Per questo Cristo,
ebbi
a farmi turco
I.
Dirò: io,
cotesti vostri raccontini, cotesti bozzettucoli, cotesti sentimentuzzi
lambiccati e raffinati, cotest'articciuola tisichetta da stufa anzi da
infermeria, non mi garbano: io ci sbadiglio su.
Mi giova e mi
conferisce, invece, la grossolana facezia e plebea, la fragorosa risata e
schietta. Oh le novelle de' nostri bisnonni e del volgo! specie, quando le han
per protagonista il frataccio mangione e beone, giocatore e bestemmiatore,
accattabrighe e scansafatiche, femminiero e mariuolo, asino e bue, tipo della
belva umana non mansuefatta, che sommette la ragione al talento, per cui è
sprecato ogni ammaestramento di savio, ogni rivelazion divina, cieco ad ogni
ideale, curante solo del piacer presente e della soddisfazion momentanea...
L'altro
giorno, me ne hanno narrata una, che mi proverò a scriverla: ma chi mi dà la
parola efficace del narratore? come trasfonderne la mimica nel mio stile? M'ero
inframmesso, per riconciliar due sposi. E lei e lui, persuasi dall'affetto, ad
ascoltar con deferenza i miei predicozzi; e firmarono i patti, ne' termini da
me proposti. Ed io giubbilava; ed insuperbiva della possa irresistibile, come a
me parea, della mia facondia. Ahimè, quando raccomandai, che nella pace,
s'inchiudesse, anche, la suocera; allora, il genero s'impennò, s'inalberò,
ricalcitrò e, come ultima parola, mi spifferò un: Per questo Cristo, ebbi a
farmi turco! Argomento perentorio; dalla novella, si vedrà quanto dica!
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