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Vittorio Imbriani
Il vivicomburio e altre novelle

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  • La bella bionda
    • VII. Un reclamo di parecchi padri di famiglia
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VII. Un reclamo

di parecchi padri di famiglia

 

I malign, ch'hin spess che i galantomm,

O de riff o de raff, o indrizz o stort,

Cerchen, se ponn, de spiscinigh el nomm.

Carlo Porta

 

«Ah!» diceva una volta un fratacchione alla sorella, «Ah! che bella cosa, sorella mia, se ognuno s'occupasse solo de' fatti proprî, e non mettesse mai il becco in molle, e non volesse sempre ficcare il naso ed immischiarsi ne' fatti altrui, che a lui punto non appartengono! Allora io mi risolverei a prender moglie...»

La sorella l'interruppe: «Come, come, come dici? prender moglie? tu, frate? Esusmaria, che sacrilegio! Ed i voti, che hai pronunziati? Uh, fratello mio, questi che pensieri sono?»

Ed il frate riprese: «Hai visto, se ho ragione? Appunto! se m'ammogliassi, tutti direbbero la loro! Ah che gran bella cosa, se nessuno si curasse delle altrui faccende

Tutto il mondo è paese: ma credo, che nessun'altra città di seicentomila anime sia pettegola al pari della nostra Napoli; dove s'è più ficcanasi che in una bicocca di seicento abitanti, più noiosamente pedanti, e dove una sciagurata ipocrisia copre una corruzione, che ha pochi riscontri altrove. Dacché soprattutto ha felicemente cessato di esser capitale di un regno scompaginato, vi s'è perduto anche ogni umanità ne' costumi, ogni interesse per le cose generali; e non ci occupiamo se non della nostra piccola e limitata cerchia. Ma siamo indagatori profondi, accuratissimi: da mane a sera lavoriamo di forbici e di soffietto e rompiamo il dosso alla gente con la lingua, che pure non ha osso. Un visibilio di persone, che non ti conoscono, che non conosci, alle quali non dovrebbe ragionevolmente importar nulla di te, s'informa d'ogni tua faccenda, ti fa la spia con zelo instancabile, conta i bocconi, che mangi, le persone, con le quali t'accompagni, i quattrini, che spendi, e ricama poi con faconda immaginazione sul prosaico canavaccio. Perché questo? Gua'! l'istinto. Che ci guadagnano? Nulla, il fanno pel piacere, per impiegar l'ozio. E se non fosse stata propizia così la natura del paese, l'indole del popolo, come avrebbe potuto impiantarsi mai, e durare un bel pezzo il sistema borbonico di denunzie e di spionaggio universale e reciproco? Siamo nati col bernoccolo del commissario di polizia. Noialtri ci vantiamo e vorremmo dare ad intendere di avere tanto de core, d'essere espansivi, d'interessarci per tutti: non ce n'è niente. In fondo in fondo siamo àpati ed egoisti, e quindi dobbiamo riuscire e riusciamo di fatto insopportabili a chiunque, o per dolorosa esperienza o per lunga consuetudine, non s'illude punto sul valore intrinseco delle teatrali ed importune nostre dimostrazioni d'affetto e di benevolenza.

C'interroghiamo a vicenda con impertinente curiosità: «Dove vai? dove sei stato? di che ti occupi? quanto guadagni? chi corteggi? frequenti sempre la tal di tale?» semplicemente per poter cinque minuti dopo, alterando più o meno la risposta sincera o falsa, dire ad un terzo: «Sai? il tale è stato nel tal luogo, va alla tal parte, si occupa della tal cosa, guadagna tanto, è il drudo dell'Adelaide Solombrino, continua la pratica con la Francesca Gallifuoco

Se incontriamo un amico, che mostra volere andare di fretta e sbrigarsi di noi, subito ci profferiamo ad accompagnarlo. «Come stai, bellezza?» «Stanco.» «Hai molto da fare?» «Tutta la giornata.» «Che razza d'affari sono i tuoi?» «Faccende particolari. Addio.» «Fermati; è un secolo, ch'io non ti veggo, e mi vuoi lasciare così?» «Ci rivedremo: oggi vo di fretta.» «Accompagnami un poco.» «Con sommo piacere t'accompagnerei; ma non posso proprio, oggi.» «Ih! che furia! Vorrei sapere mo' che cosa tanto importante ti chiama.» «Una cosa, che mi preme. Statte buono.» «Aspetta, t'accompagnerò, io.» «Ma se sono in ritardo!» «Che hai una posta?» «Sì, debbo fare una visita urgente.» «È bella? come si chiama?» «Chi?» «La signora, da cui vai, birbone.» «Vo dal mio avvocato, che non è bello, che non è signora, e che si chiama Don Vincenzino Támmaro.» «Ci hai cause?» «Purtroppo!» «Col governo?» «Non ho nulla da fare col demanio.» «Mi avevan detto, che comperavi beni ecclesiastici.» «Dammi i quattrini e li comprerò.» «Ne avessi io quanti ne hai tu!» «Non avresti gran cosa.» «E quelli, che ti ha lasciati ultimamente tuo zio

Così chiacchierando si giunge innanzi ad un portone, e la vittima esasperata ci congeda, annunziandoci che l'avvocato Tàmmaro abita ; ma noi non vogliamo lasciar presa. «A che piano?» «Al terzo; addio.» «Senti qui; e chi è quella donna, fuori al balcone? La moglie di Don Vincenzino, eh?». «Don Vincenzino è scapolo.» «Ma dunque chi è?» «Cosa vuoi, ch'io ne sappia?» «È impossibile, che non la conosca; vedi ve' come ti guarda!» «Sarà Donna Francesca Gallifuoco.» «Dunque la conosci?» «So che abita allo stesso piano.» «Va behn, va bene, ho capito!» «Cos'hai capito?» «Vuoi fare il discreto con me!...» «A che proposito?» «Che sì, che tu fai all'amore con la Gallifuoco.» «Io?» «Tu già, innocentino: mm' hai pigliate pe' fessa!» «Ti giuro...» «Non ispergiurare!» «Ma se non le ho mai neppure parlato!» «Dunque con chi fai all'amore?» «Col diavolo, che ti porti!» «Ah, bestia smemorata, che sono! mo' mi ricordo!...». «Che mai!» «Non abita anche qua Donn'Adelaide Solombrino?» «Sì, perché? al secondo piano.» «Perché tu vai al secondo piano e non al terzo.» «Sono sei mesi che non ci vo!» «Che non ci vai quando il marito è in casa; ma a quest'ora sta agl'Incurabili od a visitare ammalati.» «Per carità!...» «Confessa e non dico niente a nessuno.» «Io non ho niente a confessare

Così si continua per un pezzo; e, quando il nostro interlocutore ci pianta , mezzo ridendo e mezzo indispettito, ci ricordiamo di avere un appuntamento anche noi. Andiamo al caffè, ed a chi ci chiede, sempre con la stessa delicatezza, le ragioni della nostra tarda venuta, si risponde: «Ho incontrato l'amico come-si-chiama, che mi ha trascinato fino a tal luogo.» «Oh, che andava a far ?» «Mah, mi ha detto questo; io però suppongo quest'altro.» E così il pugno di neve d'una diceria diventa valanga; e le cose giungono innocentemente all'orecchio di chi dovrebbe ignorarle, e di chi se ne avvale per soddisfare qualche reo fine suo.

Tornando alla storia, che raccontavamo, sappiate, che circa tredici mesi dopo la nomina della Malasomma a maestrina, il Vice-Sindaco della Sezione Montecalvario, in cui trovavasi la scuola, dov'ella insegnava, ricevette per la posta un grosso plico formato da un fogliuccio di carta rozza e sudicia senza busta. Il foglio conteneva questo reclamo, che depuriamo dalle sgrammaticature e dagli spropositi di ortografia: «Nell'interesse della pubblica morale, è bene prevenirla di uno scandalo, che ormai comincia a diventar pubblico. Tutti i giorni, una maestrina della scuola femminile nel vico Figurella a Montecalvario si reca a fare da modella nello studio di un noto pittore, dove rimane lunghe ore e spesso fino a notte fatta. Ciò, caro signor Vice-Sindaco, scandalizza grandemente molte madri e molti padri di famiglia, le cui figliuole frequentano la suddetta scuola. Provvegga sua Signoria acciò la cosa non vada per le lunghe a danno delle buone e timorate coscienze; sennò, loro malgrado, ricorreranno al Sindaco e poi ai giornali. Molti Padri di famiglia

La denunzia di coteste sedicenti buone e timorate coscienze era, si sottintende, anonima, anonimissima. Circostanza, che avrebbe dovuto essere una ottima questione pregiudiziale, per farla buttare nella paniera delle carte inutili. Poi, c'era tanto da dire in merito! Che importava a loro quel, che la maestrina facesse a lezione finita e scuola chiusa? o che dritto competeva all'autorità municipale d'ingerirsi nella condotta della maestrina in cose estranee alla scuola ed all'insegnamento? Dippiù, che male c'era a far la modella? od in che questa professione costituisce una colpa? o da quando in qua è proibita? Nessuno pretenderà d'inibire alla maestrina (che deve mangiare, abitare, vestirsi decentemente, molto decentemente, pagar le tasse, comperar qualche libro, eccetera), nessuno pretenderà di inibirle di aggiungere qualche altro piccolo provento alle poche lire municipali? Chi ha forza di braccia, farà forse la stiratrice; chi ha sveltezza di dita, ricamerà; e chi ha bellezza rara di forme, non potrà fare la modella? Qual professione più nobile della professione esercitata dalla Fornarina, d'una professione, che immortala colei, che l'esercita, che la rende in certo modo benefattrice dell'umanità, poiché coopera a creare quel bello, che è uno de' pochi nostri conforti? E non poteva darsi che stesse a mossa per la sola testa? Chi l'aveva vista levarsi la camicia? Chi l'aveva vista espor le membra ignude agli occhi del pittore? Dove era lo scandalo poi? che la Malasomma l'era andato divulgando a destra e a sinistra, che se n'era vantata? Chi ne avea riconosciute le fattezze su qualche tela alla Promotrice? Avevan dovuto appostarla e seguirla, per averne notizia, e chiacchierare con la portinaia, la quale d'altronde ignorava affatto, che la modella di quel pittore (tale supponeva lo Squillacciotti), di cui pure ignorava il nome, fosse una maestrina del comune. Chi saranno stati poi que' timorati soffioni? Forse facevan peggio; e quelle madri, che si scandalizzavano, non avrebbero forse potuto lodarsi, come le puerpere d'Orazio; laudantur simili prole puerperæ! Ed eran poi davvero i padri e le madri delle frequentatrici della scuola di strada Figurella a Montecalvario, che sporgevano reclamo? C'è da dubitarne. Le scuole municipali son destinate a chi non possiede mezzi da pagare la istruzione, al figliuolo del lustrastivali, alla figliuola della maruzzara (venditrice di maruzze cotte, ossia martinacci o chiocciole), della fruttivendola, della pescivendola: ora questi genitori laboriosi hanno da lucrarsi il pane, stando al posto tutta la giornata e parte della notte, ned avanza loro tempo da spiare le maestrine; e poi, quella onestà operosa è indulgente; e poi, generalmente, que' genitori, in Napoli, non sannoleggerescrivere; e, quand'anche per un supposto sappiano, non si querelano per iscritto e molto meno con anonime; anzi vanno in sezione dall'Eletto, dal Cavaliere (come per secolare abitudine chiaman tuttora il Vice-Sindaco), e si gravano a voce, urlano, schiamazzano, strillano com'aquile; né sanno di giornali e di stampe, altrimenti che per avvolgere quotidianamente in essi le loro merci. Ergo, il denunziante non era padre di famiglia, anzi piuttosto qualche nemico personale, qualche amante spregiato dell'Ersilia, che aveva cercato con lungo studio e grande amore un'occasione di vendetta; o forse, perché no? forse qualche nimico dello Squillacciotti, che finalmente si fregava le mani d'aver trovato via di ferirlo, nuocendo ad una persona a lui cara. Forse Don Vespasiano Sgrillo o Don Girolamo Catarinicchio, non erano estranei alla turpe delazione. E tutto nella lettera, cominciando dal Lei, che dimostra soggiorno nell'alta Italia, e terminando agli errori d'ortografia e grammatica; sembra confermare quest'ultima ipotesi. Con ciò, beninteso, non intendo ned approvare la condotta della Malasomma, né scusarla; dico solo, che, ad ogni modo, gli anonimi accusatori valevano meno di lei.

Il Vice-Sindaco del quartiere Montecalvario era un giovinotto scapestrato, al quale non importava un fico, che le maestrine facesser le modelle od avessero amanti; o tutt'al più, sarebbe importato quest'ultima cosa, ma solo in quanto le fossero state belle ed egli avesse potuto sperare d'essere ammesso al truogolo. Né la minaccia di reclamo al Sindaco l'avrebbe spaurito: un Sindaco di Napoli ha ben altre cose per le mani, ed altri cani da pettinare, né certo può perdere il tempo a far sorvegliare, invigilare le maestrine innamorate! tanto varrebbe occuparsi a non far gironzare pe' tetti le gatte miagolanti nel febbraio! Ma l'anonima minacciava de' giornali: ed in Napoli la stampa quotidiana forma una camorra, che incute paura a chiunque. Irrefrenata dalle leggi e da' costumi, tira botte da orbo a destra ed a manca, ed il proverbio nostro dice: dio ti scampi da mazzate di cieco. Il coraggio civile non abbonda in Italia, e la paura d'un articolo sul Volgo d'Ausonia, sulla Città Eterna, sul Nitrato d'Argento od altrettale libello quotidiano, avvilisce e piega ogni carattere più ritroso. Ah i giornalisti, i giornalisti! Per loro soprattutto valgono quelle parole di Biagio Pascal della terza delle Provinciali: Leur censure, toute censurable qu' elle est, aura presque tout son effet pour un temps; et quoique à force d'en montrer l'invalidité, il soit certain qu' on le fera entendre, il est aussi veritable, que d'abord la plupart des esprits en seront aussi fortement frappés, que de la plus juste du monde. Quindi il Vice-Sindaco stimò di non potersi esimere dall'investigar minutamente il fatto accennato, e con una riserbatissima chiese informi ad un notabile del quartiere. Cos'è un notabile? Per notabili s'intendono degli uomini, i quali novantanove volte sopra cento non son nulla nulla degni di nota, ed i quali vengono chiamati dal Vice-Sindaco a componenti delle Commissioni locali, igienica, di vigilanza per le scuole e di fortificazioni alias opere pubbliche (tre rispettabili consessi fecondi di molte chiacchiere e nessuna conclusione, che settimanalmente si radunano od almeno dovrebbero radunarsi, in ogni quartiere dell'ex-metropoli del quondam Regno delle Due Sicilie). Alcuni fra codesti notabili si occupano a raccogliere gl'informi, che debbono servire di documento a' certificati di buona condotta e di povertà, eccetera, da rilasciarsi a' richiedenti da' Vice-Sindaci, come per legge. In altri termini fanno la spia onestamente e pel zelo grande della pubblica cosa; e qualche volta pur troppo abusano o trafficano del tremendo ed occulto poter loro, né certo tutti gli attestati sono conformi al vero. Non faccia quindi meraviglia, se molti ambiscono come un onore grandissimo di esser invitati a lavorar gratuitamente di soffietto, e ne insuperbiscono come di una missione di fiducia. Prima di tutto quest'incarico potere effettivo ed influenza somma: chi notoriamente è l'informista del quartiere, viene riverito e temuto dal popolino; poi agevola la camorra; e finalmente, se non avessimo una natural disposizione allo spionaggio, come sarebbe stato possibile il sistema borbonico? Il notabile appostò la Malasomma quando scendeva di scuola, la seguì, la vide entrare nel casamento, dove era lo studio del pittore compiacente, interrogò destramente la portinaia e gli abitatori di qualche basso vicino (per basso a Napoli s'intende una bottega adoperata come abitazione; quasi tutta la plebe abita in simili bassi) e poi scombiccherò il suo rapporto, zeppo d'amenità ortografiche, grammaticali e sintattiche. Il Vice-Sindaco riferì al Sindaco; e, ricevutane risposta, chiamò in sezione la maestrina ad audiendum verbum regium pel tredici luglio. Ed interrogatala sul fatto, e rifiutando essa di rispondere né sì né no, sotto pretesto che a nessuno competesse d'interrogarla in proposito (vedete un po' che sfacciata!) l'invitò a dimettersi, se pur non preferiva vedersi destituita, con nota infamante pe' suoi costumi. Non v'era troppo a discutere: del resto, quel che meno poteva tollerare la superba Ersilia, era di sentirsi sgridata e trattata come un'inferiore subordinata da uno sbarbatello, il quale s'impancava sul serio a farle la lezione, e ripeteva in aria Macchiavellesca: «Quando s'è poveri, bisogna esser savii ed onestiChiese un foglio di carta e per scrisse e sottoscrisse la rinuncia all'uffizio, e vi mise la data, sorridendo a quel tredici, come un uffiziale condannato alla fucilazione sorriderebbe, ravvisando nel Comandante del picchetto, che debbe eseguir la sentenza, un suo antico e cordial nimico. L'unico modo per guadagnarsi un pane le veniva tolto; anzi, per maggior derisione, doveva simulare di rinunziarvi spontaneamente; sempre, va sottinteso, invocando la morale. Oh bella cosa le parole elastiche e senza un senso determinato! ognuno le interpreta a modo suo! Libertà, bene pubblico, ordine servono di ammanto alle camorre, al saccheggio, alla perturbazione amministrativa! oh bella cosa!

Scendendo dalla Casa municipale, quella povera Ersilia si reggeva a mala pena, e non ebbe forza nemmanco di recarsi allo studio, dove lo Squillacciotti l'aspettava. Si dava perduta, ormai. Non poteva sperare di ricollocarsi nell'insegnamento o pubblico o privato, perché ognuno incomincerebbe dall'informarsi di lei presso il Municipio di Napoli, e l'incartamento avrebbe risposto. Per qualunque altra occupazione valevano le ragioni stesse di tredici mesi prima; e poi, ci aveva quell'amore in corpo, al quale le sarebbe tornato impossibile di rinunziare, e che pure era inconciliabile con una vita di operoso lavoro. Lo Squillacciotti l'avrebbe certo mantenuta, e largamente: ma questo appunto non sopporterebbe in alcuna guisa, mai; e si sentiva già offesa pensando, ch'egli proporrebbe una tal cosa ed insisterebbe. Da lui, no; da lui niente! Piuttosto da qualunque altro... Fin dall'altra volta, quando s'era incontrata a faccia a faccia con la miseria, aveva cominciato a fissarsi su questa idea: che fatalmente dovrebbe finire nella prostituzione. E questa idea, come avviene delle cose, che ispirano raccapriccio, esercitava su di lei quasi una malia, le faceva venir la vertigine quando principiava a considerarla. L'altra volta aveva lottato ed era giunta a ritrarsi dall'orlo dell'abisso; ma ora, dopo essersi creduta al sicuro per sempre, vedersi di nuovo in pericolo, senza un ricovero all'orizzonte, la scuorava: riconosceva deciso il fato suo. La sua idea fissa si formulava così: «Non mi resta se non a far la meretrice.» E questo pensiero le ronzava importunamente all'orecchio; ed essa non aveva più forza di scacciarlo; e ragionava spaventevolmente la sua demenza. «M'ingegnerò come tant'altre! È un duro passo! ma s'inghiottono le più amare medicine. A poco a poco incallirò la fronte; a poco a poco perderò il rossore, e l'incomodo pudore, il ritegno, la vergogna,... come tutte l'altre. Oh che son la prima? Una più, una meno! Son tremila in Napoli, dicono. Povero Mimì, per lui mi dispiace. Ma già, doveva essere, giorno prima o giorno dopo. Eternamente non poteva durare innamorato di me. Gli risparmio i rimorsi, che si procaccerebbe abbandonandomi e credendosi autore poi della mia perdizione. Ci vuol coraggio; coraggio ci vuole. L'hanno tante! che m'abbia da mancare a me? Quanto ho, a proposito, nel portamoneta?» È qualcosa di tremendo il lento avanzarsi della miseria, che minaccia di sommergervi: quel dover calcolare, che non si è più se non a trenta, a venti, a dieci, a cinque lire dalla fame, come in un naufragio, mentre il bastimento sprofonda lentamente, il marinaio appollaiato sull'estremità di un albero, può calcolare di non essere più se non a venti, a dieci, a cinque palmi dall'acqua, dal vortice, dalla morte. Oh come sgombra dall'animo ogni alterezza, ogni senso di decoro: pur di satollarsi, tutto sembra fattibile; e si presume d'aver forza di commettere e di sopportare infamie, forza che nell'atto poi forse mancherà.





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