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| Vittorio Imbriani Il vivicomburio e altre novelle IntraText CT - Lettura del testo |
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III. La nomina di sette maestrine
Prender la lepre col carro conviene, Girar largo, non essere importuno, Tastare e lavorar di reticenza, Con quel giudizio, che pare imprudenza.
G. Giusti, Istruzioni ad un emissario
I pittori del Medio Evo, quando non riuscivano a dare l'espressione vagheggiata a' loro personaggi, sapete come rimediavano? Scrivevano sotto: questi è il tale, che fa la tal cosa, ed ha i tali pensieri. Nel dubbio di aver ben rappresentato, farò il quissimile anch'io; e vi dirò, che il signor Mimì Squillacciotti era innamorato perso dell'Ersilia Malasomma. Non pensò, se non a lei, il rimanente di quella giornata, passeggiando su e giù per le stanze, come soleva fare quando qualcosa lo agitava: gli atti più generosi in que' momenti e' li avrebbe compiuti a qualunque rischio o prezzo. Si buttò sul letto e si addormì per sognar di lei: si svegliava in sussulto udendone la voce, che pareva gridargli: salvami.
Vigilando, il pensier gliela descrive Dormendo, il sonno gliela rappresenta.
La dimani andò sul Municipio per tempissimo: l'impiegato del carico non c'era ancora; non avrebbe dato, per nulla al mondo, il triste esempio d'esser puntuale. Ma sul tavolino di lui stava il rapporto della Commissione esaminatrice sul Concorso; rapporto, che lo Squillacciotti prese, e nello studio del quale s'ingolfò tutto, deliberatissimo a distruggerlo a furia di cavilli. Gli esaminatori, dopo un prolisso resoconto del loro operato, proponevano di nominare, a' posti da provvedersi, le sette prime iscritte sulla lista annessa, che protestavano compilata per ordine di merito. Non dichiaravano qual merito: ma il pubblico maligno, se avesse già saputa la classificazione, avrebbe forse giudicato principal merito delle proposte il trovarsi o lontane parenti, o amiche, o figliuole di amiche de' signori commissari. Lo Squillacciotti, a malincuore, poiché ben riconosceva l'indegnità del mezzo, deliberò di fare una lontana allusione a questa possibil diceria futura, e di ricordare, che la mogliera di Cesare non doveva nemmanco venir sospettata, per conchiuder poi, che le nomine delle maestrine non dovevano neppure poter essere incolpate di favoritismo. Belle frasi, sotto il manto delle quali, e' si proponeva appunto di favorir la sua protetta. Comunque però stava sempre lì fermo un giudizio solenne, autorevole, che assegnava alla Malasomma il trigesimonono posto: in qual modo trasferirla almeno al settimo? L'impiegato del carico sopraggiunto in questa, raccontò, come da una quindicina di giorni fosse un continuo viavai non solo delle centocinque approvate, anzi pure de' loro protettori (ognuna ne aveva qualcuno fra persone di conto) e soprattutto de' Consiglieri comunali, massime poi de' giuntatori, volevo dire, de' componenti la Giunta; e che tutti bestemmiavano contro le proposte della Commissione esaminatrice, e giuravano di non votarle. E perché? A sentirli, per mille ottime ragioni; che, stringi, stringi, e cavane il costrutto, si riducevano al promuover ciascuno la candidatura di qualche sua lontana parente od amica, o figliuola di amica. Il Sindaco stesso si era informato di Menica, Luisella, Concettina; ed avendo saputo, che non si trovavan fra le sette prescelte, aveva sclamato esser questa una ingiustizia patente, sfacciata. Trovando il terreno così ben disposto, o fuori metafora, il Consiglio unanime pel rigetto delle proposte della Commissione esaminatrice, lo Squillacciotti si fregò le mani, e disse: «Siamo a cavallo!» Conoscendo i suoi polli, non ebbe a rifletter molto, per escogitar una teorica, che abbacinerebbe gli onorevoli colleghi in guisa, da poterli condurre a far le sue voglie, senza che pure se ne accorgessero. Criterio principale, anzi unico, nella scelta delle maestrine, fra le centocinque riconosciute idonee, dovrebb'essere il merito politico de' genitori. In qualunque altro tempo o luogo, questo bel criterio, questa nuova teorica, avrebbe fatto fallire nell'intento, e reso ridicolo l'autore: ma in Italia, ora, c'è la confusione delle lingue; c'è codardia supina verso la piazza. E nessuno nel Consiglio municipale, checché in fondo ne pensasse, avrebbe osato negare, che l'essere stato, per esempio, il padre d'una giovinetta, arrestato ventiquattr'ore, ventiquattr'anni prima, dal Del-Carretto, per mero equivoco sul cognome, non costituisse alla figliuola il dritto incontestabile d'esser collocata in qualità di maestrina, ancorché con iscapito manifesto delle trentotto, che risultavano aver fatto un esame vieppiù splendido. Questo era appunto il caso della Malasomma; né di miglior acqua o di maggior peso erano i meriti politici de' padri vivi o morti, effettivi o putativi delle altre sei, che il relatore Squillacciotti propose di nominare definitivamente; e le quali egli aveva avuto cura di scegliere fra le protette de' colleghi più influenti: v'erano anche Menica, Luisella e Concettina, nel protegger le quali si accordavano, chi sa perché? tanto il Sindaco quanto Don Vespasiano Sgrillo. Dunque la teorica fece furore, trionfò su tutta la linea, non fu nemmanco pro forma oppugnata in seno al Consiglio e riscosse il plauso di tutti i giornali liberali, che sinceramente vogliono la riduzione del numero degli analfabeti. L'applicazione pratica della bella teorica cagionò poi un lungo e pettegolo battibecco fra parecchi periodici, che sostennero accanitamente i meriti politici incompresi o negletti de' padri vivi o morti, putativi od effettivi delle idonee, parenti o protette della redazione. Ed anche questo fu bene; ed il paese seppe il nome e le gesta di molti eroi, di cui fino allora non aveva avuto il menomo sentore. Ma poco importa a noi. La Malasomma fu quinta fra le nominate; ed ebbe nel contempo la consolazione di sapere, che il babbo era stato un martire ed aveva aiutato a far l'Italia! Quante gioie in un punto! e le doveva tutte a Don Mimì Squillacciotti! Ne fu riconoscente, come vedrete: non avrebbe però mai potuto esserlo tanto, che fosse stato compenso alla profonda mortificazione, al disgusto amaro di sé stesso, che il giovane provava nel far la sua parte, nell'adoperare la rettorica de' trivî per persuadere una mala cosa, una cosa ingiusta, agli eletti del volgo napolitano. Gli pareva di usurpare l'ufficio ed il merito dello Sgrillo. I rimorsi, gli scrupoli di coscienza sono amarissimi per tutti, ma doppiamente per l'uomo irreligioso. Chi crede in un'altra vita, in un dio rimuneratore o castigatore, in un inferno ed in un paradiso, ricava conforto da queste credenze stesse, e finisce per acquetarsi. Beati i veri cristiani! Si buttano a' piedi di un confessore, si accusano, si mortificano, e si rialzano di lì, e si spazzolano i calzoni insudiciati con una consolazione grandissima: perché, o vennero assoluti, o fu loro imposta una penitenza, che frutterà la assoluzione; hanno espiato o sanno come espiare oramai. Chi poi non ammette la confessione, da solo a solo con domineddio tratta di come ammendare i suoi falli; ed offre all'onnipotente l'esuberanza della contrizione, il fermo proposito di non recidivare e di operar bene, perché degni concedergli un perdono generoso. Chi non crede neppure alla efficacia del pentimento e delle buone azioni per conciliare la grazia divina, ricorre e si abbandona confidentemente alla misericordia del signore; ne appella dal giudizio di dio giusto e vindice alla pietà di dio padre benevolo, perdonevole: sa, ch'egli ama ardentemente le sue creature: e quando, dopo essersi a lungo sciolto in lacrime, dopo essersi miseramente picchiato il petto, sorge pallido dal genuflessorio, e' si sente rinfrancato, ha il convincimento di aver placato il nume offeso. E chi da ultimo si crede immeritevole finanche di perdono e d'indulgenza, nella stessa spaventosa aspettazione di castighi eterni nella geenna o d'un temporaneo purgatorio, per disperazion fatto sicuro, trova una strana pace: le leggi violate, si vendicheranno contro di lui; pagherà il fio delle peccata commesse; e quindi la morte, avvicinandosi, se lo sbigottisce da una banda, dall'altra pure gli sorride, come all'onorato negoziante, che si trova in male acque, l'ora in cui soddisferà una cambiale votando interamente lo scrigno: si troverà povero, squattrinato, ma senza debito alcuno. L'incredulo invece non sa mai darsi pace d'aver contraddetto al proprio ideale morale; d'aver potuto perpetrare ciò, che gli è forza stimar male; di aver trasgredito quelle, che riconosce per norme da non violarsi. Nulla può menomarne, minorarne i rimorsi, quando l'azione trista o indelicata, o non rientra ne' fatti punibili contemplati dalla legislazione positiva, oppure, rimanendo ignorata, sfugge all'azion penale. Per lui non c'è alcuna espiazione possibile: il fatto è fatto, cosa fatta capo ha. Non può sedurre il giudice con l'ostentargli la sua contrizione, perché il giudice è lui stesso e non si assolve da sé. Compirà tutte le più nobili e più degne azioni del mondo: ma queste non gl'impediranno di sapere, che un giorno ne pensò ed eseguì una turpe, malefica; che una volta, o per irriflessione o per calcolo, mancò al suo debito. Non c'è, cui ricorrere per grazia; non c'è neppure la prospettiva del castigo, che riaffermi il gran principio violato. Morrà, tornerà nel nulla, immune d'ogni pena, eppure è reo! eppure, dimenticando, che quando si ha la massima libertà conviene di serbar la massima misura, profittando codardamente della irresponsabilità umana, ha mal oprato! Oh non c'è pensiero più tormentoso di questo. Nemmanco può trovar conforto in quell'orgoglio della ribellione, che alcuni grandi poeti han dipinto ne' loro Capanei, ne' loro Luciferi: poiché la legge morale trasgredita, non gli s'imponeva da un arbitrio altrui, da una volontà altrui, alla quale è pur bello talvolta di resistere, ancorché sia divina e saggia. Ma niente affatto! quella legge è legge solo inquanto egli la riconosce per tale; è lui, che l'ha consentita; è lui, che se l'è imposta; è lui, che si condanna per averla schernita: non un ringhioso Minosse, che giudica e manda secondo che avvinghia, non un angiolo vendicatore, che sbriga sommariamente vivi e morti in Giosafatte. A chi appellarne del proprio giudizio? chi può rivedere, cassare, riformare la sentenza, che noi diamo di noi? chi può graziarci del nostro proprio disprezzo? Né la stima altrui, la stima di quanti ignorano le nostre colpe secrete, ci è conforto; anzi esacerba la piaga ad ogni istante, vi stilla sopra aceto. Ce ne sappiamo indegnissimi; e ci pare commettere nuova colpa non isgannando chi s'illude sul nostro valore, permettendo, che altri faccia di noi quel conto, che si ha coscienza di non meritare.
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