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Vittorio Imbriani
Il vivicomburio e altre novelle

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  • La bella bionda
    • II. Una commendatizia male scritta e bene ricevuta
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II. Una commendatizia
male scritta e bene ricevuta

 

Ed a la primma vista fu 'ncappato

Comme sorece 'ncappa a lo mastrillo;

Ed avea cchiù golìo starele a lato

Che golìo de cerasa 'no nennillo.

G. C. Cortese, Micco Passaro 'nnammorato, VI

 

Era già trascorsa da cinquanta minuti l'ora prefissa per la apertura della tornata del Consiglio Comunale e lo Squillacciotti saliva in tutta fretta la scalinata della residenza municipale a braccetto del Sindaco di Napoli, quando li fermò l'appaltatore Acàmpora, lagnandosi de' ritardi frapposti al pagamento di alcune partite, a lui dovute e sommanti a circa ventimila lire. Il Sindaco, in aria di chi voglia presto sbrigarsi di una seccatura, gli rispose: ricordarsi benissimo della faccenda; mancare nello incartamento alcuni de' certificati necessarî; doversi scrivere per sollecitarne il rilascio; del resto, sapersi bene da tutti, che i pagamenti dell'amministrazione municipale soggiacciono ad un visibilio di formalità, le quali importano spesso non brevi indugii; sapersi soprattutto dagli appaltatori, che calcolano la lentezza, con cui debbono venir soddisfatti de' loro crediti, quando e' si tratta di fare un'offerta. L'Acàmpora riprese: «A me, come me, sentite Eccellenza, non me ne importerebbe niente affatto di essere pagato un giorno prima od un giorno dopo. Vi pare, che io non abbia fiducia nel Comune ed in Vostra Eccellenza? So troppo, che uomo siete. Non dipenderà mai da me, che un lavoro non si faccia, quantunque mi avessero a pagare solo dopo dieci anni. Non è la prima volta, ch'io lavoro per la città; ed ho mai fatto ressa pel saldo de' conti? Mai! rendetemi questa giustizia! Quante sono le partite, che rimangono da sistemarsi? Ma voi sapete pure l'appalto, pel quale m'è dovuto questo denaro? me l'ha fatto avere Don Vespasiano Sgrillo, il Consigliere, mentre era quasi certo, che sarebbe spettato ad un altro concorrente, per le tante raccomandazioni. Lui s'incaricò dell'affare, che è riuscito. Ed io gli ho promesso le prime dodicimila lire su' lucri. Adesso mi fa premura pel pagamento; ne ha bisogno. Ed in verità, mi preme anche a me di soddisfarlo, perché è un galantuomo, che si presta. Sa fare un piacere; ha le mani lunghe; e quando dice una cosa od in Parlamento o nel Consiglio Provinciale o nel Consiglio Comunale, bisogna che si faccia come ha detto lui. E non è mai salito in superbia. Pocca nce songo cierte, che pe' 'nfi' ch'arrivano a chello, che boleno, songo tutte compassionevole e fanno tante cose degne d'esserne laudate; comma poje songo puoste 'mperecuoccolo e comm' a scigne 'ncoppa a lo rocchiello, non toccano cchiú pede 'nterra e non ajutarriano 'no pover'ommo co'auzare 'na paglia da terra. Comme ped' asempio: sarrà 'no pover'ommo, che s'abbuscarrà 'no carrino lo juorno. Chillo carrino non è sujo, co' tutte n'è liberale; e a ognuno, che le dice: IAMMO A BEVERE 'NA MEZA; isso se trova lesto pe' 'nfì', che nce n'è. Ma fa, che chisto stisso metta 'nsiemme 'no docato, subbeto le vene 'mpenziero d'acchiettarene duje; e se nce ha fortuna, ne vo' stipare tre; da li tre a li quatto e bà scorrenno; e accossì no' lo truove cchiù lesto a spennere, quanto fosse no tre calle. Ma Don Vespasiano si sbraccia sempre per gli altri; è giusto, che anche gli altri si sbraccino all'occorrenza per lui. Dodicimila lire poi, tutte in una volta, in piazza, dove le ho da prendere? In questi tempi? Fatemi rilasciare que' mandati lì; non per me, ma per Don Vespasiano! Se volete, voi potete! Almeno dodicimila lire a conto, serviranno per lui, ché gli abbisognano.»

Lo Squillacciotti squadrava dal capo a' piedi, quanto era lungo, l'appaltatore, e, col suo solito sogghigno a fior di labbra, avrebbe volentieri prolungato il colloquio con interrogazioni, per appurar minutamente tutti i particolari di questo caso di teratologia morale. Ma il Sindaco frettoloso pensò bene di rinzelarsi e di tenersi offeso dall'ingenua confidenza. Disse: Meravigliarsi, che si osasse a lui, capo del municipio, calunniare in tal modo un collega. Sissignore, calunniare, giacché una simile accusa non poteva non esser calunniosa. Foss'anche vera, non entrava in queste sozzure, non voleva neppure ascoltarne. Si pagherebbe quando la contabilità troverebbe le carte in piena regola... E così sgridando, piantò lì l'Acàmpora, ed entrò nella sala del Consiglio. Ma qui li aspettava un'altra imboscata.

Il duca Girolamo Catarinicchio, Consiglier Comunale anch'esso e varietà della specie Sgrillo, chiamava intorno a sé i colleghi a raccolta, con que' suoi modi tra il cordiale ed il facchinesco. Raccontava di un povero padre di famiglia, con un branco di figliuoli, con la moglie puerpera, con la vecchia madre impotente, che privato dell'impiego, senza mezzi, non ottenendo lavoro, si trovava nel duro bivio di veder morire di fame e di stento i suoi cari, o di commettere un delitto. «A questo il governo non ci pensa, quando riforma senza scopo gli organici e mette sul lastrico i poveri impiegati. Senza scopo! Eh lo scopo c'è: bisogna far posto e largo a' proprii favoriti; e crepi pure il galantuomo, che non ha protettori, che non fa intrighi. Basta, quest'infelice mi ha mosso a pietà, m'ha straziata l'anima. Vorrei poter fare molto per lui, ma sono un povero diavolo anch'io. Gli ho promesso di raccomandarlo al Ministro, e poi l'ho condotto meco qua, l'ho lasciato fuori nell'anticamera ed il raccomando alla generosità vostra. Ecco il mio cappello: io, che sono pezzente, ci metto dieci franchi; prego voialtri di mettervi anche quel di più, che potrete, senza scomodarvi: sarà carità fiorita proprio.» E col cappello in mano girò per la sala, porgendolo ad amici politici ed avversarii, questuando con un'insistenza insinuante, che non permetteva di rifiutargli qualche contribuzione. Tutti il maledicevano, perché l'Italiano (e soprattutto il Napoletano) non si cava mai un quattrino di tasca senza uno spasimo, un dolore da non dirsi: popolo taccagno per eccellenza. Ma nessuno, preso in pubblico quasi per la gola, osò negare la sua simbola: anzi sorse gara di generosità e Don Girolamo raccolse un bel gruzzoletto di quattrini nel suo vecchio cappellaccio. Vi piovevano le cartuscelle, come a Napoli chiamano le bancali e le banconote. Frattanto lo Squillacciotti s'era seduto al suo posticino; il sindaco nella poltrona del Presidente, e suonando il campanello dichiarava aperta la seduta.

Letto ed approvato il verbale della precedente, si stava per cominciare l'ordine del giorno, quando il Consigliere comunale e provinciale, Deputato al Parlamento, Don Vespasiano Sgrillo, domanda la parola. Gli vien accordata. Ed egli interpella virulentemente la Giunta. Indovinate mo' sopra che? Su' ritardi ne' pagamenti agli appaltatori. E che diatriba co' fiocchi improvvisò lì su due piedi! Chi vuol esser ben servito, deve puntualmente retribuire i servigî; chi compra a contanti, risparmia, e sel sanno fin le donnicciuole; i lavori non potere non soffrire di tante insulse lungaggini, e l'appaltatore rifarsi de' suoi danni sul bracciante, sicché in fin de' conti il popolo tribolava, mentre forse i denari lavoravano in tesoreria a prò di privati. Non parlare egli, Vespasiano Sgrillo, così in generale ed a casaccio; anzi alludere a fatti e persone, che specificherebbe; constatargli, che con pedanterie burocratiche si tratteneva un pagamento di lire ventimila all'appaltatore Acàmpora...

Lo Squillacciotti non ebbe forza di ascoltar oltre; sentiva, che non reggerebbe a tanta impudenza, che, rimanendo, finirebbe per balzare in piedi, e raccontare il discorso avuto momenti prima con l'Acàmpora stesso, e smascherare la carità pelosa dell'onorevole preopinante. Ma l'incidente sarebbe stato poco parlamentare, né lo scandolo avrebbe fruttato d'impor silenzio in avvenire a quel volgarissimo camorrista: tutti il conoscevano per quel ch'egli era, e la notorietà gli accresceva clientela. Mi fanno ridere quando credono di rovinare uno, provando che è un affarista, che transige per denaro co' doveri dell'ufficio! O non s'avveggono, che lo svergognarlo è un rendergli servigio? Chi ha bisogno di quelle turpi agevolazioni o protezioni, impara così a qual persona debba rivolgersi. Il vituperio è per gli iniqui ciò, che i cartelloni, le insegne, gli annunzî sono pel negoziante. Dunque Mimì se la svignò dalla Sala, chiese il cappello ed il bastone all'usciere, e calcandosi quello in capo e facendo il molinello con questo, s'avviava verso la porta dell'anticamera, quando vide entrarvi il duca Catarinicchio col cappello in mano. Si ricordò della questua fatta dianzi, ed alla quale aveva partecipato per venti brave lirose; e girò gli occhi intorno per la curiosità naturale di conoscere quel beneficato, che i consiglieri municipali avevan dovuto salvare dal durissimo bivio tra la fame ed il furto. Nell'anticamera però soltanto ci erano, lui Squillacciotti (nel punto più oscuro e nascosto quasi dalla bussola) e Don Girolamo, che vedendosi solo affatto, come reputava, mise le mani nel cappello e trasferì pronto e lesto i biglietti nelle tasche del proprio pantalone. «Oh per bacco!» pensò Mimì «che vuol dir questo? che il padrefamiglia disperato e lacrimoso sia una frottola bell'e buona?». E retrocedendo seguì il Catarinicchio nella sala del Consiglio, dove la seduta era momentaneamente sospesa, facendosi così breve pausa nello spropositare.

«Signori,» diceva Don Girolamo ad un crocchio di colleghi «signori, io rinunzio a descrivervi le lacrime, il giubilo di quel povero padre, di quell'infelice galantuomo, nel ricevere la sommetta, della quale mi avevate incaricato per lui. Il vederlo, vi sarebbe stato compenso. E' non poteva parlare; ha fatto piangere anche me; ed è partito, ebbro di gioia, per andare a rallegrare la moglie, i figliuoli, la vecchia madre. L'elemosina vostra era la salvezza. Potete dire come Tito, coricandovi stasera, di non aver perduta la giornata: avete fatta una buona azione, avete compensata un'ingiustizia della fortuna e del governo turpissimo, che meglio s'addimanderebbe sgoverno.» Godutosi questo secondo saggio della franchezza di coloro, che, per sua vergogna, gli era pur forza di chiamar colleghi; non sapendo se tacersi o scornarli, se ridere o sdegnarsi; il buon Mimì, lasciò di nuovo l'aula e tornossene zufolando a casa, meditando sulle virtù democratiche. Appena spogliato, raccomandò alla sorella Gesualda, con la quale conviveva, di anticipare l'ora solita del pranzo, per aver campo di sfogare almeno la sua indegnazione, maciullando maccheroni ed arrosto.

Si era da poco seduto a tavola, quando picchiò all'uscio e diede una letterina per lui al domestico e chiese di parlargli l'Ersilia Malasomma, ch'egli non conosceva: la più bella persona, l'occhio azzurro più sfavillante, la chioma bionda più voluminosa, che immaginar si possa; una bellezza, proprio, di prim'ordine; una grazia indescrittibile in tutte le forme, in tutte le mosse. La commendatizia era scritta da uno de' tanti ficcanasi, che raccomandano tutti a tutti; che si propongono come scopo della vita il conoscere quanti consumano il lastrico di Napoli; che ti hanno visto ieri per la prima volta e ti scrivono oggi: Mio caro amico, dandoti confidenzialmente del tu; che ti si attaccano con la tenacità de' piattoni quando t'incontrano, senza che ci sia mezzo da liberarsene, sicché l'uomo avvisato, appena gli par di vederli lontano, subito svicola. Mimì, scorsa appena con una occhiata l'epistola, disse al domestico: «Dite alla persona, che io adesso son tornato a casa e sto pranzando; se mi vuol parlare, abbia la bontà di aspettare un poco. Non si può avere un momento di pace! non si può mangiare un boccone tranquillamente! finirò per mandare al diavolo questo maledettissimo Consiglio.»

La Gesualda chiese: «È persona, che debba farsi entrare in salotto?»

«Ohibô, figurati! una, che vuol essere impiegata da me. Può benissimo aspettare nell'anticamera.»

Sparecchiato il pranzo, sorbillato il caffè, lo Squillacciotti degnò caritatevolmente rammentarsi della latrice di quella malaugurata commendatizia, ed uscì fuori in pantoffole ed in veste da camera, con lo stuzzicadenti in bocca, dicendo alla Gesualda: «Ora mi libero in quattro parole di questa seccatura! Ebbè! non c'è, che fare! bisogna rassegnarsi! La mando a farsi benedire e torno.»

Gli bastò veder la petente per mutar consiglio, modi e volto. «Quante volte avverrà, che a caso sarà uno da te veduto, che mai più non vedesti, e non di meno subito, che lo vedi, ti dispiace come il morbo e non puoi a modo alcuno soffrir di vederlo; e quanto più egli cercherà farti servigio e piacere, più ti dispiacerà? Per il contrario poi, vedrai uno, che più non l'hai veduto; et in quella prima vista così ti soddisfà, tanto t'aggrada, et in tal modo ti piace, che, s'egli ti richiedesse la vita propria, tu non saperesti negargliela, e senti un certo non so che, che ti sforza ad amarlo; e se ben egli facesse cosa, che contro il tuo voler fosse, il tutto sta bene. Che di queste varietà mo' sia cagione, se non un certo temperamento di sangue tra sè conforme da l'interna vertù celeste commosso, chi lo sa?» Dice un cinquecentista. Forza della simpatia! diremmo noi ottocentisti.

Lo Squillacciotti, vista la gentile alzarsi timidamente arrossendo, e chiedergli scusa dell'incomodo, si sentì mortificato; e, per riparare a quanto v'era stato sin lì di poco riguardoso nella sua accoglienza, dopo aver cortesemente salutato l'Ersilia, si voltò con malpiglio al domestico, sgridandolo di non aver fatto favorire la signora in salotto. Già, i poveri famigliari ci sono per sorbirsi gli sgarbi e tacere: sennò, Gaetano avrebbe potuto rispondere, che il padrone gli aveva ordinato di lasciare in anticamera questa rompitrice di stivali. Poi lo Squillacciotti, profondendosi in mille scuse verso l'Ersilia, per averla fatto aspettare, senza sapere, che fosse lei (quasi che ora sapesse chi fosse!), e per riceverla vestito indecentemente, la pregò d'incomodarsi nel salottino attiguo, d'accomodarsi sul canapè; e poi le chiese nel più cortese modo, in che potesse servirla, protestando, che farebbe quanto era in lui per accontentare lei... e l'amico, che gliela raccomandava. Che volete? Tira più un pelo alla salita, che cento gioghi di buoi alla scesa. La povera Malasomma sentì allargarsi l'animo da tanta cordialità; e, sempre arrossendo, alzando ed abbassando timidamente gli occhi, espose il suo affare.

Era orfana; per questo veniva sola ed abbrunata. Aveva perduto il padre da bambina, la madre di fresco. Non un fratello, non un parente qualsiasi! Non aveva mezzi punti; le mancava proprio di che vivere. Mossa dalla speranza di procacciarsi un onesto sostentamento, lavorando, utilizzando le sue cognizioni, s'era sottomessa al non difficile esame per maestrina municipale. E si lodava dell'indulgenza de' giudici, i quali l'avevano riconosciuta idonea. Ma già si sapeva, che le approvate erano centocinque ed essa la trigesimanona nella lista: mentre i posti, pe' quali s'era bandito il concorso, ascendevano a soli sette: quindi, pochissima speranza di ottenerne uno; quantunque, fallendole la prospettiva di quelle quaranta o cinquanta lire al mese, non saprebbe dove dar di capo od a qual partito appigliarsi. Un conoscente della madre le aveva profferto di raccomandarla al suo cordiale amico Don Domenico Squillacciotti, il quale, come Consigliere municipale, membro della Giunta e relatore in Consiglio su quello special concorso, avrebbe potuto giovarle molto, volendo. Per lei, non c'era se non quella carta; perduta la posta; non aveva neppur coraggio di pensare a ciò, che le avanzerebbe: «Voi riderete de' miei pregiudizî,» conchiuse la giovanetta «ridetene pure, Signore. Avendo per me l'esperienza, debbo però persuadermi, che c'è in essi qualcosa di positivo. Il tredici mi porta sventura, e la mia prima sventura è stata di nascere, un ventisei ottobre: due via tredici, fa ventisei. La povera mamma l'ho perduta il tredici marzo ultimo... Ora in questo concorso sono la trentanovesima: tre volte tredici! Le approvate sono centocinque; sommate le cifre: uno e cinque, fa sei; aggiungete il numero delle piazze che sono sette: sette e sei, tredici, sempre tredici! Quindi io niente spero; sono venuta ad infastidirvi meno per lusinga, che avessi, di ottenere qualcosa, che per evitare ogni rimorso futuro, e potermi dire, che mi sono aiutata quanto era in poter mio, prima di darmi perduta, come dovrò fare pur troppo!»

Lo Squillacciotti conosceva la sua Napoli abbastanza per comprendere l'esattezza di quel dilemma, fra le corna del quale si trovava la vita della Malasomma: o maestrina, o perduta. Il che non vuol dire, che, riuscendo maestrina, fosse salva: quaranta lire al mese ritardano per un po' la catastrofe, ma non te ne campano. Cosa può fare da noi per vivere una povera ragazza istruita, educata? quale avviamento, qual professione l'è aperta? Nessuno vuole per le figliuole una governante napolitana: bisogna, che la sia francese, svizzera, o tutt'al più toscana. Farà la cameriera? Ma si attacca a quel mestiere un'idea di degradazione; e le anime sdegnose si sobarcano prima al delitto, che alla degradazione. Il domestico è una specie di schiavo; duemil'anni han mutato i nomi delle cose ed alcune clausole legali, ma sono stati impotenti contro i costumi: ci arroghiamo il dritto d'ingiuriare una fantesca, di schiaffeggiarla, e la deve sopportare ingiuria e schiaffi, tacere, baciarci la mano, amarci ed esser fedele, sennò è una birbante. Quando è bella, altri guai. O vi rifiutano sotto pretesto di morale, ma in verità perché la vostra freschezza non umilî le gote vizze e flosce della signora e delle signorine; oppure vi prendono, acciò i giovani di casa non si guastino la salute praticando ove alla cieca più Venere piace. E quando le conseguenze divengon manifeste, vi scacciano; e potete precipitarvi dal quarto piano, non c'è chi se ne affligga o se ne curi. Volete fare la sartina? Andrete a giornata per le case? Starete poco meglio della domestica per ogni verso, e peggio per l'incertezza de' proventi. E poi bisogna trovar da lavorare! e se non si trova? e finché non si trovi? Chi vi accoglie in casa senza conoscervi, senza raccomandazioni? Se andate a lavorare dalle sarte accreditate, nuovi tormenti! Per cinque, dieci lire mensuali pretendono dieci, dodici ore quotidiane di lavoro assiduo, giunta molta riconoscenza, perché in fondo, sareste voi, che dovreste pagare, andando lì per imparare il mestiere e poter dire in seguito: «Sono allieva di Madama Tal-di-Tale!» Come si mangia e si abita con dieci lire al mese? e sì che bisogna vestirsi con una certa decenza, condizione sine qua non per venire ammessa in quegli opificî o negozî. Ma così le Madame arricchiscono e comperano palazzi alla Riviera di Chiaia e mettono su carrozza col sangue e con la vita delle tapine madamuselle. Infamie, se volete: ma che farci? È nella natura delle cose, che il pesce grosso si pappi bravamente il piccolo. In questi ultimi anni, gli asili infantili e le scuole, offrono alle direttrici, alle maestrine, alle bidelle il modo di campare a rigor di termini, finché abbiano accalappiato un marito qualunque, che le tolga da quella galera. A chi non può o non vuol fare né la domestica, né la sartina, né la maestrina, né la bidella, rimane aperto, come unico asilo dalla fame, la prostituzione. È un mestiere, che somministra il pane quotidiano con una certezza relativa. La clientela manca ben di rado, e non ci è morte saison. C'è bensì il vitupero, c'è la soggezione all'autorità discrezionale della questura; ma degradazione e schiavitù s'incontra anche nella domesticità; è un brutto bivio, come sarebbe a scegliere tra l'esser butterata o gozzuta. Carlo Goldoni, nelle Memorie, dice, che quantunque il vaiuolo sia un gran flagello per le donne, pure e' non crede, che una giovane guasta da quel morbo ne barattasse di buona voglia i butteri con un bravo gozzo bergamasco. Io non credo, che la più strema cortigiana fosse per mai compiacersi nel più splendido posto di cameriera; ma veggo ogni dì cameriere darsi al meretricio.

Ma lo Squillacciotti sentiva come il dovere di proteggere quella bella bionda, di salvarla; e promise a sé col cuore, a lei con le labbra, di adoperarsi a tutto uomo per contentarla del suo desiderio giustissimo, ed appagare anche quell'ottimo amico... ebbe il coraggio di attribuire questo titolo e quest'epiteto al Cagliostro, che gli aveva indirizzata la fanciulla. Poi, con le notizie desunte dalla lettera, e con le risposte ottenute dall'ingenua, che scandagliò accortamente con interrogazioni suggestive, ne seppe tanto de' fatti suoi, da poter fingere di ricordarsi ad un tratto benone di essere stato amicissimo del padre di lei, molti anni prima, e di averne conosciuta anche la madre. Pregò quindi, che si compiacesse di considerarlo come un antico amico, ch'egli era; e di accettare la servitù, che le dedicava.

«Oh, vi pare! padronanza sempre!» rispose l'Ersilia, che credette fermamente all'antica intrinsechezza di Mimì, co' suoi genitori. Questi spinse le sue profferte, fino a farle delicatamente capire, che, caso le abbisognasse moneta, sarebbe felicissimo di servirla. La Malasomma stentò un pezzo a intender questa profferta insolita, nonché tra persone, che si veggono la prima volta, anzi tra' più stretti conoscenti, tra' fratelli, tra padre e figlio; ma, quando l'ebbe pur capita, facendosi rossa qual brace in volto, disse non mancarle da vivere, finché fosse decisa la sua sorte; e che, quando non riuscisse maestrina, s'ingegnerebbe... come tante altre, senza tornar mai di peso a nessuno. E lo disse con un mesto e disperato orgoglio. Finalmente s'accommiatò.

Lo Squillacciotti volle, che gli indicasse il suo indirizzo per poterle far sapere quel che gli riuscirebbe di fare; glielo dette, pregandolo di non venire, anzi solo di scriverle se avesse da comunicarle qualcosa. Mimì l'accompagnò fino alla porta, che chiuse sol quando ella ebbe finita la prima tesa, e rivolgendo il capo si furono risalutati col rituale: «Di nuovo.»





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