III. La nomina di sette maestrine
Prender la lepre col carro conviene,
Girar largo, non essere importuno,
Tastare e lavorar di reticenza,
Con quel giudizio, che pare imprudenza.
G. Giusti, Istruzioni ad un emissario
I pittori del
Medio Evo, quando non riuscivano a dare l'espressione vagheggiata a' loro
personaggi, sapete come rimediavano? Scrivevano sotto: questi è il tale, che fa
la tal cosa, ed ha i tali pensieri. Nel dubbio di aver ben rappresentato, farò
il quissimile anch'io; e vi dirò, che il signor Mimì Squillacciotti era
innamorato perso dell'Ersilia Malasomma. Non pensò, se non a lei, il rimanente
di quella giornata, passeggiando su e giù per le stanze, come soleva fare
quando qualcosa lo agitava: gli atti più generosi in que' momenti e' li avrebbe
compiuti a qualunque rischio o prezzo. Si buttò sul letto e si addormì per
sognar di lei: si svegliava in sussulto udendone la voce, che pareva gridargli:
salvami.
Vigilando, il pensier gliela descrive
Dormendo, il sonno gliela rappresenta.
La dimani
andò sul Municipio per tempissimo: l'impiegato del carico non c'era ancora; non
avrebbe dato, per nulla al mondo, il triste esempio d'esser puntuale. Ma sul
tavolino di lui stava il rapporto della Commissione esaminatrice sul Concorso;
rapporto, che lo Squillacciotti prese, e nello studio del quale s'ingolfò
tutto, deliberatissimo a distruggerlo a furia di cavilli. Gli esaminatori, dopo
un prolisso resoconto del loro operato, proponevano di nominare, a' posti da
provvedersi, le sette prime iscritte sulla lista annessa, che protestavano
compilata per ordine di merito. Non dichiaravano qual merito: ma il pubblico
maligno, se avesse già saputa la classificazione, avrebbe forse giudicato
principal merito delle proposte il trovarsi o lontane parenti, o amiche, o
figliuole di amiche de' signori commissari. Lo Squillacciotti, a malincuore,
poiché ben riconosceva l'indegnità del mezzo, deliberò di fare una lontana
allusione a questa possibil diceria futura, e di ricordare, che la mogliera di
Cesare non doveva nemmanco venir sospettata, per conchiuder poi, che le nomine
delle maestrine non dovevano neppure poter essere incolpate di favoritismo.
Belle frasi, sotto il manto delle quali, e' si proponeva appunto di favorir la
sua protetta. Comunque però stava sempre lì fermo un giudizio solenne,
autorevole, che assegnava alla Malasomma il trigesimonono posto: in qual modo
trasferirla almeno al settimo? L'impiegato del carico sopraggiunto in questa,
raccontò, come da una quindicina di giorni fosse un continuo viavai non solo
delle centocinque approvate, anzi pure de' loro protettori (ognuna ne aveva
qualcuno fra persone di conto) e soprattutto de' Consiglieri comunali, massime
poi de' giuntatori, volevo dire, de' componenti la Giunta; e che tutti
bestemmiavano contro le proposte della Commissione esaminatrice, e giuravano di
non votarle. E perché? A sentirli, per mille ottime ragioni; che, stringi,
stringi, e cavane il costrutto, si riducevano al promuover ciascuno la
candidatura di qualche sua lontana parente od amica, o figliuola di amica. Il
Sindaco stesso si era informato di Menica, Luisella, Concettina; ed avendo
saputo, che non si trovavan fra le sette prescelte, aveva sclamato esser
questa una ingiustizia patente, sfacciata.
Trovando il
terreno così ben disposto, o fuori metafora, il Consiglio unanime pel rigetto
delle proposte della Commissione esaminatrice, lo Squillacciotti si fregò le
mani, e disse: «Siamo a cavallo!» Conoscendo i suoi polli, non ebbe a rifletter
molto, per escogitar una teorica, che abbacinerebbe gli onorevoli colleghi in
guisa, da poterli condurre a far le sue voglie, senza che pure se ne
accorgessero. Criterio principale, anzi unico, nella scelta delle maestrine,
fra le centocinque riconosciute idonee, dovrebb'essere il merito politico de'
genitori. In qualunque altro tempo o luogo, questo bel criterio, questa
nuova teorica, avrebbe fatto fallire nell'intento, e reso ridicolo l'autore: ma
in Italia, ora, c'è la confusione delle lingue; c'è codardia supina verso la
piazza. E nessuno nel Consiglio municipale, checché in fondo ne pensasse,
avrebbe osato negare, che l'essere stato, per esempio, il padre d'una
giovinetta, arrestato ventiquattr'ore, ventiquattr'anni prima, dal
Del-Carretto, per mero equivoco sul cognome, non costituisse alla figliuola il
dritto incontestabile d'esser collocata in qualità di maestrina, ancorché con
iscapito manifesto delle trentotto, che risultavano aver fatto un esame vieppiù
splendido. Questo era appunto il caso della Malasomma; né di miglior acqua o di
maggior peso erano i meriti politici de' padri vivi o morti, effettivi o
putativi delle altre sei, che il relatore Squillacciotti propose di nominare
definitivamente; e le quali egli aveva avuto cura di scegliere fra le protette
de' colleghi più influenti: v'erano anche Menica, Luisella e Concettina, nel
protegger le quali si accordavano, chi sa perché? tanto il Sindaco quanto Don
Vespasiano Sgrillo. Dunque la teorica fece furore, trionfò su tutta la linea,
non fu nemmanco pro forma oppugnata in seno al Consiglio e riscosse il
plauso di tutti i giornali liberali, che sinceramente vogliono la riduzione del
numero degli analfabeti. L'applicazione pratica della bella teorica cagionò poi
un lungo e pettegolo battibecco fra parecchi periodici, che sostennero
accanitamente i meriti politici incompresi o negletti de' padri vivi o morti,
putativi od effettivi delle idonee, parenti o protette della redazione. Ed
anche questo fu bene; ed il paese seppe il nome e le gesta di molti eroi, di
cui fino allora non aveva avuto il menomo sentore. Ma poco importa a noi. La
Malasomma fu quinta fra le nominate; ed ebbe nel contempo la consolazione di
sapere, che il babbo era stato un martire ed aveva aiutato a far l'Italia!
Quante gioie in un punto! e le doveva tutte a Don Mimì Squillacciotti! Ne fu
riconoscente, come vedrete: non avrebbe però mai potuto esserlo tanto, che
fosse stato compenso alla profonda mortificazione, al disgusto amaro di sé stesso,
che il giovane provava nel far la sua parte, nell'adoperare la rettorica de'
trivî per persuadere una mala cosa, una cosa ingiusta, agli eletti del volgo
napolitano. Gli pareva di usurpare l'ufficio ed il merito dello Sgrillo.
I rimorsi,
gli scrupoli di coscienza sono amarissimi per tutti, ma doppiamente per l'uomo
irreligioso. Chi crede in un'altra vita, in un dio rimuneratore o castigatore,
in un inferno ed in un paradiso, ricava conforto da queste credenze stesse, e
finisce per acquetarsi. Beati i veri cristiani! Si buttano a' piedi di un
confessore, si accusano, si mortificano, e si rialzano di lì, e si spazzolano i
calzoni insudiciati con una consolazione grandissima: perché, o vennero
assoluti, o fu loro imposta una penitenza, che frutterà la assoluzione; hanno
espiato o sanno come espiare oramai. Chi poi non ammette la confessione, da
solo a solo con domineddio tratta di come ammendare i suoi falli; ed offre
all'onnipotente l'esuberanza della contrizione, il fermo proposito di non
recidivare e di operar bene, perché degni concedergli un perdono generoso. Chi
non crede neppure alla efficacia del pentimento e delle buone azioni per
conciliare la grazia divina, ricorre e si abbandona confidentemente alla
misericordia del signore; ne appella dal giudizio di dio giusto e vindice alla
pietà di dio padre benevolo, perdonevole: sa, ch'egli ama ardentemente le sue
creature: e quando, dopo essersi a lungo sciolto in lacrime, dopo essersi
miseramente picchiato il petto, sorge pallido dal genuflessorio, e' si sente
rinfrancato, ha il convincimento di aver placato il nume offeso. E chi da
ultimo si crede immeritevole finanche di perdono e d'indulgenza, nella stessa
spaventosa aspettazione di castighi eterni nella geenna o d'un temporaneo
purgatorio, per disperazion fatto sicuro, trova una strana pace: le
leggi violate, si vendicheranno contro di lui; pagherà il fio delle peccata
commesse; e quindi la morte, avvicinandosi, se lo sbigottisce da una banda,
dall'altra pure gli sorride, come all'onorato negoziante, che si trova in male
acque, l'ora in cui soddisferà una cambiale votando interamente lo scrigno: si
troverà povero, squattrinato, ma senza debito alcuno.
L'incredulo
invece non sa mai darsi pace d'aver contraddetto al proprio ideale morale;
d'aver potuto perpetrare ciò, che gli è forza stimar male; di aver trasgredito
quelle, che riconosce per norme da non violarsi. Nulla può menomarne, minorarne
i rimorsi, quando l'azione trista o indelicata, o non rientra ne' fatti
punibili contemplati dalla legislazione positiva, oppure, rimanendo ignorata,
sfugge all'azion penale. Per lui non c'è alcuna espiazione possibile: il fatto
è fatto, cosa fatta capo ha. Non può sedurre il giudice con l'ostentargli la
sua contrizione, perché il giudice è lui stesso e non si assolve da sé. Compirà
tutte le più nobili e più degne azioni del mondo: ma queste non gl'impediranno
di sapere, che un giorno ne pensò ed eseguì una turpe, malefica; che una volta,
o per irriflessione o per calcolo, mancò al suo debito. Non c'è, cui ricorrere
per grazia; non c'è neppure la prospettiva del castigo, che riaffermi il gran
principio violato. Morrà, tornerà nel nulla, immune d'ogni pena, eppure è reo!
eppure, dimenticando, che quando si ha la massima libertà conviene di serbar la
massima misura, profittando codardamente della irresponsabilità umana, ha mal
oprato! Oh non c'è pensiero più tormentoso di questo. Nemmanco può trovar
conforto in quell'orgoglio della ribellione, che alcuni grandi poeti han
dipinto ne' loro Capanei, ne' loro Luciferi: poiché la legge morale
trasgredita, non gli s'imponeva da un arbitrio altrui, da una volontà altrui,
alla quale è pur bello talvolta di resistere, ancorché sia divina e saggia. Ma
niente affatto! quella legge è legge solo inquanto egli la riconosce per tale;
è lui, che l'ha consentita; è lui, che se l'è imposta; è lui, che si condanna
per averla schernita: non un ringhioso Minosse, che giudica e manda secondo
che avvinghia, non un angiolo vendicatore, che sbriga sommariamente vivi e
morti in Giosafatte. A chi appellarne del proprio giudizio? chi può rivedere,
cassare, riformare la sentenza, che noi diamo di noi? chi può graziarci del
nostro proprio disprezzo? Né la stima altrui, la stima di quanti ignorano le
nostre colpe secrete, ci è conforto; anzi esacerba la piaga ad ogni istante, vi
stilla sopra aceto. Ce ne sappiamo indegnissimi; e ci pare commettere nuova
colpa non isgannando chi s'illude sul nostro valore, permettendo, che altri
faccia di noi quel conto, che si ha coscienza di non meritare.
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