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Vittorio Imbriani
Il vivicomburio e altre novelle

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  • La bella bionda
    • VI. Lo studio di un pittore
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VI. Lo studio di un pittore

 

Quam vario amplexu mutamus brachia! quantum

Oscula sunt labris nostra morata tuis!

 Properzio, II, XII

 

Vi ho dichiarato che l'Ersilia e Mimì si amavano e davvero: quindi a che diffondermi nel narrare quel che accadde? Ma mi pare di sentir dire da alcuna lettrice, che prende a prestito le parole dalla Parisa dello Alfieri:

 

Di un pocolin particolareggiarmi

Come andasse la cosa, spiacerebbeti?

Ne sarei vaga assai. Tante e sì varie

Le guise furo, in che il narrò la fama,

Che udir l'affare di tua propria bocca

Oh quanto l'avrei caro!

 

Ma v'hanno delle fantasie torpide, che non saprebbero supplire il silenzio pure espressivo abbastanza. Scriveremo per queste. E non è la più facil cosa del mondo, perché, viceversa poi, quando si tratta di amori, gli schizzignosi trovan sempre modo di biasimare gli scrittori sotto pretesto che particolareggian troppo. Chi la vuol cruda e chi la vuol cotta, e non c'è verso di appagar tutti. Insomma poi, dice il Casti:

 

Tutto si può spiegar, tutto dir lice:

Ma bisogna veder come si dice.

 

Egli chiese; ed ella o non volle o non seppe rifiutarsi a lungo. Non prese tempo, non pose condizioni, non accampò difficoltà. Forse, si ricordava delle parole, dettegli in un momento di effusione: «Vi giuro, per quanto ho amato mia madre, checché possiate chiedermi, morrò volentieri per accontentarvi. Le mie parole non son chiacchiere: mettetemi alla pruova e vedrete.» Forse, vide nel concederglisi un modo di parzialmente sdebitarsi verso il benefattore suo: sapete già che ella era schiva d'accettare quantunque non retribuisse; una di quelle anime cui sembra grave l'esser beneficate e non rendere il contrappasso. Perché tirare in lungo? Le cose lunghe divengon serpi. Quando si vuol fare una concessione, quando si prevede, che si addiverrà a farla, meglio oggi che domani; a che pro' invidiarsi una giornata d'amore e di piacere? In fin de' conti, le si chiedeva ciò, che era oggetto del suo inconscio desiderio; le si offriva la spiegazione di quell'arcana parola Amore, che ha virtù di turbare anche chi non ne conosce o non è in caso di conoscerne mai il subietto. Alcune civettuole chiamano un vero sacrifizio l'arrendersi alle voglie dell'amante; procrastinano, aggiornano, rimandano, indugiano; e poi giurano mille volte di non sapersi risolvere; e poi mettono fuori scrupoli, pericoli, conseguenze; e poi finalmente accordano, ma bisogna far le viste di credere, che accordino soltanto per appagar noi, malgrado mille ripugnanze. «Vogliono naturalmente le donne esser onorate, vogliono essere stimate, vogliono esser riverite; et, quasi che non dissi, adorate. Et ancora, che amino, et che desiderino una cosa, fingeranno non desiderarla e vorranno esser pregate e che sforzate facciano, ciò che di grado farebberoFugge, e fuggendo vuol, ch'altri la segua.

È un sistema come un altro, quantunque a me ripugni come ogni sorta lezî. Dippiù, il credo falso. La donna veramente degna d'affetto, quanto più si concede al vago, più lo lega e lo avvince; un cinquecentista dice alla sua donna, con un verso rozzo, ma espressivo: Quanto più ti fruisco, più m'incendo. L'amore è un po' come il sonno; chi più dorme, più ha voglia di dormire, più a lungo e maggiormente riman sonnacchioso, quando è ridesto; più agevolmente si riaddorme, appena se gliene porge il destro. L'amore è un po' come il vino; il berne stimola la sete, invece di spegnerla; un bicchiere chiama l'altro, la prima voluttà invita alla seconda; l'affetto diventa abitudine tenace, bisogno urgente, da soddisfarsi non più tardi dell'ora consueta, come l'appetito. Non basta; il piacere presente risveglia la memoria del passato e ne prende incremento. E si aggiunge anche la riconoscenza: come non aver cara quella creatura, che ci compiace e ci felicita? che si espone per contentarci a tanti rischî naturali e sociali, cominciando dalla gravidanza e terminando alla maldicenza; e che ci contenta così dottamente? E poi, godiamo anche di vederla godere e l'amiamo di amarci, e c'entra l'amor proprio. Ma spesso la donna è indotta da preveggenza a queste ipocrisie; per alcune, l'accordarsi è sacrifizio davvero; non possono non iscapitarci, come insegna loro l'esperienza passata; hanno coscienza di essere solo un'apparenza; e con giusta estimazione de' lori meriti, preveggono, che chi le ha una volta assaporate, non può volersele sciroppare a lungo. Altre o più confidenti, o più inesperte, non si credono e spesso non sono in questo stato: hanno coscienza o credono di essere tali, che il possederle non farà se non rinfocolare il desiderio di loro. L'Ersilia era inesperta. E voi, avete perfettamente il dritto di biasimarne la condotta; come io, lettore, ho quello di sospettare un tantino d'ipocrisia nel vostro biasimo. Se in vita vostra v'accadesse d'imbattervi in una Malasomma, chiedereste, insistereste; e vi stimereste beato d'ottenere: ma vi rode il dispetto, perché la si è data allo Squillacciotti e non a voi. Mascherina, ti conosco! Sotto al velluto impassibile della mascheretta morale, v'è un volto mobile e travagliato, con varia fortuna, dalle passioni.

L'Ersilia andava di frequente in casa Squillacciotti, dove la buona Gesualda, che non aveva tanto acume da sospettare nulla tra il fratello e la maestrina, l'invitava continuamente a rinnovar le visite e si divertiva ad insegnarle un po' di musica. Ma né , né in casa di lei, poteva abboccarsi liberamente col ganzo, che di solito l'appostava nell'ora, in cui soleva lasciare la scuola, per condurla in un luogo terzo, dove godere e sollazzarsi liberamente. La povera fanciulla il seguiva dovunque, ogni luogo le pareva bello, con lui. Oh lettore mio, qual'è l'uomo, che non rammenta simili avventure? che un giorno forse non ha sudato quattro o cinque camicie in cerca d'un bugigattolo purché fosse, dove potere rattrovarsi con colei, della quale avrebbe nondimeno stimato appena degno il gabinetto in porcellana di Portici? O lettrice mia, qual donna decrepita, spigolistra, austera, devota, venerata per modello esemplare da quanti la frequentano, non ricorda forse con un misto di vergogna e di desio, alcune scappatelle giovanili? quando, con un fitto velo nero calato sulla faccia, seguiva confidente e palpitante il diletto in qualche stanza prestata da un amico compiacente, o nello studio di un benevolo pittore andato a spasso per lasciarli comodi, od in una lurida locanda, o forse in luogo peggiore ed infame, nel quale non osò neppur chiedere al compagno, dove si trovassero? Che le importava al postutto? Dovunque, nel tugurio, nella splendida sala, nello studio, nel postribolo, era con essi l'amore, la voluttà, l'oblio di quantunque non fosse loro e l'amor loro. Purché la porta chiavata, asseragliata, rinforzata dal tavolo o dal cassettone non potesse aprirsi da nessuno! li segregasse dal mondo! concedesse a lei di spogliare una benedetta volta ogni veste, ogni pudore, di abbandonarsi a' suggerimenti della passione prepotente, di consentire ad ogni capriccetto del caro suo!

Alla Ersilia piaceva soprattutto, quando i convegni avevan luogo nello studio di un bravo pittore, Leopoldo Bellobuono, intimissimo amico dello Squillacciotti, che gli aveva fatto comperare alcuni quadretti dal Municipio. Il pittore, verso le due pomeridiane, ora in cui sogliono chiudersi le scuole comunali, accendeva un di que' sigari, che il deputato commendator Giacomo Di Martino vuol chiamati Minghetti perché sono de' cattivi Cavour, e scendeva le scalinate a quattro a quattro, lasciando solo lo Squillacciotti, che agli occhi della portinaia rappresentava un altro pittore. L'Ersilia poi era tenuta per una modella, sicché al vederla entrare nel portone, quel cerbero in gonnella non le chiedeva più nemmanco dove andasse, ma dava soltanto un'occhiatina a' chiodi, conficcati nella parete del suo casotto, per assicurarsi, che non v'era la chiave dello studio. Il vestire povero della fanciulla e la meravigliosa bellezza, che traspariva dal velo abbassato, dovevano confermare la donna in questa supposizione, la quale del resto non n'escludeva alcun'altra, avendo le modelle nella mente del volgo una riputazione irremovibile di facilità. La scala era lunga ed affannosa; ma l'Ersilia era avvezza a salirne e scenderne di peggiori; e poi, in capo alla scala, sull'ultimo pianerottolo, v'era, oltre due porte di quartieri, una terza porticina invetriata, alla quale seguivano due piccole tese di scalini, e poi un altro pianerottolo sul quale v'era una sola porticina socchiusa; ed essa entrava, e non l'aveva ancor chiusa perfettamente, che già si trovava in braccio al suo diletto.

Le piaceva tanto quello studio! la finestra condannata dal pittore, ma riaperta da loro due, che offriva una bellissima vista su' colli a settentrione di Napoli! e poi tutti gli strani oggetti, che, procacciati a seconda le occorrenze del lavoro, erano rimasti come ornamento dello studio: ricche stoffe antiche; una panoplia in un cantuccio, e sopra all'elmo un cappello a cilindro; un magnifico morione cesellato, posto in cima al cavalletto; mani e piedi in gesso; palle da cannone; vasi etruschi, cappellini da donna, mannechini, libracci squinternati, uccelli impagliati, e mill'altre coserelle. Ma quel, che più andava a genio dell'Ersilia, erano i tanti bozzetti e studî che coprivano le pareti, quelle facce accorte, silenziosi e discreti testimonî della sua felicità! innanzi alle quali parlava sommessamente, quasi potessero ascoltarla. Qui pendeva un paese; un povero tugurio sotto di grandi alberi, un tempo procelloso, de' nugoloni foschi, degli alberi sbattuti dal vento ed un uomo intabarrato, che smonta di cavallo e s'incammina verso la soglia, dove l'aspetta una donnina. L'Ersilia sosteneva il quadretto esser allegorico: «Noi tutte fanciulle siamo così, chiuse in una casetta, perdute in mezzo a' boschi, od in mezzo alla solitudine più spaventosa del mondo indifferente. Ed ogni tanto ci affacciamo sull'uscio; e guardiamo, se pur giunge colui, che aspettiamo; se giunge e smonta per fermarsi con noi o condurci seco e spiegarci la vita. Molte aspettano invano, e mai non passa alcuno; moltissime, stanche d'aspettare, se ne vanno di per sé; molte veggono passare di lontano al galoppo l'aspettato, senza che degni pur salutarle di passaggio; pochissime son tanto fortunate da poterlo accogliere. Io, mi credo di quest'ultime. Sei venuto! Purché presto non t'incresca lo stare; e non rimonti sul cavallo, per lasciarmi disperata.» Più in v'era una testa di donna malinconica, col capo inclinato sull'omero destro e circondato tutto da un panno o scialle bianco, che s'incrociava sul petto ed il copriva. La Ersilia pretendeva d'interpretrarne la espressione, e che le dicesse: «Godi, figliuola mia; affrettati a far provvisione di liete memorie; che poi verranno i tempi delle lacrime amare, e verranno prestissimo.» Ma il bozzetto, che più l'era simpatico fra tutti, pendeva rimpetto al canapè: una testa di giovenco, grande al naturale e tutta naturalezza, che apriva due grandi occhi sereni, intelligenti, e sembrava dimenticare l'erbe fragranti, che masticacchiava, per piantarli in fronte alla spettatrice. L'Ersilia non veniva mai , senza portare un fiorellino, un ramuscello verde alla sua giovenca; e, non ritrovandolo più la dimane nella cornice (perché il guaglione del Bellobuono, nel rassettare e spazzar lo studio, se l'appropriava), sosteneva a Mimì la bestiola averlo pur mangiato.

Una volta, avendo un po' anticipato, trovò il pittore, che li ospitava, ancora occupato a pulire i pennelli e sistemare ogni cosa. Leopoldo era brutto, idealmente brutto, anche più brutto come uomo, ch'e' non fosse bravo come artista. Bassotto, tarchiato, testa da bufalo, criniera da leone, pelame d'orso, barba crespa, dentatura nera quanto lo ebano e tormentata al pari d'un fogliame negli ornamenti barocchi; voce di intonazione intermedia fra il muggito, il ruggito ed il barrito.

Lo Squillacciotti presentò l'amico alla donna, che, udendone il nome e vedendone l'aspetto, non seppe astenersi dal dire sorridendo, mentre gli stringeva l'irsuta zampa: «Che sia buono, il credo, e ne ho le pruove anch'io; e gli sono riconoscentissima della bontà sua. Ma che sia bello poi, ci ho le mie difficoltàRise del bisticcio lo stesso Bellobuono, il quale (cos'è la vanità umana ed a che s'appiglia!) inorgogliva della propria orridezza, com'altri farebbe della avvenenza. S'intavolò un discorso allegro e faceto. Leopoldo buffoneggiava a meraviglia e divertì moltissimo l'Ersilia, proponendole degl'indovinelli di un'astruseria senza pari, sul genere di questo:

 

Con elsa, lama e fodero

D'acciaio o ferro bianco,

Pel cinturino appendesi

Dell'Ufficiale al fianco.

 

«Ma... mi pare... ma non può essere

«Che cosa?»

«Parrebbe quasi che voleste dire la sciabola

«Gesù! E come mai avete potuto indovinarlo? Bah, voglio la mia rivincita. Ve ne dico uno in apparenza facilissimo ed in fondo difficile. Vediamo se saprete interpretarlo:

 

È un animai domestico

Di piccola statura;

Orteggia i topi e miagola

Per forza di natura.

 

E poi ne propose un terzo (degli enimmi) il Bellobuono:

 

È un animai domestico,

Che sta fra le galline;

Annunzia il che approssima,

Cantando criccricchine;

Porta una cosa in testa,

Che chiamasi la cresta.

 

Mimì volle, che si andasse insieme a pranzo sul Vomero: era giorno di lavoro e non incontrerebbero alcuno. Il Bellobuono, pigro, insisteva, perché si prendesse una carrozza da nolo; ma la Ersilia pretese di camminare; e su per que' sentieri, come tre capre. Dopo mezz'ora d'arrampicatura, giunsero al villaggio sudati e trafelati. Una bambinella, che scherzava con le compagne in mezzo alla strada, si avvicinò loro, e chiese alla Malasomma in dono il garofano, ch'ella aveva obliato di lasciare alla giovenca. E diceva con voce tanto gentile: Uh, Signuri', datemello! quant'è bello! che l'Ersilia non seppe rifiutarglielo; e la bimba felice e superba raggiunse le altre monellucce. A tavola poi Leopoldo continuò con gl'indovinelli; eccone uno improvvisato per , mentre il cameriere portava non so che pietanza:

 

È cosa di maiolica

Di forma circolare;

Serve a portare in tavola

La roba da mangiare.

 

Care lettrici, se l'interpretrarlo è facile, non è facile del pari il figurarsi l'ilarità, che produsse, in quel crocchio di capiscarichi. Agli enimmi si aggiunsero gli aneddoti. Basterà scriverne uno per campione. Il Bellobuono raccontò d'una francese, che passeggiando appunto sul Vomero nella stagione de' fichi troiani, s'invogliò di gustarne. Era incinta; e per tema, che la si sconciasse o che il bimbo nascesse con una voglia di fico, il marito si affrettò a soddisfare quell'innocente desiderio; golìo, dicono a Napoli, con vocabolo espressivo. Pattuirono col venditore ambulante, che girava alluccando: Fiche 'e paravise!? una mangiata per un carlino. La francese pappava i fichi avidamente, seduta sur uno di que' piuoli di cipollazzo, che stanno innanzi all'ingresso di Villa Regina. Un contadino, che l'osservava, esclamò con la benevolenza saccente, che è nell'indole nostra: 'A famme è grossa! Il francese permaloso frantende l'esclamazione; e, scambiandola per linguaggio gallico, si rivolge con malpiglio al villano e gli dice: Oui, monsieur; ma femme est grosse, qu'avez-vous à remarquer là-dessus?

Vi narro delle scioccherie: ma scioccherie di questo genere formano i pochi punti luminosi della vita umana. Non voglio abusare però della vostra tolleranza; quindi tacerò quanto ci volle per indur la bella bionda a farsi fare il ritratto dal Bellobuono; e mille e mille altre corbellerie, le quali riempirono per un anno la vita dello Squillacciotti in guisa, ch' e' non interveniva quasi più alle riunioni del Consiglio, tanto che non venne rieletto quando si trattò di rinominar la giunta. Non gli spiacque la cosa per sé stessa, ma perché fu disfatta dell'intero partito, giacché gli venne surrogato nientemeno che il duca Girolamo Catarinicchio; l'ambizione sua, se ne avesse sentita in quel punto, sarebbe stata più che soddisfatta dall'incarico commessogli dal Governo di sopraintendere all'Albergo de' poveri. Durante la mattinata, l'Ersilia era occupata a scuola, ed egli consacrava quelle ore, ma distrattamente, all'amministrazione. Fece ressa più volte, acciò l'Ersilia rinunziasse al posto di maestrina, ed avrebbe provveduto egli alle sue occorrenze; ma fu impossibile il capacitarla, né poté mai persuaderla ad accettare il menomo dono, per pregare, che facesse, per quanta delicatezza mettesse nell'offrirglielo.

«Non potrei restituirtelodiceva l'Ersilia: «e da chi s'ama, non si deve accettare nulla senza contraccambiare il dono. Ho accettato l'amor tuo, perché tel rendo e certo con usura; ti il sette e cinque per diece.» Sapeva anche citar Dante, la birrichina!

E come si vede, non era dell'opinion della Stael, in ogni relazione, esserci tutto al più una persona innamorata e l'altra condiscender solo per degnazione a lasciarsi amare. «Non mettiamo fra noi mai nulla, che possa mai darti il diritto di sospettare, ch'io abbia mai per un istante speculato sul tuo affetto.» Quindi la Malasomma continuò ad abitare in quel soffitto che sapete; a dormire presso la povera gente, che la aveva assistita nella cattiva fortuna, su quella misera cuccia composta da due panchette di legno, che sostenevano tre asserelle, sulle quali era un sacco pieno di sbreglia (così chiamano nel dialetto le brattee secche del Granturco) senza matarasse alcune.

Continuò a portare la vesticciuola di lanetta nera, e, per economia, prolungò il lutto oltre l'anno: «Ho il bruno di fuori, ma la gioia nell'animo» diceva all'amico, che avrebbe voluto vederle addosso un abito di color gaio. Continuò le sue lezioni e con grande amore; e parlava continuamente all'amante delle scolare, delle colleghe, delle bidelle, dell'insegnamento, de' pettegolezzi quotidiani, delle Commissioni di Vigilanza, eccetera, sicché questi finiva per ingrugnarsi e diventar geloso, quantunque spesso ammirasse l'acume pedagogico e sempre lo spirito della bella maestrina.





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