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La novella del vivicomburio
PIEVE-DI-MONA
presso fotino stracazzi e
marfisa ficarotta
via calabrache, 6 e 16.
in questo anno corrente.
per lo infausto connubio
dello idiotismo con la
baronfottuteria
onde generasi
la proposta di abolire la pena
capitale
A' tempi del
calavrese abate Gioacchino, campava in Guascogna una poncella a nome
Scolastica, ereditiera del Marchesato d'Isolagiordana, donna di grandi aderenze
ed attinenze, e, giunta, ricchissima, bellissima e castissima, se credo a'
cronicografi comprovinciali contemporanei. Relato rotolo. Veramente, un
proverbio c'insegna: Denari e santità, metà della metà; ed il ruffiano
Lúcramo della Cassaria il parafrasa così:
Quando si sente lodar troppo e mettere,
Come si dice, in ciel, beltà di femina;
O liberalitade d'alcun Principe;
O santità di frate; o gran pecunia
Di mercatante; o bello e buono vivere,
Che sia 'n una cittade; o cose simili:
Non si potrebbe mai fallir a credere
Poco. E talvolta, credere il contrario
Di quel, ch'apporta la fama, è stato utile.
È poi
notorio, le sponde della Garonna sovra ogni altra contrada essere feconde di
millantatori, esageratori, iperboleggiatori, lanciatori di campanili,
trasformatori di mosche in elefanti, amplificatori, eccetera. Il più veridico
Guasco e scrupoloso, in mezz'ora o mezza paginetta, spiffera più spampanate e
maggiori, accatasta più frottole, spara più bombe, lancia più campane in aria,
pianta più carote, spaccia più vongole, che il peggio bugiardo di Fiorenza o
del Regno non saprebbe ned oserebbe snocciolare in un anno intiero o
sparpagliare in un infolio a quattro colonne di nompariglia e senza interlinee,
in un volume più grosso d'un'annata intiera de' Times; sicché, alle due,
alle tre, t'è forza, alla barba del Galateo, di gridar loro:
C'erano certi frati della Scala
Che dicevano sempre: cala cala!
«Fra le
classi numerose, onde componsi il vasto genere Mendacium» scrive
spiritosamente un saggista inglese «da secoli pregiasi soprattutto il Mendacium
Vasconicum, in volgare Guasconata, perché peculiarmente
particolareggiato e singolarmente impudente.»
Insomma, di
quanto m'accingo a narrare, oltre alle tradizioni popolaresche, fanno fede i
cronisti più accreditati di quel paese: Ivone delle Fandonie, campidogliere
ossia Scabino di Tolosa in principio del secol decimoterzo; e Remigio
Chiacchieronfottuto, chierico. S'essi han voluto infinocchiare i posteri, me ne
lavo e stralavo le mani: accidenti all'anima loro!
Tanto bella
adunque veniva su la Marchesina d'Isolagiordana e vaga e formosa e pulcra e
leggiadra ed avvenente e graziosa e venusta e simpatica ed aggraziata ed
elegante, che forza era innamorarsene a chiunque la vedesse. E la vedeva un
fottìo di persone, piacendole, come a tutte le vanesie, far mostra delle
attrattive sue, per esser vagheggiata e corteggiata. Godea, giubilava,
esultava, gongolava, accorgendosi di aver preso all'amo delle fattezze qualche
nuovo pesce od impaniato col vischio de' modi gentili qualche nuovo uccello od
accalappiato con isperanze fatue alcun nuovo zugo. Come la Geronima anconitana
del Guardati: «Vaga oltre misura, fuori di modo si gloriava di sua bellezza: si
persuadeva, che, quanti amanti ogni dì novo acquistasse, tanto maggior pregio
accrescesse la fama di sua bellezza: per la cui cagione, non solo gli
acquistati si conservava, ma di pigliare degli altri con nove arti erano tutti
i suoi pensieri; e, senza venir con niuno a gustare gli ultimi frutti, chi
pascea di vento e chi di foglie e fiori: giammai da lei niuno vacuo d'alcuna
speranza si partia.»
La Marchesina
nostra avrebbe potuto dire, come la locandiera goldoniana: «Quei, che mi corron
dietro, presto presto mi annoiano. Tutto il mio piacere consiste in vedermi
servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza e questa è la
debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso: non ho bisogno di
nessuno; vivo onestamente e godo la mia libertà; tratto con tutti, ma non
m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature d'amanti
spasimati; e voglio aver tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei
cuori barbari e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa, che
abbia prodotto al mondo la bella madre Natura.»
La Scolastica
non era di temperamento focoso, puttana nell'anima, come il più le franzesi.
Niente affatto! Tutt'altro! All'opposto! All'incontrario! Freddissima, non
provava stimolo alcuno; la fregna non le prudeva: l'aresti detta senza sesso.
Orgogliosa, boriosa, fumosa, non istimava uomo alcuno degno di possederla; ned
averebbe voluto macchiare, contaminare, fedare l'onor della famiglia o la fama
propia. Ma dilettavala, deliziavala soprammodo il vedersi seguita, come cagna
in fregola, da turbe di spasimanti; l'esserne adulata, ammirata, corteggiata,
bramata, ricercata; il veder que' poveri patiti trascolorar mille volte al
giorno e dimagrare di giorno in giorno; lo ascoltarne i sospiri, le
supplicazioni, le profferte, le bestemmie; il far loro augurar bene, acciò
tornasse loro più ostico il disinganno. Giacché, poi, in fin de' conti, venendo
alle strette, rifiutava poi del pari e disprezzava e scartava e dileggiava,
lasciandoli col danno e con le beffe, tutti, tututti, laidi e benfatti, canuti
ed imberbi, doviziosi e bianti, spaccamontagne e cacasotto, chi ambiva
impalmarla e chi anelava solo sollacciarsi senza legami importuni, vincoli
perpetui, cerimonie tediose e benedizioni inefficaci.
I merlotti
rimpinconiti, a furia di sperare e di disperare, impazzivano, davan di volta,
forsennavano, ammattivano, insensavano, infuriosivano; e quindi vagavano
stolteggiando, folleggiando, facendo dissennataggini, ché allora non c'era
spedali, manicomi, morotrofi, per albergarvi i pazzerelli. Non resistendo né
cuore adamantino a' vezzi dell'Isolagiordana, né testa quadra a' suoi capricci,
alle lune, alle fantasie, alle bizzarrie, figuratevi! la provincia formicolava,
rigurgitava di lunatici e maniaci: prevedevasi con ispavento prossimo il punto,
in cui il novero de' dementi avrebbe supero quello degli assennati. Ma la
frenesia d'amore suole istigarci e renderci brutali contra noi stessi: ne
spregiamo et abominiamo, vedendoci spregiati ed abominati da colei, cui solo ne
preme di tornar graditi; vogliamo punirci di non piacerle. Prendiamo in uggia
la vita, che ne pare sciocca, sanza il condimento della ganza. Come dice il
Leopardi, allora, persino:
L'uom de la villa, ignaro
D'ogni virtù, che da saver deriva...
Osa a la tomba, a le funeree bende
Fermar lo sguardo di costanza pieno;
Osa ferro e veleno
Meditar lungamente;
E, ne l'indotta mente,
La gentilezza del morir comprende.
Così, per
l'appunto, accadeva a que' casapazzai. E quale, legandosi una macina al collo,
fece un tonfo nella Garonna, sclamando con le parole del cavalier Marino:
Gabbia senz'uscio e carcer senza uscita,
Mar senza riva e selva senza varco,
Labirinto ingannevole d'errore,
Tal'è il palagio, ov'ha ricetto Amore.
Quale,
precipitandosi dal vertice d'una rupe o dal terrazzo d'un torrazzo, ripeteva
que' versi di Carlo Maria Maggi:
Questa massima insegnata
Da un flemmatico mi fu:
Carta scartata
Non giuoca più.
Quale
s'attoscò con pasta topicida o con bocconi preparati pe' cani vaganti o con una
soluzione di capocchie di fiammiferi, mormorando, come un pastore negli Amorosi
Affanni di Andreano de' Ruggieri, stampati nel MDCXIV:
Talvolta è dolce Amor, talvolta amaro,
Ma mortifero sempre e venenoso...
Assai ben muor chi bene amando muore;
E bene amando muor chi ne l'Amore
Consolarsi non puote...
Quale,
infilzandosi come un ranocchio con la propria durlindana, declamava quattro
endecasillabi del Berni:
E con mio danno mi convien provare,
Che contr'Amor non val necromanzia;
Né per radice o fiore o sugo d'erba
La cruda piaga sua si disacerba.
Quale,
impiccandosi come un caciocavallo, canticchiava una arietta metastasiana:
Vorrei da' lacci sciogliere
Quest'alma prigioniera;
Tu non mi fai risolvere,
Speranza lusinghiera:
Fosti la prima a nascere
Sei l'ultima a morir.
No, dell'altrui tormento,
No, che non sei ristoro;
Ma servi d'alimento
Al credulo desir.
Insomma, la
Scolastica non poteva affacciarsi, senza scorgere cadaveri penzoloni dagli
alberi, carogne livide per tosto, salme sfracellate dalla caduta, corpi
trapassati da ferri. La espergefacevano di notte i guai de' moribondi; il
rumore, che, travagliati dalle coliche, faceano, scaricando il ventre e
recendo. Una moria, imperversando tra la nobiltà guasca, ne arebbe meno
assottigliate e diradate le file. Sicché, tra per questo e perché tutt'i
gentiluomini, scapoli et ammogliati, concorrevano, come al lume farfalle, intorno
all'Isolagiordana, di lei sol vaghi, le gentildonne derelitte, acciò tante
stirpi nobilissime non s'estinguessero, invitavano ne' vedovi letti i
maggior-d'-huomini, gli staffieri, i lacché, i domestici, i famigliari, i
servitori, i cocchieri, i cuochi, gli sguatteri, i garzoni, i famigli, i
canattieri, i falconieri, gli stallieri, i guardacaccia, i mozzi di stalla, i
fantini, i corrieri, quanti cazzi insomma si trovavan per casa; ed esortavanli
a supplire i padroni assenti od interdetti o defunti, coltivando, anacquando e
seminando gli sticchi loro, fecondandole, ingravidandole, empiendo,
ingrossando, intorzando, tumefacendo loro le pance. E, prima di lasciarsi
scuotere il pelliccione, divotamente crocesignandosi, balbettavano:
«Non lo fo per fornicare,
Anzi 'l fo per generare!
Amen.»
Mi scordavo
il peggio! Il clero non poteva prender parte all'esequie de' suicidi
impenitenti; e si vedea frodato de' diritti di stola nera, con grave discapito.
Eh! i canoni cantan chiaro su questo capitolo. La stessa Giulia da Gazuolo,
che, violata da un ferrarese, si annegò volontariamente in Oglio, dicendo come
la Lucrezia Romana: «Il fine mio farà a tutto il mondo manifesto et darà
certissima fede, che, se il corpo mi fu per forza violato, che sempre l'animo
mi restò libero;» la Giulia stessa si considerò morta in peccato mortale,
sebbene quel peccato preteso fusse certo alta dimostrazione di gentil sentire,
di virtù, d'onore. E «l'illustrissimo et reverendissimo signor Vescovo, la fece
su la piazza (non si potendo in sacrato seppellire) in un deposito mettere, che
ancora v'è, deliberando seppellirla in un sepolcro di bronzo e quello far porre
su quella colonna di marmo, che in piazza ancor veder si puote.» Il vescovo
l'onorò umanamente, non religiosamente, quantunque si trattasse d'un raro
esempio di virtù, non di suicidio amoroso.
Ora avvenne,
che un santo romito, sbigottendo delle proporzioni sempre crescenti della
epidemia, spaventandosi dell'imbastardimento progressivo della nobilea,
sgomentandosi del danno del clero, chiese un giorno di favellare con la
Scolastica; la quale, da bigotta e credenzona, lo accolse amorevolmente. Ed
egli tolse a dirle la maggior villania, che mai si dicesse a sozza femminuccia
e rubalda, assicurandolo la cocolla pidocchiosa dalle busse: «Et insino a
quando abuserai della pazienza umana, mentre iddio longanime, pure aspettando,
che ti penta e rinsavisca, trattiene i fulmini corruschi? Tu se' certo un
arcidiavolo incarnato, come la Medusa, onde il beato Ovidio da Sulmona, nel su'
libro delle Trasformazioni diaboliche. Ma, in nome del Signore, se
diavolessa, riprendi le sembianze naturali, e corna e piè forcuto e coda. Anzi
sparisci, dileguati, svapora, squaglia, sprofonda, inabissati! Se poi se'
donna, con un par di poppe sul petto ed una passera tra le cosce, se sei
riscattata al par di noi dal sacrificio di Cristo, pensa al sangue di tanti
meschini, che grida vendetta! pensa alle anime de' suicidi, che là ne le
tenebre eterne, germogliando come alberi e sfrondati e scortecciati e sradicati
di continuo, accusan te della dannazion loro, te, che li spingesti al solo
peccato irremessibile, perché non lascia campo al pentimento. T'era pur meglio
morire in foce, od uscir dal sopportico di mámmata deforme, brutta, sconcia,
laida, feda, turpe, antipatica, anziché adorna di tal funesta bellezza! Meglio
faresti puttaneggiando, prostituendoti, alzando le gonne per tutti, aprendo le
cosce a tutti, giacendoti con chiunque, lasciandoti liberamente conoscere,
fottere, chiavare, scopare, ciullare, cavalcare da un esercito intero, come la
Maddalena, cui molto perdonossi, perché molto amò; anziché sospingere alla
temporal perdizione et all'eterna, tanti del gregge cristiano!»
Fra
Pampalugo, così predicando e sermoneggiando, arebbe meritato, che la Marchesina
gli fesse accarezzacchiar le spalle co' manichi delle granate, rispondendogli,
come la Talanta dello Aretino: «Che importa a me, s'essi son matti? Staria
fresco il vino, se queglino, che se ne guastano, volessero esser rifatti da
lui!»
Ma, invece,
la Scolastica, commossa dallo sfoggio d'eloquenza sopraffina, tocca dalla
grazia, compunta e raumiliata, detestando il malfatto, deliberò di partirsi, di
sgombrar dal paese e di pellegrinare al Sepolcro di Colui, che versutamente
campava le adultere e s'accompagnava con la meretrice di Maddalo. E, per
castigar l'orgoglio proprio, deliberò di girne sola, senza scorta di familiari,
senza provvision di denari, a pedagna, in povero arnese; deliberò sacrificare,
offrire in olocausto, per espiazion delle peccata commesse, la cosa, onde più
si teneva: la castità sua. Fe' dunque voto, di non negar copia di sé nel
pellegrinaggio a persona, che le richiedesse la fica; e di pagar solo con la
moneta di Santa Maria Egiziaca ed il nolo e lo scotto e lo alloggio e
quantunque le occorresse per via, in viaggio. La penitenza ad ogni altra, forse
e senza forse, sarebbe parsa premio: a lei, che avea scelto per emblema
l'armellino, col motto: Malo mori quam foedari, e che, per natural
difetto rifuggendo da' congressi venerei, piacere alcuno non dovea trovarvi,
pareva pena e riuscì supplizio anche più grave di quanto avesse immagino.
Chiesta
quindi ed ottenuta la benedizione del santo mascalzonaccio, di quel Perseo
cristiano, che, con la spada della parola, liberava Guascogna dalla nuova
Medusa; fatto bandire per la provincia il divisamento suo; licenziatasi dal
vicinato; accombiatatasi dalle damigelle; congedatasi dal servidorame:
incamminossi! I lei proci, concorsi sulla consolare, non poteano stare ne'
panni; la camicia non toccava loro il culo; non tenevano più né vino ned acqua.
Ad ogni cantonata, ad ogni pontone, ad ogni angolo, ad ogni svoltata, n'era
appostato uno. Sbucavan fuori ad un tratto, raccomandandosi: «Dàccela!» E la
cortese, appartandosi col postulante, appiattandosi fra le biade altissime de'
campi, od immacchiandosi, o riparando dietro un muro, stendevasi supina, tirava
su la sottana e lasciava fare! Se una vecchiaccia rognosa mettesse all'uscio il
cartello: Qui si frega gratis, ci arebbe folla: figuriamoci intorno
all'Isolagiordana!
Ne' primi dì,
ben puoca via postergossi, costretta a fermate e pause continue; pur
finalmente, valiche le frontiere guasche, procedé più spedita; e tutta Europa e
l'Asia Minore e la Siria attraversata, a Gerusalemme pervenne, sempre pronta ad
ogni richiesta, e sempre pagando con carne viva carrettieri, barcaiuoli ed
osti. Quante mortificazioni sostenne e quanti affronti! quanti bocconi amari le
fu forza ingoiare, ingollare, ingozzare! quanti perri le fur fatti da furfanti,
che, fottutala, rifottutala e strafottutala, invece d'apprestarle alquanto
strame ed imbandirle da cena, la sfrattavano di casa a calci nel preterito!
Quante nottate giacque digiuna all'aria aperta, perché ostesse rigide o gelose,
temettero che il marito od il drudo si invogliasse d'annaffiar l'orticello
della pellegrina! Quante volte ricoverò disperata ne' pubblici chiassi; e da'
chiassi pubblici vituperosamente la discacciorno le zambracche del luogo,
vedendo di malocchio l'intrusa avventizia muover loro concorrenza, e, se non altro
per le attrattive della novità, accaparrar subito avventori! A quanti capricci
nauseosi dové piegarsi, chiavando così e cosà, in attitudini strampalate,
succhiando la lingua a Tizio, ficcando un dito nell'óbice a Sempronio, leccando
l'occhio cisposo a Caio, maneggiando per du'ore il pigro bischero di Davo!
perché? per aver da mangiare pane e sputo.
Povera
Isolagiordana! E cavar tutto dalla fessa, persin le candele offerte al Santo
Sepolcro! E le messe, che vi fe' dire, le pagò pure con elemosine di ciornia a
que' pretacci o fratacci o diavolacci, che si fossero. E pensate, senza gusto o
spasso, soffrendoci moralmente e fisicamente, con la potta indolenzita e
l'animo fastidito! Ned otteneva i riguardi, che all'infima briffalda non si
negano, per paura del camorrista, del guappo, del mammasantissima, del
mangiaricotta, che la protegge! Fra tante pruove la sorressero la fede e la
religione; le rinvigorirono lo spirito e l'esentorno da un mal d'utero; grazie
al cielo non ingravidò ned infranciosossi: e fu miracolo!
In Bettelemme
venerò la stalla, dove l'Uomodio nacque in una greppia, fra l'asinello ed il
buacciuolo, prototipi de' futuri adoratori; dove accorsero ad ossequiarlo i Re
Magi ed i pastori e le bestie. Oh le bestie! Le bestie soprattutto! chi nol sa?
Sicuro, in quella notte, il gallo, cervelluzzo di gallina, si mise a
ricantacchiare quanto udiva strombazzar dagli angioli ed espergificò: Natus
est Christus! Il bue, sentendo questa chicchiriata, per mera buassaggine,
curioso di conoscer dove la Maria deipara avesse figliato, mugghiò un Ubi?
La pecora, per pecoraggine pretta, ripetendo quant'altri le avea detto,
rispondendo a quel muglio, belò: In Bethleem. E l'asino, per pura
asinaggine, tutto infatuato, immediatamente fatto un suo disegno, ragliò: Eamus!
Consiglio, che, per bestialità concorde, venne abbracciato e seguito dalle
bestie tutte.
Per farla
breve, la Scolastica visitò tutti i luoghi celebri nella leggenda di Gesù; e
con particolar devozione quello, ove nacquero le nespole, sapete pur come?
Possibile, che ignoriate, come venisser creati e perché si truovino i nespoli
perloppiù sugli argini de' fossati? Oh ve l'insegnerò io!
Gironzando
Gesù per la Galilea con Simone Bargiona e gli altri undici vagabondi, un
giorno, nell'attraversare una prateria, l'Uomodio ebbe a saltare un fosso. Da
vero uomo, ch'egli era, per lo sforzo, trasse una correggia solenne, un trullo,
un vernacchio, un peto, via, ma che parve bombarda. Quel lazzarone di Piero,
che gli stava vicino, disse: «Nespola, Signore!»
Ed il verbo umanato
di rimando: «E nespola sia!»
Ed
immediatamente comparve sul margo del fossatello un bel nespolo sopraccarico di
frutti maturi: que' ghiottoncelli degli apostoli gli assaggiarono, e,
trovandoli squisiti, dicevano al capobanda: «Poi che produci questi effetti,
spetezza, scorreggia, trulla di continuo, invece di predicare. I tuoi sermoni e
le parabole ti fanno cercare a morte; i crepiti del tuo ventre ti farebbero
adorare».
Et ecco in
qual modo venne al mondo la nespola, e perché la chiamano scorreggia del
Signore e sorge di solito sul ciglione de' fossati.
Visitata,
ch'ebbe tutta Palestina, l'Isolagiordana, per rimpatriare, per ringuascognarsi,
s'allogò con la ciurma d'una saettia genoese; che promisero sbarcarla sana e
salva in Zena. Ed ella s'obbligò ad informar loro quotidianamente il malaguida
per l'intera navigazione. «Ed è salda la nave? Posso sperare di non
isprofondare?» chiedeva la gentildonna.
«Niente
paura!» le rispuose sghignazzando il capitan Parodi. «Navigando meco, non
risichi d'annegarti, se' sicura da' naufragi. I predestinati al fuoco
s'infotton dell'acqua.»
Rise la
Guasca, ignara del senso recondito delle parole, di tanta, come a lei pareva,
onesta baldanza. E contentoni de' patti, l'equipaggio e lei, dier le vele a'
venti e salporno felicemente da Giaffa. Povera Scolasticuccia! Ignorava che
genia, che progenie, che generazion d'
uomini diversi
D'ogni costume e pien d'ogni magagna,
fossono que' genovesi del San-Bellino,
capitano Parodi! L'equipaggio formavasi da un Ansaldo, un Fregoso, un Negrotto,
un Barrili, un Dagnino, un Rubattino, un Piola, oltre un garzoncello prediletto
dal Parodi:
La cagion non convien, ch'io vi menzioni,
Perché 'l fanciullo abbia appo sé costui;
Ché, non la lingua solo a raccontarlo,
Ma il pensier si vergogna a immaginarlo.
Marinaracci,
buscanti, soliti ad andare in zoccoli per lo asciutto, rimanevan frigidi e
scorgendo e palpando il più bel paio di mammellette, il più morvido pettignone
e peloso; ma subito, ma ratto, vincendoli non so qual furia o fuoco o foia, gli
s'inalberava lo scatapocchio allo aspetto od al tatto d'un paio di naticacce,
di chiappe, di pacche, di mele. Canagliume, che, se la dea Venus gli si fosse
profferta, non altrimenti arebbon voluto cognoscerla, che quel giovinastro, a
detta di Luciano, si congiunse alla di lei statua. Che santaccio avevano scelto
a patrono della lor chiglia! Bellino è il nome zenese del santo, sul
quale richiesta d'improvvisare un inno non so quale improvvisatrice, cui era
sfuggito di nominarlo sottovoce, perché un disadatto le avea pesti i calli o
calpesto lo strascico, prontamente disse:
Quel santo, che invocai, non fu san Pietro:
A me, sta ben dinanzi; a lei, di dietro.
La marchesina
Scolastica d'Isolagiordana scorrucciossi alle proposte nefande di que' barabbi:
«Prendete abbaglio. Io non fo tai cose. Ve', che si passa! Chi v'immaginate,
ch'io mi sia? O fottermi come si conviene o menarvi la rilla. Ite ne' bronti di
via Calabrache: lì forse troverete brocchiere pronte a darvi il messere per
qualche lampante di civetta o per poco albume. Io no, io.» Avea presa la
scimmia; era fuori della grazia di dio.
«Via, via,
chétati. Si scherzava. È suto celia. Uh, come t'inzolfi! Non se ne parli più.
Parola, si dicea per chiasso, per baia, per ridere. Non imbronciarti, non
piangere. Tu se' la nostra cara gaia: bacia i tuoi bramosi, rasciugati gli
occhi e vienne ad asciolvere con un pezzuol di durengo; stibierai uno scolfo di
buioso.» Con siffatte parole ed altre, que' beceri la rabbonacciarono.
Dopo colezione,
il Parodi, trattala in disparte e mostrando vaghezza di chiavarla a
pascipècora, colse il destro; e le schiaffò, le innestò l'asta nel buratto,
rompendognene ed insanguinandolo e rubandole il postico giglio, com'ebbe
a dire una volta il senator Panattoni.
Or pensi chi ha sangue e discrezione
La collera, la furia, che le monta,
Vedendosi così contra ragione
Fatta una tanta ingiuria, una tal onta!
Come un can, come un toro o un lione,
Come un serpente il suo nemico affronta;
Con corna, unghia, piè, denti, mani e dita,
Con ciò, che può, se gli avventa alla vita.
Ma sì! l'ebbe
un bel piangere e strillare e bestemmiare e ribellarsi e divincolarsi ed
invocar dio, madonna, Cristo e santi! «Non c'è Barbagiove, che tenga,
porcodio!» machelizzava il Parodi. «Hai da far, come dich'io, cazzo!»
bestemmiava il Parodi. «Ah non sei di quelle? Ah, m'ho a menar la rilla, io?»
Povera
Marchesina. Troppo la sopravvanzava di forze quel baronfottuto (o meglio, in
questo caso, baronfottente). Preparato a vederla ricalcitrare, lo esperto
culifrago le avea costrette le braccia con la sinistra; e con qualche paio di
connesse, scapaccioni, cacchiotti e pugni, te la cicurì, borbottando fra' denti
nel suo di vernacolo:
... Hai tu veduto questa matta,
Che non c'è verso farla stare a segno?
Ma, chi urta col muro, è suo 'l dolore;
E la materia torna sopra 'l matto.
Né lasciolla,
che prima non avesse iscaricata la balestra. Ed alla Scolastica fu giuocoforza
soggiacer medesimamente a tutta la marinarezza. Sola, in alto mare, con
l'unghie per tutt'arme, che poteva contro que' callastrieri robustissimi? Ed
essi, inesorabili, ne canzonavano gli scrupoli, ne schernivano il pianto, la
distendevan per le terre tramortita con un sergozzone. E dal tramortimento
rinveniva pel dolore acuto, quando i vomeri affondavano ne' balzi infecondi del
cocchiume, trasandando il grasso solco e fertile. Apprese a comportare: né la
condiscendenza rassegnata le risparmiava i bistrattamenti ed i maltrattamenti,
pensando forse que' tangheri come il Merimèe, che scriveva all'incognita:
«Quando vi chieggo alcunché, nol concedete, se non dopo avermi fatto strabiliar
tanto a lungo, da impedirmi d'aver quanta riconoscenza forse dovrei; ed inoltre
vi private di quanto merito acquistereste generoseggiando sollecitamente.»
Ma la Guasca,
benché, vista la mala parata, a scanso di sevizie, riconosciuta la fiacchezza
propria, dissimulasse in parte e s'acconciasse con apparente buona grazia al
giuoco strano, ardeva internamente tutta pel desiderio di vengianza; e pensava
di richiamarsene a' rettori della prima terra, in cui la barca approderebbe.
Che, in que' tempi, tra gli uffici de' Re, de' consoli, de' dogi, degli
stratichi, c'era anche il vigilar sulla integrità de' tafanari; ed i codici
comminavano il vivicomburio a chiunque offendesse i concivi in quelle parti
dilicatissime, introducendovi altro che cristei. Le fora parso manco duro il
ringuascognarsi col culiseo squinternato, dopo averne visto abbrustolire gli
squinternatori.
Infatti, come
la nave sorse ed ancorò nel porto di Famagosta, in Cipro, patria di Venere e
del cavolfiore, colto il destro, saltò sul molo del mandracchio e ricoverossi
nella magnifica chiesa d'un convento di monaci, che avevan rinunciato fame,
freddo e fatica per l'amor di Cristo, e, come nimici d'ogni disagio, s'eran
colà radunati per comodamente poltroneggiare, corbellando il prossimo. Sotto le
immense volte ed oscure del tempio, tra le pareti istoriate d'immagini, che
pareano spiranti, dipintevi su fondo d'oro da un Cimadibue cipriotto, nella
penombra prodotta da' finestroni policromi, sentissi al sicuro dagl'infami. E
bagnati i polpastrelli nell'acquasantiera, buttandosi ginocchioni innanzi ad
una effigie miracolosa della Madonna, sfogò col pianto il cuore oppresso.
Pianse, a
lungo, oh quanto! Rimembrò la fanciullezza purissima; e l'onesta protervia
verginale, quando spregiava i gentili amori de' più leggiadri cavalieri, le
nozze de' maggiori feudatari di Guascogna, quando era circondata di ossequi e
d'omaggi, festeggiata ed inchinata e tenuta in tal pregio da' proci, che
anteponevano il suicidio al viver senza lei. Oh! espiava pur crudelmente la
boria ispiratale dalla prosperità! Rovinar da tanta altezza così giù, giù! Le
donne perdute trovan conforto nella memoria de' piaceri passati; ma lei no, che
nelle lascivie non avea truovo piacere di sorta. Aver sofferto, dovuto
soffrire, che... che... che... Non ci pensiamo neppure! Lei, una Isolagiordana!
per opera di quattro scalzacani, paltonieri, galeotti! «Oh Vergine Santissima!
E come permetti?...» Ma le Vergini Santissime, dipinte da' Cimadibue su fondo
d'oro lungo le pareti delle cappelle, non rispondono a' preganti, non han
parole di conforto per gl'infelici, che lagrimano genuflessi, prostesi,
bocconi; l'immoto loro sguardo e sereno, non viene conturbato ned agitato dalle
miserie umane, anzi solo talvolta dagli artifiziucoli e dalle mani sacerdotali.
E la Scolastica sentì proprio bisogno di confessarsi, di ricever conforti da
una voce, interprete della divinità muta. Parecchi bistolfi erano occupati ne'
confessionili; presso un de' quali la Marchesina inginocchiossi, aspettando il
turno suo.
Nel secolo
XIX, come ognun sa, gli ecclesiastici son tutti così dabbene, morigerati e savi
e colti. Ma in que' tempi, o numi del cielo, che geldra furfantesca,
scostumata, minchiona e ciuca eran perloppiù! Quale il gregge, tale il pastore.
I credenti rozzi, feroci, zotici, tangheri, brutali, non discutevano difficili
casi di coscienza ed arguti scrupoli col confessore, facendo del sacramento
della penitenza palestra dello ingegno. Cheh! In mezz'ora, un parrino era certo
d'udirsi cinicamente narrare quante nefandezze, quanti vituperi, quante
immanità può concepir lo pensiero ed esseguir la volontà. Che porci, che mostri
eran gli uomini medievali! Ma c'era fede allora: e la fede compensava tutto.
Quel gentame effettivavano l'ideale del Lutero: peccavan gagliardamente e
gagliardamente credevano. Que' preti eran mascalzoni e manigoldi; que' frati,
masnadieri e malandrini; vescovi, abati e cardinali, veri capibriganti: gli
ecclesiastici insomma formavano una gran camorra, una maffia compatta: ma però
tutti ortodossi, tutti zelanti pe' dogmi stessi, che ignoravano o conoscevano
imperfettamente, quantunque pronti al martirio per confessarli. L'eresia, lo errore
in materia di fede e soprattutto l'indifferenza religiosa eran peccata ignote.
Quindi riterremo quella intera generazione di birbaccioni albergare ora fra le
delizie paradisiache, onde noialtri modernacci, per quanto galantuomini e
valentuomini, per quanto ammodo e per bene, saremo indubbiamente esclusi, come
uomini paucae fidei, scettici, liberi pensatori, frammassoni e via
discorrendo.
Basta, 'un
c'è rimedio! l'accorarsene sarebbe fatuo. La fede, tanto, uno non può darsela:
non puoi credere, ricrederti o discredere, a capriccio. Come scriveva il Padre
Antonio Cesari a Francesco Villardi? «Fratelmo carissimo, che ne volete?
L'intelletto è una potenza necessaria, non libera come la volontà. Io posso
bene amarvi, come fo, quantunque io la pensi diversamente da voi; ma rimaner
capace d'una cosa, che non m'entra, non posso, come né eziando voi, non potete.
Ciascun di noi ha ed allegò sue ragioni: le mie non capacitano voi, né le
vostre me (forse, perché la prima idea afferrata dalla mente e scolpita ben dentro,
la tiene impressionata con troppa forza); onde noi andremmo nell'un via uno,
senza nulla conchiudere.»
Dunque,
dicevamo, esserci chiesa zeppa e parecchi bistolfi starsene ascoltando i
penitenti; fra gli altri, un fottutinculo di franzese, fra Pietro Brantolmense.
Il quale, giovialone, saccentone, mangione, beone, puttaniere e matto solenne,
ogni sera, all'ultim'ora, sbizzarrivasi, scarabocchiando le confessioni della
giornata su palinsesti, tuttora custoditi nell'archivio del serraglio in
Costantinopoli, dove li han compulsati il colonnello G..... ed il deputato
F..... che, in qualità d'eunuchi, possono liberamente bazzicarvi, mettendomi in
grado di ragguagliarvi sulle principali di quel dì. Il Negrotto, della ciurma
del San Bellino, si confessò dedito...
...al vizio reo,
Che il prete e l' Galateo
Non voglion che si nomini;
Alle abominazioni
Per cui dio Sabaoth
Fece Gomorra e i suoi vicini tristi.
Che mandò il fuoco giù dal cielo et quot
Erant tutti consunse, sì che appena
Campò fuggendo un innocente Lot.
Ed il
Brantolmense a riprendernelo, a sgridarlo. Perché traviamenti tali? Perché non
ispandere il seme nel vaso naturale, che in mercé della irrigazione largisce
tanta dolcezza?
«Parti, che
'l Padr'Eterno abbia fatto il bossol delle spezie per guaina dello stocco? Gli
è fatto per cacare, figliuolmo, sol per cacare; per tortire, per iscaricare il
corpo, per evacuare, come ho a dirtelo? come ti s'ha a dire? non per altro è
fatto.»
Il Negrotto,
a bassa voce, rispuose: «Arbagal!»
Ed il frate:
«Che borbotti di galli?»
«Ma che
galli? dicevo una paroletta arabica, padre, che 'l capitano nostro suol ripeter
sempre.»
«Sarebbe?»
«Arbagal.»
«E vuol
dire?»
«Ognuno va in
culo per fini suoi.»
«Or quali
erano i tuoi? di' sù, svescia, sverza. Sta vedi, che intendevi far azione
meritoria, intendevi!»
«Ecco, padre»
proseguì 'l ghiottone del Negrotto «i fini miei eran due.»
«Volevi
prender duo colombi ad una fava, volevi?»
«Già. Prima
di tutto, il trovarci gusto maggiore che il sentierulo è fresco, stretto, asciutto,
mentre la via maestra di solito pare una chiavica, ed il battaglio vi si dimena
come in una campana. A' dì nostri le musse son tanto vaste, che occorrerebber
membri più grossi della colonna Traiana per otturarli. E poi, un valentre
fisico fiorentino m'assicurava, la carne di capretto schiarir la vista.»
«Oh
figliuolmo» sfuggì detto ingenuamente al Brantolmense «il fisico tuo valentre,
non era fiorentino di certo, non era, anzi cerretano od orvietano. T'ha
infinocchiato; t'ha dato ad intender frottole e pastocchie, t'ha dato. S'egli
non mentisse, io doverei vederci, io, da qua sino a Gerusalemme! Il contrario è
vero. Sicché, se altro motivo non hai, smetti pur di commettere sì sozzo
peccato et abominando, smetti.»
«Ma se voi
pure, padre, mo' v'è scappata, convenite d'esser dedito alla buggera?»
«E che
importa? Bada alle parole e non all'opere. Le parole sono il puro concetto,
sono; le opere, accidenti. Fa com'i' dico e non com'i' fo.»
Venne
finalmente la volta dell'Isolagiordana: ma, quando la fu per aprir bocca, dette
in uno scoppio di pianto. «Non posso parlare!»
Ed il
Brantolomense a confortarla, come quel consigliero di Re Torrismondo:
Io prego voi, che del turbato aspetto
Scopriate la cagion; gli affanni interni;
E qual commesso abbiate errore o colpa,
Che tanto sdegno in voi raccolga e 'nfiammi
Contra voi stesso, e sì v'aggravi e turbi.
Ché di lungo silenzio è grave il peso
In sofferendo e col soffrir s'innaspra;
Ma si consola ragionando e molce.
Ed uom, che alfin deporre, in fidi orecchi,
Il noioso pensier, parlando, ardisca,
L'anima alleggia d'aspra e dura salma.
Rasciughe
alquanto le lagrime, per sollazzo del cordoglio e disgravio di coscienza, la
Scolastica sciorinò minutamente ab ovo la dolente istoria: i suoi rigori
e le frenesie degli amanti ed il rimprovero dell'eremita ed il pentimento ed il
voto ed il pellegrinaggio; e la balossata, la becerata, la vassallata, la
lazzaronata di que' buggeroni; ed il proposito di chiederne esemplar vengianza
ed ulzione dal Re.
Come? si
confessava, abbottata d'astio, gonfia di veleno, ingombra da risentimento,
molinando, rugumando, macchinando una denunzia capitale? Così perdonava le
offese? o non aveva pur dianzi recitato il paternostro? Che fottuto
cristianesimo era 'l suo? Eh, così l'intendevano allora: e persin gli assassini
comunicavano prima d'appostarsi per isgozzare ed isvaligiare i viandanti: si
credeva gagliardamente e si peccava gagliardamente.
Ma il dabben
monacaccio, infastidito da' piagnistei della femminetta: «I 'un sapevo cos'era,
'un sapevo!» sclamò. «M'ero immagino dio sa che! Questo è dunque tutto?»
«Oh le par
puoco?»
«Ah, ah! Non
c'è altro? Tutto a questo si riduce, Marchesina? T'hanno insanguinato il bel di
Roma, t'hanno? Gran faccenda, da menarne scalpore! A qual donna non avviene o
prima o poi? e se tutte il pigliassero tragicamente, come fai tu, misericordia!
... Io, Pietro Brantolmense, t'assicuro io, non trovarsi dama alla corte di
Francia, non trovarsi, che, visitata da mammane e cerusici... cosa volevo dire?
Ah! Se chirurgi e levatrici ficcassero il naso alle maggiorenti di Francia,
ficcassero, là dove a te que' gianfùtteri hanno inzeppato ben altro, non ne
troverebbon forsi alcuna, di certo non ne troverebbono, che non l'avesse rotto.
Nel bel paese nostro, i signori adopran di rado (e sol quando occorre un erede)
la tazza ordinaria, e mangiano a tutto spiano del boccon proibito. E le
mogliere: zitto! o che la buggera soddisfi anch'esse più del chiavare, come
meglio del tuo servo se' in grado di giudicare; o per non infamar sé co'
mariti; o per assoggettarseli: giacché, dubitando sempre di denunzie, che li
condurrebbono al rogo, chiudono dal canto loro un occhio e due. Altri opina,
che l'incular la moglie sia delitto e peccato; viceversa poi fior di teologi e
l'accoppatura de' rabbini affermano il legislatore vietare e punire solo per
sue ragioni que' contatti infecondi sì, ma non illeciti in coscienza. Duabus
mulieribus apud synagogam conquestis, se f uisse a viris suis cognito
sodomitico cognitis, responsum est ab illis rabinis, virum esse uxoris dominum;
proinde posse uti eius utcumque libuerit, non aliter quam is qui piscem emit:
ille enim tam anterioribus quam posterioribus partibus ad arbitrium vesci
potest.»
Qui la
Scolastica interruppe il casista «Padre, io non so di latino.»
Il
Brantolmense le vulgarizzò la sentenza e commentolla e quasi commendolla.
«Ma, padre,
s'è pur lecita (ed Ella conviene, che i dottori discrepano) s'è pur lecita tal
cosa a' mariti; certo nessuno la stimerà mai lecita a galeotti, con chi lor
moglie non è, contr'ogni volontà della donna, bistrattandola, maltrattandola!»
«E chi tel
nega? Ma, sendo tu franzese e ricca gentildonna, come di', quindi certa
d'accasarti quandochessia, né potendo dubitarsi per l'abito invalso tra' nostri
concivi, che il tuo futuro non sia per buggerarti; parmi sconvenirsi tanto
chiasso ora per questa rottura anticipata: o prima o poi, tanto è l'istesso!»
Riprese la
scorrucciata: «M'auguro, che Maestà, cui mi richiamerò dell'offesa, non imiti
Lei, che sembra puoco caritatevolmente deridermi, invece di far la parte di
consolatore.»
E fra Pietro,
capozzeggiando: «Figliuola mia, dal Re vacci, se iddio così t'ispira. 'Gna
seguir sempre le suggestioni divine, 'gna seguirle. Ma ci rimetti e perdi i
passi, tel dice fra Pietro tuo, tel dice. Gli è un cazzaccio, un minchione, un
pinco, un zugo, il qual, battezzato, m'immagino, di domenica, quando non si
vendea sale, con l'acqua di spinaci, sogna la riduzion delle pene; e s'è
chiovato in capo, la clemenza esser la più degna virtù del Prencipe. Tutto
perdona. Ad ogni colpa truova scuse od almeno escogita circostanze attenuanti.
E, dove 'un può assolvere, grazia, recitando que' versi materiali:
I Regi, ai quali il mondo è tutto attento,
Son di dio vive immagini tra nui;
Però, più ch'altri e con maggiore intento,
Denno cercar d'assomigliarsi a lui.
Ma chi pietoso è più di dio, che cento
Volte oltraggiato dai nemici sui,
Cento lor torna a perdonar, pur ch'essi
Pentiti siansi degli oprati eccessi?
«Basta dunque
una simulazion di pentimento. Ed a chi gli osserva il lupo cambiar pelo, non
vizio; e gli consiglia diffidare de' ravvedimenti interessati, replica col
Carteromaco:
Burlar chi fa del bene è brutta cosa,
Ancorché, chi fa ben, fesse del male.
La carta, ch'è sì candida e vistosa,
Fu pria sporca camicia o fu grembiale
Di qualche vecchia putrida e bavosa
O fu strumento forse da pitale.
Così chi lascia il vizio e torna a dio
Diventa bello...
S'egli ha fallito, n'ha chiesto perdono:
E noi, che siamo? e gli altri uomin, che sono?
«Gli effetti
di tanta pusillanimità ed insipienza, sono manifesti, quantunque procuratori,
avvocati, causidici, cavalocchi, rabule, legulei e Ciccio Trecquattrini e
Francesco C..... e Pasquale Stanislao M...... ed Enrico P...... ed Augusto
P......... e simili baronfottuti, gli applaudiscano, chiamandolo nuovo Tito,
Prencipe riformatore, iniziatore del nuovo dritto penale, che consiste nel non
punire i rei, nel non reprimere i malvagi. Non abbiamo più sicurezza pubblica,
non abbiamo. L'audacia de' malfattori aumenta per l'impunità preassicurata.
Sanno bene di non esporre a repentaglio il gargarozzo, checché commettano e
perpetrino; e che non saranno mai acconci con uno spicchio d'aglietto sul
cotogno. Il boia sciopera; gli agozzini stan cortesi; le galee mancan di
remigi; resta vacante l'ergastolo, sulla cui porta leggevasi:
Donec Sancta
Themis, scelerum tot monstra catenis
Vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
«Il
galantuomo è ridotto a contar solo sulla tutela propria, a farsi ragione da per
sé. Immersi nell'anarchia, retrocederemo presto allo stato ferino: ognun per sé
e contra tutti. Ogni freno rallentasi; ogni ritegno manca: che la penalità
forma la base, il fondamento, il sostrato, la condizione sine qua non
del viver civile: d'una legge senza sanzioni penali, me ne incaco io pel primo,
me n'incaco. È inutile, dice Massimo d'Azeglio, i cani si fanno
ubbidir con le buone, gli uomini no. In Cipro, patria di Venere e del
cavolfiore, s'ha misericordia, pietà, compassione, simpatia, commiserazione,
riguardi, pe' micidiali, pe' grassatori, pe' ladri, per gli stupratori, pe'
truffaiuoli, per tutti i violenti ed i fraudolenti insomma, per tutta la gente
prevista e contemplata dal codice criminale. Ma, per le vittime scannate o
svaligiate, pel viandante derubato, per la vergine sforzata, pel fanciullo
contaminato, pel messere truffato, nix, s'è senza viscere, induratum
est cor Pharaonis. Il giudice, qui, diventa complice del delinquente:
Chi, potendo vietar, non vieta il male,
È partigian de la ribalderia.
«Dicono, il
reo catturato essere un infelice, degno di commiserazione e di soccorso.
Odi novella, che Meronte un giorno,
Vate e Sofo, narravami. Dal core
Partono, mi dicea, due vene opposte:
Una, che 'l mel conduce, altra, che 'l fele.
Amor di quella a destra mano, ed Ira
Tien di questa il governo a mano stanca.
S'accende Amor del bello e dell'onesto;
Dell'iniquo e del turpe Ira s'infiamma:
Diversi affetti, che da solo un fonte
Menan due rivi di sapor diverso;
Perch'è bontà nell'Ira e nell'Amore.
«Così
Meronte, ossia Melchior Cesarotti; ché questi versacci di Giuseppe Barbieri
stemprano le vibrate parole del Cesarotti nelle glosse a San Giuvenale. Chi
ama i buoni non può non detestare i malvagi. Uno sgorgo di bile onora un bel
cuore quanto una vena di lacrime. Questi sono due rami della stessa fonte, che
hanno solo un sapore diverso. E c'è chi si sfiata contro il dritto d'asilo
in chiese e conventi! Che noia vi dà? Assicura solo la libertà provvisoria
senza cauzione in pendenza di giudizio; perché, come scrisse un gentiluomo
veneziano, le ragioni della medesima innocenza si trattano con minor rischio
e con maggior reputazione, essendo lontani dal giudice. Ma che gioverebbe
abolir gli asili, quando dal sommo all'imo della gerarchia giudiziaria si
predica indulgenza, tolleranza, compatimento, clemenza, perdonevolezza? Quando
si dice al reo convinto e confesso: Va e non peccar altro! onde egli
baldanzosamente va e ripecca e s'affretta anzi a ripeccare? Tutta Cipro, patria
di Venere e del cavolfiore, è un luogo di asilo. E così sarà sempre, dovunque
giurati, magistrati, sovrano e legislatori, con verdetti, sentenze, grazie e
leggi scandalose, rimoveranno ogni terrore salutare. Stiamo male; male assai
stiamo; e, non riparando a tempo, non so dove andremo: Il mal mi preme e mi
spaventa 'l peggio. Maestà, non che vendicare con giustizia le offese
arrecate altrui, intasca vituperosamente le onte innumerevoli, che
gl'infliggono; e perdona, condona, grazia, amnistia, assolve, dichiara non
farsi luogo a procedere. Porco, che non è altro! Si tratta di qualche
procaccino matricolato, concussionario e malversatore? E lui, come il Dicearco
del Maggi, lo esorta a farsi cuore:
Già so le violenze,
Che suol far povertade...
Se alcun dal ciel benigno
Ebbe minori angustie o più virtute,
Giusto è che paghi al ciel que' benefici
In tanta carità co' men felici.
Non diffidate; io spero
Trovar mite compenso ai vostri affari.
«E,
naturalmente, si colma il vuoto di cassa, estorcendo qualche quattrin di più
da' poveri contribuenti! Figùrati! Un regicida il ferì leggermente d'una
balestrata: arrestano il nuovo Tell; ma il Re, per magnanimeggiare, dichiarò
involontaria la balestrata. Che 'l diavol mi porti, s'e' la credea tale! Ma le
nostre leggi puniscono con la mutilazion della destra il ferimento involontario
della sacra persona del Re! Il nostro Tito in sessantaquattresimo; Si
escarceri. Era da immoncherinire, prima che balestrasse. Ora, a che gioverebbe?
Ed alle rimostranze unanimi rispuose:
A ogni modo, signori, il fatto è fatto;
E non puote, non ch'altri, oprar dio stesso,
(Ripugnando la cosa a cotal atto)
Che quel, che succedé, non sia successo...
Vo' ch'anzi mia bontade altri ammollisca,
Che la fierezza altrui m'incrudelisca.
«Figurati! Il
duca di Pafo, giovinastro, gli rapisce la figliuola Guendalina, quindicenne,
bella come il sole; gliela rapisce, gliela svergina, l'imputtanisce, e, quando
n'è sazio, stanco e stufo, gliela rimanda. E lui, invece di fargli sposar la
Margherita sulla Maddalena, disse a chi lo stimolava a ricattarsi dello
affronto: Se punissimo chi n'ama, che faremmo a chi n'odia? Catacoglie
la scrofa della moglie nel far il giuoco de' zingani: eh ch'egli è drento!
eh ch'egli è fuora! col marchese d'Orostauro. In cambio di trafiggerli, si
sprofondò in iscuse, per essere entrato senza bussare; e fece una intemerata a'
paggi et alle donzelle, per non averlo avvertito, che la Regina era impedita,
per non averlo. A chi gli consigliava d'amministrar un pizzico di tossico alla
consorte, rispuose, chiedendo:
Se merita però tanta vendetta
Error, che per errore altri commetta?
«E
mostrandogli il consigliere, richiedersi la morte degli adulteri dal suo
decoro, replicò:
Punir dovrei l'offesa, onde mi doglio;
Ma divenir carnefice non voglio.
«I dritti
della Corona qui si violano impunemente; l'autorità regia si disconosce senza
pericolo: comanda chi può, obbedisce chi vuole. Lui si lascia vilipendere, né
par, che gliene caglia; e del poter supremo ha 'l nome e rinunzia la sostanza.
Eppure suol dirsi per proverbio, che il comandare è più dolce del fottere,
suol dirsi per proverbio! Ah Marchesina garbata, i Re travicelli sono i
pessimi: a conti fatti, preferisco l'Idra! Frattanto, chiunque ha cruccio
alcuno in questa bella patria di Venere e del cavolfiore, chiunque oltraggiato
non ispera ulzione o risarcimento dallo Stato, ned è in grado da vengiarsi o
ricattarsi da sé, sfoga il risentimento, scorbacchiando, sputacchiando,
scornacchiando questo Re de' miei coglioni. Troppo mi dilungherei, se narrassi
o solo enumerassi le fischiate, gli sciarivari, le mele in faccia, gli schiaffi
(né solo morali) che il chiurlo ha somarescamente comportati, trattenendo chi
profferivasi vindice et ultore della Maestà conculcata e blaterando di
magnanimità et altre corbellerie cosiffatte! Io per me la penso col
quaresimalista da Fusignano, che predicò qui anno:
Se pruova di nobile e generoso coraggio è il saper
soffrire gli affronti, perché il soldato non sopporta in pace l'insulto
dell'inimico? perché si tiene disonorato, se non risponde? perché non si lascia
tranquillamente scannare senza far retta? Se il soffrire è bravura, chi non
dirà più bravo il somiere, che il leone? Oh la pazienza al certo è bella virtù,
e meritamente i savi la pongono sugli altari e ne cantano a coro pieno le lodi!
Nulladimeno, in mezzo a quegl'inni, s'udì più d'una voce, che la chiamò sorella della codardia. E il
pazientissimo e prudentissimo degli eroi, già non disse a Tersite: Tu se' troppo vile, perché io m'abbassi a
sdegnarmi delle tue maldicenze; ma stimò opera degna della sua sapienza
il tempestargli con lo scettro del Re de' Regi le spalle. Né il giudizio di
tutto il campo fu già, ch'egli avesse avvilita addosso a quel cane la Real
Maestà; ma tenne, che il santo uso, ch'ei fece di quell'augusto randello: Fu la più bella di sue belle imprese.
L'ira è insano affetto, egli è vero. Ma, non
confonderla, grida il Principe de' filosofi, non confonderla con lo sdegno, affetto magnanimo e indizio certissimo
di virtù. Per ciò, nel IV Libro dell'Etica,
capitolo V, non dubita di chiamare insensati coloro, che non sanno sdegnarsi e
propulsare l'offesa.»
Il
Brantolmense, preso l'abbrivo, diceva, diceva, diceva; e la gentildonna,
arrovellavasi e disperava della vendetta; mangiava agli, mordeva i
chiavistelli, stiacciava come un picchio.
«Ah!» pensava
«trovassi uno, che, per iscoparmi, scannasse que' manigoldi! Ma, mordendo e
vituperando la miseria di questo Re fantoccio, di questo burattino d'un Re, di
questa bambola coronata, di questo pupo scettrato, di questa piavola
clamidifera, di questo mannechino, insediato in trono, mi consolerò in parte
del cul, che m'han rotto. Gnene dirò, che a Re di corona né si dissero, né si
diranno mai. E chi sa?...»
Detto fatto,
ultimata la confessione e ricevuta l'assoluzione, s'avvia a Palazzo. Ma le
andavan giù i cerchi, come dicono a Milano; le andavano i gamberi pel paniere;
sentiva, che l'oriuolo era ito giù; avea l'arme di Siena; era scannata dalla
fame, che vedea 'n aria. Epperò, compra una piccia di pani dal fornaio, chiese
nella pizzicheria quattro palanche di coteghin di Bologna. Un garzone del
casaddoglio, vedendo una donnicciuola appetitosa e piena d'appetito,
scompagnata e male in arnese, stimò poterla uccellare, beffare, naccherare,
schernire, dileggiare, cuculiare, senza pagarne il fio, e domandolle, se
comandava il coteghino affettato o tutto in un pezzo; ed illustrava la frase
col gestro, ammiccando al pizzicaruolo ed a' confattorini, che scompisciavansi
dalle risa. Ma la Scolastica, senza turbarsi o pur mostrar d'intendere, gli
rispuose ingenua ingenua: «Se mel dà cotto, il prenderò tutto in un pezzo; se
poi crudo, me lo affetti.» E così, rimbeccando e rimpolpettando il giovinastro,
fece sì, che il pizzicagnolo ed i compagni si sconcacassero dopo la
scompisciatura.
Rifocillatasi,
tirati sù i cerchi alla meglio, aggiungendo a' pani ed al salame un
bicchierotto di mero, di succo d'agresta, via, penetrò nella Reggia, zeppa di
nobilume e d'ufficialità superiore e di alto clero e d'alta magistratura e di
capi della gerarchia amministrativa, per non so qual cerimonia, ricevimento,
baciamano o solennità, in non so qual festa civile o religiosa, o vogliam dire
che ricorresse l'onomastico od il genetliaco del Re cazzone o della bagascia
Regina o della Principessa sgualdrinella o del Principe ereditario
fottutinculo. Che chiucchiurlaia! che vocìo, che caosse! Non vi s'osservava ned
etichetta, ned ordine, né galateo!
Trattasi
innanzi l'Isolagiordana, appoggiando, appioppando gomitate agli uscieri, che
volevan trattenerla; e chiesta udienza; e tolto a parlare, senz'aspettarne
licenza, quantunque nella barcaccia zenese erale intravvenuto per ordine
raccontando, conchiuse: «Domine, so che razza d'allocco Ell'è; m'hanno informata
delle gesta Sue; La conosco pienamente per fama. La Maestà Vostra
filantropineggia, scimmiotteggia i Leopolducoli toscani; s'è imbevuta delle
asinaggini de' Mancini, de' Pessina e simili buffoni. Non vengo quindi a
richiederle di far vivo vivo abbruggiare, come per legge si converrebbe, chi
m'ha buggerata. Troppo sarebbe. Tanto non ispero. Prego solo la Maestà Vostra,
che, per istruzione e norma mia, si benigni e degni informarmi, insegnarmi,
come faccia a tollerar que' cazz'-in-culo senza sputazza, che Le si consegnano
ed inzeppano giornalmente, quotidianamente, ogni dì, per quant'odo, da tutti.
Imparerò dalla fottutinculaggine Sua a consolarmi de' cazzi miei; e certo, se
un tanto Re si rassegna, come potrebbe non acquetarsi una femminetta imbelle? E
sa la Madonna Santissima, quanto volentieri Le farei cedobonis de'
piuoli piantatimi di drieto, poiché mostra tòrli con tanto gusto!»
A questo
linguaggio, nuovo nelle corti, i cortigiani ridevano, sogghignavano,
cachinnavano, sghignazzavano, si sgangheravano le mascelle. Ma la cosa al Re
non parve tanto buffa poi, le mordaci parole e caustiche ne scaltrirno la
dabbenaggine, gli sbendaron gli occhi, gl'illuminaron la mente, l'eccitarono
dal letargo, n'espergefecero la virtù sopita, sì ma non estinta, no, per fortuna.
Nessuna ingiuria l'avea tocco mai; toccollo e ferillo l'udirsi paragonare a'
piglianculo, alle bardasse, a' zanzeri, a' cinedi, a' finocchi, al duca P....
ed a M...... C......... E disse da sé: «Ben mi sta!» E poi, chinando gli occhi:
«Mel merito!» E poi, sospirando: «A questo siam giunti!» E poi, fra' denti: «Ma
vedremo!»
E cattera!
rialzò la fronte, tutto mutato nell'animo, diverso affatto da quel di prima,
come il ferro, ch'emerge dal bagno trasformo in acciaio. Ed avea maestà nello
sguardo e solennità nella voce. E gli astanti si sguaraguardavano trasognati; e
spirò loro l'insulsa ilarità sulle labbra; e pareva chiedessero: «Chi ci ha
scambiato il Re? La pecora ne riesce leone.»
Sbigottì la
Scolastica: ma il Prence ad interrogarla benigno; e spedì poscia birri,
ciàfferi, azzuffini, questurini, gendarmi e sargenti a sostenere i
Sambellinonauti, tutti. I quali dapprima negavano di pur conoscere
l'Isolagiordana, d'averla pur intesa nominare; e, fidando sulla mellonaggine e
cacasottaggine notoria del Re, prendevan la cosa in burla. Ma gnornò, non era
più stagion di burle, di mellonaggine e cacasottaggine...
Varie cose asconde il tempo,
Altre rivela e muta in parte e cangia:
Muta il core, il pensier, l'usanze e l'opre;
come dice la nutrice all'Alvida
nel Torrismondo. Parecchi testimoni assodarono la donna essere sbarcata
dalla saettia zenese.
Si mandò per
medici e levatrici, che, appartatisi con la guasca, inforcati gli occhiali,
alzatine i panni e disaminatone accuratamente il culattario, riconobbero con
agevolezza, da praticoni, le tracce de' guasti recenti. Contôrno le crespe
dell'orifizio, che negli ani vergini son trentatré, quanti gli anni di Cristo,
ma che qui si scoprirno appianate; e con la scagliola presero la forma del
sedici della Marchesina e ne ricavorno il getto, per illustrar viemmeglio la
relazione, dove a lungo s'intrattennero intorno al retto infondibiliforme, alle
natiche a cartoccio ed agli altri segni, pe' quali vedi i trattatisti di
medicina legale. Ah medici, medici! quanti capricci v'è dato cavarvi! quante
belle cose v'è concesso guardare, toccare, palpare, trattare, senza scandalo né
pena! Quanta invidia sento per voi, come già Clemente Maroto, che l'espresse in
versi franzesi tanto acconci!
Ha que ie porte et de
haine et d'envie
Au médecin qui vient soir
et matin,
Sans nul propos,
tastonner le testin,
Le sein, le ventre et les
flancs de ma mie!
Ma gli è un
giusto compenso per le tante altre volte, in cui sete costretti a ficcare il
naso negli orinali, ne' pitali, ne' destri, ne' canteri, ne' zi-peppe, ne' vasi
d'ogni materia e forma, colmi di piscio, cacca, quaglie lombarde, merda,
sputagli, ostriche, ciabattini, sornacchi, vomito e via discorrendo; su'
vescicanti, sulle piaghe saniose, su minchie ulcerate, su verghe incancrenite,
eccetera, eccetera. Questo va per quello! quello sconta di questo!
Ahimè!
Dunque, dietro relazione unanime del perito e delle perite, venne data la colla
agli imputati. Il garzoncello, ch'era col Parodi, non vo dirvi in qual qualità,
per cansare il tormento, sverzò tutto: il proprio vitupero, le turpitudini
dell'equipaggio, la violenza alla donna. I marinari convennero ancor essi del
vero, dopo qualche tratto persuasivo di corda; tranne il Parodi, che rifiutò
sempre di rispondere, benché la tortura gli scompaginasse le membra e slogasse
l'ossa.
Replicava
imperturbato a' giudici: «Cosa importa a voi, cos'io faccia del ciclope mio?
Cosa importa al Re? Chieggo io forse dove riponiate il veretro, come e da chi
'l facciate mansuefare, quando s'inalbera, se tant'è che arrizziate ancora?
All'acqua, che non t'abbagna, non ci abbadare. Un palmo discosto dal culo mio,
fotta chi vuole. Tant'è 'l mal, che non mi nuoce, quant'è 'l ben, che non mi
cuoce. Di quel, che non mi cale, non ne dico né ben, né male.»
Ma le
confessioni de' correi sambellinonauti e le perizie e le testimonianze
bastavano. Assodata la colpa, tutti i confitenti a chieder misericordia, a
rivolgersi alla nota clemenza del Prencipe: l'occasione fare il ladro; durante
le lunghe navigazioni, il senso insoddisfatto pervertirsi, depravarsi,
corrompersi; ed allegavano la potenza del malesempio del capitano, la irruenza
della tentazione, la irresponsabilità momentanea, la forza irresistibile, la
follia ragionante ed altrettali corbellerie, escogitate dal canagliume
avvocatesco, le quali sogliono anche a' dì nostri spifferarsi a' giurati per
ingarbugliarli ed indurli ad assolvere o concedere almeno le attenuanti.
Dissero del Parodi quanto Jacopo Caviceo fa dire al suo Peregrino del Cercasso,
del quale fu schiavo: «Oimè, che più trista sorte di patron, ci puoteva il
mondo et il cielo apparecchiare? Era una cenosa latrina de' flagizii, crudel,
invidioso, avaro, ebrio, impudico, incontinente, capitai nemico di fede et
d'ogni bontà, disprezzator de dio et puoco del mondo estimativo, pertinace,
duro; di continuo ci comminava fame, sete o carcer perpetuo o morte violenta.»
Né mancorno intercessori; né sedicenti giureconsulti, sul taglio del Mancini o
del Pessina, che, per turpe lucro, malignavano contro l'evidenza, contrastavano
alla legge, simili a' manutengoli, secondo l'istituto dell'arte loro. Maestà,
inflessibile!
«Che dice il
codice?»
«Commina il
rogo; ma...»
«E rogo sia!»
«Ma la Maestà
Vostra non vorrà dare al mondo lo spettacolo ferale, demoralizzante,
inesemplare... Cui la gentil popolazione di Cipro, patria di Venere e del
cavolfiore, è ormai disavvezza... Che ripugna alla coscienza pubblica, alla
civiltà del secolo...»
Il Re s'alzò
del trono, fece tre passi verso gli oratori, guardandoli fiso fiso e
costringendoli a rinculare, abbassar gli occhi e balbettare: quando fu lor
presso, voltò le spalle, alzò la coscia e sparò loro sul muso la più fragorosa
scorreggia, che mai echeggiasse, rimbombasse, risonasse sotto le volte d'una Reggia
o nell'aula della giustizia. E, senz'altro indugio, mandò pel mastro di
giustizia e pe' tirapiedi. Si ordinò loro di recarsi ne' boschi di pini, cedri,
cipressi, querce ed olmi, che copron l'isola; e di recidervi legname per una
pira enorme da costruire sul piazzale della Reggia; e, fatta ed allestita la
catasta, di frustare, di scopare i condannati per la città e di arderli poi. La
sentenza portava inoltre, che della lisciosa e del carico, confiscati, si
pagasse il valore all'Isolagiordano come risarcimento; la quale, del resto,
volle essere straportata a Marsiglia da una nave da guerra cipriotta, non si
fidando più de' capitani mercantili; perché, chi è scottato una volta, l'altra
vi soffia su; e chi dalla serpe è punto, ha paura delle lucertole.
Prima di
partirsi, assistette però alla cremazione degl'inculatori suoi ed alla
impiccagion del mozzo, al quale, per considerazion dell'età e per non mostrarsi
inesorabile alle intercessioni, Maestà s'era degnato commutar la pena. Venivano
que' garganti scopati per la città, denunziandoli in ogni trivio il banditore
per soddomisti.
E lo
inflessibil Parodi ad aggiunger sempre: «Sissignori! ma noialtri, attivi; e
costui» additando il guaglione «passivo. Noi si metteva e costui sel toglieva!
Distinguiamo, raccomando!» Né smise, benché 'l santuomo di confortatore il
consigliasse a deporre ogni umana vanità.
Né per
esortazione, che 'l sacerdote gli rivolgesse, mostrò pentirsi; anzi, pervicace
al pari del Porcellio romano, il rimpolpettava. «Che cianciate voi di contronatura?
Il così trastullarmi m'è più naturale, che 'l pappare ed il cioncare. Andate,
andate, messere, che non siete altro, voi ignorate cosa sia un buon boccone.
Rinsavite ed imitatemi. Dante l'ha detto: Si va nel ciel per un pertugio
tondo! Mi rincresce di venir cremato, sol perché non potran farsi dell'ossa
mia beccucci di cristei, come avevo lasciato per testamento, per continuare ad
andare in culo anche dopo morto.»
«Caro te»
scappò su finalmente il bistolfo impazientito «sarà quel, che affermi: ma le dolcezze,
che mi vanti, non mi fan gola, visto il prezzo, che a te costano. Mi
contenterò, fin che campo, d'un po' di potta; e lascio la bùggera alle
salamandre. Il meglio è nemico del bene. Chi ha buono in mano non rimescoli.
Quando e' ti dice buono al paleo, non giocare alla trottola. Il troppo
stroppia. Non ne voglio altro esempio, se non te, il quale ora avrai arruffato
il vello e quindi capitombolerai nel ninferno ad abbrustolirviti la perpetua.
Ed invece, se avessi atteso sempre a chiavare ammodo, non istoppieresti al
ruffo, e con un po' po', con un tantillo di contrizione, te la sgattaioleresti
anche ora in Paradiso.»
Il boia, che,
da quand'era succeduto al padre nel nobile ufficio, pernio della civil
comunanza, l'aveva avuto come sinecura, senza giustiziar mai chicchessia, era
quasi quasi più smarrito e tremante de' rei stessi. Nello imbracar tutto di
funi il pivetto impiccatoio, nel mettergli il nodo scorsoio intorno allo scroto
ed il capestro al collo, balbutiva: «Figliuolo, non ti muovere, prego; sta
saldo. Potrei farti del male! Scusa ad ogni modo; non ho agguinzato mai.»
«Ahimè!»
rispuose il bagascione «amico, neppur io ho mai sbasito su le funi! Faccia
domineddio, che la vada bene per entrambi!»
Trasando
tutti i particolari della tremenda giustizia. Così vennero eseguite le prime
condanne capitali, durante il Regno di quel primo Re di Cipro, patria di Venere
e del cavolfiore. E lui, da quel giorno in poi, si mostrò rigidissimo
applicatore dello inesorabil codice medievale; ed ogni menomo reato solertemente
indagando e con tutto il rigor della legge castigando, senza più bandire
amnistie o largir grazie, né tollerando insubordinazioni, ribellioni o
contrasti, in brieve tempo ebbe distrutta l'anarchia, ristabilita la sicurezza
pubblica, repressa la licenza, sbandito il malcostume. Onde Cipro, patria di
Venere e del cavolfiore, fioreggiò, magnificossi, crebbe in potenza. Ed a chi
talvolta intercedeva pe' furfanti, solea rispondere, come il gigante Fracasso
del Ricciardetto, solea rispondere, stringendo il nappo o pizzo o
broccolo ossia la barbetta o mosca fra 'l pollice e l'indice della sinistra,
mentre la punta ne passava fra 'l medio e l'annullare e carezzandola, con
alzare il mento in soso e socchiuder gli occhi, solea rispondere:
Io so, ch'ogni malopra merta
Il suo castigo; e il non punir chi pecca
Offende tutti e 'l pubblico diserta;
Ché il malesempio è fuoco in paglia secca,
Che al vento stia ne la campagna aperta;
E quel chirurgo, che le piaghe lecca
E col fuoco e col ferro non le invade,
Apre e non serra del morbo le strade.
Ed a chi,
meravigliandosi della metamorfosi, gli rammemorava le teoriche umanitarie
già professate: il bel sogno di ridur la scala della penalità; il bello
aforismo, che la persuasione può più del rigore; la bella scoverta della
inesemplarità de' castighi severi; le lodi prostituite da' retori alla
clemenza; eccetera, eccetera; l'amico rispondeva: «Non voglio, che mi si vadia
'n culo, sa Ella? Né, che mi si rinfacci di tollerar con pazienza, anzi con
gusto, i cazzi-'n-culo. Non mi parlate di clemenza irrazionale! L'Ufficio del
Prencipe, la maggior sua lode, è di fare rispettar la legge, d'applicarla
rigidamente, di non sostituirle l'arbitrio proprio. L'arbitrio sempre è
funesto, comunque s'intruda o s'eserciti. La legge è buona? vuolsi eseguirla,
perché frutti. È cattiva? vuolsi eseguirla del pari, acciò l'universale ne
riconosca la perniciosità e ne consenta la riforma. Alla quale, se se' savio,
non addiverrai, se non tardi; e quando certo di non cedere ad un'aberrazione,
ad un'effervescenza, ad un impeto, ad un entusiasmo irrazionale o momentaneo.
Ad ogni modo, l'avvezzare un popolo a considerar la legge come lettera morta, a
ridersene, ad impiparsene, a farle le fiche, a strafottersene, è da stolti. Gli
uomini son belve: a domarli e contenerli non valgono ragioni, consigli,
suggerimenti buoni, dimostrazioni di affetto; che anzi per ta' blandizie
inviperiscono, giudicandole sintomi di fiacchezza. Hàmi tu' nteso? Con
uomini ratione orbati, avaritia infecti, urbanitate ignari, non verbis est
loquendum, sed baculo. Qui bisogna con la forza delle mani far vive quelle
ragioni, che non si posson con la persuasion delle parole. Nelle orecchie de'
villani arroganti, più penetra il suon del bastone, che quel della voce: e, più
dell'eloquenza di chi ragiona, gli capacita il rimbombo di chi percuote;
dice un toscano buffone, che mi va molto a fagiuolo. Se la ragione fusse inerme
o disarmata, non fora più divina, sendo la forza appunto principalissimo
attributo della divinità. Il reo ha dritto solo all'applicazion della legge, e,
finché camperò, curerò che non venga furato d'un tormento, ch'essa commini; e
nella mia corte e tra' miei magistrati non v'ha posto per chi diversamente la
pensi. Dirò come Zultano nella Draomira del Duca Annibale Marchese:
Egli è ben dritto,
Che di tai mostri sia libero il mondo.
Chi dir può mai pietade e non fierezza
Il far, che viva basilischio o drago
De la misera gente a rio periglio?
Onde ingiustizia è in voi, non già pietade
Sì dannoso perdono.
«I cittadini
e lo Stato han dritto a valida tutela, a severa vendetta d'ogni oltraggio,
perché a nessuno venga in mente di offenderli; acciò sia spazzato ogni inciampo
all'azione del secondo, acciò i primi non sentano mai stimolo od incitamento a
sostituire l'azione propria a quella del corpo politico. E, finché cingerò la
corona, curerò che fra' legislatori del mio Regno non prevalgano opinioni
diverse: il curerò in tutt'i modi. Se vi spiace il sistema mio, emigrate. Buon
viaggio!»
Oh benedetto
Re di Cipro, patria di Venere e del cavolfiore! Vorrei essere poeta, per
inneggiare alla metamorfosi tua. Io consento teco affatto! La Regina spagnarda
Isabella Prima diceva quattro cose garbarle, piacerle, appagarla sommamente: Guerriero
armato in campo; vescovo in pontificalibus; donna leggiadra a letto; e
malfattore sulla forca. Ed a me garba, piace e m'appaga quest'ultima
soprattutto. Né la gloria, né la fede, ned il fottere soddisfano l'animo quanto
l'esempio della giustizia! Credo non esservi opera più gentile, più umana, più
pia, di quella del carnefice, che ci libera da' bricconi definitivamente. Così
se ne spacciassero, se ne giustiziassero almeno almeno una mezzaserqua
quotidianamente in Italia. Io, come diceva Domenico Capellina (ed è forse la
sola buona cosa, che quel cazzaccio dicesse):
Io disperati li vedrei dal mondo
Irsene in bando;
E da un arido ramo inutil pondo
Star penzolando.
N'esulterebbe il cielo; e, in ogni core
Spenta la guerra,
Tutta quanta un gentil riso d'amore
Saria la terra.
Si prevengono le
persone costumate e timorate
nonché pedanti e
puristi
che
la presente novella
scritta in una nuova
lingua e mescidata
sarà sicuramente
posta allo Indice quanto prima
Né lo Aretino ned il
De Sade scrissero peggio
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