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Vittorio Imbriani
Il vivicomburio e altre novelle

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  • La bella bionda
    • VIII. O prima o poi, tanto è l'istesso
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VIII. O prima o poi,

tanto è l'istesso

 

'Nu miedicu de ciappa l'ha sparatu:

E butandu lu ficatu e le 'ntrame,

Nuddhu male de morte nci ha truatu.

 

Ma, se 'imu stare a le parole suoi,

Tocca cridi, ca è muertu de la fame,

Soletu n'ale de li caddhi toi.

Francescantonio D'Amelio

 

Anche il giorno appresso l'Ersilia non venne alla posta consueta, e Mimì cominciava a mettersi in apprensione, quando un giornale della sera, Il Volgo d'Ausonia, che egli leggeva assiduamente, perché l'è notorio essere ispirato da Don Vespasiano Sgrillo, riferì senza nomi, ma con troppo manifeste allusioni anche a lui, l'avvenuto alla Malasomma. Ma, se quel foglio, grazie alla prudenza dello Sgrillo, solito a non provocare i musi duri, usava qualche riguardo; la Città Eterna, giornale del mattino, organo di Don Girolamo Catarinicchio, non n'ebbe alcuno; e stampò un lungo articolaccio, attaccando indelicatamente lo Squillacciotti ed apponendogli d'avere intrusa una sua druda fra le insegnanti municipali. Dacché Mimì amministrava l'Albergo de' Poveri, il Catarinicchio, non aveva mai cessato dal fargli la più sporca ed accanita guerra, sia per mezzo della stampa, sia ne' Consigli Comunale e Provinciale, sia finalmente in Parlamento e ne' colloqui particolari co' Ministri. La Città Eterna aveva malignato ogni atto, calunniata ogni intenzione dell'Amministratore; e terminava ora l'articoletto sulla Malasomma, conchiudendo, che si aspettava di vederle affidato qualche incarico nell'Albergo. A buon intenditor poche parole; lo Squillacciotti ben capiva, che questo schiamazzo gli veniva suscitato contro per aver egli divulgato gli antecedenti del Catarinicchio e l'affare della colletta; e, pieno di rincrescimento (meno per la cosa in sé, che per l'afflizione, la quale ben comprendeva doverne sentire la buona Ersilia), s'incamminò verso la casa di lei.

Traversando Toledo, incontrò Don Girolamo, seguito da un piccolo Stato maggiore di camorristi subordinati, uno de' quali teneva in mano e leggeva la Città Eterna: la brigata poi sghignazzava ascoltando. Mimì prende per sé que' cachinni, ed ebbro di collera si scaglia contro Don Girolamo e gli sputa in faccia con tutta la forza d'espettorazione concessagli da madre natura. Fece male? Malissimo, senza un dubbio al mondo. Nella strada pubblica dovremmo esser tutti e sempre inviolabili; per chi si ritiene offeso, c'è il duello; ned è scusabile, ammissibile, di ricorrere alle vie di fatto, come un mascalzone, se non quando ne venne rifiutato quel modo di soddisfazione in uso tra la gente educata. Quindi io non posso non biasimare lo Squillacciotti; ma il comprendo: in alcuni momenti si ha proprio bisogno d'uno sfogo, ed il lazzaro aborigene riappare sotto la vernice dell'educazione e del galateo. A quell'atto villano, gli accoliti del Catarinicchio s'allontanarono e si sparpagliarono per radunarsi più in , come un gruppo di soldati in mezzo a' quali caschi una bomba; ed il duca rimase solo, a faccia a faccia con Mimì, che s'era fermato, dispiacente ma non pentito di essere trascorso tant'oltre, ed aspettava, ch' e' reagisse. Ma il valentuomo non reagì; anzi accostandosi e rivolgendosi all'avversario, mentre rasciugava col moccichino il volto intriso di saliva, gli disse con accento soave: «Come! a me? ad un antico amico

E l'altro: «Io non iscelgo i miei amici fra' tuoi pari; fra' fautori de' disordini e delle camorre, fra gente lordata d'ogni sozzura. Se mai, in altri tempi, non conoscendoti per bene, io ti ho chiamato amico; ora, che ti so, ritratto e disdico la parola

«Quanto male mi giudichi! Eppure io t'ho voluto sempre un gran bene

«E si vede! Attaccandomi codardamente nell'onore con insinuazioni perfide; suscitandomi difficoltà senza fine; aizzandomi addosso questi sudici giornali! Porco tu, porci loro; il diavolo vi porti

«Quante cose false ti hanno dato ad intendere! Io combatto il tuo partito, le tue opinioni; ma per te, individualmente, ho sempre avuto amicizia e simpatia!...»

Sta a vedere che lo Squillacciotti aveva anche torto di dolersi delle insinuazioni de' gazzettieri, i quali senza dubbio si sarebbero anche essi scusati dicendo:

 

Dans ce portrait qui le blesse

Pourquoi s'est il reconnu?

Nous n'en voulions qu'à l'espèce,

Et point à l'individu.

 

Così parlarono qualche minuto. Mimì sull'orlo del marciapiedi, don Girolamo nel rigagnolo; Mimì arrogantemente, don Girolamo come ad un amico imbizzarrito, che si voglia far rinsavire, come se uno sputo in faccia fosse men d'uno sgarbo, una coserella insignificante, perdonabile! Quando s'ha una faccia di corno di quella fatta ! La posizione diventava ridicola; e lo Squillacciotti il sentiva, ma non sapeva come risolverla. Ed ecco venirne a quella volta, per caso, don Antonio Mastrolillo.

Il Catarinicchio gli fa cenno di avvicinarsi: «Totò, vieni qua, vieni qua; tu, tu sei buon amico di tutt'e due noialtri, tu; e so che ti farà piacere quel, che vo' dirti. Ecco qua, Mimì Squillacciotti, che per falsi rapporti d'alcuni mettimale, non mi guardava più in faccia. È un buon figliuolo, veh! ma piccioso comm' a 'no piccerillo. Ed oggi, finalmente, l'ho persuaso ed ho avuto il piacere di stringergli la mano ed ogni ruggine è finita.» Così dicendo, con franchezza senza pari, con disinvoltura impareggiabile, stese la mano sinistra al Mastrolillo, e la destra allo Squillacciotti; il quale, vinto, disarmato da tanta disinvoltura, non seppe negargli la sua. «Ed ora, a rivederci! Ho degli amici, che mi aspettano.» E raggiunse lo Stato maggiore che attendeva a breve distanza: chi sa che frottole avrà raccontato loro!

Lo Squillacciotti, ancor turbato della sgradevole scena, proseguì la strada sua. Trovò l'Ersilia sola e lacrimosa, abbandonata bocconi sul letticciuolo; ne seppe i minuti particolari del fatto e cercò di esilararla, abbattuta com'era: «T'assicuro, in fede mia, che ci ho quasi quasi gusto; l'affare è disgustoso; mi dispiace, che tu te n'accori; ma sì, ci ho gusto

«Hai torto, Mimì, torto d'averne gusto

«No, carina. Ora soltanto sei mia veramente ed in tutto. La non mi voleva andare, che una mia donna, che l'amante mia, facesse una professione, e potesse darmi solo i ritagliuzzi di tempo non presi dal mestiere, e stesse sempre interrogando con la coda dell'occhio l'oriuolo per non violare l'orario. Rammenti quel Re, nella cui cucina s'infilzava ogni mezz'ora un cinghiale allo spiedo, acciò si trovasse sempre un pezzo d'arrosto bell'è pronto al momento in cui la Maestà sua sentirebbe appetito? Ebbene, a me sembra, che del pari bisogni aver la propria donna pronta pel momento del desiderio. E quantunque dico di me, vale viceversa per te pure. Se ti vien voglia d'andartene con me una giornata a Caserta, a Portici, a Baia, a pranzo sul Vomero, non avrai più il pensiero della scuola, la paura di rimproveri, l'obbligo di mendicare o mentire scuse. Sarò sempre per ricevere il bacio, che tu forse più di una volta hai voluto darmi, quando dovevi spiegare invece la storia sacra alle bimbe. Sai quante fiate ho voluto pregarti di mandare la scuola a quel paese? Non osavo, perché ti ci vedevo metter tanto amore. Ma di quante belle ore, di quanti piaceri ci ha frodati! quanti sciocchi riguardi ci ha imposti

«Inutilmente: si risà tutto.»

«Chi ha voluto nuocerci, ne avrà invece beneficati. Ora son finite le restrizioni, gl'impicci: quando, quanto e dove ci pare e piace, sempre liberi, indipendenti. Ti par poco? già questa tua cameretta non va; dello studio non abbiamo più bisogno; mi incarico io di trovarti fra un paio di giorni un bel quartierino adatto e grazioso. Non istar più ingrugnata! Sii lieta della mia letizia

Così prodigava i conforti e le consolazioni. Tutto inefficacemente. Forse una sola parola avrebbe potuto guarire quell'anima piagata a morte: parola, che l'Ersilia non osò mai sperare e che a lui non venne nemmeno in capo di proferire. La parola: Sposami. Se ci avesse pensato, lo Squillacciotti la avrebbe forse detta; ma non ci pensò.

L'Ersiliuccia si sforzò a sorridere; e quantunque non riacquistasse il solito brio, si porse affettuosa e condiscendente all'amante, sicché questi poté crederla distratta e rasserenata. E chiacchierando ed accarezzandola ed abbracciandola, lui le trafugò destramente un portamonete nella tasca dell'abito, in modo, che avrebbe potuto non accorgersene immediatamente, come parve di fatti, che non se ne fosse accorta. E nel portamonete, prima di uscir di casa, lo Squillacciotti aveva accumulati non solo parecchi biglietti del Banco e della Banca, vari per sesto e per colore; anzi pure cinque o sei di que' marenghi tanto belli e pur tanto rari adesso. Stettero insieme parecchie ore, ma, che so? non erano le ore beate dello studio. A mutar dimora, almeno per qualche tempo, la fanciulla non volle acconsentire.

E quando finalmente, avvicinandosi l'ora in cui gli altri coinquilini solevano rincasarsi, Mimì tolse comiato e diceva: «Quando ci rivedremo? Domani allo studio? Sì, v'è meno soggezione?» essa, cavò di tasca il portamonete, lo aprì, guardò dentro, ne trasse biglietti e marenghi, li annoverò sul tavolo e sorrise. Poi li rimise tutti dentro, salvo un cinque lire, e, richiusa la borsetta, la riporse all'amico, soggiungendo: «Non sarà troppo per una volta

«Cosa intendi dire

«Prendi

«Beh! cosa debbo farmene del tuo denaro

«Mio? non so d'averlo guadagnato. Cosa vuoi tu, che io me ne faccia? Credi, che non abbia visto quando me l'hai ficcato in tasca? Tutti questi quattrini! hai voluto, che mi servissi da me? Grazie! Mi son servita: ripiglia il resto

«Ersiliuccia mia, ragioniamo un po'. Vien qua, matterella. È roba tua; in questi momenti può occorrerti...»

«Io non accetto elemosine; io non pitocco; io non vi ho mai chiesto nulla...»

«Chi parla di limosina? Che fra noi ci è mio e tuo? a questo ne siamo? E non dovrebbe piuttosto esser tutto comune: e nessuno avere il minimo ritegno di offrire o d'accettare? Questa è superbia e mancanza di cuore, figliuola mia. Né tu chiedi; sono io, che prego, supplico, acciò ti piaccia di gradire questo dono da nulla, questa offerta...»

«Che fatta al bisognoso, è carità. Io carità non voglio: non voglio neppure questi riguardi, questi sotterfugi che si adoperano col povero vergognoso. M'avete chiamata superba? Sissignore, ho l'orgoglio della mia miseria...»

«Ma dunque, se non t'abbisogna tutto quel poco, prendine almanco la metà; consideralo come un prestito, che poi mi renderai... fammene la ricevuta, e così...»

«Sarebbe una carta senza valore; sapete bene, che non avrò mai di che rimborsarvi...»

«Poco male... Ma no, niente affatto: ci adopereremo. Se vuoi continuare nell'insegnamento, si troverà un posto anche migliore del presente... di quello, che hai perduto... Via, non mi far disperare! Tieniti questa inezia... ho troppi obblighi verso di te... aggiungi anche questo agli altri... Ti par'egli, che io possa lasciarti con cinque lire?...»

«Quelle cinque lire le accetto... sono danaro guadagnato... il primo guadagnato così... sono il prezzo della vostra visita...»

«Ersilia! So bene, che scherzi, tu!»

«No, no, no! Magari scherzassi! Altro che! Pur troppo per me gli scherzi sono finiti, né riderò mai più di vero cuore, come m'avete visto ridere altre volte. Vi dirò quel, che ho risoluto; tanto l'avete da sapere. Debbo vivere... Cioè, debbo! Che obbligo c'è? Basta! Debbo vivere; debbo mangiare, vestirmi; e non voglio dover niente a nessuno, intendete? Avevo una professione: me l'hanno tolta. Avranno fatto bene: era distratta e poi dava il cattivo esempio... O bene o male la cosa è fatta, non c'è rimedio. Che mi rimane? Ricadervi sulle braccia, farmi pagar caramente da voi quello amore, ch'ero tanto lieta di donarvi, non voglio. Che mi rimane? ingegnarmi come tante altre, io l'ho sempre detto. Cinque lire per volta mi pare di valerle. Credete sia troppo? Tenete, ecco il biglietto, diminuite. Ma trattatemi come merita lo stato mio; non fate complimenti. Quel passato felice è chiuso per sempre dietro a noi! Io non posso più esser l'Ersilia amante vostra, che veniva col velo basso ad un misterioso convegno. Non posso più amarvi disinteressatamente, esclusivamente; perché aspetto il mio sostentamento dalla vostra gratitudine per le accoglienze mie. E' mi bisogna diventar la donna impudente, che si fa pagare, . Duro tirocinio: ma con un po' di buona volontà, che non s'impara? Io era negata per l'aritmetica, eppure mi ci misi con l'arco della schiena, ed ebbi tutti i punti all'esame. Voglio il giusto però: quel, che valgo appunto, non più. Voi continuerete a venire... spero. E quando sarete stanco... quando non v'avrò visto per una settimana, farò come fanno l'altre... scenderò verso sera nella strada, e fermerò chi capita, allora. Tanto il bisogno non ammette scelta

«Ersilia, Ersilia, io comincio a dubitare della tua ragione. Ti sei troppo esaltata, poveretta; prendi troppo a cuore il dispiacere per la scuola. Di che bisogno parli? Tu sei mia, mia carissima; tu mi ti sei data; ed io non rinunzio a' miei dritti; io ti voglio ora, e sempre, sempre mia. Che hai fermo d'angosciarmi oggi? Quante schiocchezze ti se' fitta in capo? quand'anche potessi amarti meno del primo giorno, e venerarti meno; il che non è, tel giuro per quanto ho sacra la memoria di mia madre; quand'anche... o non dovrebbero offendermi le tue parole? Tu sei mia; tu ti sei sacrificata per me; ed io t'amo... e questo vincolo non ti par sacro al pari del più giurato e più guarentito vincolo? Il giorno, che mi ti sei conceduta, non ho contratto l'obbligo d'onore di proteggerti, di provvedere a tutto? e tu non l'hai accettata questa protezione mia, implicitamente? È la natura, che stabilisce questa relazione, sai? Riprendi dunque questa roba, e sta zitta. Domani ci rivedremo; anzi stasera; e sarai più calma. Prendi, Ersiliuccia, o ch'io vado in collera: tu non mi hai visto ancora in collera, non sai di che son capace! Via, te ne scongiuro

«Non valgo tanto; sarebbe truffa. Voi siete generoso con l'Ersilia d'ieri, che era la vostra buona amica; quella d'oggi... si paga a tariffa

Lo Squillacciotti ebbe un momento d'impazienza; afferrò pel braccio e scosse la bella bionda; poi la guardò fiso e sciamò atterrito, scostandosi da lei: «Ahimè! ahimè! che tu sia impazzita Ersilia

Ed era impazzita, ed ora è morta.





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