Guglielmo Tell
e
Federigo Schiller
castiglione messer marino,
a spese di un italianissimo
mdccclxxvii
non trovasi da nessun libraio
— esemplari 100 —
La razza
germanica parmi senza dubbio, checché dicano i tedescomani odierni, la più
vendereccia e servile tra le schiatte europee. Giova al tedesco farsi
volontariamente schiavo, darsi a nolo, trafficar di sé. In Francia ed in Italia
abbiamo ora ne' postriboli una immigrazione continua di meretrici della Magna:
lì nascon femmine, che riescono esimie nel mestiere; che l'esercitano con
disinvoltura, con virtuosità, alla quale le altre non aggiungono; che si profferiscono
spontanee a turpitudini, cui rado prestansi le puttane indigene, sebben tentate
con molt'oro; buggerone, fellatrici e peggio, se peggio è possibile. Con puochi
soldi o baiocchi o crazie o grana o palanche truovi sempre da comperar quanti
patatucchi occorrono per imbastire un esercito di scherani: ché scherano
giudico, chiunque milita ed uccide per denaro e non pel Re suo e per la patria
sua. Così era in Francia e nelle Due-Sicilie e nella Roma papale; ed è tuttavia
in Vaticano. La legione straniera nell'Algeria si recluta principalmente fra'
trauzeschi.
Dunque, anni
sono, tra gli ufficiali de' mercenarî, che formavano la chioma di Sansone del
Re Bomba, serviva un tenente Guglielmo Tell del Canton d'Uri in Isvizzera,
bastracone tanghero, pingue pingue, grasso grasso, chiatto chiatto, adiposo
adiposo. Il quale, mortagli l'ordinanza di nostalgia complicata di delirium
tremens, la surrogò con un pappalasagne d'un soldataccio vurtemberghese
della compagnia, a nome Federigo Schiller da Marbach, babbaleo solenne e
crapulone anch'egli, more germanico.
Già, checché
dicano i tedescomani odierni, fra quella generazion d'oltramontani, il volgo
nasce più grosso che altrove. In oltre, gli alemanni vivon precipuamente pel
ventre. Non mangiano per isfamarsi, non beono per dissetarsi; anzi diluviano,
s'impinzano, trincano, cioncano, ingollano. E poi, cascan cotti come monne per
le terre; o s'alzan barcollando di tavola, pieni che sei toccherebbono col
dito, e si buttano in un cantuccio a pipare. E rimangon lì, inebetiti, come il
boa, che abbia trangugio senza masticarlo un intero agnello od un cavallo sano
sano, tutti intesi a concuocere, a chilificare, a smaltire, a digerire, a far
merda del manducato; il che stimano forse la più alta funzione fisiologica, il
più degno ufficio dell'ente uomo!
Virgilio
sclamava, con mestizia profonda: Nos homines sumus fruges consumere nati;
l'Ariosto con sogghigno straziante: Venuti al mondo sol per far letame!
Marone e Messer Ludovico erano Italiani. Invece, per quante generazioni di
teutoni ci ha, per gli sguizzeri, per gli austriaci, per gli svevi, pe' bavari,
pe' sassoni e via discorrendo, la vita ideale, l'ideale della vita consiste
appunto nell'ingozzar bevande e vivande e tramutarle in piscio e cacca; l'uomo
è per que' barbari una macchina da produrre stronzi, mete, manichi di scopa,
squacquera, eccetera.
Basta, il
primo giorno, in cui lo Schiller babbaccione stava presso il Tell, questi,
ch'era mezzogiornista, alzandosi affatappiato e tentennando dalla mensa verso
ventidue ore e non trovando cerini od altro per accender la pipa, spedì quel
mangiamarroni del nuovo confidente a comperargnene un mazzo.
Piovigginava;
si era nel maggio. Il pascibietola del trabante scende le scale, va dal
bottegaio; e torna, portando la scatola de' fiammiferi in mano. S'inumidirno in
guisa, che la capocchia di pasta fosforosa, rammollita, si staccava nello
stropicciarli: a farlo apposta non li averebbe saputo guastar meglio.
Ser Mestola
porge il pacchetto al padrone, che pruova il primo brichetto e sclama «Beh!» il
secondo e brontola «Gua'!» il terzo e grida «Uff» il quarto ed urla... Non vo'
mettere in carta la parolaccia, che gli uscì di bocca, non voglio! Insomma, a
farla breve, non la spuntò d'accenderne uno, ch'è uno, di que' fulminanti; e la
pipaccia gli rimase spenta fra le labbra convulse.
Lascio
immaginare la lavata di capo, che toccò al baccellone del confidente! gli
epiteti ameni, che gli vennero affibbiati! Prima gli si rovesciò addosso una
valanga di epiteti in one, come a dire minchione, coglione, buffone,
tambellone, bighellone, scempione, moccione, corbellone, babbione, gocciolone,
bietolone, ignatone, moccicone, galeone, ghiandone, moccolone, lasagnone,
maccherone, palamidone, bacchillone, tempione, uccellone, mellone,
mazzamarrone, pappacchione, navone e via discorrendo. Poi, variando le
desinenze, il tenente elvetico gli die' dell'asino, del buricco, del bestia,
del pinco, del gonzo, dell'imbecille, del babbeo, del baseo, del melenso, dello
sciocco, dell'ignocco, del bachiocco, del baciocco, del balocco, dello
scimunito, dello scipito, del citrullo, del bue, del babbuasso, del pollebro,
dello scemo, del pioppo, del brachieraio, del pappalardo, del bescio, del
fantoccio, del bretto, del marmocchio, del babbano, del tulipano, del baggiano,
del pacchiano, del lavaceci, del bombero, del zufolo, del zoccolo, del decimo,
del ceppo, del barbacheppo, del chiurlo, dell'arfasatto, del balogio, del
merlotto, del fagiuolo, del barbagianni, del barlacchio, del leccapestelli, del
zugo, del fantoccino, del cretino, del cogli-luva, del nuovo-grappolo, del
nuovo-pesce, del nuovo-granchio, del pisellaccio, del nibbiaccio, del
babbaccio, del baccellaccio, del cazzaccio... E tutto in tedesco, veh!
Isfogata
alquanto la collera con questo subisso, con questo diluvio, con questo
profluvio, con questa colluvie di appellativi, più o men lusinghieri,
l'ufficialotto passò alle minacce; e promise allo stupido dello Schiller di
sfondargli il culiseo a furia di calci e pedate, ove non gli recasse subito
subito zolfanelli accensibili. Zolfanelli? Se così disse, mal disse; ed io
ripeto male: il zolfanello propriamente è di canape, intrisa nel zolfo a' due
capi. Ne basti in pruova l'enimma di Antonio Malatesti:
Per me ben si saria visto un capresto,
Se la mia fin m'era di far permesso;
Ma, non volendo, ch'io giungessi a questo,
Ammazzommi un villan da per sé stesso;
E, tolto quel, ch'al naso v'è molesto,
Da tutt'e due le bande me l'ha messo.
Onde vedrà ciascun, tra tempo poco,
Far quel, ch'aveva a far la fune, al foco.
Insomma, come
riferivamo, il Tell, dato l'andare al truogolo, conchiuse l'intemerata allo
Schiller fessa, dicendogli di tornar dal fiammiferivendolo per accendifuoco: «E
prima di pagarli, stivale, che non se' altro, pruovali, ciuco! pruovali,
baccellon da vedove! Ci vuol tanto a provarli, pisellone?» Supponeva, che gnene
avessero appioppati di scarto, non che li avesse fatti andare a male lui per
dappocaggine.
Il prode sì,
ma badalon discendente di Arminio Cherusco, intontito da siffatta burrasca, si
dirupò per la scalinata, scendendo gli scalini a quattro a quattro (si vede,
che l'integrità del tafanario gli premeva! che gli sarebbe spiaciuto l'esser
mandato a Calcinaia!) e tornò dal fiammiferaio: «Ti star pirpa» gli disse «afer
tate catife fulminante. Patrune stare incazzate, tate al tiafule! Ma mi foler
profare atesse, Kreuzhimmeldonnerwetter! Non fitare più! Napulitane
stare tutte mariole!» E, ghermita una scatola di fiammiferi, la vuotò sul banco
del venditore, che lasciava fare, tra per la ammirazione e per la temenza
(quegli svizzeracci d'inferno avevan licenza di prepotenteggiare impunemente
contro i poveri borghesi!) e cominciò a fregare i brichetti ad uno ad uno sul
muro. Di mano in mano, che ciascuno s'infiammava, il nostro vurtemberghese
baggeo urlava gongolando: «Ti star pone!» e, smorzandolo, sel riponeva
accuratamente nello scatolino.
Finiti gli
esperimenti; appicciati e stutati ad un per volta tutti i fosfori; soddisfatto
il venditorucolo, che strasecolava; il nostro sciocconaccio si rincasò, correndo
e brandendo in alto trionfalmente lo acquisto. Era spiovuto; ed il padrone
Panzarotonda frattanto stupiva dello indugio lungo; e stavasi aggomitato e
presso ch'io non dissi aggomitolato sul davanzale, con la pipa carica afferrata
pel fornello, ruttando, sputacchiando, spetezzando, sbadigliando,
stiracchiandosi, assolacchiandosi e bestemmiando. E faceva gli occhi di triglia
ad una fottut'-in-culo di cuoca leccese scompaginata, che gli abitava
dirimpetto, facceffronte (gli asini, nel maggio vanno in estro, in fregola, in
caldo; chi nol sa?). La quale prendevasi sollazzo del mammalucco; e, fingendo
ricambiar le occhiatine tenere, canticchiava per dargli la madre di Orlando:
Cu' quattru liettre sse scrie lo core,
Cu' quattru liettre sse
scrie lu culu!
'Mmienzu de lu piettu
stae lu core,
'Mmienzu de le natiche lu
culu!
Amare nun sse po' senza lu core,
Cacare nun sse po' senza lu culu!
Quannu tu cridi, ca te
tiengu 'ncore,
Te tiengu a le capecchie
de lu culu!
E Guglielmo
Tell si beava della voce stridula; e gli brillava il core; e gongolacchiava
della conquista sicura e degna, come pareva al suo criterio ed al suo gusto
alemanno; e meditava un letterone al paese, alla mamma, nel quale arebbe
farnetico sul Gemüth delle Italiane in genere e delle cuciniere salentine
squinternate in particolare. Non ridete: egli non errava in tutto! e certo vi è
più nobiltà d'animo e gentilezza di sentire nell'infima baldracca Italiana, che
in una imperatrice pappasarcraut, che nelle più colte e meglio educate
mangiasevo. Ecco spuntar finalmente dalla cantonata il pascigreppi dello
Schiller, atteso come s'aspettava il redentore nel limbo.
Il tenente
strappa di mano a quel baccellone da sgranar con l'accetta l'involtino, che
l'ingenuo porgeva, balbettando: «Afer profate!» e, cavandone un zolfino, va per
incendiarlo. Fiasco! Ne toglie un secondo, borbottando: idem! Uh che
bestemmiaccia gli sfuggì di bocca, mammamia! «Quando ci mette le corna quel
porco fottuto d'un coso, che si chiama dio...» Ma non vo riferirla per intero,
ch'io temerei d'attirarmi sul capo i fulmini celesti, che viceversa poi sono un
fenomeno elettrico.
Il Tell
esamina i micciarelli e li vede tutti adoperi: non eran più fiammiferi, anzi
palicchi, stuzzicadenti abbruciacchiati. Imbizzarrito, inzeppa le pedate promesse
nel bel di Roma a quel baloccone, scialamandeo, castronaccio, somaro dello
Schiller e gli fa ruzzolar le scale col capo all'in giù. L'uccellaccio avea
dura la forma del cheppì: una catarozzola di macigno. Riportò dunque appena
appena qualche bernoccolo; ed alzandosi e grattandosi alternativamente
sincipite e sedere, occipite e podice, fronte e culattario, gnucca e preterito,
non sapeva persuadersi come mai que' solferini, ch'egli aveva pruovi ad uno ad
uno e trovati tutti buoni, tutti veramente infallibili, fossero ad un tratto
divenuti cattivi, inaccensibili. Ed andava ripetendo fra' denti, il ser
capocchio: «Tofer stare pona, tartaifle! Mi afer profate tutte, prima di
comprare, sapperment!»
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