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III
Il mandòrno
in non so qual chiostro di Napoli: e la città grande gli offrì maggior campo
per le sue opere bièce. Non tutti i frati del convento erano stinchi di
santi: ma un diavolo incarnato di quella fatta lì non ci s'era, mai, visto,
nell'ordine, da che Francesco ed Egidio e Silvestro si scalzarono. Il guardiano
tentò riprenderlo, frenarlo, punirlo. Pover' a lui! Ci fu rivoluzione! Ebbe a
toccarne; e, pro bono pacis, lasciò la briglia sul collo al manigoldo; e
gli die' piena licenza d'andare e stare e fare quanto più gli piacesse, in
barba della regola e del buon costume, ricordandogli, solo, timidamente, pel bene
suo, d'usar qualche riguardo: si non caste, saltem caute. Figurarsi
questo indomito stallon cilentano, sbrigliato per li paschi e tra le giumente
sebezie, quali gesta compisse, dall'Imbrecciata allo Scoglio di Frisa, dalla
Caglientese al Cerriglio! Che bagordi! che imbriacature! che risse! Divenne la
favola ed il terrore dei tavernari, delle maestre, de' biscazzieri, del
bargello... Il Viceré si grattava la parrucca, il cardinale-arcivescovo la
chierica, ma non sapevano che riparo metterci, senza scandalo e chiasso;
scandalo e chiasso, onde rifuggivano.
Questa
vitaccia scapestrata, per condurla, e' ci voleva quattrini. Gl'intingoli, le
bottiglie, le donnette, la primiera, non possono godersi né ad ufo ned a
credito; e quanti cerberi erano a custodia de' paradisi napolitani, quanti
dragoni a guardia degli orti esperi partenopei, ben presto e con lor danno,
appresero, che, a voler esser soddisfatti da frate Stefano d'Agropoli,
conveniva fargli anticipare la mercede. Eccoti il meschinello costretto a sclamar,
come Cecco Angiolieri:
Tre cose, solamente, sommi in grado,
Le quali posso non ben ben fornire,
Cioè, la donna, la taverna e 'l dado:
Queste mi fanno 'l cuor lieto sentire.
Ma, sì! le mi conviene usar di rado,
Che la mia borsa mi mette al mentire...
Si die',
quindi, a fare ogni arte disonesta, per raggranellar bezzi: e trafugar la roba,
raccolta nella cerca; e scassinar la cassetta delle limosine in chiesa; e
rubar, nelle case e nelle botteghe, in cui entrava; e giuntare al giuoco... Ma,
checché facesse, checché rubasse, scroccasse, truffasse, barasse, estorcesse,
checché raccogliesse di carità o spremesse da' parenti, eran, sempre, più,
assai più, i bisogni e' desiderî, che' mezzi.
In quel
tempo, già, fioriva il giuoco della beneficiata, come, a Napoli,
chiamano il lotto. Frate Stefano, ad invaghirsene. Quella provvidenza,
sembrava, a lui, inventata da' Zenesi, apposta, per consolarlo e riparare a
tutti i suoi danni e farlo gavazzare. Bastava una cinquina, che uscisse
(allora, si giocava la cinquina) od indovinare una quaterna; od, anche, solo,
azzeccar un terno: per poterla, poi, scialare, un bel pezzo; e cavarsi ogni
capriccio; ed ubbriacarsi di vin delle Canarie e di Malvagia e di Lachryma
Christi; ed impinzarsi di maccabei con le vongole e di mongana di Sorrento;
e noleggiarsi la Pastafina e la Calabrese e la Micci-e-Smicci e quante ne
poteva desiderare. Ma che! la ruota gli era contraria. Perdeva, sempre: ora,
per un punto; ora, perché uscivan solo le figure de' numeri, da lui giocati;
ora, perché male aveva interpretato un sogno; ora, per qualche erroruzzo,
commesso nella cabala! Insomma, una pionica (com'e' diceva), una
disdetta continua, perpetua, senza fine. E, ben presto, come suole accadere, la
smania di vincere una cinquina divenne, in lui, per sé stessa, passione più
intensa di quelle, per soddisfar le quali, dapprima, aveva desiderato
d'indovinare i numeri.
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