|
VI.
L'Agropolitano,
rimasto solo sullo spiazzo, guardava, sempre, fiso, l'estrazione, come smemorato.
Poi, si riscosse; e, cavandosi, dalle maniche e dal petto, gli scontrini delle
giocate, li stracciò in minuzzoli minutissimi e ne fece per terra una fiorita,
che lo scirocco spazzò in un attimo. E nulla diceva. Ma, ritrovato in tasca il
polizzino di sotto al calice e ripercorsolo e riconfrontatolo, una e due e tre
e dieci volte, co' numeri estratti... mamma mia, mamma mia, che gli uscì da
quella boccaccia! che moccolo attaccò!... Solo a pensarne, credo, che ci abbia
ad esser la scomunica. S'avviò, quindi, a precipizio, verso il Mandracchio.
V'era ancorata una galea barbaresca. Frate Stefano vi spiccò dentro un salto. E
spogliandosi e lacerando la cocolla e calpestando la corona, dichiarò a que'
Chiaussi di rinnegar Cristo. E que' ghiottoni sel circoncisero lì per lì, in
quel dì; e gl'imposer nome Alì; ed, in un batter d'occhi, in men che tu nol
di', mutata la tonaca in brachesse ed il cappuccio in turbante, eccoti il
zoccolante Italiano trasformato in pirata algerino. Tanto poco si richiedeva a
quella metamorfosi!
Ebbene, ho a
dirla, signori? Se frate Stefano d'Agropoli era stato il pessimo de'
zoccolanti, Alì riuscì degli ottimi pirati: perché, veggano e notino, si
richieggono meriti oppostissimi ne' due avviamenti, gua'! I digiuni, le
macerazioni, l'obbedienza, l'umiltà, la povertà, le vigilie, tutte cosacce,
ch'egli aveva in uggia, oramai, nessuno le raccomandava o le imponeva al
rinnegato, all'apostata. E la infinita schiera de' vizî suoi, nella nuova
religione e nella nuova professione, diveniva uno stuolo di virtù, sicuro, pel
maomettano e pel corseggiatore. Sciarrare, rubare, ammazzare, stuprare,
bestemmiare, vedersene bene di tutto, cavarsi ogni gusto, onesto o disonesto,
soddisfare ogni voglia, lecita od illecita... ma eran meriti, eran titoli di
gloria e d'onore, agli occhi de' suoi nuovi correligionari e compagni! Ora, i
commilitoni l'applaudivano ed onoravano, per que' costumi, per que' fatti, per
quegli atti, per que' detti, per que' sensi, per quelle intenzioni e per que'
pensieri, appunto, che avevan fatto crocesignarsi i suoi già confratelli di
Napoli e scandolezzarsi i novizî e raccapricciare il Padre Guardiano ed
imbizzarrire Monsignor Arcivescovo! Ah questa vita sì, che gli si confaceva!
Ah, questa sì, ch'era vita!
E percorse il
Mediterraneo, e su e giù e di qua e di là, da Settentrione a Mezzogiorno, da
Ponente a Levante, da Scirocco a Maestro, da Greco a Libeccio, orgoglio
degl'Islamiti, terrore de' Cristiani, invidiato dagli altri corsali, crescendo,
sempre più, in fama, in ricchezze, in onori, col predar navi, col disertar
terre, col dar battaglia alle squadre di Malta, di Venezia, di Spagna, di
Francia!...
Ed ebbe, in
Algieri, un palagio fastoso, con vasti cortili, con ampie camere; giardini,
ameni, per ombre ed aiuole ed acque; ed un areme, custodito da cento eunuchi
negri e popolato da cento schiave. E, tra le schiave, ce ne aveva di più vaghe
assai, che la Gugliantella, la Madonnella, la Pempinella, la Schiavottella, la
Chiaiesella, la Pezzentella e la Caprarella stessa! Ed a tutte bastava, quando
riposava dal navigare. E, la vigilia d'un nuovo imbarco, tutte le vendeva e
sfrattava, per surrogarle, quindi, con le prigioni, che farebbe sulle coste di
Spagna, di Francia, d'Italia, di Grecia, su' legni, che gli capiterebbero a
tiro!... E che orgie! che ubbriacature! che mangiate! che conviti spaventevoli,
in cui si divorava e tracannava gli armenti e la vendemmia d'una provincia! E
che partite! mettendo, sopra una volta di dado o per posta d'una primiera,
quando il bottino d'una città, quando una grossa di belle schiave, quando un
legno armato in corsa!... Insomma, Alì, l'ex-frate Stefano, con quella indole
sua, che avea del tigre, del ciacco e del mandrillo, era pago e felice!
|