
di quel, che si è l'amore, ti antepone agli altri corteggiatori, ti antepone al
marito. È sicura, perché i nostri costumi rendono i legami di questo genere
patti d'onore, come l'obbligo di pagare i debiti di giuoco; si sacrifica, si
compromette per te; arrischia la pace e la tranquillità, e spesso la vita,
sempre che ti accorda un quarto d'ora di piacere... Ed ora, ditemi voi: quale
preferireste di queste quattro donne, di questi quattro amori?»
Una sera,
formavamo un crocchio nel Gran Caffè, quando entrò e traversò la sala,
in cui stavamo, una bellissima e notissima signora romana, boccone da Re,
appoggiandosi al braccio di un zerbinotto, e seguita da un codazzo di
cascamorti. Tutti ci volgemmo a guardarla e poi a sospirare: e lo
Squillacciotti, dopo averci cuculiati un pezzo, facendosi serio, parlò in
questa forma: «Non mi capacito come una bellezza, simile a questa, perfetta per
ogni verso, senza macchia, senza neo, possa destare concupiscenza materiale ed
amore. Io non mi sentirei buono se non ad ammirarla come un qualunque
capolavoro artistico. La compitezza mi agghiaccia. Chi nol sa? nella donna
amata, ciò che più ci fa travedere, sono i difetti; il zoppicare della
Vallière, l'occhio guercio della duchessa d'Albany! Il vivere è anomalia,
irregolarità, mancanza; dove tutto è regolare, normale, compiuto, mi aggiro fra
le astrazioni: ho da fare con un tipo, e non più con un individuo. Il volermi
appropriare una donna bella come l'Elena di Omero o come costei, mi sembrerebbe
un'ambizione di egoismo insulso, quasi il pretendere a qualche dritto esclusivo
sulla luce del sole, o sopra un'altra ricchezza gratuita ed universale. E
cortesia fu lei esser villano, direbbe Dante. Il voltarsi e fermarsi quando
passa; il codiarla lunga e desiosamente; il rimanere lì incantato sotto le
finestre, alle quali si affaccia; il piantarsi innanzi alle vetrine delle
botteghe, nelle quali entra; il fissarle l'occhialino addosso, durante una
intera recita dell'Affricana; insomma le manifestazioni della curiosità
e dell'ammirazione: verso ogni altra, sarebbero indescretezza, offese
imperdonabili; verso lei, debbono scusarsi ed ammettersi anche dal marito,
dall'amante più permaloso. Non mi va! La donna, che amo io, che mi ama me, deve
esserci solo per me. Poi la bellissima diventa naturalmente civetta: vuole
incenso, incenso, come le divinità; come queste, splende per tutti; qualunque
sia lo adoratore, è gradita l'adorazione. E poi, non l'è ignoto, che, se ti
perde, potrà surrogarti subitissimo, agevolmente ed in meglio; ti predilige, ma
fai numero nella sua corte. Ma la bruttina invece ama in te l'amante e l'amore;
sa, che mal ti potrebbe surrogare; ti è riconoscente d'averla prescelta,
riconoscentissima d'ogni dimostrazione d'affetto, che accoglie come dono
spontaneo, e non percepisce come un tributo, impassibilmente. Attenetevi alle
bruttoline; hanno cuore.»
Una notte
cenavamo in compagnia dopo San-Carlo, e c'era fra noi chi andava in estasi per
le voluminose trecce bionde, non so più, se di una ballerina o di una
cantatrice. Noialtri sghignazzavamo, e lo Squillacciotti imbestialì. Non giovò
l'osservargli che «la bellezza non ha ragione altra, tranne quella degli occhi,
né può essere accusato d'ingiustizia chi loda quello che ama.»
Tutto
infervorato, rispose così al preopinante: «Al diavolo te e le bionde! che razza
di gusto hai! Quella carnagionaccia bianca e rosea; quella chioma di capecchio;
quel flaccidume insipido, insignificante;... Puah! Per gl'inglesi biondo e
bello sono il medesimo: il biondo è il rettorico della bellezza: Erano i
capei d'oro a Laura sparsi! I poeti me l'han tanto lodato, che ne provo
nausea. Già per lo più sono sciocche, sonnolenti, apate le vostre bionde, Laura
in capofila. Sono come i vinetti bianchi, dolciastri, spumanti: roba da piacere
al palato delle damine al desco molle. Oh datemi que' caldi vini rossi, anzi
neri, tutti fuoco; invece di codeste medicature che guastano lo stomaco. Per me
non ho mai potuto risolvermi a trangugiar un bicchierin di moscato od a baciar
le labbra di una bionda. Il buono mi piace, le chiome nere, gli occhi ardenti,
i petti...»
Ma sarà
meglio ch'io non riferisca quanto piaceva al nostro amico. Immaginatevelo!
Ebbene in
questi quattro discorsetti, Mimì Squillacciotti, non ha fatto altro se non
mentire. Posso assicurarvi, che una volta, al primo vedere una bellissima
fanciulla bionda, monumentalmente bella, l'amò; ripeto, dalla prima occhiata;
che ne fu riamato e caldissimamente, disinteressatissimamente, senza cura o
riguardo di altri o d'altro al mondo. Quando, nel rimuginare vecchie carte,
gliene capita fra le mani il ritratto, che si direbbe ricavato da qualche
dipinto del Tiziano, quella sua gota imperterrita si scolora, e da quegli occhi
beffardi suoi scorrono lacrime. Il fatto fece chiasso, i giornali s'occuparono
a lungo di questo pettegolezzo, insomma è cosa notoria: nondimeno lo
Squillacciotti parla come vi ho riferito, e non so chi s'immagini o pretenda
d'ingannare. Pure, se un amico l'interrompesse dicendo: «Non è vero un fico!
non ti credo una acca! tu non la pensi così un corno! ricordati d'Ersilia!»
Egli risponderebbe franco: «Che Ersilia? io non so d'Ersilie, io! sei un
buffone impertinente!» e la cosa finirebbe a sciabolate o pistolettate; perché
Mimì è buon figliuolo, ma manesco, veh! Quindi prego l'amico lettore, quanto so
e posso, di non ripetere ad anima viva quel, ch'io gli ho accennato ed intendo
minutamente narrargli. Se il diavolo si desse, che lo Squillacciotti trapelasse
la mia indiscrezione, potrei apparecchiarmi a riempire una nicchia della mia
cappella funebre; ed ora com'ora mi dispiacerebbe, perché... Ma lasciamo
andare; posso indurmi, per passar la mattana, a raccontare i fatti di Mimì; ma
non avrei il pessimo gusto d'intrattenervi delle faccenduole mie.
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