V. Duelli, che abortiscono;
ed
amori, che fioriscono
She blush 'd and
frownd not, but she strove to speak,
And held her
tongue, her voice was grown so weak.
Byron, Don Juan I, 112
Come vi
diceva, l'Ersilia ebbe contemporaneamente due notizie consolanti: seppe d'esser
nominata maestrina e d'esser figliuola di un martire. Chi l'informò dell'una e
dell'altra cosa fu Mimì Squillacciotti, il quale, appena strappato del
Consiglio il voto, che sanciva le conchiusioni della sua relazione, corse dalla
sua protetta, messaggiero di letizia. Aveva bisogno dello spettacolo ingenuo
della contentezza di lei, per consolarsi un po' del modo, nel quale e' l'aveva
ottenuta, e perdonarselo: ci vuole un lungo tirocinio per acquistare la faccia
tosta del demagogo, e non tutti v'hanno disposizione. L'unica cosa, che abbia
in certo modo virtù di calmare i rimorsi di un galantuomo, è lo spettacolo del
bene prodotto dalla sua cattiva azione: allora egli vede in sé stesso come una
vittima, predestinata a soffrire per gli altri, a perdere fin la pace della coscienza
pel vantaggio e per lo incremento altrui. Giunse finalmente al vicoletto, nel
quale abitava la Malasomma, non senza inzaccherarsi ben bene stivali e
pantaloni, quantunque si fosse nel più caldo della state e non piovesse da
mesi; giacché in Napoli sono tuttora alquante straducolette, alcuni chiassuoli,
sempre sfossati di pozzanghere ed ingombri da strati di poltiglia, o che il
sole non penetri mai a rasciugarli, o che gli abitatori ne facciano l'acquaio,
la fogna, il condotto delle acque luride del quartiere. Dopo essersi
arrampicato, circa un quarto d'ora, su per una scaletta affannosa, ripida,
logora, gli venne pure additata la stanzuccia dell'Ersilia, miserrima,
squallida, sotto al lastrico; e, come indicavano i due letticciuoli contigui,
divisa da lei con una compagna, in casa di povera gente, che la ricoveravano
per poco interesse dopo la morte della madre.
La
giovinetta, sorpresa da quel signore, da quel benefattore, nel covile in cui
smetteva l'impellicciatura de' quattro cenci decenti, co' quali per via
dissimulava la sua miseria, arrossì tutta; come arrossivano le fate antiche
catacolte in una delle loro sozze metamorfosi. Ora, che le più povere hanno la
smania, il ticchio di sfoggiare una costosa eleganza in pubblico; è pericoloso
il vederle in privato: spoetizzano. Ersilia stava pranzando; ed il pranzo
consisteva in una portata, d'un solo piatto, formato da due soldi d'insalata
romana. Prima dunque arrossì all'entrare del Consigliere e le dispiacque, poi
reagì, come chi diventa coraggioso per l'eccesso della paura, per non esservi
ombra o possibilità di scampo: per disperazïon fatto securo. Fece gli
onori del suo soppegno (così chiamiamo in Napoli una cameretta sotto il
tetto, che i piemontesi dicono soffietta e che francescamente si
addimanderebbe mansarda) con la disinvoltura di una Regina. L'unica
seggiola impagliata avendo tre piedi, e quindi dovendo rimaner sempre
appoggiata al muro, invitò l'ospite a sedere sur una cassa di pioppo, la quale
cumulava le funzioni di armadio e di canapè; poi disse ridendo: «Se volete far
penitenza con me?» e soggiunse: «Vedete, che non ho mentito descrivendovi la
mia condizione.»
Lo
Squillacciotti votò il sacco; e la fanciulla commossa, riconoscente, con le
lacrime agli occhi gli afferrò e strinse involontariamente la mano con un
calore, del quale poi vergognandosi, la lasciò ricadere; ma l'amico prese e
baciò la sua.
Quando riebbe
la parola, ritraendosi disse: «Che son fatta Badessa?» E poi fu senza limiti
nelle proteste di gratitudine e fu sincera: cinquanta lire mensili sembravano
una ricchezza inesauribile a lei, avvezza a pranzare con due soldi d'insalata.
«Comandatemi in quel, che valgo, Consigliere, io sono vostra. Una donna poco
può servire, e voi non avete bisogno di alcuno; ma, se mai, per qualunque cosa,
rammentatevi di me... Vi giuro, per quanto ho amata mia madre, checché possiate
chiedermi, io morrò volentieri per farlo. Non crediate, che queste sian
chiacchiere. La mia parola vale qualcosa; e ve n'accorgerete quando vi piacerà
metterla alla pruova.»
Si mutò
discorso, si parlò di tanti argomenti! anzi, di che non parlarono, tranne
dell'affetto, che ogni terzo avrebbe indovinato nel cuore de' due, ma del quale
essi eran forse entrambi ancora inconscii? La bella biondina narrò tutta la
breve misera sua vita all'amico. Lo Squillacciotti la premurò molto di venir da
lui la dimane, perché sua sorella Gesualda desiderava tanto di conoscerla. Era
vero: per esercitarsi a persuadere i colleghi del Consiglio, ed invasarsi bene
della parte, che intendeva rappresentare, egli aveva fatto come gli avvocati,
che cercano di convincersi dell'innocenza del loro cliente, parlando così
calorosamente in casa de' martirî politici del padre Malasomma, che la buona
sorella s'era incuriosita di far la conoscenza della figliuola di un patriota
tanto benemerito e tanto disconosciuto. L'Ersilia promise, che sarebbe la
dimane verso le due e mezza in casa da lui; ed egli si accommiatò.
Il forte di
Mimì Squillacciotti non era il saper tenere un cocomero all'erta; e d'altronde
il fatto dell'appaltatore con Don Vespasiano Sgrillo lo aveva troppo
scandolezzato, perché il tacesse: nonché farne un secreto, egli si compiacque
di ripeterlo a tanti, finché la diceria giunse all'orecchio di quegli, per cui
era offensiva. Cosa fareste voi, se alcuno raccontasse di voi simil cosa o vero
o falsa? Senza dubbio sarebbe il caso di chiedergli prima spiegazione e poi
soddisfazione: così s'usa fra persone educate e puntigliose, ma così non usava
lo Sgrillo. Con la lingua accettava qualunque battaglia, e si sarebbe
arditamente battuto contro l'universo mondo; ma, quando si trattava di venire
alle mani, se fosse stato alla testa d'un migliaio d'uomini, sarebbe sloggiato
da forti posizioni, scorgendo di lontano con l'occhialino cinque o sei
mulattieri, che avrebbe immancabilmente scambiati per la vanguardia delle forze
nimiche. Quindi non si risentì direttamente col suo diffamatore; ma, in una
seduta secreta del consiglio, il giorno dopo la votazione per le maestrine,
mentre lo Squillacciotti era assente, oppugnando non so che opinione enunciata
da costui, gli applicò l'epiteto di paglietta. Ogni buon napolitano
conosce quanto sia offensivo questo termine vernacolo, che indica qualcosa al
disotto del rabula, un uomo di sofismi e di cavilli, capace di qualunque
infamia nella professione d'avvocato, di colludere con la parte avversa, di
spogliare i proprii clienti. Il paglietta surroga il da nobis panem nostrum
quotidianum del paternostro, con un da nobis clientes, bene solventes et
nunquam concordantes.
Appena Mimì
fu giunto, gli amici lo avvertirono dell'incidente; ed egli, chiamati in
disparte due colleghi, ne' quali riponeva maggior fiducia, Gennarino Tatafiore
e Totò (Totonno, ossia Antonio) Mastrolillo, si consultò con loro. L'energico
Tatafiore opinava: chiedesse la parola per un fatto personale, raccontasse in
pieno consiglio l'incidente Acàmpora-Sgrillo ed il vergognoso carrozzino,
smascherasse quel saccente. Il mite Mastrolillo viceversa poi stimava, che così
si susciterebbe un pettegolezzo indecoroso; che in fin de' conti l'Acàmpora
sotto la pressione dello Sgrillo dichiarerebbe frantese o supposte le sue
parole; che questi mezzi di scandali sconvenivano ad un partito come il loro; e
che, volere o non volere, si trattava d'un collega ed esisteva una tal quale
solidalità d'onore.
Il Tatafiore
non ammetteva solidalità alcuna, lui; e stimava, che questi riguardi verso
nimici, che non ne hanno punto, che questa pietà verso i malvagi fosse la gran
colpa della consorteria. «Io non dico, che il diffamare sia un mezzo generoso
di combatter l'avversario, no; ma per bacco, quando essi avversarii calunniano,
il meno che possa fare io, è di screditarli dicendo il vero. Quando ho da fare
con chi adopera armi avvelenate, sarei un grand'asino a non imitarlo: perché, a
non seguirne l'esempio, mi pongo in isvantaggio troppo evidente; ad intaccarlo
venti volte forse non gli fo nulla e basterà ch' e' mi tocchi, perché me ne
muoia. Se tutti i popoli rinunciano alla corsa ed a' proiettili esplodenti, bene;
ma finché un solo li conserva, smetterli noi, è dabbenaggine. Su codesto
Sgrillo, sai quanto ci è a dire? Quantunque sempre con la democrazia sulle
labbra, si lascia chiamar barone: ma è figliuolo d'un figliuolo spurio, e
quando mai i titoli vennero ereditati dagli spurî? Che un nobile, ancorché di
sensi democraticissimi, tenga al titolo avito, il comprendo, anzi ne lo lodo.
Che un plebeo, perché di sensi aristocratici, usurpi un titoluccio; il
comprendo pure; non lodo mica, veh! ma scuso. Umana debolezza! L'essere
bastardo non è demerito o vergogna: ma, quando il bastardo tribuneggia, e poi
si ringalluzzisce per un titolo, che non gli compete, io non comprendo più, e
non so né lodare e né scusare! Ma questo sarebbe un ridicolo anzi che una
colpa; e dello Sgrillo ci è ben altre cose a dire...»
Ed il
Mastrolillo: «Le ho per dette; le so come le sai tu, come le sanno tutti:
appunto per questo è inutile il rinfacciargliele. Ogni rivoluzione solleva
della belletta, che bisogna poi lasciar depositare col tempo. A rimuginarla si
fa peggio. Ed io non vorrei fare io ciò, che biasimo gli altri di fare.»
Ed il
Tatafiore: « Biasimare in altri una cosa, non impegna ad astenersene sempre ed
in ogni circostanza, massime poi quando si tratta del dritto sacrosanto di
rappresaglia.»
Dopo qualche
altra parola sì il Mastrolillo che il Tatafiore, accettarono l'incarico di
chiedere spiegazione a Don Vespasiano Sgrillo per la parola paglietta;
e, quando le spiegazioni non tornassero più che soddisfacenti, d'insistere per
un altro modo più univoco di soddisfazione. Promisero di recare ad ogni modo
una risposta quella sera stessa. E lo Squillacciotti, consultato l'oriuolo e
viste già prossime le tre, s'avviò verso casa, dove sperava di veder la sua
donna.
La Ersilia
difatti era venuta e stava in conversazione con la Gesualda, ed aveva già
saputo cattivarsene l'animo ben predisposto. Quel suo abitino di lanetta nera,
lindo sì, ma non senza qualche rimendo qua e là, faceva risaltare stupendamente
l'ampiezza delle forme, il candore della carnagione, e le bionde lunghe trecce.
Felice, come si sentiva forse per la prima volta in vita sua; rassicurata
sull'avvenire; circondata da benevoli; la Malasomma fu tutta grazia e spirito.
Fratello e sorella le fecero tanta ressa e così cortese, che non poté non
accettare di pranzar con loro; tutte le scuse accampate, furono ribattute; e
l'unica vera ragione, cioè quel che soffrirebbe la dimane tornando daccapo al
pane ed all'insalata, non osò avanzarla; le miserie hanno il loro pudore.
Eppure, Dante l'indovinò quando scrisse: Nessun maggior dolore Che
ricordarsi del tempo felice Nella miseria! Non v'è più orribile tormento
del sapersi condannata a mangiare oggi, domani, posdomani, sempre pane asciutto
e magro companatico, e ricordarsi le succulenti vivande di ieri! Per trovare
quel verso, bisogna che Dante abbia fatti molti digiuni dopo i banchetti
imbanditigli da Can grande della Scala; e ne' quali il principe gli faceva gli
scherzi spiritosissimi riferiti negli Ecatonmiti. (Dato e non concesso,
che egli sia stato alla corte dello Scaligero prima di scriver lo Inferno,
il che non credo).
Dopo il
desinare, squilibrata da un mezzo bicchierino di vino dolce, che l'avevano
obbligata a trangugiare al desco molle, le accadde di trovarsi cinque minuti
sola in salotto con Mimì. Cominciava a far buio e non avevano recato ancora il
lume; la Gesualda s'era allontanata per dare alcune disposizioni nell'ordine di
casa. La Ersilia, seduta al pianoforte, si provava a ritrovare qualcuna delle
sonatine imparacchiate da fanciulletta, e poi disimparate, quando la morte del
padre, riducendo a minimi termini i mezzi della famigliuola, obbligò a smettere
pianoforte e lezioni. Dunque si trovavano soli, ella e Mimì, quasi al buio. Il
giovane in piedi, appoggiato col gomito e l'avambraccio destro allo strumento,
rimpetto a lei, in quella specie di seno, che sogliono avere i pianoforti a
coda. Non so come accadesse, ma sporse una mano all'Ersilia, che affidò in
quella la sua, e curvandosi verso di lei, ed attirandola a sé dolcemente, le
due bocche si cercarono, si toccarono, si congiunsero in un caldo lungo bacio
dato da lui ghiottamente, inespertamente reso dalla fanciulla. I tasti del
pianoforte, urtati dal gomito sinistro e dalla manica di lei, sospirarono
soavemente.
«T'amo tanto!»
diss'egli.
«Ed io!»
rispose lei.
Una stretta
di mano sincera, ed udendo il passo della fantesca, che portava il lume, lo
Squillacciotti si ritrasse e l'Ersilia ricominciò a tartassare i tasti.
«Felicissima
notte!» disse la domestica, e l'augurio scese nel cuore a' due innamorati. Dopo
cinque minuti rientrò la Gesualda: il fratello passeggiava su e giù per la
stanza, e l'ospite non poteva indovinare il motivo di Io te voglio bene
assai. Gesualda, invitata, la surrogò allo strumento sul quale era
abilissima.
In questo
giunsero il Tatafiore ed il Mastrolillo, entrambi di un buon umore matto, e
giunsero a tempo per prendere il caffè. Mímì chiese se non avessero nulla a
comunicargli particolarmente.
«Precauzione
inutile!» rispose il Mastrolillo.
« Siamo messi
di pace: rechiamo l'ulivo» soggiunse il Tatafiore.
«Che avevi
qualche altro duello in capo?» interruppe la Gesualda. «Ma è possibile,
fratello mio, che tu non voglia, non intenda lasciar mai il prossimo in pace?
Ogni istante mi tocca ad udir di diverbî, di dispute; a saperti in
pericolo!...»
L'Ersilia
taceva, un po' turbata del timore, un po' compiaciuta di ritrovare un
attaccabrighe nel suo amante, che le donne hanno una predilezione incredibile
pe' maneschi.
Il Tatafiore
continuò. «Rassicuratevi, signorina; finché avrà da fare con gli Sgrilli e
simili, non rischia un pelo del capo. Mimì, appena fosti partito, facemmo
pregare dall'usciere Don Vespasiano di favorire in una stanza interna, perché
avevamo da parlargli urgentemente. Venne subito. Gli esponemmo la nostra
missione. Totonno parlava, io frattanto il guardava fiso: cambiò colore, ma si
rimise in men che nulla, e rispose: sentir l'obbligo di dichiarare che
chiamandoti paglietta aveva solo
inteso rendere omaggio all'acume del tuo ingegno; che altra idea non poteva
entrargli in capo, stimando egli troppo il tuo carattere notissimo; che volere
attribuire qualunque altro senso a quel vocabolo sfuggitogli nell'impeto
dell'improvvisazione sarebbe un'insinuazione di cattivo anzi pessimo gusto; che
ci autorizzava a ripeterti questa dichiarazione, a ripeterla a chiunque, a
stamparla occorrendo.»
«Insomma,
bisognò pur capire che l'amico non voleva saperne d'uno scontro,» prese a dire
il Mastrolillo. «Avendoti egli dato del paglietta in tornata secreta,
basta, come riparazione, che tutti i colleghi sappiano quanto ci ha risposto; e
domani ne informeremo tutti ad uno ad uno. Così pure s'evita un chiasso fra
componenti di uno stesso corpo; e la cosa è aggiustata.»
Quantunque
questo modo di aggiustar la cosa non garbasse del tutto allo Squillacciotti,
pure gli convenne mostrarsi soddisfatto, e ringraziar gli amici: in fin de'
conti, conformandosi al loro operato e ratificandolo, egli era sempre fuori
responsabilità, questa ricadendo intera su' padrini. Si continuò a chiacchierare.
Gennarino Tatafiore asseriva lo Sgrillo «essere un codardo!»
«Dove sono le
prove della sua bravura? Gradassate, minacce; e stringi stringi si riducono a
zero i fatti.»
«Ma dicono
che a Roma, nel quarantotto e nel quarantanove...»
«Ah, sì! l'Assedio
famoso di Roma, il quarantotto ed il quarantanove! Ma quello, figliuol mio, è
il periodo favoloso e mitico dell'eroismo e del valore italiano! Non bisogna
accettar mai una riputazione di quell'epoca, senza la riserva che mettiamo a
credere la prima deca di Tito Livio. Chi non ebbe titolo di prode, allora?
Anche il generale.....! Ed è il medesimo che poi cadde in deliquio a Calatafimi
e cui è stato inibito da un consiglio disciplinare di portare la medaglia de'
mille! Di gesta, che altri si vanti d'aver compiute allora, fatemi la grazia
singolare di non crederne un ette, se fatti recenti, fatti storici, fatti visti
da tutti, e da non revocarsi in dubbio, non le confermano. In que' tempi,
bramosi di aver degli eroi, ci fabbricammo un mondo di riputazioncelle; e le
meno sono giuste...»
«Pur troppo!
e si continua!» esclamò lo Squillacciotti, che sentì stringersi il cuore
pensando a quell'impostura di rapporto fatta il giorno prima. «Oh di tutti i
mali nostri siamo autori noi: noi solleviamo costoro dal fango e poi ne
paghiamo il fio.»
Così
chiacchierando, il discorso cadde anche sul Catarinicchio. E lo Squillacciotti
a narrare del guanto da lui fatto; e per qual combinazione gliene avesse prima
visto intascare il prodotto e poi udito raccontare la consegna patetica al
beneficato immaginario, quasi con le lagrime agli occhi. Si rise a squarciagola
dalle donne e dal Mastrolillo, che, avendo fatto forca quel giorno, avendo
marinata la seduta, era rimasto illeso dalla tràstola. Ma il Tatafiore,
salassato invece per bene, a buttar fuoco e fiamme: e per isfogo di rabbia,
essendo uno di quelli, che professano di conoscer vita e miracoli d'ogni
concittadino, prese a raccontare gli antecedenti di Don Girolamo. La storia, se
non vera, è ben trovata; e può giovare il riferirla, sia come un'esattissima
pittura di costumi, sia come nuova pruova, che i demagoghi più scapigliati sono
per lo più fra di noi vecchi arnesi di servitù, scartati e ripudiati anche
dalle oscene tirannidi d'un tempo, stimmatizzati come negazione di dio
dalla coscienza dello uman genere. (Stile della Relazione Squillacciotti!).
I meriti del
padre verso la reazione del MDCCCXXI, valsero a Don Girolamo un impiego presso
non so quale intendenza (oggi si direbbe prefettura) retta da un pezzo grosso,
onnipotente a corte, che s'incaricò lui di far camminare il giovine a passi di
gigante nella carriera, riguardando come la nobil famiglia Catarinicchio fosse
congiunta da stretti vincoli di parentela a' Mastromarino, arcinobili anche
essi. L'intendente Mastromarino aveva un figliuolo in Napoli, dissipatore e
buono a nulla; e questi, tre figliuoli, che, seguendo scapestratamente le
vestigia paterne, giocavano, scialacquavano, s'indebitavano e non pagavano.
Ridotti al verde poi, con le tasche asciutte, andavano a passare una settimana
dal nonno intendente; e ricorrevano a Don Girolamo per ottenerne qualche
favoruccio, esempligrazia un permesso di caccia per Don Pasquale Cotomacchio,
ricco proprietario della provincia, un passaporto per Don Raffaele Cappabianca,
ed altrettali inezie. Gl'interessati poi, per conseguir lo scopo sollecita e
sicuramente, si sobarcavano di buon grado a dimenticare una manciata di piastre
sullo scrigno de' giovani Mastromarino. E costoro, rimpinguati i borsellini,
tornavano alla metropoli, per iscialacquarvi ne' bagordi la moneta carpita
indebitamente sempre e spesso per iniqui favori, mercé l'industria di Don
Girolamo e l'arrendevolezza del nonno intendente. Il quale mise tanto amore
addosso al Catarinicchio, per l'amore, che il Catarinicchio dimostrava a'
nipoti di lui, che il giovane, simpatico del resto e chiacchierone e brioso e
faccendiere e poeta anche ne' natalizî di Sua Maestà (dio guardi), ne divenne
pianino pianino come a dire l'occhio dritto, e non si moveva foglia nella
provincia, se non secondo egli suggeriva o consigliava.
Un giorno,
l'usciere annunziò a Don Girolamo, che Don Santo Impagliaccio, (notabile d'un
paesucolo ed una delle tante spie volontarie, le quali sotto a' passati governi
tenevan ragguagliata di tutto la polizia per farsi merito) era di fuori e
desiderava parlargli.
«Aspetti!»
rispose il Catarinicchio.
E l'usciere
insistendo: «Ma, Eccellenza, voi lo sapete, Don Santo Impagliaccio abita
lontano. Ha fatto dieci miglia apposta per parlare a Vostr'Eccellenza: e poche
parole v'ha da dire. Fatemi a me questo favore di riceverlo presto.»
Don Girolamo
capì benissimo, che le premure dell'usciere erano sintomo di una larga mancia;
in conseguenza v'era speranza d'un buon affare anche per lui. Consentì dunque
all'ingresso immediato dell'Impagliaccio; lo accolse con mille cortesi parole;
lo invitò ad accomodarglisi allato in una seggiola a braccioli, e si offerse
pronto a' suoi comandi; ed ordinò all'usciere di non passare alcuna imbasciata,
finché egli non avesse servito il signore.
Don Santo
gongolava di gioia nel vedersi ricevuto in tal guisa dall'onnipossente
Catarinicchio, tanto che per un poco gli mancò la parola; finalmente si fece
coraggio ed espose le sue occorrenze: «Riveritissimo, Don Girolamo, non so se
mi conosciate...»
«Altro! anche
l'altrieri parlavo di voi a Sua Eccellenza...»
«Io sono attaccatissimo
al Real Governo...»
«Sappiamcelo,
Don Santo; voi siete uno di quelli, su' quali si conta... Eppoi, le vostre note
al signor Intendente, le ho tutte qua, qua vedete in questo portafogli. Io me
le studio. Vorrei saper io scrivere in quel modo!» Ed il Catarinicchio, così
dicendo, batteva con le punte riunite delle dita della destra sopra un gran
portafogli vuoto; e l'Impagliaccio, che non capiva più nella pelle, a
schermirsi modestamente dalle lodi, pure insinuando, che, giacché gli si
riconosceva una certa capacità e giacché la sua devozione al trono era
indisputabile, anche per un riguardo a' lunghi e gratuiti servigi resi
spontaneamente, potrebbero nominarlo al posto vacante di sindaco del suo
comune.
Don Girolamo
si ficcò le mani ne' capelli. «Come si fa, come si fa, perbacco!... La domanda
vostra è giustissima, Don Santo mio, troppo giusta; ma c'è un impegno, per dio
sacrato! Ma perché non siete venuto prima? non dico altro, ma ieri? Diavolo!
ieri non s'era discusso l'affare; ne avrei riferito io a Su' Eccellenza; e
trattandosi di voi, avrei parlato in un certo modo... l'avremmo spuntata!
Adesso bisognerebbe mutare i termini del rapporto, che l'Eccellenza del signor
Intendente ha decretato di fare al Ministro, e presentare questo rapporto nuovo
alla firma... Ah non vi posso perdonare di non esser venuto ieri almeno, ché
tutto era facile! Oggi mi pare quasi impossibile di far nulla; non me ne so'
consolare.»
Quel bonuomo
dell'Impagliaccio, vedendo tanta disperazione, credette di poter suggerire un rimedio:
«Ma non siete voi, Don Girolamo, che presentate le carte alla firma di Sua
Eccellenza l'Intendente?»
«Sicuro, io
porto le carte alla firma, ma non sono io, che scrivo le minute, capite?»
«Comprendo,
comprendo; ma... per far mutare il rapporto, io potrei parlare con
l'impiegato e persuaderlo a sostituire il nome mio a quell'altro.»
«Credete?»
«Od anche...
potreste parlargli voi stesso?»
«Eh
certamente, io potrei ordinargli di far così e così! Ma, caro Don Santo mio,
gli uomini sono uomini; non so se mi spiego? Quel povero diavolo d'amanuense
riscuoterà cinque o sei ducati al mese e deve ingegnarsi per campare con moglie
e figli... Capite? Bisogna farlo tacere, farlo tacere... Capite? Il silenzio è
d'oro, capite?»
L'Impagliaccio,
venuto avvisato ed armato, mise tosto mano alla tasca e cavò fuori alcune
monete d'oro, doppie da trenta, che formavano un'inezia totale di centottanta
ducati: deponeva lentamente ogni moneta sul tavolino, guardando il
Catarinicchio con una lunga occhiata espressivissima.
Don Girolamo,
aggomitato col braccio sinistro sullo scrittoio, si grattava l'ampia fronte
corrugata. Poi disse: «Basta, io vi servirò: farò di tutto; questo mi pare
sufficiente per l'amanuense. Ma..., caso occorresse per altri...»
Alle doppie
da trenta fece seguito qualche fede di credito; ed i due nuovi amici si
separarono con un abbraccio cordiale. E (mi par quasi superfluo il dirlo) non
essendovi alcun rapporto preparato per la nomina di chicchessia al posto ambito
dall'Impagliaccio, Don Girolamo non ebbe a far la benché menoma parte delle
doppie e delle fedi a nessun amanuense; ma ordinò una riservatissima e pressante,
che l'Intendente firmò senza chiederne l'argomento e che venne spedita a Napoli
il giorno stesso.
Ma non sempre
la fortuna arride agli audaci. E forse il competitore dello Impagliaccio si
rivolse ad altri più potente del Catarinicchio con doni propiziatorî maggiori.
Certo è, che il sindaco nominato non fu il raccomandato dall'Intendente. Don
Santo, furibondo al vedersi buzzerati cinquecento ducati, oltre all'essere
stato minchionato, corre a Napoli, vola al Ministero dello Interno, regala
dieci piastre all'uscier maggiore ed entra da Su' Eccellenza il Ministro
immediatamente, quantunque ci fosse l'anticamera piena. Il Ministro conoscendo
e Don Santo e Don Girolamo, credette subito alla verità del racconto, volle
esaminar l'incartamento, calmò quell'animo acceso, promise di farlo capo-urbano
e gli fece rimborsare dal cassiere del Ministero la somma snocciolata al
Catarinicchio. Il quale, ignaro del fatto, che gli soprastava, recandosi un
mattino dall'Intendente in ufficio, si vede precluso il passo da un usciere,
che gli porge un plico. Don Girolamo prende il plico, apre il plico, legge il
plico: era la destituzione e l'ordine di lasciare a vista la città. Un sudor
gelato gli gronda per la fronte spaziosa, egli cade quasi svenuto sul canapè;
ed ecco uscire dal Gabinetto dello Intendente Don Santo Impagliaccio, il nuovo
capo-urbano, che rivolgendoglisi gli dice: «Don Girò'! Cuofane saglie e
cuofane scenne; l'anema mmia, dio s'a piglia! Cento di questi giorni a Don
Girolamo riveritissimo!»
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