VII. Un reclamo
di
parecchi padri di famiglia
I malign, ch'hin pü spess che i galantomm,
O de riff o de raff, o
indrizz o stort,
Cerchen, se ponn, de
spiscinigh el nomm.
Carlo Porta
«Ah!» diceva
una volta un fratacchione alla sorella, «Ah! che bella cosa, sorella mia, se
ognuno s'occupasse solo de' fatti proprî, e non mettesse mai il becco in molle,
e non volesse sempre ficcare il naso ed immischiarsi ne' fatti altrui, che a
lui punto non appartengono! Allora io mi risolverei a prender moglie...»
La sorella
l'interruppe: «Come, come, come dici? prender moglie? tu, frate? Esusmaria, che
sacrilegio! Ed i voti, che hai pronunziati? Uh, fratello mio, questi che
pensieri sono?»
Ed il frate
riprese: «Hai visto, se ho ragione? Appunto! se m'ammogliassi, tutti direbbero
la loro! Ah che gran bella cosa, se nessuno si curasse delle altrui faccende!»
Tutto il
mondo è paese: ma credo, che nessun'altra città di seicentomila anime sia
pettegola al pari della nostra Napoli; dove s'è più ficcanasi che in una
bicocca di seicento abitanti, più noiosamente pedanti, e dove una sciagurata
ipocrisia copre una corruzione, che ha pochi riscontri altrove. Dacché
soprattutto ha felicemente cessato di esser capitale di un regno scompaginato,
vi s'è perduto anche ogni umanità ne' costumi, ogni interesse per le cose
generali; e non ci occupiamo se non della nostra piccola e limitata cerchia. Ma
lì siamo indagatori profondi, accuratissimi: da mane a sera lavoriamo di
forbici e di soffietto e rompiamo il dosso alla gente con la lingua, che pure
non ha osso. Un visibilio di persone, che non ti conoscono, che non conosci,
alle quali non dovrebbe ragionevolmente importar nulla di te, s'informa d'ogni
tua faccenda, ti fa la spia con zelo instancabile, conta i bocconi, che mangi,
le persone, con le quali t'accompagni, i quattrini, che spendi, e ricama poi
con faconda immaginazione sul prosaico canavaccio. Perché questo? Gua'!
l'istinto. Che ci guadagnano? Nulla, il fanno pel piacere, per impiegar l'ozio.
E se non fosse stata propizia così la natura del paese, l'indole del popolo,
come avrebbe potuto impiantarsi mai, e durare un bel pezzo il sistema borbonico
di denunzie e di spionaggio universale e reciproco? Siamo nati col bernoccolo
del commissario di polizia. Noialtri ci vantiamo e vorremmo dare ad intendere
di avere tanto de core, d'essere espansivi, d'interessarci per tutti:
non ce n'è niente. In fondo in fondo siamo àpati ed egoisti, e quindi dobbiamo
riuscire e riusciamo di fatto insopportabili a chiunque, o per dolorosa
esperienza o per lunga consuetudine, non s'illude punto sul valore intrinseco
delle teatrali ed importune nostre dimostrazioni d'affetto e di benevolenza.
C'interroghiamo
a vicenda con impertinente curiosità: «Dove vai? dove sei stato? di che ti
occupi? quanto guadagni? chi corteggi? frequenti sempre la tal di tale?»
semplicemente per poter cinque minuti dopo, alterando più o meno la risposta
sincera o falsa, dire ad un terzo: «Sai? il tale è stato nel tal luogo, va alla
tal parte, si occupa della tal cosa, guadagna tanto, è il drudo dell'Adelaide
Solombrino, continua la pratica con la Francesca Gallifuoco.»
Se
incontriamo un amico, che mostra volere andare di fretta e sbrigarsi di noi,
subito ci profferiamo ad accompagnarlo. «Come stai, bellezza?» «Stanco.» «Hai
molto da fare?» «Tutta la giornata.» «Che razza d'affari sono i tuoi?»
«Faccende particolari. Addio.» «Fermati; è un secolo, ch'io non ti veggo, e mi
vuoi lasciare così?» «Ci rivedremo: oggi vo di fretta.» «Accompagnami un poco.»
«Con sommo piacere t'accompagnerei; ma non posso proprio, oggi.» «Ih! che furia!
Vorrei sapere mo' che cosa tanto importante ti chiama.» «Una cosa, che mi
preme. Statte buono.» «Aspetta, t'accompagnerò, io.» «Ma se sono in
ritardo!» «Che hai una posta?» «Sì, debbo fare una visita urgente.» «È bella?
come si chiama?» «Chi?» «La signora, da cui vai, birbone.» «Vo dal mio
avvocato, che non è bello, che non è signora, e che si chiama Don Vincenzino
Támmaro.» «Ci hai cause?» «Purtroppo!» «Col governo?» «Non ho nulla da fare col
demanio.» «Mi avevan detto, che comperavi beni ecclesiastici.» «Dammi i
quattrini e li comprerò.» «Ne avessi io quanti ne hai tu!» «Non avresti gran
cosa.» «E quelli, che ti ha lasciati ultimamente tuo zio?»
Così
chiacchierando si giunge innanzi ad un portone, e la vittima esasperata ci
congeda, annunziandoci che l'avvocato Tàmmaro abita lì; ma noi non vogliamo
lasciar presa. «A che piano?» «Al terzo; addio.» «Senti qui; e chi è quella
donna, fuori al balcone? La moglie di Don Vincenzino, eh?». «Don Vincenzino è
scapolo.» «Ma dunque chi è?» «Cosa vuoi, ch'io ne sappia?» «È impossibile, che
non la conosca; vedi ve' come ti guarda!» «Sarà Donna Francesca Gallifuoco.»
«Dunque la conosci?» «So che abita allo stesso piano.» «Va behn, va bene, ho
capito!» «Cos'hai capito?» «Vuoi fare il discreto con me!...» «A che proposito?»
«Che sì, che tu fai all'amore con la Gallifuoco.» «Io?» «Tu già, innocentino: mm'
hai pigliate pe' fessa!» «Ti giuro...» «Non ispergiurare!» «Ma se non le ho
mai neppure parlato!» «Dunque con chi fai all'amore?» «Col diavolo, che ti
porti!» «Ah, bestia smemorata, che sono! mo' mi ricordo!...». «Che mai!» «Non
abita anche qua Donn'Adelaide Solombrino?» «Sì, perché? al secondo piano.»
«Perché tu vai al secondo piano e non al terzo.» «Sono sei mesi che non ci vo!»
«Che non ci vai quando il marito è in casa; ma a quest'ora sta agl'Incurabili
od a visitare ammalati.» «Per carità!...» «Confessa e non dico niente a
nessuno.» «Io non ho niente a confessare.»
Così si
continua per un pezzo; e, quando il nostro interlocutore ci pianta lì, mezzo
ridendo e mezzo indispettito, ci ricordiamo di avere un appuntamento anche noi.
Andiamo al caffè, ed a chi ci chiede, sempre con la stessa delicatezza, le
ragioni della nostra tarda venuta, si risponde: «Ho incontrato l'amico
come-si-chiama, che mi ha trascinato fino a tal luogo.» «Oh, che andava a far
lì?» «Mah, mi ha detto questo; io però suppongo quest'altro.» E così il pugno
di neve d'una diceria diventa valanga; e le cose giungono innocentemente
all'orecchio di chi dovrebbe ignorarle, e di chi se ne avvale per soddisfare qualche
reo fine suo.
Tornando alla
storia, che raccontavamo, sappiate, che circa tredici mesi dopo la nomina della
Malasomma a maestrina, il Vice-Sindaco della Sezione Montecalvario, in cui
trovavasi la scuola, dov'ella insegnava, ricevette per la posta un grosso plico
formato da un fogliuccio di carta rozza e sudicia senza busta. Il foglio
conteneva questo reclamo, che depuriamo dalle sgrammaticature e dagli
spropositi di ortografia: «Nell'interesse della pubblica morale, è bene
prevenirla di uno scandalo, che ormai comincia a diventar pubblico. Tutti i
giorni, una maestrina della scuola femminile nel vico Figurella a Montecalvario
si reca a fare da modella nello studio di un noto pittore, dove rimane lunghe
ore e spesso fino a notte fatta. Ciò, caro signor Vice-Sindaco, scandalizza
grandemente molte madri e molti padri di famiglia, le cui figliuole frequentano
la suddetta scuola. Provvegga sua Signoria acciò la cosa non vada per le lunghe
a danno delle buone e timorate coscienze; sennò, loro malgrado, ricorreranno al
Sindaco e poi ai giornali. Molti Padri di famiglia.»
La denunzia
di coteste sedicenti buone e timorate coscienze era, si sottintende, anonima,
anonimissima. Circostanza, che avrebbe dovuto essere una ottima questione
pregiudiziale, per farla buttare nella paniera delle carte inutili. Poi, c'era
tanto da dire in merito! Che importava a loro quel, che la maestrina facesse a
lezione finita e scuola chiusa? o che dritto competeva all'autorità municipale
d'ingerirsi nella condotta della maestrina in cose estranee alla scuola ed
all'insegnamento? Dippiù, che male c'era a far la modella? od in che questa
professione costituisce una colpa? o da quando in qua è proibita? Nessuno
pretenderà d'inibire alla maestrina (che deve mangiare, abitare, vestirsi
decentemente, molto decentemente, pagar le tasse, comperar qualche libro,
eccetera), nessuno pretenderà di inibirle di aggiungere qualche altro piccolo
provento alle poche lire municipali? Chi ha forza di braccia, farà forse la
stiratrice; chi ha sveltezza di dita, ricamerà; e chi ha bellezza rara di
forme, non potrà fare la modella? Qual professione più nobile della professione
esercitata dalla Fornarina, d'una professione, che immortala colei, che
l'esercita, che la rende in certo modo benefattrice dell'umanità, poiché
coopera a creare quel bello, che è uno de' pochi nostri conforti? E non poteva
darsi che stesse a mossa per la sola testa? Chi l'aveva vista levarsi la
camicia? Chi l'aveva vista espor le membra ignude agli occhi del pittore? Dove
era lo scandalo poi? che la Malasomma l'era andato divulgando a destra e a sinistra,
che se n'era vantata? Chi ne avea riconosciute le fattezze su qualche tela alla
Promotrice? Avevan dovuto appostarla e seguirla, per averne notizia, e
chiacchierare con la portinaia, la quale d'altronde ignorava affatto, che la
modella di quel pittore (tale supponeva lo Squillacciotti), di cui pure
ignorava il nome, fosse una maestrina del comune. Chi saranno stati poi que'
timorati soffioni? Forse facevan peggio; e quelle madri, che si
scandalizzavano, non avrebbero forse potuto lodarsi, come le puerpere d'Orazio;
laudantur simili prole puerperæ! Ed eran poi davvero i padri e le madri
delle frequentatrici della scuola di strada Figurella a Montecalvario, che
sporgevano reclamo? C'è da dubitarne. Le scuole municipali son destinate a chi
non possiede mezzi da pagare la istruzione, al figliuolo del lustrastivali,
alla figliuola della maruzzara (venditrice di maruzze cotte,
ossia martinacci o chiocciole), della fruttivendola, della pescivendola: ora
questi genitori laboriosi hanno da lucrarsi il pane, stando lì al posto tutta
la giornata e parte della notte, ned avanza loro tempo da spiare le maestrine;
e poi, quella onestà operosa è indulgente; e poi, generalmente, que' genitori,
in Napoli, non sanno né leggere né scrivere; e, quand'anche per un supposto sappiano,
non si querelano per iscritto e molto meno con anonime; anzi vanno in sezione
dall'Eletto, dal Cavaliere (come per secolare abitudine chiaman
tuttora il Vice-Sindaco), e lì si gravano a voce, urlano, schiamazzano,
strillano com'aquile; né sanno di giornali e di stampe, altrimenti che per
avvolgere quotidianamente in essi le loro merci. Ergo, il denunziante
non era padre di famiglia, anzi piuttosto qualche nemico personale, qualche
amante spregiato dell'Ersilia, che aveva cercato con lungo studio e grande
amore un'occasione di vendetta; o forse, perché no? forse qualche nimico dello
Squillacciotti, che finalmente si fregava le mani d'aver trovato via di
ferirlo, nuocendo ad una persona a lui cara. Forse Don Vespasiano Sgrillo o Don
Girolamo Catarinicchio, non erano estranei alla turpe delazione. E tutto nella
lettera, cominciando dal Lei, che dimostra soggiorno nell'alta Italia, e
terminando agli errori d'ortografia e grammatica; sembra confermare
quest'ultima ipotesi. Con ciò, beninteso, non intendo ned approvare la condotta
della Malasomma, né scusarla; dico solo, che, ad ogni modo, gli anonimi
accusatori valevano meno di lei.
Il
Vice-Sindaco del quartiere Montecalvario era un giovinotto scapestrato, al
quale non importava un fico, che le maestrine facesser le modelle od avessero
amanti; o tutt'al più, sarebbe importato quest'ultima cosa, ma solo in quanto
le fossero state belle ed egli avesse potuto sperare d'essere ammesso al
truogolo. Né la minaccia di reclamo al Sindaco l'avrebbe spaurito: un Sindaco
di Napoli ha ben altre cose per le mani, ed altri cani da pettinare, né certo
può perdere il tempo a far sorvegliare, invigilare le maestrine innamorate!
tanto varrebbe occuparsi a non far gironzare pe' tetti le gatte miagolanti nel
febbraio! Ma l'anonima minacciava de' giornali: ed in Napoli la stampa
quotidiana forma una camorra, che incute paura a chiunque. Irrefrenata dalle
leggi e da' costumi, tira botte da orbo a destra ed a manca, ed il proverbio
nostro dice: dio ti scampi da mazzate di cieco. Il coraggio civile non
abbonda in Italia, e la paura d'un articolo sul Volgo d'Ausonia, sulla Città
Eterna, sul Nitrato d'Argento od altrettale libello quotidiano,
avvilisce e piega ogni carattere più ritroso. Ah i giornalisti, i giornalisti! Per loro soprattutto valgono quelle parole
di Biagio Pascal della terza delle Provinciali: Leur censure, toute
censurable qu' elle est, aura presque tout son effet pour un temps; et quoique
à force d'en montrer l'invalidité, il soit certain qu' on le fera entendre, il
est aussi veritable, que d'abord la plupart des esprits en seront aussi
fortement frappés, que de la plus juste du monde. Quindi il
Vice-Sindaco stimò di non potersi esimere dall'investigar minutamente il fatto
accennato, e con una riserbatissima chiese informi ad un notabile del
quartiere. Cos'è un notabile? Per notabili s'intendono degli uomini, i quali
novantanove volte sopra cento non son nulla nulla degni di nota, ed i quali
vengono chiamati dal Vice-Sindaco a componenti delle Commissioni locali, igienica,
di vigilanza per le scuole e di fortificazioni alias opere pubbliche
(tre rispettabili consessi fecondi di molte chiacchiere e nessuna conclusione,
che settimanalmente si radunano od almeno dovrebbero radunarsi, in ogni
quartiere dell'ex-metropoli del quondam Regno delle Due Sicilie). Alcuni
fra codesti notabili si occupano a raccogliere gl'informi, che debbono servire
di documento a' certificati di buona condotta e di povertà, eccetera, da
rilasciarsi a' richiedenti da' Vice-Sindaci, come per legge. In altri termini
fanno la spia onestamente e pel zelo grande della pubblica cosa; e qualche
volta pur troppo abusano o trafficano del tremendo ed occulto poter loro, né
certo tutti gli attestati sono conformi al vero. Non faccia quindi meraviglia,
se molti ambiscono come un onore grandissimo di esser invitati a lavorar
gratuitamente di soffietto, e ne insuperbiscono come di una missione di
fiducia. Prima di tutto quest'incarico dà potere effettivo ed influenza somma:
chi notoriamente è l'informista del quartiere, viene riverito e temuto dal
popolino; poi agevola la camorra; e finalmente, se non avessimo una natural
disposizione allo spionaggio, come sarebbe stato possibile il sistema
borbonico? Il notabile appostò la Malasomma quando scendeva di scuola, la seguì,
la vide entrare nel casamento, dove era lo studio del pittore compiacente,
interrogò destramente la portinaia e gli abitatori di qualche basso
vicino (per basso a Napoli s'intende una bottega adoperata come
abitazione; quasi tutta la plebe abita in simili bassi) e poi scombiccherò il
suo rapporto, zeppo d'amenità ortografiche, grammaticali e sintattiche. Il
Vice-Sindaco riferì al Sindaco; e, ricevutane risposta, chiamò in sezione la
maestrina ad audiendum verbum regium pel tredici luglio. Ed interrogatala
sul fatto, e rifiutando essa di rispondere né sì né no, sotto pretesto che a
nessuno competesse d'interrogarla in proposito (vedete un po' che sfacciata!)
l'invitò a dimettersi, se pur non preferiva vedersi destituita, con nota
infamante pe' suoi costumi. Non v'era troppo a discutere: del resto, quel che
meno poteva tollerare la superba Ersilia, era di sentirsi sgridata e trattata
come un'inferiore subordinata da uno sbarbatello, il quale s'impancava sul
serio a farle la lezione, e ripeteva in aria Macchiavellesca: «Quando s'è
poveri, bisogna esser savii ed onesti.» Chiese un foglio di carta e lì per lì
scrisse e sottoscrisse la rinuncia all'uffizio, e vi mise la data, sorridendo a
quel tredici, come un uffiziale condannato alla fucilazione sorriderebbe, ravvisando
nel Comandante del picchetto, che debbe eseguir la sentenza, un suo antico e
cordial nimico. L'unico modo per guadagnarsi un pane le veniva tolto; anzi, per
maggior derisione, doveva simulare di rinunziarvi spontaneamente; sempre, va
sottinteso, invocando la morale. Oh bella cosa le parole elastiche e senza un
senso determinato! ognuno le interpreta a modo suo! Libertà, bene pubblico,
ordine servono di ammanto alle camorre, al saccheggio, alla perturbazione
amministrativa! oh bella cosa!
Scendendo
dalla Casa municipale, quella povera Ersilia si reggeva a mala pena, e non ebbe
forza nemmanco di recarsi allo studio, dove lo Squillacciotti l'aspettava. Si
dava perduta, ormai. Non poteva sperare di ricollocarsi nell'insegnamento o
pubblico o privato, perché ognuno incomincerebbe dall'informarsi di lei presso
il Municipio di Napoli, e l'incartamento avrebbe risposto. Per qualunque altra
occupazione valevano le ragioni stesse di tredici mesi prima; e poi, ci aveva
quell'amore in corpo, al quale le sarebbe tornato impossibile di rinunziare, e
che pure era inconciliabile con una vita di operoso lavoro. Lo Squillacciotti
l'avrebbe certo mantenuta, e largamente: ma questo appunto non sopporterebbe in
alcuna guisa, mai; e si sentiva già offesa pensando, ch'egli proporrebbe una
tal cosa ed insisterebbe. Da lui, no; da lui niente! Piuttosto da qualunque
altro... Fin dall'altra volta, quando s'era incontrata a faccia a faccia con la
miseria, aveva cominciato a fissarsi su questa idea: che fatalmente dovrebbe
finire nella prostituzione. E questa idea, come avviene delle cose, che
ispirano raccapriccio, esercitava su di lei quasi una malia, le faceva venir la
vertigine quando principiava a considerarla. L'altra volta aveva lottato ed era
giunta a ritrarsi dall'orlo dell'abisso; ma ora, dopo essersi creduta al sicuro
per sempre, vedersi di nuovo in pericolo, senza un ricovero all'orizzonte, la
scuorava: riconosceva deciso il fato suo. La sua idea fissa si formulava così:
«Non mi resta se non a far la meretrice.» E questo pensiero le ronzava
importunamente all'orecchio; ed essa non aveva più forza di scacciarlo; e
ragionava spaventevolmente la sua demenza. «M'ingegnerò come tant'altre! È un
duro passo! ma s'inghiottono le più amare medicine. A poco a poco incallirò la fronte;
a poco a poco perderò il rossore, e l'incomodo pudore, il ritegno, la
vergogna,... come tutte l'altre. Oh che son la prima? Una più, una meno! Son
tremila in Napoli, dicono. Povero Mimì, per lui mi dispiace. Ma già, doveva
essere, giorno prima o giorno dopo. Eternamente non poteva durare innamorato di
me. Gli risparmio i rimorsi, che si procaccerebbe abbandonandomi e credendosi
autore poi della mia perdizione. Ci vuol coraggio; coraggio ci vuole. L'hanno
tante! che m'abbia da mancare a me? Quanto ho, a proposito, nel portamoneta?» È
qualcosa di tremendo il lento avanzarsi della miseria, che minaccia di
sommergervi: quel dover calcolare, che non si è più se non a trenta, a venti, a
dieci, a cinque lire dalla fame, come in un naufragio, mentre il bastimento
sprofonda lentamente, il marinaio appollaiato sull'estremità di un albero, può
calcolare di non essere più se non a venti, a dieci, a cinque palmi dall'acqua,
dal vortice, dalla morte. Oh come sgombra dall'animo ogni alterezza, ogni senso
di decoro: pur di satollarsi, tutto sembra fattibile; e si presume d'aver forza
di commettere e di sopportare infamie, forza che nell'atto poi forse mancherà.
|