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IV. Come si compilano le istorie
Ein Kranz ist gar viel
leichter binden
Als ihm ein würdig Haupt
zu finden.
Goethe
L'Italia
contemporanea ha poco eroismo, sì, ma in compenso molti eroi; gli eroi si
fabbricano agevolmente con un po' d'immaginazione, togliendo, aggiungendo alla
prima povera impressione naturale, migliorandola e compiendola. Simili a que'
poveri bimbi, che non avendo quattrini da comperare una bella bambola di
Francia, si contentano anche d'un pezzo di legno da ardere, in cui veggono con
la fantasia e testa e gambe e braccia ed occhi sorridenti; siamo noi, che
facciamo i nostri grandi uomini, i quali in sé stessi non hanno per lo più
nulla di grande: basti dire che s'era trasformato in un grande ammiraglio il
Persano! che c'è, chi chiama un gran filosofo il Fornari! chi ammira l'ingegno
politico del Mazzini! Non voglio altra riprova delle mie parole, se non i sette
padri delle sette maestrine, nominate in conseguenza del rapporto dello
Squillacciotti. Sono divenuti popolari, la loro fama non si discute nemmen più,
sancita da una solenne votazione del primo Municipio d'Italia; eccoli
canonizzati nel Pantheon de' martiri, de' benemeriti della Patria; Mariano
d'Ayala (alias Siccio Dentato, ma con le ferite di meno e la pensione di
più) ne ha scritte le biografie... eppure, qui fra noi possiamo dirlo, non
furono niente di particolare. La loro popolarità è usurpata; la loro fama,
scroccata; la loro apoteosi è uno scandalo; i be' fatti, che vengono loro
attribuiti e che si raccontano come imitabili esempi a' giovanetti, sono
spiritose invenzioni (o meglio: esagerazioni) di Mimì Squillacciotti, il quale
stavolta mentiva non disinteressatamente. Di quell'arresto inconcludente del
Malasomma padre fece una pertinace persecuzione, magnanimamente tollerata.
Quattro altri de' babbi son vivi ancora e ne taccio; ma quelli di Luisella e
Concettina son trapassati, e forse non tornerà discaro al lettore di vedere
raffrontato il brano encomiastico, che li riguardava nel rapporto, con la nuda
verità. Appresterò forse un amaro disinganno a chi s'è avvezzo a venerarli; e
pensa col Berchet, che a questo mondo, per viverci un po' meno malcontenti,
non bisogna poi volere appurar tutto a un puntino; ma invece sarò
ringraziato da pochi della mia stessa tempra, i quali preferiscono il vero sconsolato
al ridente errore. La persuasione di non illudersi consola de' più crudeli
crepacuori.
Trascrivo
dalla relazione: «Luisa, figliuola di Giambattista Pizzadargento da
Locorotondo. Quest'onestissimo e valente agronomo, fu tra' magnanimi pochi a
chi il ben piace, che, nelle bieche orgie della reazione borbonica, seppe
mantenere alta la dignità del cittadino, esempio fecondo alle nuove
generazioni. Una di quelle sacca piena di farina ria, come disse il
fiero ghibellino, che vorrebbero puntellar la tirannide con le libere dottrine
dell'Evangelio, imprecava nel tempio alle generose vittime dello spergiuro del
quarto Borbone, ed inculcava l'obbedienza cieca a' Re. Giambattista
Pizzadargento non invilito, tra gli affetti di padre e di marito, si
levò ritto; ed osò contraddire, e rivendicare le virtù de' malamente
condannati; e santificò il tempio profanato da panegirici d'un papa ateo col
celebrare i martiri civili del XIX secolo.»
Non vi faccia
specie l'enfasi ed il lusso d'epiteti: la magniloquenza a Napoli si scambia per
eloquenza; e lo Squillacciotti seguiva il consiglio di Quintiliano, il quale
sembra scrivesse: ego vero narrationem, ut si ullam partem orationis, omni
qua potest, gratia et venere exornandum puto. Ed ora lasciatevi narrare il
sustrato storico di questi due periodini.
Dopo la
reazione borbonica del milleottocentoquarantotto, due missionari, l'uno di
Fasano, l'altro d'un paesucolo vicino, si recarono a felicitar Locorotondo,
borgo del Barese su' confini di Terra d'Otranto, predicandovi clamorosamente,
fra uno sterminato concorso di persone, la fedeltà al papa ed al Re data da
dio, e l'odio a' demagoghi ed alla libertà. Ma i paroloni e le maledizioni poco
commovevano il popolo peccatore; nessuno si convertiva; e le limosine davan
pochissimo, appena l'obolo della vedova. I due si consultano, ed a scuotere
cristianamente quegli apati, indovinate a qual mezzo ricorrono? Giorni prima
era defunto un vecchio prete caritatevolissimo, liberalissimo, amato da'
terrazzani. Nottetempo, ne aprono il sepolcro, ne scoperchiano la bara,
amputano del teschio il cadavere, che, simile a quello di Lazzaro, quatriduanus
iam fœtet, e, recatolo in casa loro e postolo su d'un tavolo, il coprono
con un tovagliuolo. La femminetta, che li ospitava, inconsapevole dell'operato
e del loro disegno, rimossa per mero caso la strana sindone, rimase colpita di
tanto spavento, che in capo a pochi dì miseramente delirando morissi. Ma la
sera seguente il braccio del zelante predicatore fasanese, sporgeva dal pulpito
sul popolo esterrefatto quel miserando teschio, presol con mano a guisa di
lanterna; ed egli urlava a squarciagola: «Guarda, popolo, a che son ridotti
i nemici di dio e del Re nostro padrone (dio guardi); i giacobini, i settari, i
frammassoni!...» Ed infervorandosi nella sua invettiva, stimolato dal suono
stesso della propria voce, come il barbero, che scuotendo nel galoppo le
gualdrappe uncinate, si sprona di per sé, dimenava orrendamente il pallido capo
del vecchio prete; finché nel conchiudere: «e come ti ha maledetto dio, così ti
maledico io!» o intenzionalmente od involontariamente, che fosse, gli sfuggì
dal pugno. Il proiettile andò a colpire sulla bocca dello stomaco Titta
Pizzadargento, vigoroso contadino. Il quale, appena riavutosi dall'urto, che in
sulle prime lo aveva sbalordito, sciamò nel dialetto: Magari diu, ce la capu
fa lu riturnu, e riscaraventò il teschio sul palcoscenico, voglio dire sul
pergamo, in viso all'imbestialito missionario. Questi, il giorno dopo, lasciò
Locorotondo ed ebbe a toccare una bella ramanzina dal vescovo per lo sregolato
zelo ed inconsulto.
Meglio ancora
volle riuscire allo Squillacciotti l'idealizzare il passato di Gennaro
Mucchetiello, tavernaro, semicamorrista e padre della summentovata Concettina.
Copio i termini precisi della relazione, dal resoconto stenografico, destinato
ad immortalare le discussioni del Consiglio. (Giacché, sia qui detto per
incidenza, il Consiglio Comunale di Napoli, come il Parlamento Italiano, fa
stenografare le sue discussioni, con grave spesa ed inutile, invece di
accontentarsi di buoni verbali. Brunetto Latini se ne scandolezzerebbe; lui,
che ha scritto: dovere il Podestà nelle Assemblee comandare alli suoi notai,
ch'ellino immantenente mettano in iscritto el detto delli dicitori; et non
tutto ciò, che dicono, ma quel, che tocca al punto del Consiglio. Il bello
poi si è, che di tutte le relazioni di una tornata, la più inesatta è sempre la
stenografica; permettendosi agli oratori di riveder le parlate loro e
correggerle ed emendarle ed ampliarle ed aggiungervi, lavorandovi sopra spesso
per parecchi giorni. Ma lasciamo questo discorso, chiudiamo la parentesi e
torniamo a bomba, idest alla relazione del nostro Mimì).
«Questo
ardimentoso popolano, dopo aver combattuto da prode contro le vili torme
mercenarie degli sgherri svizzeri il quindici maggio milleottocentoquarantotto;
quando la reazione invereconda ebbe gettata via la maschera di cui s'era
compiaciuta coprire per poco le oscene fattezze, il vello agnino onde aveva
ammantata la sua natura truculenta, si adoperò a tutt'uomo per porre in salvo
molti egregi uomini, perseguitati ne' saturnali di quel governo, che fu
egregiamente definito: negazione di dio eretta a sistema!»
Qui gli
applausi, i bravo, i benissimo, interruppero il relatore, che
proseguì. «Né senza arrischiarvi eroicamente la vita spesso. Ricorderò soltanto
quel, che fece per condur salvo a bordo di un legno della libera Inghilterra lo
illustre deputato Angelo Camillo De Meis, gloria della scienza e dell'Italia.»
Qui la destra rinnova i segni d'approvazione e di adesione; invece alcuni pochi
clericali aggrottano le ciglia, ed a sinistra gridano no! no!
Ma 'l Duca
Catarinicchio, Duca senza duchea e (quel, che è peggio per lui) senza ducati,
mette fine alle denegazioni degli amici suoi, esclamando: «Perché no? Sì, sì,
dico io: la scienza non ha colore politico; la malva può esser buona in
medicina!»
Scoppio
d'ilarità concorde; il relatore ripiglia la sua lettura: «L'Oberon,
bastimento di Sua Maestà Britannica, sul quale il generoso fratello del
Palmerston, Lordo Temple, ambasciadore a Napoli, aveva accordato l'imbarco al
De Meis, era notte e giorno circondato e circuito dalle lance di polizia. Il
Mucchetiello, recatosi l'illustre fuggiasco sulle spalle, si precipita fra le
tenebre dal suo schifo nel mare; e, silenziosamente nuotando, ed opportunamente
attuffandosi, giunse a deporlo salvo sulle scale del legno, territorio inglese.
Signori, l'ardimento di Cinegiro è tanto men bello, quanto è men bello
l'uccidere del salvare.» Qui gli applausi scoppiarono unanimi; tutti ammiravano
il fatto: la destra, perché si trattava dello scampo d'un consorte; la
sinistra, perché il protagonista era uomo del popolo, tavernaro luciano; i
clericali finalmente, perché nulla impediva loro d'attribuire l'esito fortunato
di quegli attuffi allo scapolare ed alle medaglie benedette (che il
Mucchetiello avrà senza dubbio portate al collo, come ogni buon popolano di
Napoli), ed al segno della santa croce, che avrà senza dubbio fatto prima
d'immergersi. Un di sinistra annunciò, che si riserbava di proporre il
collocamento d'una lapide commemorativa del bagno preso da Gennaro
Mucchetiello, nel muro esterno della casa, ov'egli tenne la sua taverna...
(senza dubbio per contribuire all'educazione morale degli analfabeti); così
pure proporrebbe che il Pallonetto Santa Lucia venisse ribattezzato Strada
Mucchetiello; anzi, esortava il Sindaco a farsi autorizzare dal Prefetto a
mettere all'ordine del giorno queste sue proposte, giacché, sendo il Consiglio
Comunale riunito in sessione straordinaria, la legge, poco liberale, a parer
suo, sottoponeva all'approvazione del Prefetto l'ordine del giorno. Santa
Lucia, chi nol sapesse, è un quartiere di Napoli nella Sezione San Ferdinando,
poco discosto dalla Reggia, il quale digrada giù per la collina di Pizzofalcone
sino al mare: le fogge, i costumi, l'indole, l'accento, il dialetto de' luciani
sono alquanto diversi da quelli de' rimanenti cittadini, che essi chiamano, non
senza un po' di maggioranza, di superiorità: Napoletani.
Anch'io
credetti per lunga pezza all'eroismo mucchetiellesco; ma, un giorno, parlando
con Francesco Poggiale di un libro del De Meis, intitolato Dopo la Laurea,
Vita e Pensieri (nel quale, sotto il nome di Filalete Chiappanuvole e
Giorgio Fumincervello, l'autore fa la storia del proprio svolgimento
intellettuale, e quindi un subisso di allusioni alle vicende della propria
vita), chiesi al mio interlocutore la spiegazione della frase: «Filalete scampa
per miracolo dalla terribile ira di Poggiale, che poi non sa consolarsi, il
caro uomo, pensando all'orribile servigio, che stava per fargli, e non se ne
può più dar pace.» Allora il caro uomo mi raccontò come fece la
conoscenza di De Meis e come questi fuggisse sull'Oberon; ed un
cosiffatto racconto veridico diminuisce di molto ma di molto la gloria di
Mucchetiello; ne schisa lo eroismo e ne fa svaporare in tutto il patriottismo.
Nell'infelice
tentativo d'insurrezione del quindici maggio quarantotto, il Poggiale s'era
battuto in abito borghese, non in uniforme da Guardia Nazionale, sulla
barricata del Palazzo Cirella; poi ricoverò in una casa prossima. Buttato
fucile e banduliera nel pozzo, cercava trafugarsi, quando venne arrestato da
sette od otto svizzeracci ubbriachi, che gli piantarono le baionette sul petto,
gridando: «Pirpante, ciaccopine, carponare! Ti foler un camere, Re foler tue
camere!» ed affunatolo per bene, il condussero via, percuotendolo con le armi,
co' piedi, co' pugni, senza manco badare alla sua risposta, faceta eroicamente
in quella congiuntura: «Tre, quatto, diece, l'arcova, 'a cucina, 'a dispenza, a
mme che mme ne trase?»
La barricata
di San Ferdinando non era ancor disfatta, e bisognò passare ad uno ad uno per
non so qual breccia praticatavi. Sul Largo di Palazzo (che ora han ribattezzato
Piazza del Plebiscito, ma il cui vero nome era allora Largo San
Francesco di Paola) incontrarono un'orda lurida ed avvinizzata di lazzari,
capitaneggíata da un individuo con in mano una lunga pertica, ed in cima ad
essa un cencio bianco, con una macchia gialla in mezzo, che sembrava una cacata
ma era lo stemma borbonico. Il capo e gonfoloniere di que' manigoldi, urlando a
squarciagola: Viv' 'u Rre! morte a lli Giacobbine! scagliò con quanta
forza aveva una pietrata al prigioniero, ed il colse alla mano, che insanguinò
e guastò tutta. Fece questi un moto per islanciarglisi rabbiosamente addosso:
ma legato, ferito, circondato, impotente, dovette bastargli di minacciargli una
futura vendetta: Eh pe' Cristo, nce avimmo a trova'! Mannaggia chi t'e'
muorto e stramuorto!
Quando
cominciò la reazione, l'anno di poi, il nostro Poggiale, sapendo già spedito
l'ordine di arrestarlo, e non avendo dove ricoverarsi, si presentò
all'ambasciata d'Inghilterra, e mandò il biglietto di visita a Lordo Temple. Ma
il cameriere gliel riportò indietro dopo qualche minuto, dicendo: «Sua
Eccellenza dice, ch'e' non vi conosce.»
Allora il
valentuomo scrisse dietro alla carta: «Per un affare urgente, dal quale può
forse dipendere la salvezza della Gran Brettagna.»
Il Temple
venne subito nel salottino, ma il Napoletanaccio non volle aprir bocca, finché
il domestico, che facea le viste di spolverare le suppellettili, non si fu
ritirato.»
«Con Vostr'
Eccellenza sola posso aprirmi!» Una volta a quattr'occhi, avendogli il Temple
rinnovato l'invito di parlare, e' rispose: «Eccellenza, non si tratta della
Gran Brettagna, ma di me. La mia salute, agli occhi miei, ha più importanza di
quella del Regno Unito.»
L'inglese
andò in bestia: «Molto ardimento! Ebbene, io non ho tempo di sentire gli affari
vostri. Potete ritirarvi.»
«Oh io non me
ne vo', se Ella non mi fa cacciare. Qua fuori stanno gli sbirri per
acciuffarmi! Figurarmi se ho voglia di cader nelle mani loro.»
«Io chiamerò
i domestici, e vi farò consegnare.»
Così
garrirono un pezzo, finché il Napoletanaccio, balzando in piedi e ripigliando
il cappello: «Bene» disse «me ne andrò! Mi ritiro! Nel venir qua, io,
perseguitato ora ed in pericolo, per aver desiderato al mio paese le istituzioni
dell'Inghilterra, io contava sulla proverbiale ospitalità inglese. Sarò il
primo, che si sarà ingannato fidandovi su; e voi, milordo, potrete vantarvi
d'essere stato il primo ad intaccarne la fama.»
E si avviava
all'uscio: ma il Temple, che lo aveva guardato con una certa compiacenza (come
suole accadere, che si disprezza chi c'implora e si acquista stima per chi ci
brava e sfida), il richiamò: «Fermatevi! Aspettate!» e riprese la carta di
visita, scrisse al tergo un invito al Capitano Garden dello Oberon, per
ricevere a bordo e trasportare il latore fuori del Regno delle Due Sicilie,
quando riprenderebbe il largo.
Il Poggiale
si trafugò pe' vicoli più romiti sino al mare, saltò in barchetta, fece far
forza di remi; ma trovò l'Oberon circondato da lance sopraccariche di
poliziotti, e fu costretto a tornarsente con le pive nel sacco dal Temple, che
gli disse: «Restate qui!» e gli fu largo per quattro giorni della più cortese
ospitalità, senza però mai vederlo, ed il fece avvertire, quando le acque del bastimento
furono libere. Il Poggiale si imbarcò sul molo, di sera, a pochi passi
dall'Ispettore di Polizia, che non gli disse niente, vedendolo conversar
familiarmente con un Commesso delle Dogane (Amministrazione nella quale il
profugo era stato impiegato) e prenderne un fanale, come se volesse fare un
giro nel porto in affari d'ufficio. Né potette abbordare l'Oberon, se
non dopo aver posto al barcaiuolo, il quale voleva tornare indietro, quando si
fu accorto d'avere da fare con un fuggiasco, l'alternativa e data la libera
scelta fra una bella piastra d'argento e le carezze di due catarinelle,
ossia pistole corte.
Sull'Oberon
trovò Roberto Savarese e parecchi altri amici, co' quali dir quattro parole e
non morire di mutismo vista la assoluta ignoranza della lingua inglese. La
dimane, domenica, mentre dormiva ancora nella cuccia assegnatagli, ecco aprirsi
una botola ed affacciarsi l'una sull'altra due brutte facce di marinai, ed
interrogarlo in un Italiano smozzicato: «Di', sei tu cattolico, ahn?»
Il nostro amico,
che si cura della sacrosanta religione, cattolica, apostolica, romana, unica
vera, quanto io del Gran Lama, sonnacchioso e sorpreso, replicò: «Eh sì, se non
vi dispiace! Tutto quel, che volete! purché mi lasciate dormire.» E sbadigliò.
Ed il
marinaio: «Ahn, sei? Questi eretici più tardi dicono loro orazioni; tu non
ascoltare, non guardare; guardaci e fa come noi.»
Povero
Poggiale! considerando quelle sembianze da pirati, pensò che potrebbe nuocergli
il non fare come gli veniva detto; e quando, poco dopo, il Capitano lesse la
Bibbia all'equipaggio anglicano (funzione alla quale gli altri emigranti
curiosi assistevano), egli si rivolse e si ristrinse in disparte con que'
Maltesi, i quali rimasero edificatissimi del suo cattolicismo; e, sendo l'un di
essi il cuoco, venne servito a colazione ed a pranzo stupendamente; gli
chiedevano ogni tanto: «Ahn! vuoi tu niente?» e c'era sempre chi 'l teneva
d'occhio ed il pedinava, forse per tema, che qualche inglese non tentasse di
sfogar con lui la manìa di proselitismo, che affligge quel popolo benedetto ed
il rende tanto esoso a noi altri indifferenti ed apatisti. Verso le ventitré
ore e mezza, computando all'Italiana, giunge una barchetta con entro un
individuo, che gesticolava da disgradarne un telegrafo ottico aereo. Il
sergente di guardia, lasciatolo salire, dopo qualche parola di colloquio andò a
chiamar l'ufficiale.
Roberto
Savarese ed il nostro Poggiale, che passeggiavano sul cassero, lo incontrano di
fronte; e quest'ultimo il ravvisa subito: «Don Roberto! sapete voi chi è
costui? costui m'ha tirata la pietrata il quindici maggio.»
«Tu che dici!
non è possibile!»
«È lui, vi
dico; oh lo riconoscerei fra mille!»
Ma già il
pedissequo ufficioso maltese aveva notato la commozione del Poggiale; e fattosi
avanti e chiesto «Ahn, che cos'hai? Quell'omo lì?» senza aspettare risposta o
spiegazione, lesto, lesto, con un magnifico spintone precipita l'individuo a
mare.
L'infelice
ritornò a galla, e nuotando, e cercando di arraffar qualche cordame, gridava: aiuto!
protestava d'essere un galantuomo, e venuto lì per annunziare l'arrivo di un
deputato, il quale fuggiva il mandato di arresto e tante altre cose. Difatti,
il deputato, ch'era appunto Angelo Camillo De Meis, sopraggiunse in barchetta e
raccolse quel misero naufrago, ch'era appunto il Mucchetiello, paragonato poi,
dopo tanti anni, dallo Squillacciotti a Cinegiro ed anteposto. Il Mucchetiello
era uno de' più reazionari fra' luciani; ed aveva proprio lui scagliato la
pietra al Poggiale; però, avendogli il sempre generosissimo De Meis salvata la
moglie gravemente inferma, senza volere alcun pagamento, lui, per riconoscenza,
gli agevolava la fuga. Tutto il resto del racconto dello Squillacciotti era
ricamo della fantasia stimolata dall'interesse.
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