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Mastr'Impicca
C'era una
volta un Re di Scaricabarili, vedovo e padre di figliuola unigenita, bella
quanto il sole. E, dicendo bella quanto il sole, par che si dica quel
più che può dirsi. La Rosmunda, ereda presunta del trono scaricabarilese,
portava due grandi occhi bruni in fronte, che innamoravano; ed in capo una
chioma lunga e folta tanto, che avrebbe potuto vestirsene. La voce di lei
sembrava una musica, ammaliava. Sebbene andasse appena pe' sedici anni, le sue
movenze eran tutta grazia e disinvoltura, non aveva il solito fare impacciato
delle giovanette. Né poteva rinvergarsi od immaginarsi la più colta ed
assennata principessina in tutto l'universo mondo. E buona e caritatevole era:
dovunque accadesse una sventura, si era sicuri di vederla giungere, recando
consolazioni, distribuendo elemosine e sussidii e quelle parole di conforto,
spesso più giovevoli de' maggiori aiuti materiali, le quali sole hanno virtù di
rasciugar le lacrime, di rasserenar gli animi. Figuriamoci come il popolo
intero dovevano tener cara questa donna Rosmunda! Non si sarebbe trovato nel
Regno uno, che le volesse male! I sudditi travedevano per lei. Ed ella, conscia
di tanto amore, era tuttogiorno in giro senza compagnia, senza scorta, senza
corteggio, senza seccature, certa di non incontrare se non reverenza ed
ossequii.
Frattanto il
padre s'apparecchiava a darle marito. «Io mi son vecchio» pensava Maestà. «Più
che vecchi non si campa: oggi o domani mi toccherà a tirar l'aiuolo. Una volta
ch'io sia andato a rincalzar cavoli, che ne accadrà di questa ragazzaccia?
Posso lasciare senza scrupolo il Regno ad una fanciulla inesperta? Quando
regnan le donne, i sediziosi si accrescono degl'innamorati. La Rosmunda è
savia: pur che la duri! La Rosmunda è buona: ma non si governa con la volontà
d'animo; non si reprimono o scongiurano le insurrezioni con un bel par d'occhi;
non si rintuzzano o sconfiggono gli eserciti nemici, sciogliendo all'aura i
capei d'oro. Con questi vicini, con questo popolo, con questo Parlamento, con
questi uomini politici, e' ci vuole la mente ed il polso d'un uomo.
Provvediamoci a tempo: senza fretta precipitosa; ma... chi ha tempo non aspetti
tempo.»
Parlò del suo
divisamento alla figliuola, che veramente non aveva ancora pensato al
matrimonio, ned altro ambiva se non rimanersene eternamente libera e felice,
com'allora. «Ci ho voi di amare e mi basta, babbo. Tanta fretta avete di
sbrigarvi di me? E che bisogno c'è d'un marito? L'Elisabetta d'Inghilterra non
se l'è cavata male, eppure seppe farne senza. E gli scaricabarilesi sono
concordi nell'amarmi.» Pure, assennata come era, la Rosmunda finì per
arrendersi ai voleri paterni; ed ammettere in principio, ch'era espediente ed
urgente il munirsi d'un consorte.
Ma chi
scegliere? Veramente, di proci non si penuriava. Tutti i Re da corona o
spodestati, tutti i Principi reali del mondo, sarebbero stati prontissimi ad
impalmare una donnina bella quanto il sole, la quale recava in dote il Reame di
Scaricabarili, con seicencinquantaquattromila e trecenventun miglio quadrato di
superficie e cenventitré milioni quattrocencinquantaseimila,
settocentottantanove abitanti (secondo l'ultimo censimento ufficiale). Ed i
sovrani dei tre Regni confinanti: il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e
l'autocrate d'Antibo, avevano già richiesta officiosamente, ciascuno per conto
proprio, la mano di donna Rosmunda, dichiarandosi innamorati cotti per fama e
per ritratto della perla scaricabarilese (così la Principessa veniva chiamata
da' poeti aulici). Ma (c'era un ma) il guaio era che la perla scaricabarilese
non si sentiva nient'affatto proclive ad innamorarsi della fama o del ritratto
di alcuno di quei tre proci. La ragione n'è facile ad assegnarsi: il monarca
d'Introibo era gobbo, il desposta di Exibo era zoppo, l'autocrate di Antibo era
guercio; questo riguardo al corpo, al fisico, come suol dirsi. Il monarca
d'Introibo aveva fama di sciocco, il desposta di Exibo veniva reputato
vigliacco, l'autocrate d'Antibo era in voce di crudelissimo; questo riguardo
agli animi, al cosiddetto morale. La Rosmunda, potendo senza irragionevolezza
attendersi a trovar meglio, avrebbe scartati tutt'e tre senza molto riflettere:
ma ciascun d'essi era un Re possente, ciascun d'essi assoldava un esercito
poderoso ed aveva lasciato chiaramente sottintendere che farebbe un casus
belli del rifiuto. Come regolarsi? Tutti e tre, già, la Principessa non
poteva sposarli. Preferirne uno, il men cattivo, equivaleva a sacrificarsi
barbaramente, dando un pessimo signore al paese ed appiccando guerra con gli
altri due. Dar le pere a tutti e tre, significava averli tutti e tre sulle
braccia, ed esporre il Regno di Scaricabarili agli orrori ed a' pericoli d'un
conflitto micidiale contro una coalizione fortissima! La povera della Rosmunda
impetrò dal padre un po' di respitto per ben ponderare prima di risolversi. E
questo tempo passava piangendo, crucciandosi, disperando e non sapendo a qual
partito appigliarsi.
Un giorno,
mentre stanca di piangere passeggiava sola sola nel più opaco boschetto ed
appartato del giardino reale, vide sopra un sedile rustico una figura di
vecchierella da muovere a compassione ed a raccapriccio chiunque. Era una
nanerottola scrignuta, con le grucce; curva che il mento quasi toccava le
ginocchia; tutta grinze, crespe e rughe; con gli occhi scerpellati e cisposi;
senza sopracciglia; con la zucca tignosa e calva; con la pelle chiazzata e
piena di croste purulente; scarna e nera come una mummia; mal coperta da cenci
lerci, che brulicavano d'insetti. Questo mostricino stese la mano e la Rosmunda
subito, senza dimostrar punta nausea, si frugò nelle tasche e le porse quanti spiccioli
vi trovò. La vecchierella, preso il denaro, e ringraziato con voce stridula e
tremante, soggiunse: «Grazie di quest'elemosina, è carità fiorita. Ma l'Altezza
Vostra potrebbe beneficarmi viemaggiormente se volesse!»
«Dite pure,
buona donna; ormai non mi riprometto altro al mondo che di procacciar qualche
piacere altrui.»
«Io sono
decrepita; ed ho tanti malanni addosso che basterebbero a sotterrare una
giovane: tiro il fiato co' denti. Tra pochi giorni non ci sarò più. Ma morrei
contenta se mi toccasse una consolazione prima di andare a Patrasso. Oh se
l'Altezza Vostra volesse!...»
«Cosa ch'io
possa!»
«Può, può;
basta che voglia.»
«Allora... Di
che si tratta?»
«Vegga
l'Altezza Vostra: io, ho novantanove anni, ed ho sempre stentato al mondo o
sofferto e servito: sempre sono stata maltrattata e schernita. La vita mia è
stata sempre appunto il contrario della vostra, di voi che siete accarezzata ed
ossequiata da tutti, che non avete mai sperimentato cosa sia bisogno e penuria,
che innanzi di aver finito di esprimere un desiderio lo vedete già adempito.
Prima d'esser buttata nel carnaio vorrei scialarla un giorno solo; ed in quel
giorno assaporar tutti i comodi della vita; e che l'Altezza Vostra stessa mi
accudisse, attendesse a servirmi per quella giornata lì.»
La domanda
indiscreta della vecchiarda fece dapprima quasi ribrezzo alla Principessa. Una
richiesta siffatta ne offendeva l'orgoglio legittimo ed i sensi delicati. La
figliuola d'un Re di corona, l'ultima discendente di cinquanta sovrani, l'erede
del Regno di Scaricabarili, la futura dominatrice di 654.321 miglio quadrato di
territorio e 123.456.789 sudditi (secondo l'ultimo censimento ufficiale),
educata come a nobil principessa s'appartiene, abbassarsi a prestar cure
servili ad un'accattona, alla più umil persona dell'infima plebe! Come, lei,
donna Rosmunda, sempre linda e schifiltosa, sempre profumata d'acque nanfe,
toccar quelle caccole, quelle croste, quelle gromme, quella tigna, quella
scabbia, que' cenci sordidi e puzzolenti!, esporsi a prender quelle malattie
schifose!, sentir trasmigrare nella propria biancheria, sul proprio corpo,
nella bella capigliatura, i pidocchiacci, i cimicioni, le pulci, gli àcari,
tutte le generazioni d'insetti che formicolavano sopra e sotto la cute della
vecchiarda! Brrrrr!, c'era di che svenire al solo pensiero! E la Rosmunda stava
per rispondere sdegnosamente alla mendicante ch'ella era matta, che si facesse
in là, che non ardisse toccarla, che chiamerebbe gente per espellerla dal
giardino e condurla al manicomio..., ma poi, riguardando quell'avanzo del tempo
e della miseria, si sentì rintenerire. Vide una tale agonia, una tale intensità
di brama espressa in quegli occhi, in quel volto che ebbe ad impietosirsene.
Cominciò a pensare: «Poveretta! costei ha tribolato novantanov'anni continui,
miserrima, scontraffatta, malaticcia, zimbello di tutti, litigando con la fame,
senza gustare una dolcezza, senza impetrar mai soddisfatto un voto suo, per
quanto onesto e discreto. E sta in me di appagarlene uno, tanto naturale! Ma
come si fa a vincere la ripugnanza che provo, ch'è somma? Se almeno fosse più
pulita! Se non avesse quella rogna e quella tigna e quel brulichio addosso...
Allora non avrei tanto schifo... Ed allora che merito ci sarebbe? A voler fare
atto gentile, questa repugnanza appunto vuole esser vinta, e vinta senza
ch'ella pur lo sospetti. Mostrata, torrebbe ogni pregio all'opera umana. Sono o
non sono cristiana? E dubito di fare una buona azione, di contentare un
poverello di Cristo? Io, che malgrado la minaccia di nozze abborrite ho ancora
consolazioni e speranze, che il padre comune ha trattato da figliuola
prediletta, sento l'obbligo di procacciare una consolazione a questa meschina,
di realizzarne una speranza. Non è mia suddita? O non è dovere pe' Principi il curare
il bene e la felicità dei sudditi? Povera vecchierella, mi fa compassione
proprio... Quand'anche, dopo, dovessi radermi i capelli o trovarmi mischiato
qualche malore, non ho il cuore di negarle quel che desidera.»
Risolvendosi
adunque, invitò con benigno volto la vecchiarda sciancata a seguirla; e, non
potendo questa camminare agevolmente, le offerse il braccio. La mendicante vi
si aggrappò rozzamente, e, passo innanzi passo, più arrembatamente delle
tartarughe, più lentamente delle lumache, confortandola sempre la Principessa
con buone parole, mentre ella ad ogni pedata traeva un gemito, giunsero al
palazzo.
La Rosmunda
fece preparare un bagno caldo profumato e rimandò le cameriste e spogliò con le
proprie mani quella pezzente e se la tolse in collo e l'adagiò essa stessa
nella vasca di giallo antico; la soffregò col sapone e poi la riasciugò con
lenzuola ed asciugamani tepidi; la pulì tutta, la pettinò, la medicò con
unguenti prescritti dal protomedico di Corte, la rivestì di buone vesti. Quindi
la presentò al padre. «Come un ospite» diceva lei «che mi ha recata una
commendatizia di Colui, ch'è giudice de' Re della terra. Come! se il più
abietto principe e dappoco ci manda un qualunque ambasciadore, un misero
ministro plenipotenziario, un aborto d'incaricato d'affari, uno spione
salariato, lo si accoglie con pompa, gli si smalta il petto di crascià
smaglianti, gli si danno simposii e balli e rappresentazioni di gala. E
trascureremmo poi i miserelli, quando i miserelli appunto sono i messi di
Gesù?» Il padre, che trovava sempre ottimamente fatto quantunque la Rosmunda
facesse, sebbene non consentisse in cuor suo a questa teorica, che, largamente
praticata, avrebbe trasformata la Corte in un ricovero di mendicità, pure
accolse con benignità la vecchia e degnò chiacchierar seco. E fu stupito egli
stesso e fu stupita la Rosmunda e tutta la Corte fu stupita, che un'accattona
avesse tante cognizioni e sapesse parlar tanto per benino.
Dopo il
pranzo la vecchierella affermò d'aver proprio bisogno di schiacciare un
sonnerello. La Principessa la condusse nella camera propria e la vestì lei
stessa come si veste un bambino, ed introdottola nel letto e chiusi i
cortinaggi, sedette poco discosto in una poltrona, e cominciò a leggere un
libricciuolo al lume di una lampada a petrolio, posta sul tavolino da lavoro.
Di tempo in tempo, interrompeva la lettura, posava il libro sul tavolinetto, si
alzava e si approssimava alla dormiente, per assicurarsi che riposasse
tranquilla. E quando riboccava le lenzuola, e quando rincalzava il letto, e
quando sprimacciava la coltrice, e quando rassestava i guanciali, e quando le
tergeva il madore dalla fronte; insomma le prodigava quelle cure pietose, che
le buone infermiere tributano agli ammalati affidati loro. E la guardava con
affetto, perché le anime gentili si affezionano appunto beneficando; e pensava:
«Domattina, avrò cuore di rimandar costei? Mi basterà l'animo a permetter, che
mi lasci? Per opera mia questa meschinella avrà gustato, delibato un po' di
bene, acciò le appaia quind'innanzi più squallida la miseria? Un giorno di vita
comoda la farà tribolar peggio ne' dì vegnenti! Bella carità! O non sarebbe
stato più umano il respingere senz'altro, ricisamente, la sua preghiera?
Esaudendola, ho contratto in certo modo l'obbligo morale di provveder per
sempre a lei. No, la mia vecchierella non se ne andrà né domani, né mai; non mi
abbandonerà più, più. Io già non le do licenza di partire, dovesse anco
costarmi maggiori e peggiori ripugnanze l'assisterla. Dio mio, ispiratele di
non opporsi alle intenzioni mie ed allungatele la vita, acciò non le incresca
di essere nata, e non commetta il peccato di mormorare contro la provvidenza
vostra!»
Così
pensando, aveva posato il libro sulle ginocchia e congiunte le mani; e guardava
verso il letto. Vide agitarsene le cortine, e stava per accorrere a' servigi
dell'ospite. Qual non fu mai la sorpresa, anzi lo spavento di lei, quando le
tende del parato si aprirono, e ne uscì una donna vaghissima, tutta velluti e
trine e gemme, la quale diffondeva intorno una luce vivida tanto, da
rischiarare splendidamente la zambra e da fare impallidire il lume a petrolio!
Contemporaneamente tutta la Reggia fu scossa come da un tremuoto e s'udì come
lo schianto di un tuono. La Principessa balzò in piedi esterrefatta; il libro
ruzzolò per le terre; ed ella aprì la bocca per gridare accorr' uomo! ma
lo spavento e la meraviglia le avevan tolta la voce. E quella donna vaghissima
le mosse incontro, sorridendole amorevolmente; ed aprendole le braccia, disse:
«Non gridare! non temer nulla! Chi credi tu, ch'io mi sia? Ho faccia di
cattiva, io? Ti sembra, ch'io possa voler far del male a te od a chicchessia?»
«Signora...
Io... Lei... Come qui?» rispose la Rosmunda, non ancor del tutto rassicurata,
ma vergognandosi d'avere avuto paura. La paura non era nelle abitudini de'
membri di quella dinastia.
«Son la tua
santola, sai! sono la fata Scarabocchiona; quella, che ti ha tenuta sul fonte
battesimale...»
«E la
vecchierella?»
«La
vecchierella era io. Volli sperimentare il buon cuore della mia figlioccia:
ecco perché avevo assunto quella forma esosa di vecchia scrignuta, cisposa,
claudicante, tignosuzza, che faceva stomaco, nausea, vomito, recere ed
arcoreggiare. Io ti leggeva nella mente ogni pensiero: ho scorto quali
ripugnanze t'è stato mestieri di vincere. E le ripugnanze vinte appunto dànno
pregio all'operato tuo. Vien qua, abbracciami!»
«Volentierissimo!
O cara la mia santola, quanto godo anch'io di pur vedervi! Me l'avevan ben
detto le mille volte, che ci avevo avuta una fata per commare; ma quasi la
ritenevo una chiacchiera: ché non vi siete mai ricordata della figlioccia
vostra, ché non vi siete mai fatta vedere, né mi avete in alcun modo date le
vostre nuove.»
«Ingrataccia!»
ripigliò sorridendo la fata Scarabocchiona, «ed a chi, se non a me, ed a che,
se non alle mie fatagioni, devi tutte le belle parti che ti adornano, tutta la
felicità che hai goduta sin qui?»
«O sì, la
felicità! Non ci può essere donna più infelice, più misera, più cruciata, più
dolente, più disperata di me, cara santola! Voi non sapete...»
«So tutto, so
tutto, signorina. E perché so tutto, mi vedi qua. Gli amici si riconoscono nel
bisogno, alla pruova. Tuo padre ti vuol dar marito in tutti i modi?»
«Sì, cara
fata Scarabocchiona, mi vuol proprio affogare, mi vuole!»
«I
pretendenti sinora son tre?»
«Appunto,
santola mia, appunto!»
«Vedi, s'io
so tutto. C'è la Maestà di Baldassarre V, monarca d'Introibo?»
«Già, ch'è
vecchio, gobbo e sciocco: il Ciel me ne scampi!»
«E poi, c'è
Don Melchiorre XVII, despota d'Exibo?»
«Ch'è un
omaccio di mezza età, zoppo e vigliacco: Iddio me ne liberi!»
«E finalmente
l'autocrate d'Antibo, Guasparre I?»
«Quel che più
temo: un ragazzaccio imberbe, guercio e crudele. Oh, se la Madonna mi salva da
lui, regalerò una lampada d'argento alla Cattedrale!»
«Insomma, tu
se' incontentabile! Non vorresti nessuno de' tre?»
«Proprio
nessuno, io. Ma ciascun d'essi minaccia guerra, s'io lo rifiuto. Oh, son de'
prepotentoni che non potete farvene un'idea! Come ho da regolarmi, fata
Scarabocchiona mia? Consigliatemi voi, che siete la protettrice mia naturale,
che avete spontaneamente assunto di supplir mia madre! Se rifiuto tutti e
singoli, ci piombano addosso coalizzati, ed i poveri regnicoli dovranno
scontarla. Se mi sacrifico e ne accetto uno, avremo sempre guerra con gli altri
due, e mi toccherà un marito o gobbo o zoppo o guercio, e do agli
Scaricabarilesi un Re o sciocco o vigliacco o crudele. Ditemi adesso: non sono
io la più infelice principessa che sia mai stata al mondo? Quali alternative!
Talvolta mi viene in mente di farmi tagliare in tre parti e mandarne una a
ciascun proco, e toglier così di mezzo il pomo della discordia ed uscir da
tante pene!»
«Non pianger
così, figliuola mia, che mi squarci l'animo. T'insegnerò io, come hai da fare
per isfuggire a queste tre belve. Non temere: a tutto c'è rimedio fuor che alla
morte. Ottieni da tuo padre, che apra un concorso fra quanti aspirano alle tue
nozze, di qualsivoglia grado e condizione. Con questo patto, che ciascun
concorrente prometta di non risentirsi menomamente, in modo alcuno, caso non
venga prescelto. I proci dovranno presentarsi a Corte e dimorare un anno
intiero nel Regno. Quegli, che in un anno sarà pervenuto a cattivarsi l'animo della
cittadinanza, in modo che il popolo lo porti in trionfo e manifesti in ogni
altra possibil guisa di essergli devoto, quegli sia tuo sposo. Ti sto
mallevadrice io, che né Baldassarre V, né Melchiorre XVII, né Guasparre I, la
spunterà così; sebbene ognun d'essi debba illudersi di spuntarla
agevolissimamente. A te, poi, dono questa legaccia, con la quale terrai sempre
allacciata la calza destra. Quando mi vorrai parlare, quando stimerai di aver
bisogno dell'aiuto o del consiglio mio, càvatela ed avvolgila intorno al polso
sinistro e baciala. Io apparirò subito.»
Dette queste
cose, la buona fata abbracciò nuovamente la Rosmunda. Poi si scosse, e d'ogni
intorno le piovvero per terra un'infinità di gioielli: vezzi, collane, monili,
smaniglie, anella, spilloni, medaglioni, frontali, orecchini, buccole, rosette,
pendagli, fioccagli, bottoni, gemelli, catenelle, oriuoli, brillantati, fibbie,
pennacchietti di gemme, picchiapetti. E la Reggia venne scossa come da un
tremuoto e s'udì lo schianto di un tuono e la fata sparve. La Principessa
rimase trasognata; e, se quelle preziosità, che ingombravano il pavimento, e la
legaccia, che teneva in mano, non le avessero fatto fede del miracolo, avrebbe
fermamente creduto d'essersi allucinata. Riavutasi, s'allacciò il legaccio alla
gamba destra, raccolse e rinserrò gli ori e le gemme; e, tutta rasserenata e
giuliva, corse difilato dal padre.
Maestà
presedeva il Consiglio de' Ministri: ma nessun usciere, ciambellano, ufficial
d'ordinanza od aiutante di campo s'arrischiò a costringere la erede presuntiva
del trono a fare anticamera. Uno anzi corse a spalancar la bussola e l'Infanta
apparve sulla soglia, mentre si discuteva sul rinnovamento del privilegio a non
so che Banca. Giusto, uno de' Consiglieri della Corona, al quale certi
banchieri avversarii della Banca promettevano una lauta mancia, si sforzava di
dimostrare, che il privilegio non era da rinnovarsi: e frattanto un altro,
seduto presso il Re, cercava di attirar destramente l'attenzione di costui su
d'una riservatissima de' principali azionisti della Banca, i quali gergonando
si offrivan pronti a pagare tutti i debiti presenti di Casa Reale, purché il
privilegio venisse rinnovato. La Rosmunda apparve, come un buon genio, proprio
a tempo per distrarre il padre, che non desse un'occhiata all'onesta profferta;
e, gettandosegli d'un balzo al collo, mentre i Ministri rispettosamente stavan
su.
«Babbo»
disse, «babbino mio caro, ho fatta una bella pensata!...»
«Quando lo
assicuri te! ... Ma vediamo un po' che pensata è questa e di qual momento, che
ti fa interrompere il mio Consiglio?» disse Re Zuccone, che idolatrava la
figliuola e non sapeva tenerle mai il broncio per nulla.
«Le idee di
Sua Altezza sono sempre giustissime!» sclamò il Guardasigilli.
«L'Infanta
possiede una immaginazione fertile, industriosa, ricchissima!» soggiunse il
Ministro d'Agricoltura, Industria e Commercio.
«Donna
Rosmunda dispone di un esercito di buoni pensieri!» echeggiò il Ministro della
Guerra.
«La perla
scaricabarilese ha più senno in quella testolina ricciuta, che tutti i
professori delle mie Università nelle loro cocuzze!» balbutì il Ministro della
Pubblica Istruzione.
«L'erede del
trono è un vero tesoro!» mormorò il Ministro delle Finanze.
«La
Principessa veleggia sempre alla scoperta di be' concetti!» borbottò il
Ministro della Marina.
«La figliuola
del nostro Re batte una via, per la quale non può fallire a glorioso porto!»
brontolò il Ministro de' Lavori Pubblici.
«La futura
nostra sovrana non ha la sua pari in tutto il Regno!» declamò il Ministro
degl'Interni, presidente del Consiglio.
«Né fuori
Regno ha pari lo illustre rampollo della nostra dinastia!» conchiuse il
Ministro degli Esteri.
«Godo
infinitamente» disse Re Zuccone, quando ebbero terminato «che voialtri abbiate
tutti in così buon concetto la mia figliuola carissima; ma, se cicalate così
non potremo appurar mai la buona idea, che levate a cielo, prima ch'ella abbia
potuto dichiararcela.»
Subito gli
Esteri sclamarono: «Ammutolisco!»
Gl'Interni:
«Taccio!»
I Lavori
Pubblici: «Fo silenzio!»
La Marina:
«Sto a bocca chiusa!»
Le Finanze:
«Rimarrò cheto come olio.»
L'Istruzione
Pubblica: «Terrò la lingua a cintola.»
La Guerra:
«Fate conto che io l'abbia lasciata al beccaio.»
L'Agricoltura,
Industria e Commercio: «Non fiato più.»
La Grazia e
Giustizia e Culti: «Eccomi imbavagliato.»
«Oh insomma,
insomma,» ruggì sdegnato il sovrano, «questa mutolaggine vostra è d'una
loquacia!... questa taciturnità vostra ha una parlantina! ... questo silenzio è
d'una verbosità... Parla tu, Rosmunduccia mia, giacché questi signori hanno la
bontà somma di concederti la parola. Dicci la tua bella pensata. Ma prima dà un
bacio al babbo tuo!»
Allora la
Principessa espone al padre ed al Consiglio il ripiego escogitato, acciò
(poiché doveva a forza tôr marito e dar così un Re agli Scaricabarilesi)
potesse almeno esser certa di non iscegliere un uomo sgradito a' sudditi ed
indegno affatto del trono ed immeritevole degli affetti di lei, che pur ci
entrava per qualcosa in tutto questo affare; evitando contemporaneamente di
mortificare con un rifiuto qualsivoglia de' proci, ed eliminando ogni pericolo
di guerra con qualunque dei regnanti limitrofi. I Ministri, che ascoltavano a
bocca aperta, fiutarono subito in questo concorso matrimoniale una occasione
propizia per rimpannucciarsi, un campo favorevole agli intrighi ed alle cabale.
Le Eccellenze
della Guerra e degl'Interni, che parteggiavano per l'autocrate d'Antibo,
applaudirono e disser: «Brava!»
Le Eccellenze
degli Esteri e della Grazia e Giustizia, che tenevano pel monarca d'Introibo,
sclamarono: «Evviva!»
Gli
Eccellentissimi delle Finanze e dei Lavori pubblici, fautori del despota
d'Exibo, soggiunsero: «Ottimamente!»
Ed i capi de'
Dicasteri dell'Istruzion Pubblica, di Agricoltura e Commercio e della Marina, i
quali non si erano addetti ancor definitivamente ad alcun proco, riserbandosi
la parte più lucrosa dell'arbitro, conchiusero: «A meraviglia!»
Il Re,
sorpresissimo di trovare per la prima volta tutti i Consiglieri d'accordo (non
gli parea vero!), contentone del ripiego, abbracciò la figliuola: «Sei un
angelo! sei proprio un diavolo! Faremo come proponi, il mio sennino. Presto, si
rediga analogo progetto di legge e si presenti quanto prima alle Camere: a cura
sua, signor Ministro degl'Interni. Ella poi degli Esteri diramerà una circolare
a' nostri incaricati d'affari, Ministri plenipotenziari, Inviati straordinari
ed Ambasciadori, acciocché tutte le Corti ed i Gabinetti siano a giorno delle
prelodate risoluzioni prese a proposta di mia figlia stessa (marcherete ben
questo nella Nota), e con le quali si tronca ogni germe di conflitti che
potevano risultare dalla preferenza accordata ingiustificatamente all'uno o
all'altro de' concorrenti. Ella, che ha le chiavi dell'Erario, pensi un po' a
dimandare alle Camere un credito straordinario per le spese che incontreremo
festeggiando ed ospitando tanti Principi regii. A Lei, raccomando la
manutenzione delle strade che conducono alla frontiera. A Lei, la scelta delle
guardie d'onore. A Lei, che l'opera ed il ballo sian buoni. Signori, s'è fatta
mezzanotte; la seduta del Consiglio è sciolta. Vo a letto.»
Detto fatto,
venne presentato alla Camera dei Deputati scaricabarilesi il seguente schema di
legge:
ZUCCONE XIV
per grazia di Dio
e volontà nazionale
Re di
Scaricabarili.
Art. 1. Dal
1° maggio del corrente anno al 30 aprile del venturo, è aperto un concorso per
ottener la mano della principessa Rosmunda, erede presuntiva del trono.
Art. 2. I
proci dovranno soggiornar tutta l'annata sul territorio scaricabarilese e
studiarsi di meritare l'affetto del popolo.
Quegli, che
le acclamazioni popolari ed un voto del Parlamento dichiareranno pel Beniamino
della nazione, avrà la Principessa per moglie ed il titolo di Principe
Ereditario di Scaricabarili.
Art. 3. È
aperto al Governo del Re un credito straordinario di 41 milioni,
quattordicimila settecentotto lire e quarantaquattrocentesimi (41.014.708,44)
ripartito sul bilancio dell'anno presente e del venturo e da pagarsi alla Lista
Civile in rate mensili di tre milioni, quattrocendiciassette mila,
ottocennovantadue lire e centesimi trentasette (3.417.892,37) per sopperire
alle spese di ospizio de' concorrenti e del seguito.
Questo
credito sarà iscritto nella parte straordinaria del bilancio delle Finanze, in
apposito paragrafo 7 bis, sotto la rubrica: Spese per ospitare e
festeggiare i proci della Principessa ereditaria.
Art. 4. Non
potranno concorrere i minorenni, gli ebrei, i negri, i rognosi, i tignosi e
generalmente chiunque è affetto da malattia della pelle.
Art. 5. Lo
sposo della Principessa dovrà passare almeno otto mesi dell'anno nel Regno; e
non potrà condurre fuori la moglie. Caso fosse una testa coronata, l'unione dei
due Reami dovrà essere puramente personale, ed il soggiorno abituale nel
territorio scaricabarilese.
Questa legge
non passò mica per acclamazione: anzi incontrò molte difficoltà, sofferse
emendamenti, e stette lì lì per pericolare. L'Opposizione voleva modificare
l'art. quinto; e pretendeva, che il marito della Principessa, se Re altrove,
dovesse abdicare. Il Ministero pose la quistione ministeriale, e vinse. Anche
all'articolo quarto, quello delle esclusioni, ci fu tempesta. I partigiani del
monarca d'Introibo avrebber voluto annoverare fra le cause d'esclusiva la
claudicazione e lo strabismo; i fautori del despota d'Exibo la scrignutaggine e
gli occhi torti; e gli aderenti dell'autocrate d'Antibo la gibbosità e la
zoppaggine. Ma fu fatto osservare, che la Camera si metteva su d'una mala
strada; e che, se s'avevan da scartare tutti i difettuzzi corporali,
probabilmente nessun principe sarebbe in grado di pretendere alle nozze della
Rosmunda, e bisognerebbe ricorrere ai facchini, ai bazzarioti, ai camalli, ai
bastagi, nei quali soli si trova la perfezione statuaria del corpo. Dopo lungo
discutere l'articolo venne votato in questa forma: «Sono esclusi dal concorso i
minorenni, gli acattolici, i negri, gli epilettici, i mutilati, i ciechi, i
sordomuti, i gozzuti, i rognosi, i tignosi, e generalmente chiunque è affetto
da malattie dermatiche. Sarà considerato maggiore chiunque è tale per le leggi
del proprio paese.»
Ma la
burrasca tremenda fu all'articolo terzo, che venne rimandato e discusso per
ultimo. Chi sosteneva eccessiva, esorbitante, la somma stanziata; e paragonava
invidiosamente i banchetti ed i palagi offerti a' proci della Principessa col
pan di cruschello e co' tuguri affumicati del povero popolo, dal quale dovevano
spremersi le lire quarantun milione, quattordicimila settecentotto ed i
centesimi trentasette. Altri invece affermava, che la somma domandata
riuscirebbe scarsa all'uopo ed insufficiente, meglio aumentarla allora, che
esporsi alla presentazione di crediti suppletori. Finalmente, dietro mozione di
un partigiano delle economie sino all'osso, la somma totale venne ridotta a
quarantun milione, diecimila trecenventinove lire e settantasei centesimi;
ossia ridotta di quattromila trecensettantotto lire e centesimi sessantotto,
cioè di trecensessantaquattro lire ed ottantanove centesimi al mese, come può
verificarsi da chiunque ha poco abbaco. La Società tutelatrice dei diritti
del popolo votò un indirizzo ed una medaglia d'oro all'animoso deputato,
che aveva saputo procacciare un tanto disgravio ai contribuenti,
incoraggiandolo a proseguire nel difficile cammino: Sic itur ad astra.
Il dritto della medaglia doveva rappresentare esso deputato in figura di
Ercole, che strappava una offa ad un Cerbero col motto: Pochi compagni avrai
per l'alta via. Il rovescio conteneva le parole: Economia di quattromila
trecensettanta lire e centesimi sessantotto. La Società tutelatrice dei diritti
del popolo al deputato Lesina. L'indirizzo venne subito presentato: della
medaglia, i sottoscrittori ed il deputato Lesina stesso aspettano ancora le
notizie. E stando, che la Camera, per avere impiegati sette giorni alla
discussione di questo articolo e tredici a quello delle esclusive, si trovava
stanca ed i Deputati avevan fretta di tornarsene alle case loro a celebrarvi la
santa Pasqua; la legge del rinnovamento del privilegio alla Banca fu votata in
quindici minuti alla svelta, e si sbrigarono due o tre bilanci in una seduta
sola.
Il primo
maggio fu la presentazione e l'accettazione de' concorrenti. Principali erano:
il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo. Poi ci fu un
vecchio general d'esercito o maresciallo che dir si voglia, di non so che
lontano paese, di Fanfaronia, credo; tre o quattro avvocati democratici;. due
poeti; cinque o sei nobilicchi spiantati; un dipintoruzzo di sorici; un maestro
di pianoforte; ed un tenore. Insomma, tutti i cenci vollero entrare in bucato.
Un banchiere ricchissimo, milionario, nella cui anima plutocratica era, non si
sa come, germogliata una più degna ambizione, venne scartato a termini
dell'articolo quarto perché afflitto da un orzaiuolo.
In questa schiera
di corteggiatori, certo, non ve n'era alcuno, che potesse non dispiacere alla
bella Rosmunda; ed il denaro pubblico sarebbe stato meglio sprecato, mantenendo
un serraglio di fiere, un giardino zoologico. La presunzione e l'albagìa degli
avvocati la stomacava: sapevan tutto, parlavan di tutto, discutevan di tutto,
sofisticavan su tutto, securamente, imperturbatamente, arrogantemente.
Figurarsi! quegli avvocati, obbligati dalla professione ad immischiarsi di
tutto, finanze, agricoltura, commercio, industria, religione, guerra e persino
giurisprudenza, erano onniscienti, onnipotenti; o, per meglio dire, solo una
cosa ignoravano: la coscienza; solo una cosa non potevano: esser galantuomini.
La facondia loro volgare; gli artifizi rettorici triviali; i sofismi plebei; le
frasi ad effetto plateali; offendevano il buon gusto della Principessa. La
quale non sapeva comprendere, come que' farabutti potessero tanto nelle
assemblee e nelle adunanze popolari. Ma noi possiamo comprendere il perché: le
assemblee ed i comizi non sono composti in maggioranza da persone ammodo, colte
ed intelligenti quanto la Principessa Rosmunda!
Raffaello
Granata, il Cimadibue dalla lunga zazzera e dalla berretta di velluto, era
almeno soltanto noioso. S'aveva imparate non so che frasi sul pittore
universale e faceva di tutto: lui frescante, lui acquarellista, lui pittore ad
olio, a guazzo, con l'encaustico; lui pittore di genere e di storia; lui
ornatista, fiorista, figurista, paesista, prospettista, ritrattista,
internista, animalista, scenografo. Persuaso, che l'arte, per la quale si
credeva nato ed alla quale tutti il giudicavano negato, fosse quanto v'ha di
più grande al mondo, degna di ogni corona e d'ogni esaltazione, voleva
rinnovare il miracolo di Borgo Allegro. Pretendeva, che la Rosmunda gli stesse
a mossa per una Madonna grande al vero, ch'egli avrebbe poi regalata alla
Metropolitana di Scaricabarilopoli. Con quel modello e con la sua valentìa come
non fare un capolavoro? Ma il premio sperato da questo impiastratore, da questo
pittor da sgabelli, da boccali, da fantocci, da candele, da chiocciole, da
taverne, da colombaie, da marzocchi, era ben altro che quello ottenuto da
Cimabue. Gli Scaricabarilopolitani, entusiasmati al paro de' Fiorentini del
Dugento, lo avrebber portato in trionfo e la Principessa sarebbe stata sua.
La
presunzione del pianista era più fatua. Quel tartassator di tasti dalle
spiovute chiome, ragionava così: «Il Parlamento ungherese ha votato una spada
di onore a Francesco Listz, per qual merito? per una grande agilità negli
arpeggi e per aver composto sonate, che intronano gli orecchi. Darò io dei
concerti, io, che assorderanno, altro che intronare! farò vedere io, cosa sia
lo spadroneggiar sul pianoforte, sul cembalo. E se questo Parlamento non mi
decerne la Principessa, vuol dire, che son tutti barbari, che nulla comprendono
dell'arte, nulla!»
Il tenore
guardava dall'alto in basso il musico. Egli era un pezzo d'omo, con certe
spallacce, con un petto! e pettoruto! Le marchese e le banchieresse di tutte le
città, nelle quali s'era prodotto, lo avevano sempre distinto. I palchi, le
platee, i lobbioni gli avevan prodigati gli applausi ed i battimani; gli erano
stati offerti gioielli per sottoscrizione pubblica; i Municipii gli avevano
data la cittadinanza onoraria; il popolo gli aveva staccati i cavalli dalla
carrozza e ci erano stati degli imbecilli, che vi s'erano attaccati per
istrascinarla. Del resto, salvo queste virtù amatorie e canore, nulla: ignorava
la grammatica e le creanze. Ma stimava facile di piacere alla Principessa, e di
destare negli Scaricabaripolitani lo stesso fanatismo suscitato presso non men
colti pubblici e non meno inclite guarnigioni.
Parliamo un
po' de' poetonzoli, entrambo compenetrati dalla missione dell'arte; entrambo
convinti il poeta essere superiore a tutti ed a tutto (persino alle regole di
sintassi e di prosodia) ed il genere umano doversi stare in ammirazione innanzi
ad esso e rispettarne e secondarne i capricci ed aspettarne la parola, il
verbo, la luce, la rivelazione. Perché la parola è rivelazione; e la
rivelazione è luce; e la luce è verbo; ed il verbo è dio, ed il poeta è vate,
ed il vate è profeta. Nell'animo cristallino del cantore ispirato si ripercote
tutto il mondo umano e divino; esso animo è il vero centro del mondo. Infelice
il secolo, che disprezza e lapida e crocifigge e schernisce e frantende il
poeta messia! Misera quella donna, che potrebbe intrecciar le rose agli allori
ed invece circonda di spine le teste radianti ed ispirate! Ma un verso, una
parola del poeta vindice reca loro il meritato castigo e li mette alla berlina
per l'eternità. Sentir tutto il giorno questa litanìa non è uno spasso.
«O Dio!»
pensava la Rosmunda, «quanti vituperii diran costoro di Scaricabarili e di me!
Eppure preferisco qualunque ingiuria loro alle lodi, di cui m'infastidiscono
adesso!»
Quanto al
general Fabrizio Tremolowski, gli era uno di quegli avventurieri, che portano
la loro spada dovunque si combatte per la libertà, per una causa giusta e
santa! che ogni Governo provvisorio promuove di uno o due gradi, ed i quali
hanno arraffata riputazione di prodi senza aver mai preso parte ad una
battaglia affrontata o di strategici per una resa. Sono eroi delle quattro
parti del mondo, perseguitati da tutte le Polizie, ed alimentati da tutte le sottoscrizioni
patriottiche. Ostentano sempre alcun solenne di sberleffe... ricevuto in
qualche bisca, ed un naso rosso a peperone. Talvolta le rivoluzioni
gl'impongono anche ai Governi ammodo: allora perdono in tutta fretta una
battaglia e poi si pappano per una ventina d'anni la pensione di ritiro.
Ma insomma
tutti costoro avevan pure o s'illudevan pure di aver qualche merito: parte
vantava nobili studii; parte o giusta o ingiustamente aveva ottenuta o
scroccata celebrità o popolarità. Tenore, maestro di musica, poetucolo,
pittorello, condottiero, cavalocchi, erano qualcosa. Ma la nullità piena, la
più stucchevole oltracotanza, il grado massimo di fatuità si rattrovava ne'
nobiluzzi spiantati, ne' gentiluomini squattrinati. Nel Regno di Scaricabarili,
aboliti feudi e fidecommessi e maggioraschi, i cosiddetti nobili, sprovveduti
di qualsiasi privilegio o prerogativa, erano ormai semplicemente de' titolati:
e la vanità del titolo faceva sì che non istudiassero e lavorassero; che
attendessero soltanto alle femmine, al giuoco, a' cavalli, a futilità. E
nondimeno si reputavano dappiù, si figuravano d'essere l'eletta della nazione,
chiamavano altavita le occupazioni, che non erano neppure una vita! La
Rosmunda, avvezza a conversazioni meno sguaiate, non sapeva rassegnarsi ad
ascoltarne i pettegolezzi; ed avrebbe preferito persino il tenore ad uno di
siffatti duchi o marchesi.
Tali erano i
candidati da burla: privi d'ogni probabilità, non si erano potuti escludere a
priori dal concorso, essendosi il partito democratico assolutamente opposto
ad ammettervi i soli rampolli di famiglie reali, di dinastie. I candidati serii
erano pur sempre Baldassarre V d'Introibo, Meichiorre XVII d'Exibo e Guasparre
I d'Antibo, triade scontraffatta.
Il vecchio
Baldassarre, rimbambito e melenso, supponeva bona fide d'essere un uomo di
spirito; e, se non fosse stato monarca, avrebbe fatto stampare la raccolta
delle freddure dette e delle melonaggini fatte. Vecchio squarquoio e cascatoio,
cascante di vezzi, si pose a fare il cascamorto con la Rosmunda. Brutto gobbo!
e' non s'accorgeva nemmanco, che le sue scede, la sua svenevolezza provocavan
solo i cachinni e gli sghignazzamenti della intera Corte. Componeva e declamava
certe anacreontiche da disgradarne quelle dell'Ingarrica; e diceva le più belle
corbellerie del mondo con faccia cornea. Un giorno, la Principessa intervenne
ad un pranzo di gala con una collana di cammei. E lui: «Che bel collare porta
vilipeso al collo donna Rosmunda!»
Si doveva
andare al teatro: la Principessa chiese che musica si désse; e lui pronto: «Il
Saffo!» Per quanto garbata, la Principessa non poté dissimulare affatto un
risolino; e lui: «Lo so, lo so, signora letterata; lo so, ch'è una s
impura, lo Saffo, lo Saffo.»
Passeggiavano
in giardino: la Rosmunda notò, ch'egli stropicciava il piede in terra: «Che
c'è, Maestà?»
«Nulla,
ammazzavo uno scarabocchio.»
In un gran
ballo, mentre la Rosmunda ballava, egli esclamò ad alta voce: «La Principessa
balla come una Stinfalide!»
Per
acquistarsi poi l'affetto del popolo, era divenuto la vera caricatura di que'
sovrani alla Giuseppe II, celebri per la famigliarità, con la quale permisero
a' sudditi d'intrattenerli: frequentava i caffè, i bigliardi, le birrerie, le
fiaschetterie, le osterie, le bettole, i liquoristi, i balli pubblici, ogni
luogo di ritrovo, e persin quelli che la gente per bene schiva, dimostrandosi
affabile, alla buona, alla mano. Ma la famigliarità è pericolosa: mostrarsi
nudo e senza prestigio non fa mai conto. Gli stessi grand'uomini non son mai
tali pe' loro camerieri; e scapitano sempre nell'estimazione di chi li avvicina
con dimestichezza. Figuriamoci poi uno sciocco! Ben presto il monarca
d'Introibo divenne il buffone, il zimbello degli Scaricabarilopolitani. Tutti
ne facevano strazio. I bell'ingegni del volgo il caricatureggiavano, il
mettevano in novelle ed in canzone. Gli si affibbiavano più corbellerie, più
balordaggini ancora, ch'egli non facesse o dicesse, e s'era trovato verso e
modo di calunniarlo. Gli appiccavano appigionasi dietro le spalle; i
monelli gli facevan ressa intorno e gli si accalcavano alle spalle con
battimani e tripudio e grida ironiche. Insomma la plebaglia godeva di
vilipendere e schernire in lui la Maestà Regia; ed egli s'immaginava d'essere
davvero amatissimo ed accettissimo all'universale, e che quelle beffe fossero
le acclamazioni trionfali, mercé delle quali avrebbe ottenuta la Rosmunda.
Il despota
d'Exibo era un tipo d'altro genere. Mischiarsi nella folla, lui, Don Melchiorre
XVII, lui, persona inviolabile e sacra? E se lo avessero aggredito? E se
qualche gaglioffo avesse osato por le mani addosso all'unto del Signore? E se
quelle maledette gambacce disuguali, spaiate, fossero state motteggiate da
qualche temulento o temerario? Esporsi a pericoli, al ridicolo! O no, no, mai!
per nulla al mondo! Ma gli Scaricabarilopolitani son gente urbana, ossequiosa:
e poi, chi avrebbe dovuto avercela con esso lui? Eh non si sa mai! Nel dubbio,
astienti! Eccesso di prudenza non nocque mai. Per amicarsi la plebaglia e
propiziarsela, quando usciva in carrozza, preceduto dal battistrada e da un
picchetto d'onore, con gentiluomini a cavallo a' due sportelli e seguìto da un
plotone di cavalleria, gettava denari di qua e di là. Ne gettava talvolta anche
dalle finestre del palazzo, allibendo e tappandosi poi dentro, tutto spaurito,
quando i mascalzoni accalcati per raccattarlo s'abbarruffavano od anche solo
applaudivano tumultuosamente. Una volta, in una festa a Corte, svenne al bel
meglio, perché alcuni razzi del fuoco d'artificio presero fuoco inaspettatamente
prima del tempo. Lui n'ebbe a morir della paura: chi sa cosa imaginava che
fosse. Notò un'ombra d'uomo, che traversava il cortile verso mezzanotte: subito
mandò a chiamar la Polizia, fece circondare e rovistare tutto il palazzo; e,
quando fu dimostro, l'ombra essere un guattero, che si recava a far visite
notturne alla moglie del portinaio, scrollò il capo con aria incredula, volle
raddoppiate le guardie, si lagnò con Re Zuccone della Polizia inetta o complice
di non so che regicidio fantastico, e fece cantare un Tedeum in ringraziamento
all'Altissimo, per averlo scampato da tanto pericolo. I suoi agenti avevan però
continui abboccamenti con persone influenti, con membri del Parlamento; e,
profondendo tesori, cercavano di assicurargli il buon successo.
Ma, se questi
due proci venivan disprezzati e dal popolo e dalla Principessa, l'autocrate
d'Antibo seppe farsi abominare; ed avrebbe appreso ad esecrare il nome di Re
alla più monarchica nazione. I modi alteri e facchineschi; le violenze
continue; il fasto scompagnato da ogni caritatevolezza; la ferocia dimostrata
persino verso i cani delle sue mute ed i cavalli de' suoi equipaggi: il fecero
detestare da tutti. Ma, poich'egli ebbe preso un paio di volte a cravasciate
i borghesi, che nol salutavano abbastanza reverenti, tutti gli sciocchi, i
quali accorrevano in folla per ammirare lo sfarzo del suo corteo, gli si
scappellavano e lo inchinavano. Egli pensava: «Tíberio avea ragione: tutto sta
a farsi temere. Quelle quattro scudisciate han fatta una impression tale sugli
animi degli Scaricabarilopolitani, anzi di tutti gli Scaricabarilesi, che non
c'è dimostrazion d'ossequio, che io non possa ottenerne. Sceglieranno me, per
paura del castigo, che verrei loro ad infliggere, se osassero antepormi altri.
Hanno visto, che meco non si celia. Non sono mica un Re fantoccio alla moderna
io, un di questi Reucci costituzionali, o di questi Regoli illuminati; no, sono
di quei veri autocrati all'antica, che camminava; sempre con a lato sargenti
pronti ad eseguirne ogni comando; ed i quali non isdegnavano, quando mancasse
il sargente, maneggiar con le proprie auguste mani il mazzafrusto o la bipenne,
cattera!»
Né Guasparre
smargiassava, fanfaroneggiava, millantando vizii, che non avesse. Sentite
questa. Aveva condotto seco, dal Regno d'Antibo, grandissimo numero di
cortigiani, famigliari, domestici e creati; fra gli altri un coppiere,
giovanetto imberbe ancora ed al quale diceva di volere un bene grandissimo. Lo
avea soprannominato Coppa d'oro; né soffriva, ch'altri il servisse di coppa: ed
il giovane riconoscente sforzavasi di servirlo di coppa e di coltello. Pure, un
giorno, gli venne porto all'autocrate un calice di vino ammoscato; intendi: nel
quale stava in infusione il cadaveruccio d'una mosca. Chi descriverebbe i
furori di Re Guasparre, allorché vide la bevanda moschifera? Fece amministrar
venticinque buone nerbate al Coppa d'oro; e gli dichiarò, che, in caso di
recidiva, gli avrebbe fatta esalar l'anima sotto le verghe. S'era nell'agosto;
ed in Iscaricabarilopoli, città moscosissima, nessuno rimembrava di aver mai
visto negli agosti precedenti tanta copia di mosche, tal quantità di mosconi,
tanti stuoli di moscerini, tali turbe di mosconcini, tal novero di mosconacci,
tal moltitudine di mosconcelli, tanta folla di moschette, tanta adunanza di
moscini, tanto popolo di moschettine, tanta frequenza di moscherelli, tanto
spesseggiar di moscherini, tanto concorso di moschini, tanto esercito di
mosciolini e tanta folta di moscioni. Scaricabarilopoli era tutta un moscaio. I
signori salariavano persone apposta per moscare con gli scacciamosche, le
ventole, le roste, i ventagli, i paramosche: per ogni stanza si tenevan tre o
quattro piattelli con carta moschicida, cinque o sei acchiappamosche prussiani;
ed il suolo era bruno per gl'innumerevoli cadaveri moscherecci. Ma non pareva,
che quello sterminio le diminuisse: e le moscaiuole ed i guardavivande non
bastavano a riparare i cibi e le provviste. La povera gente pappavano mosche in
ogni pietanza. Anzi, il dottissimo Dummkopf, professore a Gottinga, nella Filosofia
e Storia comparata della culinaria e della gastronomia volume quarto,
capitolo sessagesimoquinto, pagina seicentonovantotto della settima edizione,
annotata dall'egregio Zeitverlust, racconta, che, abituandovisi, le trovarono
finalmente gustose; e che s'inventarono alcuni intingoli speciali per condirle;
e che gli Scaricabarilesi son tuttora moschivori ed educano ed ingrassano
apposta in certi loro moschili sciami, o gregge di insetti. Cosa, della quale
non può dubitarsi, vedendola affermata da due tali rappresentanti della scienza
tedesca!
Pensate come
stesse attento il pocillatore di Re Guasparre! Pure, il diavolo ci mise la
coda; ed una volta, in quella appunto che porgeva un bicchiere di barbèra
spumante alla Maestà Sua, ecco una moscuzza scapata e ghiotta casca nel vino.
L'autocrate comincia a bere ed avverte una cosa fra le labbra. Gli salta la
mosca al naso, prende la cosa con l'indice e il medio, della sinistra, guarda e
riconosce la bestiuola semiviva. Chiama Coppa d'oro e gliela mostra sul tondo
di porcellana bianca, senza profferir verbo, ma con una guerciata terribile.
Il fante di
coppe allibbì. Volentieri avrebbe fatto il passo della mosca; ma come
svignarsela? Cadde ai piedi del padrone, sciamando: «Maestà, non faccia d'una
mosca un elefante!»
«Ho giurato,»
rispose l'autocrate, che era uomo di parola. «Vedrai se so levarmi i moscherini
dal naso!» E chiamò gli aiutanti: «Prendete costui, prendetelo; menatelo nel
cortile e fategli esalar l'anima sotto le verghe.»
Così fu
fatto. Le strida del vergheggiato andavano al cielo; ma quel Re crudele non se
ne lasciò impietosire; le strida s'affievolirono, divennero gemiti; e
l'autocrate chiamato un altro servo gli disse: «Mi farai tu da coppiere in
seguito! Fa, che l'esempio di Coppa d'oro ti valga!»
I gemiti
cessarono e gli aiutanti tornaron di sopra, fecero reverenza e riferirono, che
la Maestà Sua era stata obbedita. Maestà, che non aveva interrotto il pranzo,
non aveva, né perduto un boccone; sogghignò, e dopo aver sorbillato un
bicchierin di Malaga, soggiunse: «Benone! ma gli è inutile di divulgare il
fatto: spero, che saprete tener tutti il cocomero all'erta? Insomma, mosca di
quel, ch'è accaduto!»
Ma come
occultar certe cose? Quella insigne ferocia fu ben presto di ragion pubblica e
tutta la città sossopra. Cominciarono a farsi capannelli, che poi divennero
attruppamenti: la folla sdegnata profferiva minacce contro l'autocrate
d'Antibo, contro gli altri pretendenti della Principessa e vociferava di
manometterli. Bisognò batter la generale e far circondare dalla forza le
residenze di Guasparre, Melchiorre e Baldassarre. Quest'ultimo provò a
mischiarsi alla folla, bestemmiando anche lui contro l'iniquità del collega; ma
non era momento da scherzare con l'ira popolare, e ci volle il bello ed il
buono per ricondurlo salvo in casa. Don Melchiorre tentò di fuggire; e poi,
tremando come una vetrice, andò ad appiattarsi fra le materasse, dove il
soprappresero dolori colici. Né dell'esercito stesso era molto da fidarsi per la
difesa dell'autocrate di Antibo. Il capitano Sennacheribbo dei dragoni, uno
degli uffiziali più stimati, fregiato della medaglia d'oro al valor militare,
rispose al colonnello, che gli ordinava di recarsi a difesa del Re Guasparre:
«Dò piuttosto le dimissioni, che espormi a torcere un capello a chicchessia in
difesa di quel mostro.» Fu mandato agli arresti di rigore. Frattanto cominciò
fortunatamente un acquazzone dirotto, che disperse la folla senza spargimento
di sangue.
Il Procurator
generale avrebbe voluto procedere. Ma l'autocrate d'Antibo, alle prime
rimostranze fattegli fare ufficiosamente da Re Zuccone, rispose: «Essere Re,
non esser sindacabile se non da Dio, per la propria condotta verso alcun suo
suddito. Non potersi sottoporre ad alcun Tribunale scaricabarilese in virtù del
principio d'estraterritorialità. Aver esercitata la propria giurisdizione e
compìto un atto di giustizia sopra un suo subordinato. Il caso suo essere
identico a quello di Cristina di Svezia, quando fece mettere a morte il Monaldeschi
nella Galleria de' Cervi del palazzo di Fontanabellacqua, il dieci dicembre
milleseicencinquansette. Il Re di Francia avere allora riconosciuto il diritto
di Cristina ed ammessa la propria incompetenza ad esaminarne la condotta. E
lui, Guasparre, esser di più Re effettivo, non un abdicatario, eccetera
eccetera.» Diplomaticamente parlando, secondo il Diritto internazionale (che è
spesso cosa stortissima) Gasparrino aveva ragione pur troppo, come riconobbero
i legisti della Corona. Si lasciò cader la faccenda. Il professore di Diritto
internazionale presso l'Università di Scaricabarili ebbe diecimila lire
dall'autocrate d'Antibo per iscrivere alcune argutissime Considerazioni
sulla giurisdizione, che gli autocrati conservano all'Estero su' loro sudditi e
specialmente sulle persone del seguito: nessuno lesse lo scritto, tutti il
decantarono per un capolavoro; dopo dieci giorni quasi nessuno pensava più alla
morte del povero Coppa d'oro.
Ma come
raffigurarvi l'orrore, che la Rosmunda provava per questa tigre in volto umano?
e 'l suo sgomento, riflettendo, che forse appunto pel terrore incusso
dall'autocrate e per cansare una guerra, ch'egli avrebbe inumanissimamente
condotta, popolo e Parlamento potevano lasciarsi indurre, rassegnarsi ad
acclamarlo Re, e darglielo per isposo? Diventar moglie di uno capace di far
morire un favorito sotto le verghe, perché ha trovato una mosca nel bicchiere!
Uh, povera principessina!
Ella
slacciava il legacciolo donato dalla fata Scarabocchiona, se ne cingeva il
polso sinistro, il baciava... e subito, immantinente, la terra veniva scossa
come da un tremuoto, s'udiva come un rombo d'un tuono, ed appariva quella
bellissima donna, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva intorno
una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da fare
impallidire qualunque lume artificiale o naturale. La Rosmunda si buttava in
braccio alla santola, e si querelava e rammaricava. Quella buona fata ad
abbonirla, a confortarla: «Abbi fiducia! spera! Ti par egli, ch'io ti possa
aver portato un consiglio insidioso? che la tua comare ti voglia
ingannevolmente precipitare, affogare? Ti par egli? Sta pur certa, che avrai
uno sposo degno, un marito stimabile, un consorte conveniente, un coniuge quale
il desideri. Ma sai, che dovrei offendermi e sdegnarmi della tua diffidenza?» E
proseguiva a garrir così per un pezzo. E la figlioccia si rassicurava alquanto
ancor essa. Ma poi, ripartita, rivolata via, riscomparsa la madrina, la
Rosmunda ricascava nelle perplessità precedenti. Considerando come fra tutti i
proci non vi fosse una persona stimabile od amabile, un individuo, al quale
potesse rappresentarsi senza raccapriccio di vedersi indissolubilmente legata,
ridisperava.
La triade de'
concorrenti scettrati, per boriosa che fosse e piena di sé e di poca levatura,
capiva arcibenone di essere cordialmente esosa ed abominevole alla reda del
trono di Scaricabarili. Malgrado i riguardi cerimoniosi ed il contegno
affabile, che venivano imposti e suggeriti alla Rosmunda dalla etichetta di
Corte, dalla gentilezza naturale, dalla buona educazione, dalla posizione
difficile, in cui si trovava, e dalle raccomandazioni paterne e da' consigli
della santola; la poverina non riusciva a dissimular l'avversione per quelle
tre caricature mostruose. Essa pensava: «Qualunque di cotesti concorrenti venga
prescelto, ed uno di costoro dev'essere scelto pur troppo, checché dica la fata
per confortarmi; perduta, che abbia ogni speranza di redenzione e di salute;
quando si tratterà di firmare l'atto di matrimonio innanzi al Presidente del
Senato, che tiene i registri di Stato Civile della famiglia reale; io...
sorbirò qualche gentil veleno, il quale mi sottragga all'avvenire miserando,
che mi si appresta.» Risoluzioni di tal fatta (ed irremovibili) ben possono
occultarsi: ma come nasconder l'aborrimento per coloro, che ce le ispirano?
nasconderlo in tutto? Vederci costretti a desiderare ed apprestarci la morte, a
diciassett'anni, e quando potevamo ragionevolmente imprometterci una vita
felice, è crudele strazio: altera la salute ed il carattere.
Dunque, i tre
Regnanti si sapevano in abominio alla Principessa: e d'altronde cominciavano ad
accorgersi, che, malgrado l'imbecherare ed il subornare, malgrado i raggiri e
le cabale, difficilmente avrebbero ottenuta la popolarità e le acclamazioni
richieste dalla legge sul concorso. L'autocrate d'Antibo, che aveva un po' più
di giudizio, di mitidio, di comprendonio, di sale in zucca degli altri due,
pensò bene di convocare il despota d'Exibo ed il monarca d'Introibo ad un concilio
privato. S'adunarono inter pocula, loro tre soli. Rimandata la livrea,
votate alcune brave bottiglie di un poderoso vino e squisito, atto ad infonder
coraggio persino a Don Melchiorre; il convitatore tenne a' convitati il
seguente discorsetto:
«Care Maestà,
siamo competitori. Verissimo. Nondimeno abbiamo un visibilio d'interessi
comuni. Ciascun di noi brama per sé la bella Rosmunda, e quel, che importa
vieppiù, la corona di Scaricabarili. Seicento cinquantaquattromila
trecentoventun miglio quadrato di superficie con centoventitré milioni,
quattrocentocinquantaseimila settecentottantanove abitanti, non sono una
bagattella. C'è un guaio però: la Rosmunda non digerisce nessuno di noi; e la
Nazione, che per mezzo delle Camere mette sempre il becco in molle in tutto, ci
ama press'a poco quanto l'epizoozia, anzi l'epidemia. Oh quanto ci sarebbe da
riformare in questo mal detto paese! se giungo ad insignorirmene, do lo sfratto
a tutti i chiacchieroni, ed i chiacchierini, e... Dunque io credo, che
Principessa e Parlamento, piuttosto che qualunque di noi accetterebbero per
marito e per sovrano quel musico sfiatato, o lo scassinator di cembali, o
l'imbratta tele, o quel tagliacantoni del general Tremarella, od uno di que'
pennaiuoli, od uno di quei cavalocchi od uno di quei nobilicchi. Io potrei
rassegnarmi a vedermi anteporre uno di voialtri, che siete teste coronate e
ch'io riconosco per eguali miei; non un cialtrone. Quindi mi parrebbe da
escogitare un modo, che assicuri ad uno di noi tre queste nozze. Io ritengo, che
non abbiate neppur voi la debolezza di credervi vincolati dal giuramento
prestato il primo maggio? No, n'è vero? Dunque il modo è bell'ed escogitato.
Diamo una gran caccia, alla quale inviteremo la Principessa. Noi, vi si andrà
accompagnati da tutto il nostro seguito; la Rosmunda verrà senza sospetto e con
pochi seguaci e senza scorta militare. Nel meglio della caccia,
c'impossesseremo di lei, ci sbrigheremo in un modo o nell'altro dei seguaci; e
via, a briglia sciolta verso la frontiera. Quando saremo in una piazza forte o
vostra o mia, decideremo a chi debba appartenere la preda.»
«Decidiamo
ora,» disse il monarca d'Introibo, ch'era sciocco sì, ma fino ad un certo
punto. «Siamo tutti galantuomini, ma mia nonna diceva: fidarsi è bene, non
fidarsi è meglio. Patti chiari e amici cari!»
«Ma» rispose
Guasparre «se fissiamo prima colui, che deve godersi il frutto della rapina e
del ratto, gli altri due potrebbero credere di non aver interesse ad
assisterlo.»
«Bah!»
replicò Baldassarre. «Facciamo così. Per cansare ogni attrito, ogni gelosia,
giochiamocela a' dadi, appena passata la frontiera.»
«Felicissima
idea! Ce la dadeggeremo! Che ne dice la Maestà del despota d'Exibo?»
Don
Melchiorre trovava dal canto suo infelicissima l'idea, perché aveva una paura
sordida. Ma i colleghi, deliberati a fare il colpo, che lo minacciavano caso
non volesse cooperarvi, gli facevan paura anch'essi. Fra' due pericoli scelse
per minor male il più remoto; e si obbligò ad essere complice dell'attentato.
Si
apparecchiò la caccia nella macchia di Valquerciame, bosco famoso, a non molti
chilometri da Scaricabarili. Re Zuccone, vecchio e podagroso, non seguiva più
le cacce da qualche lustro ed aveva preferito sempre una buona mensa a questi
divertimenti faticosi, e la selvaggina e la cacciagione in tavola alle fiere
nelle selve. La Principessa invitata, avrebbe voluto, ma non ardì scusarsi; e
promise di trovarsi al convegno, con pochi gentiluomini ed alquante gentildonne
di Corte. Il monarca d'Introibo, il despota di Exibo e l'autocrate d'Antibo
partirono nottetempo dalla città per giungere a punta di giorno al ritrovo. Ma
Baldassarre aveva nei giorni precedenti, sotto colore di disporre tutto per la
caccia, mandati i loro seguaci spicciolatamente a scaglionarsi con cavalcature
fresche lungo la consolare, che conduceva alla frontiera, la quale non era
lontanissima. Alle sei del mattino, la Rosmunda giunse a cavallo co' suoi nel
luogo fermato; e la caccia cominciò lietamente.
Secondo il
pattuito, la intera comitiva doveva ritrovarsi a cena, verso le nove
pomeridiane, nella Reggia di Scaricabarilopoli. E che cena, che cena avevan
preparata i maestri di bocca, i cuochi, i cucinatori, i guatteri, i
pasticcieri, i sorbettieri di Corte! che vivande! che intingoli! che savori!
che vini poi! quanta grazia di Dio! C'era di che soddisfare la fame rabida del
cacciatore e da solleticare il palato d'un gastronomo sazio! Tutti aspettavano:
ma si fanno le nove, e non giunge nessuno; suonano le dieci, nessuno; siamo
alle undici, nessuno; scocca la mezzanotte, nessuno; canta il gallo, nessuno;
albeggia, nessuno; spunta il sole, nessuno. E quel ch'è peggio, non un messo,
un corriero, che recasse notizie. Cosa mai poteva essere accaduto alla
principessa Rosmunda, ed alla intera comitiva? Il povero padre, che non aveva
chiuso occhio tutta la nottata, e solo verso mezzanotte, per non venir meno, si
aveva mangiato un cestello di frutta di mare (ostriche, angine, fasolari,
cannolicchi), un consumato, un pasticcio di fegato d'oca, una fetta di timpale,
del pesce in bianco, quattro costolette di cervo coi piselli, dei petti di
pollo ai tartufi, un ponce alla romana ed un po' di cinghiale arrosto, il
povero padre, dico, stava sulle spine. Manda corrieri, spedisce aiutanti: non
tornano. Finalmente, disperato, chiama il capitano, che in quel giorno
comandava la guardia a Palazzo e gli dice: «Figliuol mio, qua dev'essere
accaduta una gran disgrazia certo. Fammi il piacere: raduna il tuo squadrone.
Non importa che la Reggia rimanga sguernita; basta la guardia nazionale. Corri
alla macchia di Valquerciame; frugala tutta, percorrila in ogni senso, per ogni
verso, informami d'ogni scoperta con qualche ordinanza e non tornare senza la
Principessa. Ha' tu inteso?»
«La Maestà
Vostra sarà obbedita. Comanda altro?»
«Va figliuol
mio, che Dio ti benedica. Come ti chiami?»
«Maestà, sono
un trovatello, educato per carità da una buona vecchia. Mi han posto nome
Sennacheribbo Esposito. M'arrolai volontario; servo da undici anni; mi han
conferita una medaglia d'oro per una bandiera presa al nemico; son capitano di
cavalleria di seconda classe con dugentoventitré lire e trenta centesimi al
mese e due razioni di foraggio.»
«Va,
Sennacheribbo;» disse Maestà, chiamandol gentilmente pel nome e non pel
cognome, quasi ingiurioso, come quello, che gli doveva rammentar d'esser filius
nullius. «Va, Sennacheribbo mio, non perder tempo. E se mi riporti o
riconduci sana e salva la figliuola mia, ti giuro che nessuno sarà
quind'innanzi al di sopra di te nel mio Regno.»
«Il servire
la Maestà Vostra è premio a sé stesso.»
E senz'altro
dire, fatta reverenza al Re, Sennacheribbo scese al posto di guardia, chiamò il
trombetta e fece sonare a raccolta. Venti minuti dopo, lo squadrone partiva,
galoppando per alla volta di Valquerciame. Lasciamolo galoppare e vediamo di
appurar più pel minuto la storia di Sennacheribbo Esposito, capitano di seconda
classe nel quinto reggimento Dragoni della Maestà del Re di Scaricabarili.
Lo Esposito
non aveva detta cosa al Re Zuccone, che non fosse vangelo. Egli era un
trovatello, raccattato un bel mattino per istrada da una donnicciola, che un
altro poco il calpestava nell'uscir di casa. Rinvoltato in poveri cenci e
sucidi, vagiva lamentevolmente. La vecchia sel recò a casa, il fece allattare
da una capra e sel tirò su ed il fece andare a scuola e lo amò proprio come
figliuolo. Sperava farne un buon operaio, che fosse il bastone della vecchiezza
sua, perché già, l'affetto de' genitori, più o meno, ha sempre della
speculazione. Sennacheribbo ascoltava a bocca aperta i racconti, che si facevano
nelle veglie; e sognava di figliuole di Re incantate, che dovevano esser
liberate dal suo valore. Quando a scuola gli cominciarono a spiegare le
prodezze di Ercole e degli altri Semidei, non pensava ad altro; e piangeva di
essere ancor bambino e di non poter girare pel mondo, emulando i grandi esempli
di valore antico. Quando fu più grandetto e capì passati irrevocabilmente i
tempi eroici, fu per lui un disinganno amaro. Aborriva dall'ozio, ma il lavoro
servile dell'operaio gli ripugnava: aveva bisogno di faticare per guadagnarsi
un tozzo di pane e fretta di cessare di essere a carico della sua benefattrice;
sentiva profondamente la mortificazione di essere un proietto (Re Baldassarre
d'Introibo avrebbe detto un proiettile) d'essere un proietto, allevato
per carità, e non meno profondamente la riconoscenza verso colei, che aveva
supplito a' genitori suoi. Frattanto scoppiò una guerra; egli poteva aver da
quindici in sedici anni, ma era alto e forte, come se non ne avesse contati men
d'una ventina. Vedendo i be' reggimenti, che sfilavano al suono delle bande e
delle fanfare e si recavano al campo; vedendo tanti giovani arrolarsi
allegramente; egli si crucciava. Abbandonar secretamente la madre adottiva non
osava; manifestarle il desiderio di marciare, nemmanco: e, per non affliggerla,
si macerava. La buona donna però, preoccupandosi della tristezza di
Sennacheribbo, che dimagrava, dimagrava e perdeva ogni freschezza di carnagione
e l'appetito, ed amorosamente osservando e notando, giunse a discoprire qual
baco il rodesse. Era poverella e vecchierella e d'umil condizione, ma non di
sensi volgari: sapeva amare con disinteresse e devozione, sapeva. Aveva accolto
ed educato quel fanciullo, sperando farne il bastone della sua vecchiaia; ma
seppe sacrificare senza esitazioni la sua speranza, i suoi disegni, al bene di
lui, alla contentezza di lui. Raggranellò alcuni suoi piccoli risparmii, chiamò
il giovane e gli disse: «Ho scoperto il tuo desiderio. Grazie di averlo
combattuto per amor mio. Segui il tuo genio. Non ti dico di risparmiarti,
perché non sarebbe consiglio da darsi ad un soldato. Se t'incoglierà qualche
male, sta certo, che la mamma tua non ti sopravviverà. Torna, torna presto;
torna illeso e glorioso; e non dimenticar mai la povera vecchia, che non ha
altra gioia che te.»
Sennacheribbo
abbracciò la madre, piangendo e giubilando; rifiutò i quattrini; corse ad
arrolarsi; e partì la sera stessa pel campo. Mandò una prima lettera, che la
povera donna rilesse cento volte; e poi, affaticato dalla istruzione prima, e
quindi dal servizio, smise di scrivere, non riflettendo ai palpiti, che doveva
provar la sua benefattrice. Succedettero scaramucce e fatti d'arme, ai quali
prese parte, e finalmente una battaglia campale sanguinosissima, dove rimasero
molte e molte migliaia di combattenti, ma che fu vinta dagli Scaricabarilesi.
Parecchie vicine della madre adottiva di Sennacheribbo, le quali avevano
figliuoli o mariti o fratelli sotto le armi, avevano ricevute le nuove de' loro
ed erano uscite d'ambascia: ella sola non sapeva nulla del suo diletto, se
fosse superstite o soggiaciuto. Il Generalissimo spedì, per presentare a Re
Zuccone le bandiere conquistate sul nemico, una deputazione, il cui ingresso in
Iscaricabarilopoli fu una vera festa nazionale. Tutta la popolazione le corse
incontro per vedere que' trofei; per consolarsi, con la vista di quei trofei,
de' lutti, e del sangue, che costavano. Ma la povera mamma di Sennacheribbo,
dubbia ancora del fato del figliuolo, stimando pure di non potere se non
augurar male di un silenzio tanto protratto, stette tappata in casa, piangendo
e disperandosi, e quasi imprecando alla gioia universale che esacerbava le sue
lagrime. Cominciava ad annottare, quand'ecco sente bussare indiavolatamente
all'uscio. «Chi sarà mai?» S'alza, ché stava filando presso una lucerna fumosa,
guarda da una piccola grata e vede sul pianerottolo un ufficiale di cavalleria,
col braccio fasciato ad armacollo, che batteva impazientemente la solfa con gli
stivali speronati. «Oh pover'a me! sarà qualche seccatura di alloggio e non
alloggio.»
Apre e
l'ufficiale le salta al collo e l'abbraccia stretta. Essa lascia cader la
rocca, tenta di svincolarsi e grida accorr'uomo! Per tutta la scalinata
si spalancano gli usci, accorrono vicini, e che trovano? Trovano Sennacheribbo,
che stringeva la madre al petto e le diceva dolcemente: «Come, non riconoscete
più il figliuol vostro non riconoscete, mamma? Non mi volete dar manco un
bacio? Oh così va bene. Ma piano, per carità, piano, che ho questo braccio qua
ferito. Oh che buona mamma mia!»
Era proprio
lui, Sennacheribbo, lui proprio, quel desso! Ferito sì, ma con una medaglia
d'oro sul petto ed uffiziale. Bagattelle! Altro che risparmiarsi! S'era
precipitato come un demonio tra le file nemiche, conquistando una delle
bandiere, che il Generalissimo lo aveva mandato a presentare al Re, insieme con
parecchi altri gloriosamente feriti. Ora la madre sicuro che il riconosceva! e,
mezzo impazzita dalla gran consolazione, non rifiniva mai dal carezzarlo, dal
vezzeggiarlo, dal dirgli tante belle cose. Ed i vicini e le vicine a fargli
corona e festa e plauso; ad ammirare ed interrogare, a curiosare ed
importunare.
«Senti,
mamma; era venuto a chiederti da dormire: sono quattro mesi, che non ho provato
un letto ammodo.»
«C'è il tuo
lettino. Vi metterò le lenzuola di bucato, profumate di spiganardo.»
«Ma chi va a
letto senza cena, tutta notte si dimena. I miei compagni sono andati al
banchetto del quale il Sindaco si fa onore alle spese dei contribuenti; io no:
ho voluto venir qua da te. Che mi dai?»
«Oh poveretta
me! Non ho se non un po' di pane stantio e del cacio di pecora. E come si fa?
Tutte le botteghe son chiuse!»
«Porta qua,
che ci ho un'appetito militare. E condito da questa salsa ed in tua compagnia,
il pan raffermo ed il formaggio mi sapranno meglio d'ogni manicaretto.»
«Ma perché
non mi hai scritto? Avresti trovato qualcosa di caldo almeno!» dice la povera
donna. E non osò soggiungere per non mortificare Sennacheribbo, «e mi avresti
risparmiato tante angosce!»
«Oh sì,
scrivere! scrivere io! se tu sapessi, mamma, quanto pesa la penna alle mani
avvezze a trattar la sciabola! Preferisco dar la scalata ad una piazza, anziché
scriver due righi.»
Ho voluto
riferirvi questa scenetta particolareggiatamente, acciò vi persuadeste, che
Sennacheribbo, in fondo, era un buon figliuolo ed un bravo soldato. Ed ottimo
soldato si era dimostro sempre in prosieguo e bravissimo figliuolo. Da
sottotenente passò luogotenente, da luogotenente capitano, amato dai compagni,
stimato dai superiori, modello proprio dell'ufficiale zelante. Ma, da qualche
tempo, aveva perduta l'ilarità naturale; era divenuto pensieroso e malinconico;
non professava più l'usato disprezzo pei libri, anzi leggeva di continuo e
recitava versi; fuggiva i compagni, e si dilettava nel passeggiar solitario al
chiaro di luna. Lo dicevano innamorato. Ma di chi? Vattel'a pesca! Il fecero
spiare, il tenner d'occhio; ma nessuno potette mai scoprire la signora del cuor
suo. Non un indizio, nonché un principio di prova, fu possibil di raccorre. A
chi tentò di barzellettar seco sull'argomento, fece quasi paura, tanto andò
bestialmente in collera; sicché nessuno osò mai più ritoccar quel tasto. L'umor
tetro di lui era raddoppiato, dopo il bandimento del concorso matrimoniale per
la Principessa. Scansava di ragionarne e solo emetteva qualche tronca
bestemmia, quand'altri toglieva a discorrerne, ed aveva più volte dichiarato,
che, espletato il concorso, quando avesse a rendere omaggio com'a Re ad uno
qualunque di quei proci, darebbe le dimissioni. Abbiamo già riferite le parole
profferite da lui nel giorno del tumulto contro l'autocrate d'Antibo, parole,
che, per la benignità del colonnello, gli fruttarono solo un mese di arresti di
rigore. Era appunto la prima volta, che montava la guardia, dopo scontato quel
mese di arresti, quando venne chiamato da Re Zuccone e mandato in cerca della
Principessa smarrita.
Galoppa
galoppa, senza mai far alto, lo squadrone giunse in una tratta alla macchia di
Valquerciame e precisamente al punto, ch'era stato il luogo di convegno dei
cacciatori. Lì Sennacheribbo te lo spartisce in tante pattuglie in tanti
pelottoncini, per battere la selva in ogni direzione. Imboscano con le debite
cautele, come se eseguissero una ricognizione. Cammina cammina, ecco, dopo lungo
andare, nel più folto della macchia, sentono rammaricarsi, un gemere compresso.
Seguono la direzione, onde venivano i lamenti, e veggono e trovano, che mai?
uomini e donne legati agli alberi con salde ritorte ed imbavagliati. Erano i
gentiluomini e le gentildonne di Corte, venute alla caccia in compagnia della
Rosmunda, per farle seguito, codazzo, corteo, scorta. La triade regio
brigantesca li aveva fatti imbavagliare, legare ed abbandonar lì: perché, a
condurli via, sarebbe stato un impiccio; ed ammazzarli, una crudeltà
supervacenea; e a lasciarli liberi, avrebbero divulgato troppo presto la
notizia del ratto. I maligni dicono, che parecchi tra' gentiluomini ed i
maggiorduomini... sbaglio, s'ha a dire maggiordomi e maggiorduomini sarebbe
troppo contrario al vero, che parecchi tra costoro furono dolentissimi di non
essere stati invitati a cooperare all'attentato, e parecchie delle gentildonne
scandolezzatissime di non avere ispirato ancor esse idee di ratto. E stavan lì
da meglio che ventiquattr'ore, ed avevan passata la notte intiera intiera,
battendo i denti in nota di cicogna, crepando di fame, scoppiando di sete,
schiattando di paura. Il capitano li fece sciogliere, rifocillare alla meglio e
procedette ad uno interrogatorio. Dal quale, sebbene le risposte di quella
gente, poco svelta per natura, e più immelensita che mai dal sonno e dallo
spavento, fossero confusissime, risultò, che, un'ora all'incirca dopo
cominciata la caccia, erano stati aggrediti e sopraffatti da' satelliti de' tre
sovrani stranieri, malmenati, affunati ed abbandonati in quel modo con le
sbarre in bocca. E la Principessa? Anche lei era stata sacrilegamente
manomessa: presa e tentando di svincolarsi e difendersi con la coltella da
caccia, aveva leggermente vulnerato l'autocrate di Antibo. Ma, insomma, aveva
dovuto cedere al numero ed alla violenza: l'avevano legata in sella e portata
via, correndo a spron battuto verso Occidente, in direzione della frontiera,
insomma.
Sennacheribbo
corse allo spiazzo, là dove gl'indicavano avvenuta la lotta; e vi trovò di
fatti l'erba calpesta, tracce di sangue, qualche panno cruentato e qualche
scampolo di fune. Vide brillare un oggettucolo: corse a raccoglierlo. Era una
legaccia con fibbia d'acciaio, che evidentemente aveva dovuto staccarsi nel contrasto
dalla gamba o dalla coscia della Principessa; perché veramente ignoro, se la
Rosmunda solesse allacciarsela al di sopra o al disotto del ginocchio: alcuni
degli scrittori alemanni, che narrano le storie scaricabarilesi, affermano
l'una ipotesi, altri l'altra; ed io nel dubbio, son di parer contrario.
Sennacheribbo raccolse ed intascò quella reliquia della rapita con maggior
devozione certo, che Odoardo III d'Inghilterra non provasse nel raccattar la
giarrettiera della contessa di Salisbury: e la lontananza della Principessa
preveniva ogni pericolo ch'egli potesse imitare la disadattaggine del Re ed
essere costretto a rimediare con un Honny soit qui mal y pense ad
un'alzata di sipario involontario. Poi pensò al da fare, e s'attenne al primo
disegno, che gli s'affacciò alla mente e che stimò buono. Vale a dire
d'inseguire i rapitori; lasciare, che cavalli e cavalieri si riposassero per un
quattro o cinque ore; e poi, mettersi nella peste dei tre, requisire cavalli di
cambio per via; sconfinare occorrendo; raggiungere i ladroni nelle loro tane;
ma non tornare indietro, se non ricuperata la Principessa, come il Re gli aveva
imposto. Era un giuoco difficile e rischioso: i plagiarii avrebbero avuto circa
trentasei ore di vantaggio, e dovevano aver prese mille precauzioni per
assicurare sé e la preda. Ma Sennacheribbo calcolava appunto sulla sicurezza in
cui dovevano essere, riposando su questo vantaggio e queste precauzioni. Prese
un soldato intelligente e lo spedì alla Maestà del Re, latore d'un breve
dispaccio ed incaricato d'una lunga ambasciata. Ai gentiluomini ed alle
gentildonne diede per guida un taglialegna che li accompagnasse fuori della
macchia. Ordinò a 'suoi uomini d'inferraiolarsi e sdraiarsi per le terre e di
riposare alquanto, mentre alcuni comandati preparavano il rancio con la
cacciagione abbandonata da' tre Re.
Lui,
Sennacheribbo, inferraiolato anche lui, si sdraiò anche lui per le terre in
disparte ed avrebbe voluto sonnecchiare e ristorarsi: ma che? Non gli riusciva
di chiuder occhio. Il sangue bollente gli scorreva impetuosamente nelle vene,
come metallo fuso ne' canaletti, pe' quali si dirama nel gettarsi una statua.
Le arterie delle tempie gli pulsavano audibilmente al pensiero, che donna
Rosmunda, per iniquo tradimento, trovavasi in balìa, in potestà di tre
malandrini senza coscienza. E, nel silenzio di quella selva notturna, gli
divenne chiaro per la prima volta, confessò per la prima volta a sé stesso di
essere innamorato della Principessa. Non gli date del pazzo!; egli medesimo,
stringendosi sulla fronte il freddo fodero metallico della sciabola, chiedeva,
se avesse dato di volta? se un ramo occulto di follia si dichiarasse? Un povero
capitanellozzo di seconda classe, spiantato, orfano, esposito, innamorarsi, ma
quel che si dice innamorarsi perdutamente, della erede di un Regno di
seicencinquantaquattromila trecentoventun miglio quadrato di superficie e con
cenventitré milioni, quattrocencínquantaseimila settecentottantanove abitanti!
Perché non s'era presentato al concorso matrimoniale? Appunto perché non pazzo,
appunto perché consapevole della distanza che il separava dalla sua donna.
Amava disperatamente. Aveva voluto negare a sé stesso quella passione; aveva
chiamato orgoglio nazionale, zelo per la cosa pubblica, devozione alla dinastia,
fervore per l'onore di Casa Reale, cura per la felicità della figliuola de'
suoi Re, l'odio concepito contro i ridicoli proci ed abominevoli. Ma ora non
poteva dissimularselo: era gelosia bell'e buona. Le passioni conculcate e
contrastate divampano con veemenza maggiore: era gelosia frenetica.
Nell'agitarsi, sentì in tasca un fagottino, che stretto fra il suolo ed il
femore, gli dava noia. Era il legaccio della Principessa. Cacciò fuori quel
gingillo, che, aveva toccate le belle membra della sua donna: e si propose di
non manifestare ad alcuno quel ritrovaticcio; di custodirlo segretamente come
l'avaro che fa del tesoro; di portarlo sul petto in quella impresa avventurosa,
che, secondo ogni probabilità doveva riuscirgli funesta come un talismano. Lo
guardò, lo considerò; vi piovve sopra alcune lagrime virili; se l'avvolse al
collo; se l'avvolse intorno al polso destro, intorno al sinistro; e, senza
saper quel che si facesse, lo baciò.
Non appena
l'ebbe tocco con le labbra, ecco scuotersi la terra, ecco il barbaglio d'un
lampo, ecco brontolare il tuono. Una folata di vento stormì d'improvviso per la
foresta. Ed il giovane sorpreso, nell'alzar gli occhi si vide dappresso una
donna leggiadrissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale diffondeva
intorno una luce vividissima, tanto da rischiarare splendidamente il bosco e da
fare impallidire la luna che spuntava roggia ed immensa. Sennacheribbo la
squadrò dapprima attonito; ma vinta la prima impressione di stupore, da quel
cortese ufficiale che egli era, balzò in piedi, si cavò il cimiero, le fece un
inchino umilissimo e chiese in che potesse servirla, alla bella incognita.
«Veramente,
io dovrei far io questa dimanda» gli fu risposto. «Non mi hai tu chiamata?»
«Chiamata?
io? come? quando? e perché avrei dovuto chiamarla, se da poi ch'io l'ho data a
balia, non l'ho più vista? se ignoro persino il suo riverito nome?» replicò
Sennacheribbo, impermalito un po' di quel tu famigliare.
«O non ti sei
tu cinto quel legaccio intorno al polso sinistro e non l'hai baciato?»
Il povero
capitano si fece ponzò, come un ladruncolo catacolto in flagranti.
Divenne burbero: «Scusi, madama, chi le dà il dritto d'immischiarsi nelle mie
faccende, di spiare i fatti miei? Sacristia! cosa importa a lei quel ch'io fo e
quel ch'io non fo? Questo affare a lei punto non appartiene. O per Bacco, forse
che io la interrogo sul perché va gironzoni a quest'ora sola soletta nella
macchia? faccia il comodo suo; ed io e gli altri fare il proprio, cattera! E il
tu, lo serbi pe' suoi domestici, sa ella? O guarda un po' cosa capita...»
La
formosissima sconosciuta sorrise: «Ma, capitano, signor capitano, è Vossignoria
che mi viene a disturbare. Io sono la fata Scarabocchiona: della quale avrà
senza dubbio inteso parlare, santola della principessa Rosmunda. E le fate non
parlano in terza persona a nessuno, anzi in seconda singolare a tutti, persino
a Demogorgone, ch'è il Re loro. Quel legacciuolo è incantato di tal sorta, che,
legandolo al polso sinistro e baciandolo, mi si costringe ad apparire; mi
trovassi lontana centomila miglia, fossi occupata a... (stavo per dire una
corbelleria) mi è forza di apparire immediatamente. Lo avevo regalato alla mia
figlioccia; e strasecolo, nel ritrovarlo al polso di un capitano di cavalleria
con tanto di baffi. Che malgrado le mie fatazioni la Rosmunda m'abbia a
riuscire una scapatella.»
«Ah, signora
fata,» sclamò Sennacheribbo raumiliato, «scusatemi tanto! Avrei dovuto
riconoscervi subito dalla bellezza e dalla maestà vostra sovrumana.
Perdonatemi! mi vedete turbatissimo, fuori di me. E poi non sapevo nulla nulla
della fatazione della legaccia.»
La fata era
donna: Sennacheribbo le apponeva carne di lodola; n'era ghiotta, come tutte, e
sorrise compiaciuta:
«Ma chi ti ha
data la legaccia?»
«L'ho
rinvenuta qui per le terre» disse il giovane, e le narrò ogni cosa: la caccia;
il ratto della Rosmunda; e l'intenzione sua di riacquistarla o morire. E disse
in modo, che palesava quanto gli stesse a cuore la Principessa e quale altro
affetto, e più potente che devozion di suddito, lo stimolasse a
quell'ardimento. Ah non sempre riesce il dissimulare!
La fata
Scarabocchiona ascoltò tutto attentamente e comprese quel, che il signor
capitano taceva. Cavò di tasca un suo libretto di marocchino a fermagli d'oro e
legato alla cintura con una catenella d'oro a grandi anella, lo aperse, lo
percosse con la sua verga criselefantina di squisito lavoro, lo scartabellò,
mormorando sempre:
Per questa verga magica,
Pel nome del Re nostro,
Libro degli incantesimi,
Dal tuo sincero inchiostro
Dove que' prenci fuggano
Tosto mi sia dimostro.
E poi lesse
alcune pagine sotto voce. Rivolgendosi quindi al capitano: «Come farai per
raggiungere que' rapitori, prima che siano in salvo nel girone di qualche
fortezza antiboina, exiboina od introiboina? Sai quanti chilometri di vantaggio
hanno?»
«Circa
trentasei ore; farò sferzare e sforzare i cavalli; li farò cambiare per amore o
per forza, con le buone o con le brutte, durante la corsa; giungerò con dieci
uomini, giungerò solo; ma giungerò, voglio sperare, se non per liberare la mia
Principessa, per ammazzare almeno uno de' tre monarchi e per esser trucidato
sotto agli occhi di lei.»
«Sai la
strada battuta da' tre Re?»
«Ne
ritroveremo le orme, le vestigia; prenderemo lingua, c'informeremo, cammin
facendo. Non si tratta mica d'una brigatella, che possa passare inavvertita
affatto.»
«Que' ladroni
galoppavano verso i confini d'Antibo. Per quanto isferzassi ed isforzassi i
cavalli, per quanto li cambiassi, non potresti raggiungerli mai, tanto sono
montati meglio di te e de' tuoi, e tanto è il vantaggio, che han preso. E poi,
scusami, morire senza ottener l'intento e sapendo, che non può ottenersi per
quella via, sarebbe ragazzata.»
«Sua Maestà
mi ha imposto di non tornare senza la nostra Principessa.»
«Ed io ti
giuro, che, se non fossi qua io per assisterti, non tornare potresti bene; ma
tornare con esso lei non ti riuscirebbe. Ma io toccherò dragoni e cavalli con
questa mia verghetta criselefantina e ne ventiquattruplerò le forze. Va, chiama
il tromba, fa che lo squadrone si raduni e salga in arcioni, e precipitati a
galoppo sfrenato dietro il fuoco fatuo, ch'io ti darò per guida.» E, così
dicendo, percosse il suolo con la magica bacchetta e criselefantina,
mormorando:
Da le profonde viscere
Di acquitrinoso suolo,
Levati, o fuoco fàtuo,
Splendido e ratto a volo.
Immediatamente
un bel fuoco fatuo, dalla fiamma azzurrina, ristette fra le piante della
macchia ad una ventina di passi da' due: tremolava, oscillava, dondolava,
s'incurvava, balzellava lievissimamente, come la fiamma di una candela in mano
di fanciulla che cammini pian piano, guardinga. La fata proseguì:
Dove quei cani préncipi
Traggon la mia diletta
Questo drappello vindice
Pronto a guidar t'affretta;
Fa che agli empi sollecita
Incolga aspra vendetta.
Poi, rivolta
a Sennacheribbo: «Attergati a questa fiammella, senza alcun sospetto, con la
stessa fede cieca con cui ti si attergherà il tuo squadrone. Quando la vedrai
fermarsi e sparire, sappi che hai raggiunti i rapitori della Rosmunda.
Dipenderà dal tuo valore, dalla tua prudenza, il liberare allora la
Principessa. Io posso consigliar gli uomini ed agevolar loro le imprese
difficili e renderle possibili; non compierle invece loro io. A rivederci. Se
hai bisogno di me, trovandoti negli impicci, sai pure come chiamarmi. Ma non
farlo alla leggiera.» Così detto, disparve.
Sennacheribbo
si rimase estatico, trasognato, strasecolato, strabiliando, irresoluto,
infraddue, non sapendo che si fare, a che risolversi, a qual partito
appigliarsi, che pensare di quell'avventura e di quell'apparizione. Ed avrebbe
stimato tutto immaginazione, sogno, visione, illusione, allucinazione,
fantasmagoria, se non si fosse veduto a venti passi quel fuoco fatuo
irrequieto, che andava e veniva su e giù, che tremolava, oscillava, dondolava,
s'incurvava, s'assaettava, balzellava, come impaziente d'incamminarsi. Fidare
in un fuoco fatuo, sceglier per guida una meteora, non sembrava al capitano
veramente il più savio dei consigli, anzi vi ripugnava, come da cosa affatto
contraria a tutte le consuetudini delle truppe in marcia. E poi, come applicare
il Regolamento? come porgli allato due cavalieri con ordine d'ammazzarlo al
primo sospetto di tradimento, alla prima velleità di fuga? E trascurando le
precauzioni imposte da' regolamenti, non incorreva forse nelle pene comminate
dal Codice militare? non assumeva una tremenda responsabilità? Poteva avvalersi
degli spionaggi della fata Scarabocchiona? E chi gli assicurava, che fosse
proprio lei quella donna? Ci son tanti che negan persin l'esistenza delle fate!
D'altronde il desiderio di pur salvare la Principessa, cosa affatto impossibile
(dovea convenire) co' suoi mezzi naturali a sua disposizione; la tema di
passare per pauroso agli occhi di quella sedicente fata e del fuoco fatuo
istesso; la brama di adempiere e di obbedire alle raccomandazioni di Re
Zuccone; sopratutto poi l'amore e la gelosia, lo stimolavano a profittare della
scorta e dell'aiuto soprannaturale. «Per mal, che la vada, cosa può accadermi,
eh? Che questo fiammazzurro mi conduca a scavezzarmi il collo in qualche
dirupo? Vada per lo scavezzacollo! Che mi conduca ad affogar con l'intero
squadrone nella mota d'un qualche pantano? Vada per lo affogamento! Più che una
volta non si muore. Tromba, ehi tromba!»
«Capitano!»
«Suona la
sveglia! suona a raccolta! Svelti, figliuoli! A cavallo e seguitemi! Viva la
principessa donna Rosmunda!»
Ufficiali e
bassaforza, furon tutti desti e pronti in un batter d'occhio. Cattera, la fata
Scarabocchiona li aveva tocchi con la verga d'oro e d'avorio,
ventiquattruplandone il vigore, il valore, la disciplina, l'ardire, sicché si
sentivano da più di loro, più che uomini. I destrieri vergheggiati anch'essi
alla criselefantina, nitrivano, innivano, scalpitavano, scodinzolavano,
scuotevan le giubbe, drizzavan le orecchie, tutti brio. Anche essi valevan
ventiquattro volte più di prima. Era una bella notte serena, stellata: i cani
uggiolavano, gli allocchi bubbolavano, gli assiuoli chiurlavano, le civette
squittivano, i cucoli cuculiavano, i gufi gufeggiavano, le rane gracidavano, i
grilli grillavano, altri insetti stridevano e gli usignoli gorgheggiavano;
mille diverse fragranze balsamiche ed aromatiche, mille odori, mille profumi,
mille olezzi impregnavano l'aria; le stelle scintillavano, la luna rischiarava,
i fuochi del bivacco divampavano, le lanterne dello squadrone splendevano, ed
il fuoco fatuo brillava con dolce luce ed azzurrognola tremolando, oscillando,
dondolandosi, incurvandosi, assottigliandosi, ballonzolando, dimostrando con
tutti i modi che madre natura ha concessi a' fuochi fatui, l'impazienza di
prender l'abbrivo. Finito l'appello, messi gli uomini per due, Sennacheribbo
gli si rivolse e disse:
O splendida meteora,
Eccoci pronti! Orsù,
Dacci il segnale, muòviti,
Non indugiam di più.
Per vie battute e impèrvie
Selve, di su, di giù,
Donna Rosmunda guidaci
A trar d'affanno tu!
Il fuoco
fatuo si mosse, con velocità iniziale poco minore di quella d'una palla
scagliata dal cannone liscio di ventiquattro, e dietro tutto lo squadrone, come
se caricasse. I cavalli spiccavan salti di ventiquattro metri l'uno, anzi salti
della distanza, che separa due pali del telegrafo. Sarebbe stato uno spavento
il vedere ed udire questa massa nera, preceduta da una fiammella azzurrina, che
passava con l'impeto della tempesta, con lo scroscio del tuono, come una tromba
fragorosa e gravida di folgori: ma era notte fitta, ed i campagnuoli, i
contadini, i villani, gli agricoltori, i zappaterra, russavan tutti nei
tugurii. Galoppa, galoppa, galoppa; vola, vola e vola; divorarono le tante
miglia che conducevano alla frontiera del Regno. Frontiera, che il monarca
d'Introibo, il despota d'Exibo e l'autocrate d'Antibo avevan frattanto già
varcata con la bella prigione.
Rosmunda!
Aveva tentato di difendersi, di svincolarsi e persino vulnerato con la coltella
da caccia Re Guasparre; aveva poi tentato di fuggire; ma tutto indarno!
l'avevano imbavagliata, ammanettata, impastoiata, incapestrata, e gittata, e
legata per la cintura, trasversalmente sulla sella; con le braccia dietro, come
un sacco di grano e via! I cavalli eran lanciati al gran galoppo, e venivan
mutati ad ognuna di quelle stazioni, che il prudente autocrate aveva
scaglionate lungo la consolare. I tre, giunti sul territorio antiboino e
stimandosi ormai al sicuro da ogni inseguimento e sentendosi stanchissimi da
quella cavalcata a rompicollo, risolvettero di fare un alto, anzi di far tappa
e di riposarsi alla prima osteria. Difatti entrarono Al Gallo d'oro, buon vino e buon ristoro, alloggio e stallatico;
che aveva per insegna un gran galletto giallo scarabocchiato sul muro, accanto
alla frasca canonica, col motto:
Quando questo canterà
Credito si farà.
Oggi no, domani sì;
Patti chiari, amici cari.
Il Gallo d'oro era una tavernaccia isolata,
di fama dubbia, che aveva per clientela i trainanti, i cavallanti ed il
contrabbandierume dei dintorni; non offriva dunque comodi maggiori di quelli,
che tal gente richiede e paga. Il buon vino era una mistura d'acqua di fonte,
acquavite di patate, e non so che sostanze coloranti; il buon ristoro, pane
stantìo, formaggio pecorino, salame di asino, carne di capretto e qualche volta
un po' di caccia o qualche uova od un par di pippioni, o qualche pesce pescato
nel fiume regale, che scorreva poco lontano. Ma si sa, in viaggio, bisogna
sapersi contentare: i tre Re morivano di fame, di sete e di stanchezza; quindi
smontarono, ordinarono da pranzo, e deliberarono di aspettare in quel luogo il
ritorno d'un corriere, che Guasparre spedì al comandante d'una piazza forte
vicina, acciò gli venisse incontro con due o tre Reggimenti e carrozze ed ogni
ben d'Iddio.
Mentre l'oste
e l'ostessa tagliavano il collo a galline e piccioni e scendevano in cantina a
prender del migliore, ancora tutt'assonnati, come quelli, che eran stati desti
in sul meglio del dormire, e trasognati, come quelli, che per la prima volta
albergavano de' Re, l'autocrate di Antibo disse a' compagni di iniquità:
«Signori, io son galantuomo. Abbiamo fatta una preda, un bottino, una presa,
una caccia, chiamatela come volete, in comune, in società, in accomandita, viribus
unitis, cooperando: ed in società dovremo incontrare le conseguenze del
nostro operato.»
«Pur troppo!»
sospirò Don Melchiorre, che aveva paura, ma paura!
«Bah! tutto
finirà per arrangiarsi,» sghignazzò Baldassarre V, il quale non aveva
ancor ben compresa, m'immagino, la gravità dell'atto perpetrato.
«Patti
chiari, amicizia lunga. Abbiamo fermato di dadeggiar questa femmina, subito
dopo varcata la frontiera scaricabarilese. Presto, mentre ci apparecchiano un
po' di colezione, qua i dadi e sbrighiamoci. Chi ha tempo non aspetti tempo.»
«Giochiamocela
piuttosto all'oca, dilettevole per chi gioca e chi non gioca,» propose il
monarca d'Introibo.
«Un
emendamento. Maestà mie. Teniamola piuttosto in comune, finché ogni guaio non
sia terminato: allora, sorteggeremo,» suggerì Don Melchiorre XVII.
«Nossignori,
nommaestà,» replicò l'autocrate. «S'è detto di dadeggiarla, dadeggiata
dev'essere; s'è detto, subito dopo varcata la frontiera, dunque adesso, subito,
immantinente, senza frapporre indugio, senz'altra tardanza. Bisogna stare alle
convenzioni, al pattuito. I dadi! In tre colpi! Chi tira il punto maggiore, se
l'abbia pure. La proposta di Don Melchiorre è inaccettabile. Vel confesso: dopo
che la nostra prigione m'ha naverato nella macchia di Valquerciame, ogni amore,
ogni desiderio, ogni misericordia è morta in me. I riguardi dovuti a voialtri,
il rispetto de' trattati, ed anche la speranza d'una vendetta più squisita e
prolungata, mi han solo trattenuto dal segarle la gola lì per lì, dallo
sgozzarla issofatto, dallo scannarla su due piedi. Ch'io sia il vincipremio,
non la farò mica mia. Anzi la farò appendere per li capelli ad una forca di
cinquanta cubiti e ve la farò morire di fame e di strazio.»
«Io,» disse
il despota d'Exibo, «se m'ha da toccare a me, la riterrò come ostaggio. Così,
per amor di lei, perché non venga bistrattata o sacrificata, Re Zuccone dovrà
astenersi da ogni atto ostile. Mi servirà da parafulmine: se la vogliono
illesa, mi hanno da lasciar tranquillo, gua'!»
«Ed io»
soggiunse Re Baldassarre «ritengo che né la Principessa; ned il padre; ned il
popolo scaricabarilese, quando il monarca d'Introibo l'impalmasse, potrebbe
fare altro se non ringraziarmi e ringraziar Domeneddio dello stratagemma, della
astuzia, del ripesco, della malizia, alla quale ci siamo appigliati per
abbreviar la faccenda ed evitare un giudizio di plebe o di assemblea sul nostro
merito.»
«Benone!»
ripigliò Guasparre «ognuno si regolerà come giudica meglio. Su, aiutanti,
procacciateci dei dadi ed un cornetto» proseguì poi aprendo la bussola e
rivolgendosi agli ufficiali, che stavano nella stanza antecedente, «e fate
condur qui da noi la prigioniera.»
«Sciolta,
Maestà?»
«Sciolta un
corno: chi ci assicurerebbe dai suoi unghioni? e se l'avete sbavagliata,
rimbavagliatela ammodo: che non vogliamo essere disturbati dalle grida di
quella pettegola, mentre si gioca.»
Quell'uomo lì
veniva sempre obbedito a vapore. Due minuti dopo, eran sulla tavola un cornetto
e due dadi, i quali avevano spesso servito a contrabbandieri e ladruncoli per
disputarsi i loro lucri o per dissanguare qualche zugo: ora dovevan servire a
tre Maestà per disputarsi l'erede di un reame di seicencinquantaquattromila
trecenventun miglio quadrato di superficie con cenventitré milioni,
quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitatori. Poi la Principessa
sempre affunata ed imbavagliata ut supra, fu portata dentro
avvincigliata su di una seggiola sconnessa. L'autocrate d'Antibo le spiegò
sghignazzando, ingiuriandola e dandole del tu, ch'ella era la posta del giuoco.
Fecero alla
morra chi dovesse cominciare: «Questo è giuoco da facchini, bifolchi e
guardaporci,» dice Giordano Bruno. Toccò a gettare i dadi per primo a Don
Melchiorre; in secondo luogo a Re Baldassarre, in terzo all'autocrate d'Antibo.
Il timido
zoppo agitò per un bel pezzo i dadi nel cornetto, e finalmente li rovesciò
pianin pianino sul tavolo: fece tre e due.
«Tua non sarà
di certo,» disse gongolando il gobbo rimbambito; e, toltogli il cornetto dalla
mano, e rimessivi i dadi dentro e fattili ballonzolar più volte prima con la
destra, poi con la sinistra, tirò cinque e sei. «È mia! mia! mia» esclamò
tripudiando com'un fauno.
«Non ancora,
fratelmo!» disse il guercio. «Per buono, il punto è buono. Ma chi sa, fratelmo,
chi sa!»
Prende
convulsamente il cornetto, che Baldassarre aveva gittato sul desco
rincludendovi i dadi e li butta senza nemmanco agitarli.
«Sei e sei!»
gridarono gli altri due. «Il punto di Venere!»
«Quindi
innanzi punto di Nemesi!» corresse Guasparre, «Signori, questa donna, ch'è
indiscutibilmente nostra per diritto di rapina, poss'io quind'innanzi dirla
esclusivamente mia, di loro pieno consenso?»
«Senza dubbio
alcuno!»
«Posso farne
quanto mi aggrada?»
«Si accomodi
pure!»
«Non
troveranno a dir nulla?»
«Questo
affare a noi punto non appartiene.»
«Sia lodato
il cielo! Senti qua, Rosmunda: io ti amava; mi piacevi. Tu mi hai ricolmo di
mortificazioni. Invece di antepormi e preferirmi subito e senz'altro a tutti mi
hai dati un subisso di concorrenti, tutti da meno di me, nessuno dei quali ti
era meno accetto di me. M'è stato riferito, che mi hai dileggiato, perché non
ho gli occhi come i tuoi, che mi hai maledetto perché non ho un animo
effeminato... Or bene: ci ho però visto tanto da raggiungerti; e della mia
crudeltà farai esperimento tu stessa. Appena aggiornato, appena giunti que' tre
Reggimenti che ho mandati a chiamare, sai cosa? Farò rizzar dai guastatori le
forche su quella collina, onde si scorge il Regno di tuo padre ed il corso del
fiume regale che passa per la tua città nativa. E ti farò appendere pei capelli
alle forche. Ignuda in faccia a tanti soldati, sora schifiltosa. E morrai di
fame e di strazio lassù. E ti farò sbavagliare per deliziarmi delle tue
querimonie, de' tuoi lamenti, delle tue grida, de' tuoi rantoli, brutta
segrennaccia, pettegola! E vedremo poi cosa potranno per vendicarti quel
zuccone di tuo padre e quelli, che ti avrebber dovuto essere sudditi; giacché
per salvarti oramai non può più nulla nessuno, nessuno, nessunissimo!»
Ed alzava la
mano per lasciarle andare una guanciata, quando una voce stentorea, che
gridava: «Sbagli!» gli fece trattenere il colpo e volgere il capo. Sulla soglia
della stanza, con la sciabola evaginata in pugno, stava ritto Sennacheribbo; e
dietro a lui si accalcavano i più dei suoi dragoni. Sogghignavano amaramente;
ed il capitano a ripetere: «Sbagli, messere! Signori, avete fatto i conti senza
l'oste.»
La destra
dell'autocrate cercò istintivamente l'impugnatura di una spada: ma era inerme.
Gridò: «Tradimento! a me! Antiboini, al Re vostro!» e corse alla finestra
unitamente ai due córrei. Ma i loro compagni stavano affunati a coppie e
distesi per terra in un cantuccio del cortile, ed i dragoni scaricabarilesi,
posti in sentinella dovunque, spianando i moschettoni, li costrinsero a
rientrare nella stanza. In un battibaleno vennero afferrati, ammanettati alla
lor volta e trasferiti ed incatenacciati in un bugigattolo oscuro, sebbene
protestassero arrogantemente contro questa violazione sacrilega della Maestà
Regia, del dritto delle genti, de' confini. O parlassero antiboino od exiboino
od introiboino o scaricabarilese, i soldati non davan loro retta, anzi facevan
le viste di non intenderli neppure. Ed il capitano Sennacheribbo aveva altro in
capo, e s'affaccendava intorno alla principessa, alla sua Rosmunda, a
sbavagliarla, a scioglierne, a spezzarne, a troncarne le legature, ed impartire
ordini, perché le preparassero qualche cordiale, un letticciuolo, una camera.
Appena sciolta, ella balzò in piedi, come per fuggire, con gli occhi
stralunati; ma, soprappresa da tremiti nervosi e con le membra intorpidite,
poté solo profferire un ohimè! e cadde svenuta fra le braccia del
giovane.
Non
gl'invidiate l'inarco soave! Non vide mai persona più impacciata del nostro
Sennacheribbo. Il sorreggere una donna in deliquio è sempre grave, per quanto
cara la si possa avere, per quanto innamorati se ne sia, giacché pesa. Leggiera
come un uccello è una metafora tanto falsa ed esagerata che rasenta
l'eufemismo.
Moralmente,
potrà ben dirsi
Quid levius piuma?
pulvis! Quid pulvere? Ventus!
Quid vento? Mulier! Quid muliere? Nihil!
Ma, fisicamente,
è un altro par di maniche.
Le donne
pesano sempre; e svenute, sempre come insegna la fisica, pesan di più. Ma
quando poi la svenuta è la nostra sovrana, l'erede del trono, la futura Regina
di seicencinquantaquattromila trecenventun miglio quadrato di territorio e di
cenventitré milioni, quattrocencinquantaseimila settecentottantanove sudditi; e
che noi, che la sorreggiamo, non siamo se non un povero capitanucolo de'
dragoni, un trovatello spiantato... mamma mia, che imbarazzo allora! oh che
impiccio! che impaccio! che briga! che soggezione! che paura di violar qualche
canone d'etichetta! Chi sa quali regole prescrive l'etichetta delle Corti ne'
casi analoghi? Chi sa quali siano le disposizioni del cerimoniale? E come
apprestarle soccorso? come farla rinvenire? Recarsela in seno e portarla di
peso su qualche letto ed adagiarvela? Misericordia! che familiarità indebite!
Spruzzarla d'acqua? Che irriverenza! Slacciarle il busto e la gonna? Che
orrore! E non esserci una camerista per accudirla! L'albergatrice? Ohibò! donna
equivoca, schifosa, ed antiboina per giunta: come mai commetterle la cura e la
salute della Principessa? E contate per nulla lo spavento? E se la tramortita
morisse? Che responsabilità terribile! Morire forse per mancanza, per
trascuraggine, per pusillanimità del protettore! Il povero capitano stava fuori
di sé. Per buona ventura, gli sovvenne del legacciolo incantato. Senza lasciar
di stringersi timidamente al petto la Rosmunda che sarebbe sennò stramazzata
per le terre, sbottonò la tunica, trasse quel gingillo, che portava sul cuore,
lo ravvolse intorno al pugno sinistro e v'imprese un bacio.
Non appena
l'ebbe sfiorato con le labbra, ecco vacillar la terra come tremuoto; ecco
divampare come un baleno; ecco un rombo come di tuono; ecco un vento impetuoso
fischiare per gli anditi della casupola; e ristare innanzi al capitano una
donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, la quale spargeva intorno
una luce vivida tanto da rischiarare splendidamente la stanza e da oscurare,
ecclissare i torchi accesi e il lume dell'alba che cominciava a penetrare dalle
finestre spalancate.
«Cara fata
Scarabocchiona» disse l'ufficiale, «eccovi la vostra figlioccia, sana e salva,
com'io credo, ma svenuta. Qui non ci son donne ed i miei dragoni sarebber bravi
ad ammazzar giganti, ma non sanno trattare una creaturina come questa, L'affido
a voi, dunque. Curatela voi; fate voi che rinvenga.»
«Povero
figliuola mia!» sclamò la fata, e sedutasi sur uno sgabello prese in grembo e
coperse di baci la giovane sempre in deliquio.
«Fata
benedetta mia, se, come ogni fata d'un certo grado, possedete anche voi un
carro alato o tirato da draghi e da ippogrifi, ve ne scongiuro, riconducete
voi, al più presto, la Principessa nella Reggia di Scaricabarilopoli dal padre.
Frattanto io corro a sbrigare ed aggiustare un certo conto coi rapitori; e
bramerei non aver impicci di donne qua presenti.»
«Non temere;
la ragazza rimane nella mia custodia. Bravo Sennacheribbo, corri pure a far
quel che occorre. Penserò io a rintegrar la Rosmunda nel dominio paterno. Vai,
vai pure,» disse la Scarabocchiona, e alzando la verga criselefantina mormorò
certi versetti:
O rosei draghi aligeri
Che il plaustro mio traete;
Da' vostri eterei pascoli
Qui qui presto accorrete!
Ed ecco un
elegantissimo plaustro di madreperla apparire e ristare innanzi alla finestra
come un cocchio innanzi all'incarrozzatoio, come un treno innanzi al marciapiedi
della stazione: lo trascinavano per aria otto be' draghetti alati, dal mantello
roseo, picchiettato di violetto e con le creste e le criniere rosse, scarlatte.
La vi portò dentro sulle sue braccia la Rosmunda, il cui svenimento aveva
mutato in benefico sopore. Incarrozzata o meglio implaustrata che fu, mormorò
questo scongiuro:
Là, dove afflitto un popolo
Piange la sua signora;
Là dove un padre (misero!)
La sua diletta plora:
Dove Reggia e tugurio
Sol per costei s'accora:
Volate, o draghi aligeri,
In men d'un quarto d'ora!
E salutò con
la mano l'ufficiale; e gli disse: «Arrivederci,» e sparve.
Sennacheribbo
seguì con lo sguardo quel plaustro che segnava come una striscia luminosa per
lo cielo sereno, e si riscosse al suono d'un sospirone che gli sfuggiva dal
petto. Corse con la mano agli occhi e li trovò molli di lacrime, che rasciugò
col dorso di quella, sgridandosi, riprendendosi, increpandosi, biasimandosi di
tanta fiacchezza in quel momento: «Su, su! Non c'è tempo da perdere! Altro che
sospiretti e lacrimette. Occorre sbrigar qui un'opera di sangue, che serva per
esempio memorando ai popoli ed ai Re. Il sole che sta per sorgere deve vedere
quanto nessun sole ha mai visto.»
Scese al
pianterreno, chiamò il luogotenente e gli commise di comandare un
distaccamento, di requisire le scale a piuoli, le corde dei pozzi e sapone e
travi e zappe e badili, e di recarsi sopra quell'altura là, poco discosta, onde
si scorgeva il Reame di Scaricabarili ed il corso del fiume regale che passava
poi per Iscaricabarilopoli, e di rizzarvi prontamente tre forche. Il
luogotenente salutò senza fiatare, e s'avviottolò subito con un picchetto.
Quindi il capitano si fece condurre dinanzi le tre Maestà di Baldassarre V,
Melchiorre XVII e Guasparre I, tutt'e tre saldamente affunate. L'autocrate
d'Antibo, che non era facile a smarrirsi, lo sbirciò guerciamente e gli chiese
con che ardire, con quale autorità osasse por le mani sacrileghe sugli unti del
Signore? sconfinare e perpetrare scorrerie e ricatti in paese amico, in piena
pace? violare i trattati? calpestare il diritto delle genti? Ma Sennacheribbo,
che lo squadrava con un cotal riso di sdegno, non lo lasciò perorare.
«Zitto là! Mi
meraviglierei della impudenza vostra, se non conoscessi per prova la vostra
sfacciataggine dalla discolpa dell'assassinio di Coppa d'oro. Non vi considero
come Re, anzi come rei: ed avete rotta la pace voi, senza dichiarazion
precedente di guerra. Siete briganti, banditi, masnadieri, grassatori,
ricattatori, plagiari, i quali accolti e trattati come ospiti cari da noi, con
tradimento inaudito, senza un pretesto al mondo, avete osato rapire una
fanciulla minorenne, una principessa reale, la figliuola unica dell'ospite,
rapirla inconsenziente e trascinarla fuori Regno per poi sforzarla a nozze
aborrite, anzi per farne crudelissimo scempio. Avete trasgredita ogni legge
umana e divina: come invocarne alcuna in difesa o scampo vostro? Da lunga pezza
siete esosi a' soggetti, aduggiate il mondo. Quest'ultima enormità colma la
misura e trabocca la bilancia.»
«Ho Dio solo
per giudice delle azioni mie, io» rispose il guercio.
«Son Re
sovrano ed indipendente. Un vassallo, uno stipendiato di altro Re non può
sindacarmi, ned offendermi. Subisco le violenze di un matto da catena... ma il
primo assennato in cui m'imbatterò nel Regno del vostro padrone...»
«Risbagliate
i calcoli. Riconducendovi prigionieri a Scaricabarilopoli, metterei in
imbarazzo grandissimo il Governo e finireste per iscapolarla impuniti e per
muoverci una guerra di sterminio. Lasciarvi liberi, dopo avervi offesi, sarebbe
ragazzata... e mi crederei colpevole di quanto male fareste in avvenire. Ho
pensato meglio. Stanno rizzando tre forche su quel poggio appunto onde si
scorge il Regno ch'è dote della nostra Principessa ed il fiume regale che passa
per la città natìa di donna Rosmunda, la quale tu, autocrate d'Antibo, volevi
appender lì per la capigliatura lunghissima, acciò vi morisse di fame e di
strazio. E lì, sarete appiccati per la gola e strangolati tutti e tre prima che
passi un'altr'ora. Così l'uman genere sarà libero da questa pestilenza che lo
ammorba.»
«Capitano»
disse tremando il despota d'Exibo, «signor capitano mio! Ella scherza! Badi a
quel che fa! Un attentato simile, inaudito, non più visto, troppo caro le
costerebbe.»
«Caro? Mi
costerà solo la vita. Mel so. Vivo certissimo di morir dopo ignominiosamente.
Mi sacrificheranno. Mi consegneranno a' vostri successori, perché mi strazino e
tormentino e torturino e supplizino. Sia. Mi piace. Non mi duole pagare con un
tal prezzo la soddisfazione che mi procaccio. E se le mie carni verranno
attanagliate, abbrustolate, sforacchiate, dilacerate, dilaniate; la fama mia
rimarrà fra gli uomini eterna come il ricordo degli eroi che hanno sgombrata
dai mostri la terra. E sufficit. Più non vi dico e più non vi rispondo.
Tromba, suona a raccolta; tenente fate prender costoro in mezzo: se rifiutano
di camminare, piattonate! Si va su quella montagnuola, lì dirimpetto, dove s'è
recato il luogotenente col distaccamento.»
Chi potrebbe
esser da tanto di descrivere, benché approssimativamente, benché in parte, lo
sbigottimento, lo spavento, il terrore, la sordida pauraccia di Don Melchiorre,
con tutti i fenomeni che produce, con tutte le sue manifestazioni? Non v'ha
preghiere umili, anzi abiette ch'egli non profferisse; non vi ha scongiuri
codardi ch'egli non pronunziasse; non vi ha promesse ricche, delle quali non
largheggiasse; supplicazioni, lagrime, esortazioni, dalle quali si astenesse
per' tentar d'impietosire o il signor capitano o uno de' signori luogotenenti o
il sottotenente o il foriere, o un sergente o un caporale o un soldato.
Sennacheribbo era irremovibile, i subalterni e la bassaforza incorruttibili e
devoti al capitano per modo che lo avrebber seguito contro il Re loro stesso,
contro Domineddio medesimo. E poi la fedeltà loro e la ferocia erano
ventiquattruplicati dal tocco della verga di fata Scarabocchiona. Il povero
zoppo, stanco dalla cavalcata, si sarebbe buttato per terra, nella polvere, nel
fango; ma le piattonate dei cavalieri lo stimolavano e il sospingevano innanzi.
Il monarca
d'Introibo, lui, rideva e camminava allegramente. Rideva della gran paura del
collega e camminava allegramente, perché tutto questo non gli pareva cosa
seria, anzi uno scherzo, una fecezia, troppo spinta, se volete, di pessimo
gusto, sì, ma fecezia di quel cervello balzano del capitano. Afforcar tre Re?
Ma vi par' egli? Chi sarebbe tanto gonzo da credersela? Tre Re, tutti insieme,
in una volta, come se nulla fosse? Non se n'è mai appiccato uno, neppure Re di
contrabbando ed usurpatore, nonché dagli altri Principi, ma da' popoli in
rivoluzione. Ed un capitanucolo de' dragoni oserebbe mandarne in Piccardia una
triade, improvvisatamente? «Chêh! chêh! Può darsi che voglia fare un ricatto,
che tanto sia capitano de' dragoni scaricabarilesi lui, quanto io imperator
della China. E parla così di patibolo, per ammorbidirci e cavarci una taglia maggiore.
Bisogna dunque stare sul tirato, s'è un capobanda. Ma vedrete, appiè del
gibetto si scappellerà, ci farà degli inchini profondissimi, ci domanderà
umilissimamente perdono della licenza poetica; si metterà a' nostri ordini;
anzi probabilmente troveremo imbandito uno splendido digiunè, che
serviranno egli e gli uffiziali!» Così pensava quel gobbetto e diceva ai
compagni di delitto.
Ma
l'autocrate d'Antibo aveva capito, lui, che i propositi di Sennacheribbo eran
di quelli che non possono scollarsi comechessia: nunquam dimoveas.
Interrogava con inquietudine dissimulata l'orizzonte, tendeva l'orecchio e
rallentava il passo e cercava di guadagnar tempo, sperando che
sopraggiungessero finalmente i tre Reggimenti mandati a chiamare; que' tre Reggimenti
che potevano arrivare, liberarlo e sopraffare ed impiegar tutto lo squadrone
scaricabarilese. «Oh giungessero, giungessero! Oh ne comparisse l'avanguardia!»
Oh qual terribile vendetta prenderebbe delle parole di rimprovero che aveva
dovuto soffrire, delle angosce spaventose che stava provando. Morire? ed in
qual modo? Muoion tanti, ma lui! Muoion tanti, anche giovani se volete o
ricchi, ma infermi, ma in battaglia. Ed anche sul letto a tre colonne, sì: ma
non sono autocrati, con tutti i mezzi per soddisfar le passioni! Lui era nato
per mandar gli altri ad impiccare: era contro natura che il caso suo nella fine
fosse un dondolo! Oh se avesse avuto modo di far conoscere ai suoi le sue
distrette? di stimolarne il passo! Bestie di colonnelli che non sanno
comprendere, indovinare il bisogno urgente che si ha di loro! Ma Guasparre non
aveva un legaccio incantato per chiamare in aiuto alcuna fata! e qual fata
buona avrebbe voluto adoperarsi per salvar quei mostri? Demogorgone l'avrebbe
poi flagellata con mazzafrusti di colubri e l'avrebbe incantata chi sa in qual
barbaro modo per un secolo almeno.
Il corteo si
fermò sul monticello, dove il luogotenente avea fatto acciabbattamente piantar
le forche; che non eran certo costruite secondo tutte le regole dell'arte
impiccatoria, ma via, per una volta tanto potevano servire. Già, il
luogotenente non era un carnefice, ned i soldati tirapiedi; facevano alla
meglio. Tre belle corde co' cappi insaponati si dondolavano alla brezza
mattutina, ché l'aurora cominciava ad inaranciar l'oriente. Accorse un dragone
al galoppo e riferì al capitano che si vedevano in lontananza avanzare delle
forze nimiche considerevoli. Un lampo brillò negli occhi guerci dell'autocrate
antiboino; mentre il monarca d'Introibo continuava a ridere scioccamente ed il
despota d'Exibo a frignare, a piagnucolare, a singhiozzare. Sennacheribbo senza
scomporsi o titubare disse a' suoi: «Sbrigatevi.»
Fu appoggiata
una scala a ciascun colonnino; un soldato si appollaiò su ciascuna traversa;
due altri preso di peso ciascun Re, lo tirarono di piuolo in piuolo, finché il
primo potesse assicurargli il capestro al collo: poi attaccaron loro delle
pietre pesantissime ai piedi legati e scesero.
Sennacheribbo,
che stava fumando a cavallo, tranquillamente, come estraneo alla cosa e
noncurante, si cavò la spagnoletta di bocca, sputò e disse. «Giù!» Le scale
furono sottratte ai tre meschini, i quali travolsero stranamente il volto per
la rottura delle vertebre cerviali nelle estreme convulsioni dell'agonia. In
quell'istante comparve il sole sull'orizzonte e percorse coi primi raggi le
facce livide dei tre regnatori, i quali traevan calci al rovaio.
«Suonate a
raccolta;» vociò il capitano, quando tutto fu compito, rompendo il silenzio
prodotto dall'orrore che ingombrava gli animi de' soldati non assueti ad
assistere a tali giustizie e molto meno ad aver parte in esse. E certo se non
ci fosse stato quel ventiquattruplicamento di ferocia, di ardimento e di
disciplina cagionato dalla vergata della fata Scarabocchiona, non avrebbero
avuto animo di obbedire al capo loro, per quanto caro l'avessero. Lo squadrone
si riformò in ordine di marcia, discese dalla montagnuola e ripassò felicemente
la frontiera mezz'ora prima che i tre Reggimenti antiboini giungessero sul
luogo del supplizio, ed esterrefatti e raccapricciando riconoscessero e
disimpiccassero i tre cadaveri regi che facevano il penzolo. Non sapevano
spiegarsi la cosa; cominciarono a capirla dopo interrogati i cortigiani legati
ed asserragliati nella bettola del Gallo d'oro: ma capacitarsene proprio, non
sapevano! Intanto i dragoni scaricabarilesi corsero a spron battuto fino alla
prima piazza forte della patria loro. Lì giunto, il capitano Sennacheribbo si
presentò al comandante e si costituì prigioniero dopo avergli narrato minutamente
e particolareggiatamente l'impresa condotta a termine. Il povero comandante
strabiliò, spaventato delle conseguenze che il triplice regicidio porterebbe e
pel capitano e pel paese; suggerì dapprima a questo di fuggire: «Fingerò di non
averla visto! si salvi dove e come può.» Ma, rifiutando Sennacheribbo di
sottrarsi alla responsabilità degli atti suoi, lo fece tradurre in castello e
spedì subito per istaffetta un rapporto al Ministero domandando istruzioni.
In que' due
giorni Scaricabarilopoli era stata sottosopra. Ogni ora si divulgava qualche
notizia strana e terribile, e con una progressione, un crescendo rapidissimo si
giunse all'inverosimile, all'assurdo. Prima la disparizione della Principessa!
poi la notizia del ratto. Un deputato interpellò il Ministero sulle voci che
correvano intorno alla reda del trono, voci che giustamente turbavano ogni
cittadino devoto alla sua patria ed alla dinastia. Il Presidente del Consiglio
sciorinò una lunga pappolata, in cui dovette confessare che la Principessa era
stata furata da' tre Re proci, con procedere indegno, violando l'ospitalità
concessa loro, violando il giuramento d'ammissione al concorso, violando ogni
regola di onestà. Chi non si sarebbe fidato? Quindi il Ministero non era da
incolparsi d'imprevidenza. Annunziò nel contempo di aver mandato ordine agli
incaricati d'affari di Sua Maestà presso le Corti d'Antibo, d'Exibo e
d'Introibo di protestare contro l'eccesso inaudito e di reclamare
l'immediata riconsegna della Principessa. Aspettare risposte: dopo le quali
proporrebbe importanti risoluzioni alla Camera. Ma la quistione stare pel
momento nel periodo delle trattative diplomatiche e quindi non doverglisi
chiedere altro. Fu proposto un voto di biasimo, e di mettere in stato di accusa
il Ministero, perché aveva fatto mancare alla Principessa una scorta
sufficiente e tale da poterla salvare da un colpo di mano e tutelarla; perché
avea lasciato sfuggire i rapitori, i quali pure avevano da fare un lungo
viaggio per toccar la frontiera; e perché conveniva di non aver saputo prendere
alcun provvedimento adatto a ricuperar la rapita. Bisognò fare evacuar le
tribune pubbliche, sospender più volte la seduta. Ma finalmente l'ordine del
giorno di censura fu votato alla unanimità dei Deputati presenti e votanti; e
la messa in accusa dei Consiglieri della Corona ad una maggioranza imponente.
Ed al povero Re Zuccone, che straziato dal dolore aveva quasi perduto
l'appetito, convenne ancora occuparsi della composizione di un Ministero nuovo,
vedere uomini politici, mercanteggiar con essi. I primi atti del nuovo
Gabinetto furono un proclama al popolo, un discorso programma alla Camera, una
Nota a tutte le Potenze amiche, un ultimatum all'autocrate d'Antibo, al
monarca d'Introibo ed al despota d'Exibo; ed il fare imprigionare (a richiesta
loro) i Ministri precedenti per sottrarli al furor popolare. Giacché il popolo,
il quale, come sappiamo, travedeva per la Rosmunda, ingombrava minacciosamente
le strade della città ed aspettava che i Ministri uscissero dalla sala del Parlamento
per istrascinarli a coda di cavallo, impeciarli e appiccar loro il fuoco. Né,
sebbene fosse tarda notte, alcuno pensava a rincasarsi. Quanto ad adoperar
l'esercito contro un popolo che tumultuava per devozione alla dinastia, non era
da pensarci, ecco!
Poche ore
dopo, allo spuntar del sole, si diffonde la nuova del ritorno della
Principessa, ricondotta nella Reggia dalla fata Scarabocchiona sua santola in
un plaustro di madreperla, tirato da quattro mute di draghetti volucri, color
di rosa, picchiettati di violaceo, con cresta, bargigli, giubbe e coda del più
acceso scarlatto! Tutta Scaricabarilopoli si radunò sotto le finestre del
palazzo reale. E quando finalmente la Principessa pallida, convulsa, ma
sorridente, comparve col padre sulla balconata per salutar la folla, fu un
plaudire, un acclamare, un tripudiare da frenetici; fu un piangere universale;
fu un ruggito che domandava vendetta contro gli offensori della bella creatura.
La Principessa fe' cenno con la mano di chieder silenzio e di voler parlare.
Tutti tacquero. Con voce timida e tremante ringraziò di tanto affetto, pregò i
buoni Scaricabarilopolitani di calmarsi, di aver fiducia nel Governo e... di
lasciarla riposare. La folla rispose con un ultimo evviva e quindi sgombrò dal
piazzale silenziosamente.
Poi si seppe
che era stato il capitano dei dragoni Sennacheribbo, trovatello educato per
carità da una povera vecchia dimorante nel vicolo Scassacocchi, arrolato
volontario undici anni prima e promosso uffiziale e decorato della medaglia
d'oro al valor militare per aver presa una bandiera in battaglia al nemico,
quello che alla testa del suo squadrone aveva miracolosamente raggiunti i
rapitori varcando la frontiera e riacquistata la Rosmunda. De' fogli volanti
davano una biografia fantastica e cerebrina del capitano. Le mura furono ben
presto imbrattate dovunque di Viva Sennacheribbo! Viva il salvatore della
Principessa! I fotografi cavaron fuori tutte le negative che
rappresentavano ufficiali dei dragoni, e spacciarono a prezzi esorbitanti de' ritratti
apocrifi del prode. Il popolo si recò al vicolo Scassacocchi e s'impossessò
della madre adottiva del capitano e la portò in trionfo, processionalmente.
Venne aperta una sottoscrizione per offrirgli un dono nazionale. La sera tutta
la città era illuminata spontaneamente: non c'era povera finestruccola, misero
abbaino dove non si scorgesse un lucernino, un tegame con grasso e lucignolo
acceso, una candela circondata di carta almeno.
La dimane si
riseppero finalmente molti particolari della spedizione; e che Sennacheribbo
aveva pensato bene di far giustizia sommaria e che Guasparre I, Melchiorre XVII
e Baldassarre V avevan fatto un ballo in campo azzurro, e che il capitano si
era costituito prigioniero in una delle fortezze dello Stato. Era di venerdì e
tutta Scaricabarilopoli giocò il terno uno, cinque e diciassette, i numeri
del capitano, come dicevano. Bisognò mettere questurini e sentinelle alle
prenditorie, tanta era la calca di popolo che si affollava per giocare; i
botteghini rimasero aperti tutta la notte, senza svacantarsi mai: uno usciva e
dieci entravano. Il sabato poi convenne ritardare l'estrazione fino alle cinque
per cansare disturbi. Veramente, per fortuna delle Finanze scaricabarilesi,
l'uno, il cinque e il diciassette non uscirono: anzi i cinque numeri estratti
furono; il tre, il trentanove, il ventuno, il sessantadue ed il cinquanta.
Tre, cioè i
tre Re; trentanove, cioè impiccati; e ventuno vuol dir Baldassarre, sessantadue
Guasparre e cinquanta Melchiorre, come insegna la Smorfia o Libro dei sogni:
quindi nessuno osò mormorare contro Sennacheribbo, ed il popolo sovrano
confessò di aver mancato d'acume e di senno e di non aver saputo interpretare i
fatti e cavarne i numeri buoni.
Frattanto il
Governo teneva sicura la guerra co' tre Reami circostanti e finitimi;
immancabile. Si spingevano gli armamenti con alacrità somma. Al Ministero della
Guerra, ne' magazzini militari, ne' polverifici, negli arsenali si lavorava
giorno e notte. Si allestiva l'armata, si richiamavano i contingenti sotto le
bandiere; si mettevano in assetto le fortezze, si chiedevano denari alla
Camera, che votò un credito illimitato al nuovo Ministero: e con un ordine del
giorno gli commise di mantenere intatto il decoro del paese. Un secondo
proclama del Re Zuccone al popolo espone gli avvenimenti e la situazione. La
violazione d'ogni fede perpetrata da' tre Re veniva stigmatizzata. Il Governo
ed il Capo dello Stato ripudiavano ogni partecipazione, ogni responsabilità
nella terribile rappresaglia eseguita motu proprio dal capitano
Sennacheribbo, il quale, incaricato soltanto d'imprendere minute indagini sulla
sorte della principessa Rosmunda, aveva preso poi su di sé d'inseguirne i
rapitori, di sconfinare inseguendoli e di vendicare l'oltraggio fatto al paese
ed alla dinastia in un modo che e quello e questa dovevano disconfessare. Il
capitano sarebbe giudicato dal Senato costituito in Alta Corte di giustizia per
attentato alla sicurezza dello Stato, a norma dell'articolo trigesimosesto
dello Statuto, come quegli che esponeva la nazione al pericolo di guerra. La
quale quando scoppiasse, sebbene non voluta dal Governo scaricabarilese, non
provocata, non desiderata, il popolo avrebbe pure incontrata sicuramente e
sostenuta vigorosamente. Così diceva press'a poco il manifesto di Re Zuccone.
Ben presto
giunsero ambasciadori straordinari da' nuovi Governi de' tre Reami finitimi. In
Antibo, non essendovi eredi al trono, s'era costituito un Triumvirato militare:
due generali di esercito ed un ammiraglio avevano ridotto nelle loro mani la
cosa pubblica, s'erano costituiti in Governo provvisorio e convocato una
Costituente eletta con le urne custodite dai pretoriani. In Exibo era succeduto
a Don Melchiorre un cugino in quarto grado, uomo giusto ed integro, sano di
corpo e di mente. In Introibo l'erede presuntivo era stato ucciso a furor di
popolo, tutti i Principi eran fuggiti e s'era proclamata una Repubblica
posticcia. Cotesti ambasciatori non venivano né per dichiarare guerra, né per
chieder soddisfazioni tanto inaccettabili che il richiederle equivalesse ad una
dichiarazione di guerra. Anzi, ognun d'essi aveva istruzioni ostensibili
conciliative, ed istruzioni secrete conciliativissime. Nessuno dei tre nuovi
Governi pretendeva che il Reame di Scaricabarili fosse responsabile delle gesta
del capitano Sennacheribbo; tutti deploravano e qualificavano severamente il
tentato ratto della Rosmunda, e domandavan solo una riparazione d'onore alle
rispettive bandiere ed il castigo del capitano. Secretamente poi il Triunvirato
Antiboino ed il Governo provvisorio Introiboino significavano di esser disposti
anche a transigere su questi due punti, pur che venissero riconosciuti dal
Governo di Re Zuccone: ed il nuovo despota di Exibo aveva incaricato
specialmente il suo messo di un autografo di scusa e di rimpianto particolare
per l'accaduto, da rimettersi all'Infanta. Il vero è che nessuno de' tre
afforcati era rimpianto; che ne' loro paesi ognuno diceva: «Ci abbiamo gusto!
Grazie sien resi al capitan Sennacheribbo!» Sarebbe stato difficilisimo di muover
guerra al Re di Scaricabarili, quando l'opinion pubblica di Antibo, Exibo ed
Introibo v'era assolutamente, recisamente contraria. Inoltre e gli erarii e gli
eserciti di quegli Stati erano disorganizzati per modo dallo sgoverno e dalle
dilapidazioni e dalla inettezza di Guasparre, Melchiorre e Baldassarre, che la
guerra non avrebbe potuto esser mossa con alcuna probabilità di vittoria.
Quindi i tre ambasciatori si mostrarono arrendevolissimi; l'Infanta rispose
anch'ella con un chirografo alla lettera del successor di Melchiorre XVII; Re
Zuccone riconobbe il Triunvirato militare Antiboino ed il Governo provvisorio
Introiboino; le bandiere de' tre Stati finitimi furono issate solennemente
innanzi alla Reggia di Scaricabarili e salutate ciascuna da centun colpo di
cannone; la Corte prese il lutto e fece celebrar delle messe pel riposo delle
anime e del monarca e del despota e dell'autocrate. Quanto al capitano, gli
ambasciatori presero atto delle dichiarazioni contenute nel manifesto e nelle
note di Re Zuccone, si dichiararono pieni di fiducia nella imparzialità del
Senato scaricabarilese e protestarono di aspettarne il verdetto, nel quale
anticipatamente si acquetavano.
Ed il Senato
del Regno venne convocato in Alta Corte di giustizia per giudicare il capitano
dei dragoni di seconda classe cavalier Sennacheribbo Esposito, imputato di
attentato alla sicurezza dello Stato e di indisciplina, per avere senza alcun
ordine sconfinato ed impiccati tre Re, esponendo il paese al pericolo di una
guerra esterna. L'imputato poi venne tradotto dalla fortezza, in cui veniva
custodito, nelle carceri giudiziarie della Capitale. Vi era appena da un paio
di ore, quando lo invitarono a scendere in parlatorio. C'era l'azafatta della
Principessa, accompagnata da un ufficiale d'ordinanza di Sua Maestà, il quale
stava discretamente in disparte nel vano di una finestra, guardando nel
cortile.
L'azafatta,
approssimativamente a Sennacheribbo, gli disse a bassa voce: «Signor capitano,
io vengo incaricata dalla Altezza della principessa Rosmunda di ripetere da Lei
un oggetto di pertinenza della prefata e sullodata Altezza che Ella
presentemente ha in custodia. La esorto dunque a consegnarmi l'oggetto stesso
in un plico suggellato, acciò ch'io possa recarlo nelle mani dell'augusta
Infanta, sua, mia padrona (Dio guardi!) senza né vederlo né conoscerlo. Faccia
dunque il plico su quel tavolino e lo suggelli e mel consegni, acciò ciascuno
di noi per parte sua adempia scrupolosamente i voleri della riverita nostra
Principessa!»
Ed indugiando
Sennacheribbo, senza rispondere, ad obbedire, l'azafatta cavò dalla taschetta
di velluto che le pendeva allato una busta, la baciò devotamente e ne trasse un
foglio che mostrò al capitano; il quale vi lesse: «La latrice del presente sarà
creduta ed obbedita da chiunque m'ama. Rosmunda; manu propria.»
Il giovane
nulla disse: s'accostò allo scrittoio e si tolse dal seno la giarrettiera che
vi occultava: e gli parve di strapparsi il cuore dal petto. La chiuse in una
scatolettina di cartone che involse in un gran foglio bianco e legò con lo
spago e suggellò più volte con l'anello che portava in dito; e consegnò
l'involtino all'azafatta. La quale con un lieve inchino soggiunse: «Riferirò
all'Altezza Sua la prontezza, con la quale Ella ne ha obbedito gli ordini.» E si
allontanò con l'ufficiale di ordinanza. Sennacheribbo, che non aveva aperte le
labbra, venne ricondotto nella sua cella.
Appena vi fu
rinchiuso e si vide solo, andò a buttarsi col capo in giù sul letto, e,
premendo la bocca sul guanciale e mordendolo per soffocare e smorzare almeno i
singhiozzi, cominciò a piangere disperatamente, proruppe in un pianto
dirottissimo. Gli pareva d'aver tutto perduto, perdendo quell'arnese della
donna amata, che apprezzava non per l'incanto, anzi perché portato da quella: difatti,
non gli era mai venuto in niente di adoprarlo, d'evocar la fata Scarabocchiona,
di domandare aiuto a costei: né gli sarebbe mai venuto un tal pensiero, ché
avrebbe preferito morir di morte ignominiosa sul patibolo al dover la propria
salvezza ad una femmina, ancorché fata, ancorché dea.
«Gratitudine
principesca!» pensava egli. «Ho servito. Mi buttan via come un limone spremuto!
L'ho salvata, l'ho vendicata, sapendo che potrebbe costarmi la vita; e neppure
un mezzo ringraziamento. Se questo cencio d'un legaccio, ch'io serbava più
gelosamente che il credulo devoto non custodisca una reliquia di Santo, mi vien
ritolto senza una parola amica, benigna! Ed il Re! lui mi aveva promesso!... Ma
non mi meraviglio di quello lì, forse costretto a tiranneggiarmi da riguardi e
considerazioni politiche... Lei però, lei che senza di me a quest'ora sarebbe
morta vituperata fra gli strazî, lei che sa quel che ha sofferto, mostrarmi un
po' di benevolenza poteva, un po' di riconoscenza, un po' di memoria!
Nossignore! E questo popolaccio che comincia dal celebrarmi e dall'applaudirmi
e poi, mutato il vento!... Basta! l'ho amata! ho potuto documentare questo
amore col più ardito fatto e feroce che registrino le nostre istorie; ho potuto
camparla: l'ho sorretta un istante svenuta con queste braccia... o non sono
premiato abbastanza? E, checché faccian di me, gli uomini non potranno
dimenticarmi: ho cambiato l'indirizzo della storia di più popoli; son comparso
come deus ex machina ed ho fatto prendere un altro corso agli eventi; ho
fatto impallidire le fame de' classici liberatori di popoli, de' Bruti e degli
Armodi. Eppure... Ah! pensiamo piuttosto alla povera mamma mia, che deve
soffrir tanto adesso, che morrà di certo nel vedermi tradurre al patibolo od al
luogo della fucilazione e che ho tanto mal ricompensata delle cure, dell'amor
suo gentile.»
Venne il
giorno del giudizio. Non un membro del Senato che mancasse. Le tribune
pubbliche erano stivate: giornalisti e corrispondenti d'ogni paese eran venuti
ad assistere al memorando processo, ad estenderne il resoconto, a notare
impressioni. Una folla sterminata si accalcava intorno al palazzo senatoriale.
La truppa era stata consegnata.
Il
Commissario del Governo lesse l'atto d'accusa: sarà inutile il riferirlo,
perché ognuno può figurarsi cosa deve essere quel monumento dell'eloquenza
scaricabarilese. I colori erano caricati, Sennacheribbo, uomo profondamente
crudele, avventuriero sorto dal nulla, non aveva operato per zelo dell'onor
dinastico e nazionale, anzi per isfogare odii e rancori personali verso i tre
Re, e per manomettere in loro la dignità regia. Tutti i Principi esser
solidali; una monarchia non dover mai permettere che de' monarchi vengano
manomessi.
«L'accusato
asserisce di essere stato coadiuvato da una fata, che sarebbe santola della
nostra augusta Principessa. Signori Senatori, i registri battesimali, i
registri dello Stato Civile della dinastia tenuti dal Presidente appunto di
questo augusto Consesso, non mentovano in modo alcuno questo intervento
soprannaturale. Chi è che ignori le fate essere una finzione, con la quale si
trastullano i ragazzi e che la pedagogia condanna? Fate non ce n'è; non c'è
alcuno Scaricabarilese vivente che possa affermare con sacramento di averne
vista una, e la ragione dimostra che non possono esserci. Certo vi è qualcosa
di straordinario negli avvenimenti onde ci occupiamo, che non può spiegarsi con
l'andamento solito degli eventi umani. Ma, Signori, tutte le Facoltà di
teologia delle nostre Università vi insegnano che se fate non ce ne sono, c'è
però il diavolo. E col grande arcidiavolo dello 'nferno mi giova credere che il
capitano Sennacheribbo Esposito, vergogna eterna della uniforme de' dragoni
scaricabarilesi, abbia stretto un patto sacrilego. Balzebù gli ha fatto fornire
in poche ore di notte quella corsa prodigiosa dalla macchia di Valquerciame
alla osteria del Gallo d'oro. A Satanasso egli ha affidata l'augusta
erede del trono, perché dall'osteria del Gallo d'oro venisse restituita
nella Reggia paterna! Ad Astarotte o Belfagor sicuro, qualunque sia la forma
che hanno assunta. E da Calcabrina o Draghignazzo aspetta per fermo aiuto, che
vengano a liberarlo dalle mani della giustizia. Ma voi farete stare a dovere
lui e tutti i trentamila diavoli infernali.»
Dopo
l'orazione stupenda del Commissario regio, si procedette allo interrogatorio
dell'imputato. Sennacheribbo raccontò le cose molto semplicemente, tacendo solo
del modo in cui gli era apparsa la fata, non parendogli opportuno divulgare il
secreto del legacciolo, ch'egli immaginava la Rosmunda desiderare che rimanesse
occulto.
Richiesto
perché avesse mandati a Fuligno i tre Re, o per ordine o per suggerimento di
chi, rispose: «Da me, per ordine e suggerimento della coscienza mia. Feci
giustizia di tre persone eslegi, che sarebbero andate impunite senza
l'ardimento mio, per vendicar l'onore del nostro paese, offeso nella
principessa, e per liberare l'uman genere da tre mostri.»
Richiesto se
avesse avuto piena coscienza del fatto e ne avesse prevedute le conseguenze:
«Tutte.» rispose. «Sapeva che sconterei col capo quell'opera meritoria. E l'ho
persino annunziato a que' tre, presenti buon numero dei miei soldati, che
potranno testimoniarne.»
Interrogato
se avesse motivi di rancore personale contro una o tutte le sue vittime ed
invitato a dare spiegazioni intorno alle parole profferite nel giorno del
tumulto popolare contro l'autocrate d'Antibo, parole che per la indulgenza
eccessiva del colonnello gli avevan fruttato un solo mese di arresti di rigore,
rispose: «Pronunziai quelle parole perché indegnato dall'assassinio del povero
Coppa d'oro. Non poteva certo premeditare allora la impiccazione de' tre Re,
come non poteva prevedere in alcuna guisa che rapirebbero la Principessa e
ch'io avrei la fortuna di raggiungerli e il modo di castigarli. Un sol motivo
di odio aveva contra di loro, e questo è comune a tutti gli Scaricabarilesi:
tutti, credo, erano sdegnati che tre deformi d'animo e di corpo osassero
pretendere alle nozze della figliuola del Re nostro ed alla signoria del nostro
paese.»
Interrogato
sulla partecipazione dei subordinati negli impiccamenti, rispose, assumendone
tutta la responsabilità: «I miei soldati non discutono, obbediscono. Al comando
mio avrebbero fatto qualunque cosa, appunto come domani, ne giuro e ne
scommetto, saranno pronti a fucilarmi sull'ordine del nuovo capitano loro.»
Venne quindi
proceduto all'audizione dei testimoni, che raccontarono particolareggiatamente
tutti i fatti da noi narrati e confermarono in ogni punto la narrazione di
Sennacheribbo. Della fata potevano dir nulla, nessuno avendola vista: ma
affermarono d'essersi sentito raddoppiare a molti doppi il vigore del corpo e
dell'animo, e di aver avuto per guida nella portentosa galoppata il fuoco
fatuo. Quando interrogarono il luogotenente, che comandava interinalmente la
compagnia, Sennacheribbo chiese di potergli rivolgere una domanda: «Tenente, se
domani Ella fosse comandato con un pelottone per fucilarmi, disubbidirebb'Ella?
Cred'Ella che alcun uomo dello squadrone rifiuterebbe l'obbedienza?»
«Capitano,»
riprese il luogotenente, «Ella è stato per me padre e fratello; e non per me
solo, anzi per tutti noi, Ella ci ha educati e rotti alla disciplina,
all'obbedienza passiva. Noi seguimmo sempre le sue norme, i suoi dettami:
persevereremo nelle abitudini ch'Ella ci ha imposte e che son per noi una
seconda natura. Se domani fossimo comandati, La fucileremmo senza mormorare.
Ma, se toccasse a me d'esser comandato, mi farei saltar le cervella appena
tornato in caserma; e così, metto pegno, farebbe ogni altro uffiziale, graduato
o milite dello squadrone.»
Era esaurita
la lista dei testimoni, quando il Presidente dell'Alta Corte di giustizia,
ricevuto un piego da un usciere, e, lettolo, alzandosi in piedi, disse ai
colleghi: «Osservandissimi ed onorandissimi colleghi; la Altezza reale della
principessa Rosmunda chiede con la presente lettera del suo primo gentiluomo di
camera, di essere ammessa a dare degli schiarimenti, che assicura
importantissimi per la causa sottoposta al profondo vostro senno ed allo
imparzial giudizio; e mi fa annunziare di essere nelle sale di aspetto del
Senato. In virtù dei poteri discrezionali del Presidente, io penso opportuno di
udire le dichiarazioni dell'Altezza Sua, e nominerò una deputazione che vada ad
incontrarla e la introduca nell'aula.»
Sennacheribbo
divenne pallido come un cadavere, e corse con la mano al petto per frenare
alquanto i battiti del cuore. Tutti i Senatori, tutti gli astanti si alzarono
in piedi e la principessa Rosmunda, pallida anch'essa, fece ingresso nell'aula
accompagnata dall'azafatta e dalla deputazione del Senato, e appoggiata al braccio
d'uno de' vicepresidenti. Pallida sì, co' grandi occhi bruni un po' smorti, ma
onestamente baldanzosa. Il Presidente le fece una arringa complimentosa,
discretamente sgrammaticata, e le disse che l'Alta Corte era pronta ad
ascoltare con attenzione religiosa le importanti comunicazioni che Sua Altezza
aveva annunciate. La Principessa ringraziò cortesemente, senza sgrammaticare:
pregò tutti di sedere, e poi narrò per disteso la sua avventura e quanto avea
sofferto; e la violenza e gl'insulti e il ratto e l'affunamento e la corsa
sfrenata e la partita a dadi e le minacce dell'autocrate d'Antibo, alla
imbavagliata e la mano alzata per ricaderle sulla guancia... Tutti fremevano.
Narrò il sopraggiungere del capitano Sennacheribbo e lo incantesimo del legacciolo
donatole dalla santola, la quale era fata. E per avvalorar la sua
testimonianza, acciò messer lo Commissario regio e gli altri scettici
dell'adunanza non s'incocciassero nel negare, la si chinò modestamente, con
tutta modestia, e sollevando un lembo appena della veste prolissa e tanto
lievemente che a stento venne scorta la punta delle scarpette ricamate, sciolse
la giarrettiera; e se la ravvolse intorno al polso sinistro e v'impresse un
bacio.
Non appena
l'ebbe tocca con le labbra, ecco scuotersi la terra come pel tremoliccio, ecco
sfolgorare un lampo, ecco il rombo d'un tuono. Un soffio di vento sibilò sotto
le ampie volte dell'aula e fece tintinnar le invetriate ed agitarsi le
tappezzerie, i cortinaggi, le tende, i fiocchi. E gli astanti fra sorpresi ed
esterrefatti videro comparire un plaustro di madreperla tirato da quattro paia
di dragoncini leucotteri color di rosa, moschettati di viola, con le criniere e
le creste e le ali di fiamma. E nel plaustro sedeva una donna avvenentissima,
tutta velluti e trine e gemme, dalla quale si diffondeva come una luce che
rischiarò splendidamente l'aula e fece impallidire i raggi del sole meridiano.
Il plaustro ristette ai piedi del seggio del Presidente; la fata smontò ed
appressandosi alla figliuola ed abbracciandola, le disse: «Che vuoi,
Rosmunduccia?» e le diè un bacio proprio di cuore.
Un mormorio
di ammirazione, di meraviglia, di stupore, di curiosità ed anche di spavento
superstizioso, guizzò (scusate la espressione impropria), serpeggiò per la
folla. Difatti, pensate un po', all'esistenza delle fate ci crediamo su per giù
tutti, come all'esistenza degl'ippogrifi, degli ippotragelafi, degl'ircocervi,
ma, se ho da dirla schietta, il ver convien pur dir quand'e' bisogna, un
ircocervo, un ippotragelafo, un ippogrifo, una fata, son cose che non ho mai
viste al mondo mio: e se mi venissero a dire che al Pincio c'è una carrozza
tirata da ircocervi, che la Compagnia equestre all'Argentina ci ha
degl'ippogrifi, che nelle stalle del Quirinale c'è un ippotragelafo, che nell'aula
del Senato del Regno c'è una fata con la sua brava verga criselefantina ed un
plaustro tratto da otto draghettini rosei, io non saprei resistere alla
tentazione, per quanto incurioso io mi sia. E benché il frequentare il Pincio
sia il più insulso degli spassi, il frequenterei; e benché l'assistere alle
rappresentazioni equestri sia gusto plebeo, prenderei un biglietto per questa
sera stessa; e benché le sedute del Senato non sogliano essere divertentissime,
farei a pugni per entrare nelle tribune. Anche in Iscaricabarilopoli, sebben si
parlasse molto di fate ai bimbi, nessuno ne aveva mai viste, e molti dubitavano
dell'esistenza loro ed accampavan cavilli ed arzigogoli per dimostrar che non
ce ne puol essere. Ed insomma era la prima volta in tutta la Storia
Universale che una fata compariva innanzi ad un Senato costituito in Alta
Corte di giustizia; caso che molto probabilmente non si rinnoverà mai più, mai
più. Dunque tutti gli spettatori si pressavano, si pigiavano, si accalcavano,
si alzavano sulle punte dei piedi, si spingevano, si appioppavan gomitate;
tutti volevan vedere la fata Scarabocchiona ed il plaustro di madreperla ed i
quattro dragoncelli. E se li mostravano a dito e stupivano e strasecolavano.
Disse la
Rosmunda: «Cara santola, scusate l'incomodo; ma, ve ne prego, raccontate anche
voi a questi Signori qui, come sono andate veramente le cose, e qual parte ci
avete avuto voi, acciò si sperda ogni dubbio dagli animi loro.»
E la fata
leggiadrissima, compiacendo la figliozza, narrò del consiglio dato alla
Rosmunda; averglielo dato perché prevedeva e sapeva, perché il suo libretto
magico le aveva dimostro che in tal modo sarebbe accaduto quel ch'era poi
accaduto di fatti: lo scombinamento degli assurdi matrimoni e la morte delle
tre belve scettrate. Narrò in qual modo Sennacheribbo avesse raccolto il
legaccio incantato e l'avesse baciato senza sospettarne la virtù magica, anzi
come reliquia della Principessa che celatamente, timidamente, ma
potentissimamente amava. Povero Sennacheribbo, udendo così spiatellare corampopulo
ciò, ch'egli si apponeva a delitto ed avrebbe voluto nascondere a sé stesso e
stimava ignorarsi da tutti, si fece scarlatto, e chinò il capo come un reo
convinto, si coprì la faccia con le palme ed avrebbe voluto essere a cento palmi
sotterra.
Oh che
mortificazione! oh come tutti lo dileggerebbero! oh che amaro sogghigno di
sprezzo avrebbe scoperto sulle labbra della Principessa se avesse osato
guardarla! oh che fischiate gli toccherebbero! oh come gli sarebbe rinfacciata
la nascita ignota e la povertà! Così pensava: ma... la Principessa stava tutta
composta a capo chino presso la madrina, e l'uditorio s'inteneriva e
s'interessava per lui.
La fata
proseguì, dicendo come avesse ventiquattruplicato col tocco della verga eburnea
ed aurea il vigore dei cavalli e de' cavalieri; rendendo ferocissimi i miti
d'animo, zelantissimi i più tepidi, e freneticamente zelante, feroce, geloso ed
appassionato Sennacheribbo che già da sé era superlativo in tutto. Questa
vigoria ventiquattrupla aver fatto raggiungere i rapitori; a questa
esagerazione ed esaltazione soprannaturale del carattere e della passione in
Sennacheribbo doversi attribuir soprattutto, principalmente, il pensiero del
triplice regicidio, del monarchicidio di Baldassarre Quinto il gobbo, del
despoticidio di Melchiorre Decimosettimo il zoppo, dell'autocraticidio di
Guasparre Primo il guercio; non altra essere stata la ragion persuasiva di
quello sterminio, di quell'eccidio, di quella carneficina di regnatori. La vera
colpevole, in fondo, la vera ammazzaprincipi ed afforcasovrani esser forse lei
che parlava; ma, come fata, non esser sindacabile, giudicabile né punibile che
da Demogorgone: ed aver motivi, aver buono in mano per credere che Demogorgone,
lunge dal punirla, l'encomierebbe dell'opra santa provocata, che non eccedeva
del resto i suoi poteri, no davvero.
Qui riprese
la parola la Principessa, e fattasi coraggio, imporporandosi tutta d'un bel
rossore, disse: «Signori, può darsi che politicamente e militarmente il
capitano Sennacheribbo Esposito abbia mal fatto ed ecceduto; e che, come il
Ministero ha stimato opportuno di accusarlo, voi stimiate utile il condannarlo.
Sebbene, vel confesso, non comprenda come possano scindersi due parti del
medesimo atto ed approvar la mia liberazione e condannar la vendetta. Né so se
sarebbe stata miglior politica lasciar la vostra Infanta morire fra gli strazi
o lasciarne impuniti i rapitori delusi che avrebber mossa immantinente guerra
feroce a noi impreparati. Ad ogni modo è anche buono che voi sappiate quel
ch'io penso e sento di quest'uomo; io, beneficata da lui e salva per opera sua
dalla vergogna e dalla morte, e vendicata. Non ho riputazione di essere
crudele, io, credo; e certo non v'ha persona nel Reame che spaventi la
prospettiva di avermi per sovrana. Ignoravo affatto cosa fosse il desiderar
male altrui, e l'ira e lo sdegno, e la voluttà del maltalento appagato. Eppure
la vostra futura Regina ha sofferto tanto e tanto in quella notte del
rapimento, che, vel giuro, ogni più efferata crudeltà in quei mostri le sarebbe
sembrata pena inadeguata alla colpa loro. Ella s'è rallegrata del castigo
inflitto a coloro che non offendevano in lei, lei sola, anzi tutta la nazione.
Capitano Sennacheribbo, io vi ringrazio; capitano, io vi lodo ed approvo; ed
intendo che tutti stimino e ritengano aver voi operato per espresso comando
mio. La gratitudine mia non ha limite alcuno, oso confessar qui arditamente che
mi stimola e consiglia e induce e persuade a contraccambiar l'affetto onde mi
avete date prove così grandi ed efficaci e che mi avete manifestato con questi
atti, non altrimenti, mai. Se io potessi ciò che volessi, invece di sedere al
presente su quello sgabello, mi sedereste al fianco accanto al trono. Se le
preghiere mie, se queste lacrime mie non valgono a commuovere gli animi e le
menti di questi Signori, io mi trascinerò nella polvere a' piedi di mio padre,
acciò vi renda giustizia sotto nome di grazia; e vi mantenga la promessa
profferita nello spedirvi in cerca della figliuola alla macchia di Valquerciame:
Non tornare senza la Principessa, e se mi riconduci sana e salva la
figliuola, ti giuro che nessuno sarà quind'innanzi al di sopra di te nel mio
Regno. Se tutto tornasse indarno, se non ottenessi per voi giustizia e
guiderdone, quel guiderdone che meritate, io vi giuro che mi reciderò le
chiome, che prenderò il lutto; che non perdonerò mai ad alcuno di quanti
avranno contribuito alla vostra rovina. La tua sovrana porterà la gramaglia per
te, finché viva; la tua amante non si piegherà mai ad altre nozze. E ch'io non
dica così per dire, per rettorica, e che intenda impegnarmi solennemente sarà
chiaro a te ed a tutti. Sono stata già una volta nelle tue braccia all'osteria
del Gallo d'oro, ma inconsciente; ho abbandonato una volta il capo sul
tuo petto, ma svenuta, involontariamente. Ebbene, ora qui, nell'aula del Senato
del Regno costituito in Alta Corte di giustizia, io, Principessa ereditaria, vi
chieggo questa grazia, di lasciar ch'io liberamente vi butti le braccia al
collo e di concedermi un bacio, un bacio d'amore e di fede.»
Chi potrebbe
descriver l'effetto di questo discorso; le lagrime, i pianti, i plausi, gli
evviva, i battimani che gli tenner dietro; ed il giubilo popolare, quando si
vide la bella donna Rosmunda pendere dalla cervice del capitano ch'era sorto in
piedi, smorto, tremante, convulso, fuori di sé? Ella spossata, come dopo una
crisi nervosa, caduta la esaltazione, singhiozzava disperatamente: ma negli
occhi di lui v'era lo splendor sereno dell'orgoglio soddisfatto e contento,
dell'uomo che ha avuto dalla vita quanto e più di quanto bramava, e cui nessuno
può spogliare di tanta ricchezza. La fata Scarabocchiona s'appropinquò al
gruppo, riprese, come là nella bettola del Gallo d'oro, la figlioccia
dalle braccia di Sennacheribbo e la portò sul plaustro, che i dragoncelli
rosei, dall'ali bianche e dalle creste scarlatte, involarono in men di quella
agli occhi dell'adunanza stupefatta. Le invetriate si aprirono e richiusero di
per loro, onde passasse. Frattanto il Commissario del Re ed i Senatori
riflettevano: nessuno sentiva la benché menoma velleità d'incorrere nell'ira e
nell'animosità della Principessa ereditaria, la quale a breve andare, secondo
l'ordine natural delle cose, avrebbe dovuto succedere al padre decrepito. Anche
l'amor di patria raffigurava loro i guai d'una Regina zittellona che avesse poi
a morire senza prole.
Calmato
alquanto il subbuglio, il tumulto, la perturbazione che seguì la partita della
fata e della Rosmunda, il Commissario governativo alzatosi in piedi ed impetrata
la parola dal Presidente, dichiarò di ritirar l'accusa contro Sennacheribbo:
«Dal momento che ci abbiamo un ordine verbale di Sua Maestà, del quale sinora
s'era taciuto e che investiva il capitano di poteri eccezionali e
discrezionali; dal momento che un essere soprannaturale e non sottoposto alla
giurisdizione dell'Alta Corte, riconosce di aver posto il capitano in
condizioni totalmente diverse dalle ordinarie, sicché questi può benissimo
considerarsi come operante senza coscienza, od almeno in uno stato espresso
d'irresponsabilità; io non posso insister più a lungo nell'accusa; prego dunque
l'Alta Corte di ordinare che l'accusato venga posto in libertà, se non è
trattenuto per altro motivo.»
Il Senato si
ritirò per deliberare. Dopo mezz'ora tutti i Senatori rioccuparono i loro posti
ed il Presidente fra il silenzio altissimo degli astanti pronunziò queste
parole: «Capitano Sennacheribbo, si alzi. Il Senato, costituito in Alta Corte
di giustizia, la dichiara prosciolto d'ogni accusa alla unanimità. Ed alla
unanimità stessa la dichiara benemerito della patria e della dinastia, e la
ringrazia di quanto ha operato per l'una e per l'altra, salvando l'augusta
Principessa, erede del trono.» Veramente questa seconda parte della sentenza
senatoriale era incostituzionale, giacché arieggiava un voto politico; ed il
Senato, quando è costituito in Alta Corte, non può legalmente farne. Ma i
signori Senatori volevano ingraziarsi con la Principessa e propiziarsi
Sennacheribbo.
Se l'aula del
Senato non crollò per lo fragore delle salve di applausi, del tripudio festoso
e delle urla di gioia; se il povero Sennacheribbo non fu dilaniato o soffocato
almeno dagli abbracciari, dagli spintoni e dalle strette di mano d'amici e
d'ignoti, che volevan vederlo, accarezzarlo, onorarlo; ascrivo la cosa a
miracolo. Tutti gli erano addosso, tutti gli si ricordavano. Il Commissario
governativo gli fece scuse umilissime, allegando gli ordini dei superiori, le
necessità dell'uffizio suo, eccetera. I Senatori si congratulavano. Il popolo
poi, facendo irruzione nelle sale del Senato, s'impossessarono del capitano, lo
sollevarono in alto sopra un tavolino, come nel Medio Evo s'innalzavano gli
eroi sui palvesi, e checché il poverino dicesse, cominciarono a portarlo
trionfante verso la Camera de' Deputati. La notizia dell'assoluzione v'era
giunta già da un pezzo; ed un membro dell'Assemblea lì su due piedi propose un
ordine del giorno di ringraziamento e d'encomio per Sennacheribbo e di
decretargli il soprannome di Vindice. Il Ministero si oppose: il
Ministro degli Esteri protestò che lo si metteva in condizione impossibile di
faccia alle Potenze; il Ministro della Guerra ch'era un corromper la
disciplina; il Presidente del Consiglio pose la questione di gabinetto;... ma
l'ordine del giorno fu votato ad una immensa maggioranza. Allora i Ministri si
ritirarono, dichiarando che presenterebbero le dimissioni al Re e pregarono la
Camera di chiuder la seduta. Così accadde; ed i Deputati che uscivano dal
palazzo, frammischiandosi alla folla, vi sparsero la notizia de' nuovi onori di
Sennacheribbo.
Ma la più
dolce ricompensa, il premio più soave aspettavano costui alla Reggia, sulla
gran balconata della quale stavano Sua Maestà Zuccone XIV, e l'Altezza Reale
della Infanta Rosmunda e la fata Scarabocchiona, che applaudivano anch'essi e
sventolavano i fazzoletti. La compagnia de' dragoni di Sennacheribbo, comandata
dal luogotenente, giunse finalmente a riconquistar sulla folla il proprio
capitano, che rimontato a cavallo per la prima volta dopo quel memorando giorno,
entrò nella Reggia al suon dell'inno reale. Il primo ed il secondo aiutante del
Re lo aspettavano ai piedi della scalinata per complirlo in nome della Maestà
Sua che gli mosse incontro fin sul pianerottolo del gran appartamento, e lo
abbracciò e lo condusse sulla balconata dov'era la figliuola, alla quale lo
presentò, dicendo: «Rosmunda, ecco il tuo sposo!»
Il resto può
immaginarsi. I soldati semplici della compagnia liberatrice furon creati tutti
sottotenenti; i soldati scelti, luogotenenti; i caporali furono fatti capitani;
i sergenti, maggiori; il foriere, tenente colonnello; il sottotenente fu
promosso a colonnello; ed i due luogotenenti a maggior generali. E, strano a
dirsi, questi ascensi favolosi, spagnoleschi, non produssero malicontento nell'esercito.
Vennero inoltre tutti fregiati di una apposita medaglia commemorativa: da un
lato l'effigie della Principessa, col motto: Ch'io non credetti ritornarci
mai; dall'altro un dragone a cavallo che galoppava con la sciabola
evaginata, e la scritta: La Principessa ereditaria Rosmunda alla IV
Compagnia del V Reggimento Dragoni, riconoscente. Notte del XXVII aprile.
La medaglia doveva portarsi appesa ad una fettuccia a quattro liste: bianca,
rosea, violetta e scarlatta in memoria delle ali, del mantello, della
picchiettatura nonché della coda, della criniera e delle creste degli otto
draghi del plaustro della fata Scarabocchiona.
Il Ministero
offerse le dimissioni che vennero accettate; e succedendo al potere uomini
energici e risoluti e che non avevan paura, gli Stati vicini si contentarono di
qualche osservazione fatta in via diplomatica e della risposta che il Reame di
Scaricabarili voleva vivere in pace con tutti, ma che non tollererebbe che
alcuno s'immischiasse nelle sue faccende interne. E quando si parla così con un
esercito corrispondente ad una popolazione di centoventitré milioni,
quattrocencinquantaseimila settecentottantanove abitanti, tutti vi lasciano in
pace. Le relazioni diplomatiche furono alquanto fredde per un po' col Reame
d'Exibo; ma il tempo fece miracoli, ed attutì ogni rancore.
Sennacheribbo,
cui non dispiacque di esser salvo per opera di quella donna, al quale le Camere
decretarono il titolo di Vindice, ma che il popolo soprannominò Mastr'Impicca
e nella storia è noto più col secondo, che col primo epiteto, sposò la
Rosmunda. E la fata Scarabocchiona volle sottoscrivere con uno scarabocchio il
contratto nuziale acciò non potessero in avvenire i Pubblici Ministeri negare
il suo intervento, anzi negarne l'esistenza. La madre adottiva di Sennacheribbo
venne a stare col figliuolo, amata e riverita non men che da lui, dalla
Rosmunda; la quale, succedendo al padre nel Regno, volle prima associato il
marito al poter regio e poi gliel rinunziò tutto, dicendo che una donna deve
pensare alla casa ed a' figliuoli unicamente. E figliuoli ne ebber di molti i
due sposi, ed egregi d'indole; e se la vissero e se la godettero ed in pace
sempre stettero ed a me nulla mi dettero.
Stretta la foglia e larga la via,
Dite la vostra che ho detto la mia.
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