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Vittorio Imbriani
Il vivicomburio e altre novelle

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  • La bella bionda
    • IV. Come si compilano le istorie
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IV. Come si compilano le istorie

 

Ein Kranz ist gar viel leichter binden

Als ihm ein würdig Haupt zu finden.

Goethe

 

L'Italia contemporanea ha poco eroismo, sì, ma in compenso molti eroi; gli eroi si fabbricano agevolmente con un po' d'immaginazione, togliendo, aggiungendo alla prima povera impressione naturale, migliorandola e compiendola. Simili a que' poveri bimbi, che non avendo quattrini da comperare una bella bambola di Francia, si contentano anche d'un pezzo di legno da ardere, in cui veggono con la fantasia e testa e gambe e braccia ed occhi sorridenti; siamo noi, che facciamo i nostri grandi uomini, i quali in sé stessi non hanno per lo più nulla di grande: basti dire che s'era trasformato in un grande ammiraglio il Persano! che c'è, chi chiama un gran filosofo il Fornari! chi ammira l'ingegno politico del Mazzini! Non voglio altra riprova delle mie parole, se non i sette padri delle sette maestrine, nominate in conseguenza del rapporto dello Squillacciotti. Sono divenuti popolari, la loro fama non si discute nemmen più, sancita da una solenne votazione del primo Municipio d'Italia; eccoli canonizzati nel Pantheon de' martiri, de' benemeriti della Patria; Mariano d'Ayala (alias Siccio Dentato, ma con le ferite di meno e la pensione di più) ne ha scritte le biografie... eppure, qui fra noi possiamo dirlo, non furono niente di particolare. La loro popolarità è usurpata; la loro fama, scroccata; la loro apoteosi è uno scandalo; i be' fatti, che vengono loro attribuiti e che si raccontano come imitabili esempi a' giovanetti, sono spiritose invenzioni (o meglio: esagerazioni) di Mimì Squillacciotti, il quale stavolta mentiva non disinteressatamente. Di quell'arresto inconcludente del Malasomma padre fece una pertinace persecuzione, magnanimamente tollerata. Quattro altri de' babbi son vivi ancora e ne taccio; ma quelli di Luisella e Concettina son trapassati, e forse non tornerà discaro al lettore di vedere raffrontato il brano encomiastico, che li riguardava nel rapporto, con la nuda verità. Appresterò forse un amaro disinganno a chi s'è avvezzo a venerarli; e pensa col Berchet, che a questo mondo, per viverci un po' meno malcontenti, non bisogna poi volere appurar tutto a un puntino; ma invece sarò ringraziato da pochi della mia stessa tempra, i quali preferiscono il vero sconsolato al ridente errore. La persuasione di non illudersi consola de' più crudeli crepacuori.

Trascrivo dalla relazione: «Luisa, figliuola di Giambattista Pizzadargento da Locorotondo. Quest'onestissimo e valente agronomo, fu tra' magnanimi pochi a chi il ben piace, che, nelle bieche orgie della reazione borbonica, seppe mantenere alta la dignità del cittadino, esempio fecondo alle nuove generazioni. Una di quelle sacca piena di farina ria, come disse il fiero ghibellino, che vorrebbero puntellar la tirannide con le libere dottrine dell'Evangelio, imprecava nel tempio alle generose vittime dello spergiuro del quarto Borbone, ed inculcava l'obbedienza cieca a' Re. Giambattista Pizzadargento non invilito, tra gli affetti di padre e di marito, si levò ritto; ed osò contraddire, e rivendicare le virtù de' malamente condannati; e santificò il tempio profanato da panegirici d'un papa ateo col celebrare i martiri civili del XIX secolo.»

Non vi faccia specie l'enfasi ed il lusso d'epiteti: la magniloquenza a Napoli si scambia per eloquenza; e lo Squillacciotti seguiva il consiglio di Quintiliano, il quale sembra scrivesse: ego vero narrationem, ut si ullam partem orationis, omni qua potest, gratia et venere exornandum puto. Ed ora lasciatevi narrare il sustrato storico di questi due periodini.

Dopo la reazione borbonica del milleottocentoquarantotto, due missionari, l'uno di Fasano, l'altro d'un paesucolo vicino, si recarono a felicitar Locorotondo, borgo del Barese su' confini di Terra d'Otranto, predicandovi clamorosamente, fra uno sterminato concorso di persone, la fedeltà al papa ed al Re data da dio, e l'odio a' demagoghi ed alla libertà. Ma i paroloni e le maledizioni poco commovevano il popolo peccatore; nessuno si convertiva; e le limosine davan pochissimo, appena l'obolo della vedova. I due si consultano, ed a scuotere cristianamente quegli apati, indovinate a qual mezzo ricorrono? Giorni prima era defunto un vecchio prete caritatevolissimo, liberalissimo, amato da' terrazzani. Nottetempo, ne aprono il sepolcro, ne scoperchiano la bara, amputano del teschio il cadavere, che, simile a quello di Lazzaro, quatriduanus iam fœtet, e, recatolo in casa loro e postolo su d'un tavolo, il coprono con un tovagliuolo. La femminetta, che li ospitava, inconsapevole dell'operato e del loro disegno, rimossa per mero caso la strana sindone, rimase colpita di tanto spavento, che in capo a pochi dì miseramente delirando morissi. Ma la sera seguente il braccio del zelante predicatore fasanese, sporgeva dal pulpito sul popolo esterrefatto quel miserando teschio, presol con mano a guisa di lanterna; ed egli urlava a squarciagola: «Guarda, popolo, a che son ridotti i nemici di dio e del Re nostro padrone (dio guardi); i giacobini, i settari, i frammassoni!...» Ed infervorandosi nella sua invettiva, stimolato dal suono stesso della propria voce, come il barbero, che scuotendo nel galoppo le gualdrappe uncinate, si sprona di per sé, dimenava orrendamente il pallido capo del vecchio prete; finché nel conchiudere: «e come ti ha maledetto dio, così ti maledico io!» o intenzionalmente od involontariamente, che fosse, gli sfuggì dal pugno. Il proiettile andò a colpire sulla bocca dello stomaco Titta Pizzadargento, vigoroso contadino. Il quale, appena riavutosi dall'urto, che in sulle prime lo aveva sbalordito, sciamò nel dialetto: Magari diu, ce la capu fa lu riturnu, e riscaraventò il teschio sul palcoscenico, voglio dire sul pergamo, in viso all'imbestialito missionario. Questi, il giorno dopo, lasciò Locorotondo ed ebbe a toccare una bella ramanzina dal vescovo per lo sregolato zelo ed inconsulto.

Meglio ancora volle riuscire allo Squillacciotti l'idealizzare il passato di Gennaro Mucchetiello, tavernaro, semicamorrista e padre della summentovata Concettina. Copio i termini precisi della relazione, dal resoconto stenografico, destinato ad immortalare le discussioni del Consiglio. (Giacché, sia qui detto per incidenza, il Consiglio Comunale di Napoli, come il Parlamento Italiano, fa stenografare le sue discussioni, con grave spesa ed inutile, invece di accontentarsi di buoni verbali. Brunetto Latini se ne scandolezzerebbe; lui, che ha scritto: dovere il Podestà nelle Assemblee comandare alli suoi notai, ch'ellino immantenente mettano in iscritto el detto delli dicitori; et non tutto ciò, che dicono, ma quel, che tocca al punto del Consiglio. Il bello poi si è, che di tutte le relazioni di una tornata, la più inesatta è sempre la stenografica; permettendosi agli oratori di riveder le parlate loro e correggerle ed emendarle ed ampliarle ed aggiungervi, lavorandovi sopra spesso per parecchi giorni. Ma lasciamo questo discorso, chiudiamo la parentesi e torniamo a bomba, idest alla relazione del nostro Mimì).

«Questo ardimentoso popolano, dopo aver combattuto da prode contro le vili torme mercenarie degli sgherri svizzeri il quindici maggio milleottocentoquarantotto; quando la reazione invereconda ebbe gettata via la maschera di cui s'era compiaciuta coprire per poco le oscene fattezze, il vello agnino onde aveva ammantata la sua natura truculenta, si adoperò a tutt'uomo per porre in salvo molti egregi uomini, perseguitati ne' saturnali di quel governo, che fu egregiamente definito: negazione di dio eretta a sistema!»

Qui gli applausi, i bravo, i benissimo, interruppero il relatore, che proseguì. «Né senza arrischiarvi eroicamente la vita spesso. Ricorderò soltanto quel, che fece per condur salvo a bordo di un legno della libera Inghilterra lo illustre deputato Angelo Camillo De Meis, gloria della scienza e dell'Italia.» Qui la destra rinnova i segni d'approvazione e di adesione; invece alcuni pochi clericali aggrottano le ciglia, ed a sinistra gridano no! no!

Ma 'l Duca Catarinicchio, Duca senza duchea e (quel, che è peggio per lui) senza ducati, mette fine alle denegazioni degli amici suoi, esclamando: «Perché no? Sì, sì, dico io: la scienza non ha colore politico; la malva può esser buona in medicina!»

Scoppio d'ilarità concorde; il relatore ripiglia la sua lettura: «L'Oberon, bastimento di Sua Maestà Britannica, sul quale il generoso fratello del Palmerston, Lordo Temple, ambasciadore a Napoli, aveva accordato l'imbarco al De Meis, era notte e giorno circondato e circuito dalle lance di polizia. Il Mucchetiello, recatosi l'illustre fuggiasco sulle spalle, si precipita fra le tenebre dal suo schifo nel mare; e, silenziosamente nuotando, ed opportunamente attuffandosi, giunse a deporlo salvo sulle scale del legno, territorio inglese. Signori, l'ardimento di Cinegiro è tanto men bello, quanto è men bello l'uccidere del salvare.» Qui gli applausi scoppiarono unanimi; tutti ammiravano il fatto: la destra, perché si trattava dello scampo d'un consorte; la sinistra, perché il protagonista era uomo del popolo, tavernaro luciano; i clericali finalmente, perché nulla impediva loro d'attribuire l'esito fortunato di quegli attuffi allo scapolare ed alle medaglie benedette (che il Mucchetiello avrà senza dubbio portate al collo, come ogni buon popolano di Napoli), ed al segno della santa croce, che avrà senza dubbio fatto prima d'immergersi. Un di sinistra annunciò, che si riserbava di proporre il collocamento d'una lapide commemorativa del bagno preso da Gennaro Mucchetiello, nel muro esterno della casa, ov'egli tenne la sua taverna... (senza dubbio per contribuire all'educazione morale degli analfabeti); così pure proporrebbe che il Pallonetto Santa Lucia venisse ribattezzato Strada Mucchetiello; anzi, esortava il Sindaco a farsi autorizzare dal Prefetto a mettere all'ordine del giorno queste sue proposte, giacché, sendo il Consiglio Comunale riunito in sessione straordinaria, la legge, poco liberale, a parer suo, sottoponeva all'approvazione del Prefetto l'ordine del giorno. Santa Lucia, chi nol sapesse, è un quartiere di Napoli nella Sezione San Ferdinando, poco discosto dalla Reggia, il quale digrada giù per la collina di Pizzofalcone sino al mare: le fogge, i costumi, l'indole, l'accento, il dialetto de' luciani sono alquanto diversi da quelli de' rimanenti cittadini, che essi chiamano, non senza un po' di maggioranza, di superiorità: Napoletani.

Anch'io credetti per lunga pezza all'eroismo mucchetiellesco; ma, un giorno, parlando con Francesco Poggiale di un libro del De Meis, intitolato Dopo la Laurea, Vita e Pensieri (nel quale, sotto il nome di Filalete Chiappanuvole e Giorgio Fumincervello, l'autore fa la storia del proprio svolgimento intellettuale, e quindi un subisso di allusioni alle vicende della propria vita), chiesi al mio interlocutore la spiegazione della frase: «Filalete scampa per miracolo dalla terribile ira di Poggiale, che poi non sa consolarsi, il caro uomo, pensando all'orribile servigio, che stava per fargli, e non se ne può più dar pace.» Allora il caro uomo mi raccontò come fece la conoscenza di De Meis e come questi fuggisse sull'Oberon; ed un cosiffatto racconto veridico diminuisce di molto ma di molto la gloria di Mucchetiello; ne schisa lo eroismo e ne fa svaporare in tutto il patriottismo.

Nell'infelice tentativo d'insurrezione del quindici maggio quarantotto, il Poggiale s'era battuto in abito borghese, non in uniforme da Guardia Nazionale, sulla barricata del Palazzo Cirella; poi ricoverò in una casa prossima. Buttato fucile e banduliera nel pozzo, cercava trafugarsi, quando venne arrestato da sette od otto svizzeracci ubbriachi, che gli piantarono le baionette sul petto, gridando: «Pirpante, ciaccopine, carponare! Ti foler un camere, Re foler tue camere!» ed affunatolo per bene, il condussero via, percuotendolo con le armi, co' piedi, co' pugni, senza manco badare alla sua risposta, faceta eroicamente in quella congiuntura: «Tre, quatto, diece, l'arcova, 'a cucina, 'a dispenza, a mme che mme ne trase?»

La barricata di San Ferdinando non era ancor disfatta, e bisognò passare ad uno ad uno per non so qual breccia praticatavi. Sul Largo di Palazzo (che ora han ribattezzato Piazza del Plebiscito, ma il cui vero nome era allora Largo San Francesco di Paola) incontrarono un'orda lurida ed avvinizzata di lazzari, capitaneggíata da un individuo con in mano una lunga pertica, ed in cima ad essa un cencio bianco, con una macchia gialla in mezzo, che sembrava una cacata ma era lo stemma borbonico. Il capo e gonfoloniere di que' manigoldi, urlando a squarciagola: Viv' 'u Rre! morte a lli Giacobbine! scagliò con quanta forza aveva una pietrata al prigioniero, ed il colse alla mano, che insanguinò e guastò tutta. Fece questi un moto per islanciarglisi rabbiosamente addosso: ma legato, ferito, circondato, impotente, dovette bastargli di minacciargli una futura vendetta: Eh pe' Cristo, nce avimmo a trova'! Mannaggia chi t'e' muorto e stramuorto!

Quando cominciò la reazione, l'anno di poi, il nostro Poggiale, sapendo già spedito l'ordine di arrestarlo, e non avendo dove ricoverarsi, si presentò all'ambasciata d'Inghilterra, e mandò il biglietto di visita a Lordo Temple. Ma il cameriere gliel riportò indietro dopo qualche minuto, dicendo: «Sua Eccellenza dice, ch'e' non vi conosce.»

Allora il valentuomo scrisse dietro alla carta: «Per un affare urgente, dal quale può forse dipendere la salvezza della Gran Brettagna.»

Il Temple venne subito nel salottino, ma il Napoletanaccio non volle aprir bocca, finché il domestico, che facea le viste di spolverare le suppellettili, non si fu ritirato.»

«Con Vostr' Eccellenza sola posso aprirmi!» Una volta a quattr'occhi, avendogli il Temple rinnovato l'invito di parlare, e' rispose: «Eccellenza, non si tratta della Gran Brettagna, ma di me. La mia salute, agli occhi miei, ha più importanza di quella del Regno Unito.»

L'inglese andò in bestia: «Molto ardimento! Ebbene, io non ho tempo di sentire gli affari vostri. Potete ritirarvi.»

«Oh io non me ne vo', se Ella non mi fa cacciare. Qua fuori stanno gli sbirri per acciuffarmi! Figurarmi se ho voglia di cader nelle mani loro.»

«Io chiamerò i domestici, e vi farò consegnare.»

Così garrirono un pezzo, finché il Napoletanaccio, balzando in piedi e ripigliando il cappello: «Bene» disse «me ne andrò! Mi ritiro! Nel venir qua, io, perseguitato ora ed in pericolo, per aver desiderato al mio paese le istituzioni dell'Inghilterra, io contava sulla proverbiale ospitalità inglese. Sarò il primo, che si sarà ingannato fidandovi su; e voi, milordo, potrete vantarvi d'essere stato il primo ad intaccarne la fama.»

E si avviava all'uscio: ma il Temple, che lo aveva guardato con una certa compiacenza (come suole accadere, che si disprezza chi c'implora e si acquista stima per chi ci brava e sfida), il richiamò: «Fermatevi! Aspettate!» e riprese la carta di visita, scrisse al tergo un invito al Capitano Garden dello Oberon, per ricevere a bordo e trasportare il latore fuori del Regno delle Due Sicilie, quando riprenderebbe il largo.

Il Poggiale si trafugò pe' vicoli più romiti sino al mare, saltò in barchetta, fece far forza di remi; ma trovò l'Oberon circondato da lance sopraccariche di poliziotti, e fu costretto a tornarsente con le pive nel sacco dal Temple, che gli disse: «Restate qui!» e gli fu largo per quattro giorni della più cortese ospitalità, senza però mai vederlo, ed il fece avvertire, quando le acque del bastimento furono libere. Il Poggiale si imbarcò sul molo, di sera, a pochi passi dall'Ispettore di Polizia, che non gli disse niente, vedendolo conversar familiarmente con un Commesso delle Dogane (Amministrazione nella quale il profugo era stato impiegato) e prenderne un fanale, come se volesse fare un giro nel porto in affari d'ufficio. Né potette abbordare l'Oberon, se non dopo aver posto al barcaiuolo, il quale voleva tornare indietro, quando si fu accorto d'avere da fare con un fuggiasco, l'alternativa e data la libera scelta fra una bella piastra d'argento e le carezze di due catarinelle, ossia pistole corte.

Sull'Oberon trovò Roberto Savarese e parecchi altri amici, co' quali dir quattro parole e non morire di mutismo vista la assoluta ignoranza della lingua inglese. La dimane, domenica, mentre dormiva ancora nella cuccia assegnatagli, ecco aprirsi una botola ed affacciarsi l'una sull'altra due brutte facce di marinai, ed interrogarlo in un Italiano smozzicato: «Di', sei tu cattolico, ahn?»

Il nostro amico, che si cura della sacrosanta religione, cattolica, apostolica, romana, unica vera, quanto io del Gran Lama, sonnacchioso e sorpreso, replicò: «Eh sì, se non vi dispiace! Tutto quel, che volete! purché mi lasciate dormire.» E sbadigliò.

Ed il marinaio: «Ahn, sei? Questi eretici più tardi dicono loro orazioni; tu non ascoltare, non guardare; guardaci e fa come noi.»

Povero Poggiale! considerando quelle sembianze da pirati, pensò che potrebbe nuocergli il non fare come gli veniva detto; e quando, poco dopo, il Capitano lesse la Bibbia all'equipaggio anglicano (funzione alla quale gli altri emigranti curiosi assistevano), egli si rivolse e si ristrinse in disparte con que' Maltesi, i quali rimasero edificatissimi del suo cattolicismo; e, sendo l'un di essi il cuoco, venne servito a colazione ed a pranzo stupendamente; gli chiedevano ogni tanto: «Ahn! vuoi tu niente?» e c'era sempre chi 'l teneva d'occhio ed il pedinava, forse per tema, che qualche inglese non tentasse di sfogar con lui la manìa di proselitismo, che affligge quel popolo benedetto ed il rende tanto esoso a noi altri indifferenti ed apatisti. Verso le ventitré ore e mezza, computando all'Italiana, giunge una barchetta con entro un individuo, che gesticolava da disgradarne un telegrafo ottico aereo. Il sergente di guardia, lasciatolo salire, dopo qualche parola di colloquio andò a chiamar l'ufficiale.

Roberto Savarese ed il nostro Poggiale, che passeggiavano sul cassero, lo incontrano di fronte; e quest'ultimo il ravvisa subito: «Don Roberto! sapete voi chi è costui? costui m'ha tirata la pietrata il quindici maggio.»

«Tu che dici! non è possibile!»

«È lui, vi dico; oh lo riconoscerei fra mille!»

Ma già il pedissequo ufficioso maltese aveva notato la commozione del Poggiale; e fattosi avanti e chiesto «Ahn, che cos'hai? Quell'omo lì?» senza aspettare risposta o spiegazione, lesto, lesto, con un magnifico spintone precipita l'individuo a mare.

L'infelice ritornò a galla, e nuotando, e cercando di arraffar qualche cordame, gridava: aiuto! protestava d'essere un galantuomo, e venuto lì per annunziare l'arrivo di un deputato, il quale fuggiva il mandato di arresto e tante altre cose. Difatti, il deputato, ch'era appunto Angelo Camillo De Meis, sopraggiunse in barchetta e raccolse quel misero naufrago, ch'era appunto il Mucchetiello, paragonato poi, dopo tanti anni, dallo Squillacciotti a Cinegiro ed anteposto. Il Mucchetiello era uno de' più reazionari fra' luciani; ed aveva proprio lui scagliato la pietra al Poggiale; però, avendogli il sempre generosissimo De Meis salvata la moglie gravemente inferma, senza volere alcun pagamento, lui, per riconoscenza, gli agevolava la fuga. Tutto il resto del racconto dello Squillacciotti era ricamo della fantasia stimolata dall'interesse.





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