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VI. Lo studio di un pittore
Quam vario amplexu
mutamus brachia! quantum
Oscula sunt labris nostra morata tuis!
Properzio, II,
XII
Vi ho
dichiarato che l'Ersilia e Mimì si amavano e davvero: quindi a che diffondermi
nel narrare quel che accadde? Ma mi pare di sentir dire da alcuna lettrice, che
prende a prestito le parole dalla Parisa dello Alfieri:
Di un pocolin particolareggiarmi
Come andasse la cosa, spiacerebbeti?
Ne sarei vaga assai. Tante e sì varie
Le guise furo, in che il narrò la fama,
Che udir l'affare di tua propria bocca
Oh quanto l'avrei caro!
Ma v'hanno
delle fantasie torpide, che non saprebbero supplire il silenzio pure espressivo
abbastanza. Scriveremo per queste. E non è la più facil cosa del mondo, perché,
viceversa poi, quando si tratta di amori, gli schizzignosi trovan sempre modo
di biasimare gli scrittori sotto pretesto che particolareggian troppo. Chi la
vuol cruda e chi la vuol cotta, e non c'è verso di appagar tutti. Insomma poi,
dice il Casti:
Tutto si può spiegar, tutto dir lice:
Ma bisogna veder come si dice.
Egli chiese;
ed ella o non volle o non seppe rifiutarsi a lungo. Non prese tempo, non pose
condizioni, non accampò difficoltà. Forse, si ricordava delle parole, dettegli
in un momento di effusione: «Vi giuro, per quanto ho amato mia madre, checché
possiate chiedermi, morrò volentieri per accontentarvi. Le mie parole non son
chiacchiere: mettetemi alla pruova e vedrete.» Forse, vide nel concederglisi un
modo di parzialmente sdebitarsi verso il benefattore suo: sapete già che ella
era schiva d'accettare quantunque non retribuisse; una di quelle anime cui
sembra grave l'esser beneficate e non rendere il contrappasso. Perché tirare in
lungo? Le cose lunghe divengon serpi. Quando si vuol fare una concessione,
quando si prevede, che si addiverrà a farla, meglio oggi che domani; a che pro'
invidiarsi una giornata d'amore e di piacere? In fin de' conti, le si chiedeva
ciò, che era oggetto del suo inconscio desiderio; le si offriva la spiegazione
di quell'arcana parola Amore, che ha virtù di turbare anche chi non ne
conosce o non è in caso di conoscerne mai il subietto. Alcune civettuole
chiamano un vero sacrifizio l'arrendersi alle voglie dell'amante;
procrastinano, aggiornano, rimandano, indugiano; e poi giurano mille volte di
non sapersi risolvere; e poi mettono fuori scrupoli, pericoli, conseguenze; e
poi finalmente accordano, ma bisogna far le viste di credere, che accordino
soltanto per appagar noi, malgrado mille ripugnanze. «Vogliono naturalmente le
donne esser onorate, vogliono essere stimate, vogliono esser riverite; et,
quasi che non dissi, adorate. Et ancora, che amino, et che desiderino una cosa,
fingeranno non desiderarla e vorranno esser pregate e che sforzate facciano,
ciò che di grado farebbero.» Fugge, e fuggendo vuol, ch'altri la segua.
È un sistema
come un altro, quantunque a me ripugni come ogni sorta lezî. Dippiù, il credo
falso. La donna veramente degna d'affetto, quanto più si concede al vago, più
lo lega e lo avvince; un cinquecentista dice alla sua donna, con un verso
rozzo, ma espressivo: Quanto più ti fruisco, più m'incendo. L'amore è un
po' come il sonno; chi più dorme, più ha voglia di dormire, più a lungo e
maggiormente riman sonnacchioso, quando è ridesto; più agevolmente si
riaddorme, appena se gliene porge il destro. L'amore è un po' come il vino; il
berne stimola la sete, invece di spegnerla; un bicchiere chiama l'altro, la
prima voluttà invita alla seconda; l'affetto diventa abitudine tenace, bisogno
urgente, da soddisfarsi non più tardi dell'ora consueta, come l'appetito. Non
basta; il piacere presente risveglia la memoria del passato e ne prende incremento.
E si aggiunge anche la riconoscenza: come non aver cara quella creatura, che ci
compiace e ci felicita? che si espone per contentarci a tanti rischî naturali e
sociali, cominciando dalla gravidanza e terminando alla maldicenza; e che ci
contenta così dottamente? E poi, godiamo anche di vederla godere e l'amiamo di
amarci, e c'entra l'amor proprio. Ma spesso la donna è indotta da preveggenza a
queste ipocrisie; per alcune, l'accordarsi è sacrifizio davvero; non possono
non iscapitarci, come insegna loro l'esperienza passata; hanno coscienza di
essere solo un'apparenza; e con giusta estimazione de' lori meriti, preveggono,
che chi le ha una volta assaporate, non può volersele sciroppare a lungo. Altre
o più confidenti, o più inesperte, non si credono e spesso non sono in questo
stato: hanno coscienza o credono di essere tali, che il possederle non farà se
non rinfocolare il desiderio di loro. L'Ersilia era inesperta. E voi, avete
perfettamente il dritto di biasimarne la condotta; come io, lettore, ho quello
di sospettare un tantino d'ipocrisia nel vostro biasimo. Se in vita vostra
v'accadesse d'imbattervi in una Malasomma, chiedereste, insistereste; e vi
stimereste beato d'ottenere: ma vi rode il dispetto, perché la si è data allo
Squillacciotti e non a voi. Mascherina, ti conosco! Sotto al velluto
impassibile della mascheretta morale, v'è un volto mobile e travagliato, con
varia fortuna, dalle passioni.
L'Ersilia
andava di frequente in casa Squillacciotti, dove la buona Gesualda, che non
aveva tanto acume da sospettare nulla tra il fratello e la maestrina,
l'invitava continuamente a rinnovar le visite e si divertiva ad insegnarle un
po' di musica. Ma né lì, né in casa di lei, poteva abboccarsi liberamente col
ganzo, che di solito l'appostava nell'ora, in cui soleva lasciare la scuola,
per condurla in un luogo terzo, dove godere e sollazzarsi liberamente. La
povera fanciulla il seguiva dovunque, ogni luogo le pareva bello, con lui. Oh
lettore mio, qual'è l'uomo, che non rammenta simili avventure? che un giorno
forse non ha sudato quattro o cinque camicie in cerca d'un bugigattolo purché
fosse, dove potere rattrovarsi con colei, della quale avrebbe nondimeno stimato
appena degno il gabinetto in porcellana di Portici? O lettrice mia, qual donna
decrepita, spigolistra, austera, devota, venerata per modello esemplare da
quanti la frequentano, non ricorda forse con un misto di vergogna e di desio,
alcune scappatelle giovanili? quando, con un fitto velo nero calato sulla
faccia, seguiva confidente e palpitante il diletto in qualche stanza prestata
da un amico compiacente, o nello studio di un benevolo pittore andato a spasso
per lasciarli comodi, od in una lurida locanda, o forse in luogo peggiore ed
infame, nel quale non osò neppur chiedere al compagno, dove si trovassero? Che
le importava al postutto? Dovunque, nel tugurio, nella splendida sala, nello
studio, nel postribolo, era con essi l'amore, la voluttà, l'oblio di quantunque
non fosse loro e l'amor loro. Purché la porta chiavata, asseragliata,
rinforzata dal tavolo o dal cassettone non potesse aprirsi da nessuno! li
segregasse dal mondo! concedesse a lei di spogliare una benedetta volta ogni
veste, ogni pudore, di abbandonarsi a' suggerimenti della passione prepotente,
di consentire ad ogni capriccetto del caro suo!
Alla Ersilia
piaceva soprattutto, quando i convegni avevan luogo nello studio di un bravo
pittore, Leopoldo Bellobuono, intimissimo amico dello Squillacciotti, che gli
aveva fatto comperare alcuni quadretti dal Municipio. Il pittore, verso le due
pomeridiane, ora in cui sogliono chiudersi le scuole comunali, accendeva un di
que' sigari, che il deputato commendator Giacomo Di Martino vuol chiamati Minghetti
perché sono de' cattivi Cavour, e scendeva le scalinate a quattro a
quattro, lasciando solo lo Squillacciotti, che agli occhi della portinaia
rappresentava un altro pittore. L'Ersilia poi era tenuta per una modella,
sicché al vederla entrare nel portone, quel cerbero in gonnella non le chiedeva
più nemmanco dove andasse, ma dava soltanto un'occhiatina a' chiodi, conficcati
nella parete del suo casotto, per assicurarsi, che non v'era la chiave dello
studio. Il vestire povero della fanciulla e la meravigliosa bellezza, che
traspariva dal velo abbassato, dovevano confermare la donna in questa supposizione,
la quale del resto non n'escludeva alcun'altra, avendo le modelle nella mente
del volgo una riputazione irremovibile di facilità. La scala era lunga ed
affannosa; ma l'Ersilia era avvezza a salirne e scenderne di peggiori; e poi,
in capo alla scala, sull'ultimo pianerottolo, v'era, oltre due porte di
quartieri, una terza porticina invetriata, alla quale seguivano due piccole
tese di scalini, e poi un altro pianerottolo sul quale v'era una sola porticina
socchiusa; ed essa entrava, e non l'aveva ancor chiusa perfettamente, che già
si trovava in braccio al suo diletto.
Le piaceva
tanto quello studio! la finestra condannata dal pittore, ma riaperta da loro
due, che offriva una bellissima vista su' colli a settentrione di Napoli! e poi
tutti gli strani oggetti, che, procacciati a seconda le occorrenze del lavoro,
erano rimasti come ornamento dello studio: ricche stoffe antiche; una panoplia
in un cantuccio, e sopra all'elmo un cappello a cilindro; un magnifico morione
cesellato, posto in cima al cavalletto; mani e piedi in gesso; palle da
cannone; vasi etruschi, cappellini da donna, mannechini, libracci squinternati,
uccelli impagliati, e mill'altre coserelle. Ma quel, che più andava a genio
dell'Ersilia, erano i tanti bozzetti e studî che coprivano le pareti, quelle
facce accorte, silenziosi e discreti testimonî della sua felicità! innanzi alle
quali parlava sommessamente, quasi potessero ascoltarla. Qui pendeva un paese;
un povero tugurio sotto di grandi alberi, un tempo procelloso, de' nugoloni
foschi, degli alberi sbattuti dal vento ed un uomo intabarrato, che smonta di
cavallo e s'incammina verso la soglia, dove l'aspetta una donnina. L'Ersilia
sosteneva il quadretto esser allegorico: «Noi tutte fanciulle siamo così,
chiuse in una casetta, perdute in mezzo a' boschi, od in mezzo alla solitudine
più spaventosa del mondo indifferente. Ed ogni tanto ci affacciamo sull'uscio;
e guardiamo, se pur giunge colui, che aspettiamo; se giunge e smonta per
fermarsi con noi o condurci seco e spiegarci la vita. Molte aspettano invano, e
mai non passa alcuno; moltissime, stanche d'aspettare, se ne vanno di per sé;
molte veggono passare di lontano al galoppo l'aspettato, senza che degni pur
salutarle di passaggio; pochissime son tanto fortunate da poterlo accogliere.
Io, mi credo di quest'ultime. Sei venuto! Purché presto non t'incresca lo
stare; e non rimonti sul cavallo, per lasciarmi disperata.» Più in là v'era una
testa di donna malinconica, col capo inclinato sull'omero destro e circondato
tutto da un panno o scialle bianco, che s'incrociava sul petto ed il copriva.
La Ersilia pretendeva d'interpretrarne la espressione, e che le dicesse: «Godi,
figliuola mia; affrettati a far provvisione di liete memorie; che poi verranno
i tempi delle lacrime amare, e verranno prestissimo.» Ma il bozzetto, che più
l'era simpatico fra tutti, pendeva rimpetto al canapè: una testa di giovenco,
grande al naturale e tutta naturalezza, che apriva due grandi occhi sereni,
intelligenti, e sembrava dimenticare l'erbe fragranti, che masticacchiava, per
piantarli in fronte alla spettatrice. L'Ersilia non veniva mai lì, senza
portare un fiorellino, un ramuscello verde alla sua giovenca; e, non
ritrovandolo più la dimane nella cornice (perché il guaglione del
Bellobuono, nel rassettare e spazzar lo studio, se l'appropriava), sosteneva a
Mimì la bestiola averlo pur mangiato.
Una volta,
avendo un po' anticipato, trovò il pittore, che li ospitava, ancora occupato a
pulire i pennelli e sistemare ogni cosa. Leopoldo era brutto, idealmente
brutto, anche più brutto come uomo, ch'e' non fosse bravo come artista.
Bassotto, tarchiato, testa da bufalo, criniera da leone, pelame d'orso, barba
crespa, dentatura nera quanto lo ebano e tormentata al pari d'un fogliame negli
ornamenti barocchi; voce di intonazione intermedia fra il muggito, il ruggito
ed il barrito.
Lo
Squillacciotti presentò l'amico alla donna, che, udendone il nome e vedendone
l'aspetto, non seppe astenersi dal dire sorridendo, mentre gli stringeva
l'irsuta zampa: «Che sia buono, il credo, e ne ho le pruove anch'io; e gli sono
riconoscentissima della bontà sua. Ma che sia bello poi, ci ho le mie
difficoltà!» Rise del bisticcio lo stesso Bellobuono, il quale (cos'è la vanità
umana ed a che s'appiglia!) inorgogliva della propria orridezza, com'altri farebbe
della avvenenza. S'intavolò un discorso allegro e faceto. Leopoldo
buffoneggiava a meraviglia e divertì moltissimo l'Ersilia, proponendole
degl'indovinelli di un'astruseria senza pari, sul genere di questo:
Con elsa, lama e fodero
D'acciaio o ferro bianco,
Pel cinturino appendesi
Dell'Ufficiale al fianco.
«Ma... mi
pare... ma non può essere!»
«Che cosa?»
«Parrebbe
quasi che voleste dire la sciabola.»
«Gesù! E come
mai avete potuto indovinarlo? Bah, voglio la mia rivincita. Ve ne dico uno in
apparenza facilissimo ed in fondo difficile. Vediamo se saprete interpretarlo:
È un animai domestico
Di piccola statura;
Orteggia i topi e miagola
Per forza di natura.
E poi ne
propose un terzo (degli enimmi) il Bellobuono:
È un animai domestico,
Che sta fra le galline;
Annunzia il dì che approssima,
Cantando criccricchine;
Porta una cosa in testa,
Che chiamasi la cresta.
Mimì volle,
che si andasse insieme a pranzo sul Vomero: era giorno di lavoro e non
incontrerebbero alcuno. Il Bellobuono, pigro, insisteva, perché si prendesse
una carrozza da nolo; ma la Ersilia pretese di camminare; e su per que'
sentieri, come tre capre. Dopo mezz'ora d'arrampicatura, giunsero al villaggio
sudati e trafelati. Una bambinella, che scherzava con le compagne in mezzo alla
strada, si avvicinò loro, e chiese alla Malasomma in dono il garofano, ch'ella
aveva obliato di lasciare alla giovenca. E diceva con voce tanto gentile: Uh,
Signuri', datemello! quant'è bello! che l'Ersilia non seppe rifiutarglielo;
e la bimba felice e superba raggiunse le altre monellucce. A tavola poi
Leopoldo continuò con gl'indovinelli; eccone uno improvvisato lì per lì, mentre
il cameriere portava non so che pietanza:
È cosa di maiolica
Di forma circolare;
Serve a portare in tavola
La roba da mangiare.
Care
lettrici, se l'interpretrarlo è facile, non è facile del pari il figurarsi
l'ilarità, che produsse, in quel crocchio di capiscarichi. Agli enimmi si
aggiunsero gli aneddoti. Basterà scriverne uno per campione. Il Bellobuono
raccontò d'una francese, che passeggiando appunto sul Vomero nella stagione de'
fichi troiani, s'invogliò di gustarne. Era incinta; e per tema, che la si
sconciasse o che il bimbo nascesse con una voglia di fico, il marito si
affrettò a soddisfare quell'innocente desiderio; golìo, dicono a Napoli,
con vocabolo espressivo. Pattuirono col venditore ambulante, che girava alluccando:
Fiche 'e paravise!? una mangiata per un carlino. La francese pappava
i fichi avidamente, seduta sur uno di que' piuoli di cipollazzo, che stanno
innanzi all'ingresso di Villa Regina. Un contadino, che l'osservava, esclamò
con la benevolenza saccente, che è nell'indole nostra: 'A famme è grossa! Il
francese permaloso frantende l'esclamazione; e, scambiandola per linguaggio
gallico, si rivolge con malpiglio al villano e gli dice: Oui, monsieur; ma
femme est grosse, qu'avez-vous à remarquer là-dessus?
Vi narro
delle scioccherie: ma scioccherie di questo genere formano i pochi punti
luminosi della vita umana. Non voglio abusare però della vostra tolleranza;
quindi tacerò quanto ci volle per indur la bella bionda a farsi fare il
ritratto dal Bellobuono; e mille e mille altre corbellerie, le quali riempirono
per un anno la vita dello Squillacciotti in guisa, ch' e' non interveniva quasi
più alle riunioni del Consiglio, tanto che non venne rieletto quando si trattò
di rinominar la giunta. Non gli spiacque la cosa per sé stessa, ma perché fu
disfatta dell'intero partito, giacché gli venne surrogato nientemeno che il
duca Girolamo Catarinicchio; l'ambizione sua, se ne avesse sentita in quel
punto, sarebbe stata più che soddisfatta dall'incarico commessogli dal Governo
di sopraintendere all'Albergo de' poveri. Durante la mattinata,
l'Ersilia era occupata a scuola, ed egli consacrava quelle ore, ma
distrattamente, all'amministrazione. Fece ressa più volte, acciò l'Ersilia
rinunziasse al posto di maestrina, ed avrebbe provveduto egli alle sue
occorrenze; ma fu impossibile il capacitarla, né poté mai persuaderla ad
accettare il menomo dono, per pregare, che facesse, per quanta delicatezza
mettesse nell'offrirglielo.
«Non potrei
restituirtelo,» diceva l'Ersilia: «e da chi s'ama, non si deve accettare nulla
senza contraccambiare il dono. Ho accettato l'amor tuo, perché tel rendo e
certo con usura; ti dò il sette e cinque per diece.» Sapeva anche citar
Dante, la birrichina!
E come si
vede, non era dell'opinion della Stael, in ogni relazione, esserci tutto al più
una persona innamorata e l'altra condiscender solo per degnazione a lasciarsi
amare. «Non mettiamo fra noi mai nulla, che possa mai darti il diritto di
sospettare, ch'io abbia mai per un istante speculato sul tuo affetto.» Quindi
la Malasomma continuò ad abitare in quel soffitto che sapete; a dormire presso
la povera gente, che la aveva assistita nella cattiva fortuna, su quella misera
cuccia composta da due panchette di legno, che sostenevano tre asserelle, sulle
quali era un sacco pieno di sbreglia (così chiamano nel dialetto le
brattee secche del Granturco) senza matarasse alcune.
Continuò a
portare la vesticciuola di lanetta nera, e, per economia, prolungò il lutto
oltre l'anno: «Ho il bruno di fuori, ma la gioia nell'animo» diceva all'amico,
che avrebbe voluto vederle addosso un abito di color gaio. Continuò le sue
lezioni e con grande amore; e parlava continuamente all'amante delle scolare,
delle colleghe, delle bidelle, dell'insegnamento, de' pettegolezzi quotidiani,
delle Commissioni di Vigilanza, eccetera, sicché questi finiva per ingrugnarsi
e diventar geloso, quantunque spesso ammirasse l'acume pedagogico e sempre lo
spirito della bella maestrina.
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