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| Vittorio Imbriani Il vivicomburio e altre novelle IntraText CT - Lettura del testo |
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Le tre maruzze Novella troiana da non mostrarsi alle signore
troia m.dccc.lxxv. Esemplari XXVIII (zizze toste)
Agli uomini terenziani Il Bandello redivivo
V'è una Gerusalemme terrena ed una Gerusalemme celeste, dicono. V'è una Roma materiale ed una Roma spirituale. V'è una Corneto, una Cornovaglia, una Piccardia, città, duchea, provincia: e ve ne sono altre, nelle quali si va o si è mandati per opere dell'adultero che ci fotte la moglie o del manigoldo che ci pone il cappio alla gola. E così pure ci ha parecchie Troie: la storica (dove regnò Priamo) e quella in Capitanata, città salde; e la Troia ideale, onde sono cittadini quanti delle troiate si dilettano e del parlare sboccato si compiacciono e delle novellette oscene si deliziano. Appo i quali troiani e troiane, è popolare la novella seguente. Ed io considerando che quantunque ha affaccendato la mente umana e la fantasia particolarmente, è degno di nota e di studio, ho voluto trascriverla e la dedico agli uomini terenziani; che non ripudiano parte alcuna della propria natura. Ed in quanto alla lingua, come un tempo adoperai lombardesimi a iosa, così, sendo rinato meridionale, non ho avuto scrupolo di scarabocchiar pensatamente napoletanesimi a bizzeffe. C'era una volta un Re, che possedeva il più bel giardino del mondo. Non s'è mai visto e non si vedrà mai un giardino simile. Tutte le piante della terra raccolte insieme vi facevano bella mostra di sé: ed anche quanti vegetali allignan solo nella flora fantastica dei poeti e de' novellatori, tranne uno, cioè quella varietà di cedro dal cui frutto tagliato esce una bella donna ignuda (Citrus virginifera pentameronalis Johannis Alexii Abbattutis. Vedi: Lo cunto de li cunti, Trattenemiento de li peccerille). Ma quattro cose poi vi si vedevano, le quali avresti cercato invano in qualunque altro giardino di qualunque altro Regnante in qualunque altro paese. V'era un roseto, che fioriva in ogni stagione: ed i petali delle rose erano rubini e le foglie de' rosai smeraldi. V'era un'aiuola seminata tutta a granturco; ma un granturco particolare, ed i chicchi delle spighe erano topazî, granate ed ametiste. V'era un arancio che portava arance tutto l'anno; ma quelle frutta eran d'oro massiccio. Mi figuro che fosse un pollone dell'arbore nata dal pomo attribuito a Venere da Paride, tutta in metallo con fusto di diamanti e frondi di smeraldo, come la descrive per lo minuto il cavalier Marino, egregio professore di botanica immaginaria, nel secondo canto dello Adone (Stanze XXXVI-XL). E su queste piante preziose strisciavano una quantità di maruzze (helix fabulosa), ma senza danneggiarle con l'allumacatura, perché avevano il corpo d'argento ed il guscio di madreperla. Dunque l'autocrate era molto geloso di queste preziosità, e voleva affidarne la custodia solo a persona sicura: ma sì, tutti i suoi più fedeli ambivano quel posto e gli prodigavano promesse di fedeltà impareggiabile; e poi, non appena entrati in ufficio, cominciavano, quando a cogliere una rosa, quando a strappare una spiga, quando a schiantare un'arancia, quando a ghermirsi una brancata di maruzze. Assicuravano al Re, ogni cosa essere intatta; e poi, quando Sua Maestà si recava in giardino, scorgeva tutto saccheggiato. Il despota, per natura iracondo, tempestava, minacciava di fare squartare il guardiano prevaricatore, ne ordinava lo imprigionamento... Ma in seguito si lasciava intenerire dalle preghiere delle mogli, de' figliuoli, delle mamme, de' babbi, delle zie, delle sirocchie, de' fratelli, de' nipoti. E perdonava, mettendo in luogo del mariuolo un altro, che dopo poco tempo diventava anche egli infedele, tanta è la forza della tentazione e dell'occasione. Una sera Maestà, prendendo il fresco alla finestra, vide una paranza di facchini, i quali dividevano il guadagno della giornata: lo accomunavano, e quindi ne facevano tante parti uguali, pronunziando ognuno un giuramento terribile sopra le reliquie di non serbare per sé occultamente nessuna porzioncella del guadagno proprio. Il primo diceva: «Ho lucrato otto carlini, ed eccoli qua. Giuro su quest'osso della seconda falange dell'alluce sinistro di Santo Stefano protomartire (che un pellegrino tornando da Gerusalemme cedette a mia madre, per rimeritarne l'ospitalità) di non aver ritenuto nulla per me, né speso nulla. E se dico la bugia, possa essere squartato vivo.» Il secondo diceva: «Ho buscato sei carlini ed eccoli qua. Giuro su questo cernecchio di peli dell'inguine della madonna (che un santo romito donò prima di morire a mia nonna, la quale gli somministrava sfilacce ed unguenti per curarsi la lue regalatagli dalla Badessa del Monastero di Sant'Arcangelo a Baiano) di non aver ritenuto nulla per me, né speso nulla. E se dico la bugia, possa essere fatto bollire vivo in una caldaia d'olio e stare tre volte centomila anni in purgatorio.» Intendiamoci bene: certo, io non guarentisco l'autenticità di siffatte reliquie; mi figuro però che que' bastagi avesser istituito indagini ammodo per accertarsene; ed ognun sa che l'efficacia delle reliquie in genere consiste principalmente nella fede di chi le venera. Sant'Agostino c'insegna ossa canum quidem posse miracula facere, poter far miracoli persin le ossa de' cani, purché vengano supplicate da un animo schietto e fervente. Del resto, s'è autentico il Latte della Madonna conservato a Montevarchi; s'è autentico il Sacro Cingolo, che la Assunta lasciò in dono a San Tommaso Apostolo, e che Michele Dagomaro di Prato ebbe a' tempi delle Crociate in dote da una saracena, e che (tenendolo egli in una cassa sotto il talamo) lo buttava fuori letto con la moglie quando e' s'accingeva a scoparla, e che s'è dimostrato genuino con infiniti portenti e clamorosi, e che tuttor si conserva in una stupenda cappella della cattedrale della patria di lui: o perché non poteva esser autentico anche il cernecchio custodito da quel camallo? Il terzo bazzarriota diceva: «M'ho faticato quattro carlini ed eccoli qua. Giuro su questo scampoletto del prepuzio di nostro Signore (che un brigante, il quale l'aveva rubato ad un cardinale, presentò a mia bisnonna, per gratitudine d'averlo essa nascosto nel proprio letto ai gendarmi sguinzagliati sulle sue vestigia; ma le male lingue buccinarono che fosse pretium meretricii: andate poi a far del bene!) affermo, assevero, assicuro, accerto e giuro, di non aver ritenuto nulla per me, né speso nulla. E se dico la bugia, possa essere pesto vivo in un mortaio e morire senza confessione e tombolar giù nel fuoco pennace del ninferno.» Il quarto diceva: «Ho guadagnato un tarì; e tre calli ho speso per farmi una bevuta d'acqua; ed ecco le diciannove grana ed i nove calli che avanzano.» Il Regnante si meravigliò forte che i compagni non pretendessero anche da costui un giura-mento come quelli che essi prestavano; e mandò un Ciambellano e fece salire nella Reggia tutta la paranza, e disse: «Neh, perché voi tre non vi fidate l'uno de l'altro, che giurando sulle reliquie; e poi, a costui, che dice di aver lucrato meno di tutti, gli credete sulla semplice parola?» Ed i tre che avevano giurato risposero in coro: «Maestà, noi ci conosciamo e ci sappiamo capaci d'una frode e d'una bugia. Ma conosciamo anche Don Peppiniello e sappiamo ch'egli è incapace di mentire o di truffare. E per questo ci fidiamo; e lo chiamiamo Don Peppino Bocca di Verità.» Allora il Re disse: «Giacché sei tanto sincero e fedele, io ti voglio al mio servizio e ti fo cu-stode del brolo prezioso: e così sarò sicuro che non mi vengan più rubate né rose, né spighe, ned a-rance, né maruzze.» Don Peppino fu tutto contento ed accettò con gioia l'incarico: venne condotto nell'orto Rea-le, e gli fu fatta regolar consegna d'ogni cosa, facendone constare da apposito verbale in doppio originale. Il giovane, come Isabella Prima di Spagna, quando il Colombo reduce le fece omaggio d'una cesta d'oro colma di perle (secondo narra lo Stigliani):
...in veder repentemente L'impensata ricchezza ivi raccolta, Attonito restò, non altrimente Che fa sotterra il cavator talvolta, Quando per fondar fabbrica eminente Con la marra il terren rimuove e volta, E rompendo nell'opra antico vaso Dentro vi scopre un gran tesoro a caso.
Un venerdì ch'egli passeggiava e canticchiava pe' viali del giardino, aspettando gli antichi compagni per farsi una partita allo scopone, com'era solito ogni sera, vide per terra una povera bi-scia col capo mezzo schiacciato da un sasso, la quale si divincolava tutta e parea soffrire spasimi atroci. Il giovane n'ebbe compassione. Le tolse di sopra quella pietraccia greve greve; e ne lavò le piaghe con un po' d'acqua fresca versandovi alcune gocciole d'un emostatico. La bestiuola rinfran-cata, gli si ravvolse intorno al braccio, gli zufolò un ringraziamento in lingua serpentina, guardandolo con due occhietti neri pieni di gratitudine, e poi, ridiscesa a terra, s'andò ad appiattare, ad incaforchiare fra certe macerie. Poco più in là Don Peppino vede ruzzare un bel pelliccione: gli si accosta e s'accorge che ha tra le gramfie una lucertola verdognola chiazzata di bigio e di nero. La micia feroce si trastullava col ramarro facendogli provare mille ambasce prima della morte. Il giovane n'ebbe pietà: cercò di allettare la tigre domestica fingendo di offrirle qualcosa, perché lasciasse la vittima; ma essa, che aspirava forse ad ottener come Apollo il soprannome di saurottona, cioè lacerticida, non intendeva appunto abbandonar la carne per l'ombra. Finalmente il giardiniere le fece paura con la vociaccia e col gesto; ed essa indietreggiò d'un passo; e la lucertola fu presta e lesta a rintanarsi entro qualche crepaccio delle mura. Sopraggiunsero in questa i compagni che portavano intrappolata una grossa zoccola viva e si proponevano di appenderla per la coda e d'abbruciarla viva, inaffiandola di petrolio. Che volete! facchini erano e non s'è mai cercata gentilezza di sentire tra' bastagi: ed il godere degli spasimi e delle sofferenze, non che degli animali, anzi pure degli uomini, sembra istinto naturale. Che letizia nelle casupole de' contadini il giorno in cui si ammazza finalmente quel porco, ch'è stato compagno di camera per parecchi mesi! come saltellano i ragazzi mentre si spara il povero maiale appeso ad un guancio che gli vien infitto sotto la mascella! come ne imitano scherzando i grugniti! come si compiacciono dello spettacolo delle carni palpitanti e del sangue rubicondo! Il fanciullo si mostra crudele, perché la misericordia verso bestie ed uomini è un sentimento artificiale che s'inocula negli animi con la educazione. Tutti i volghi appaion crudeli pel motivo stesso; ed appena l'orpello della civiltà giunge a nascondere l'efferatezza primitiva. Grattando il russo, troverete il cosacco, diceva non so più chi, ma un uomo celebre insomma, un franzese di certo. Voleva epigrammatizzare contro la sudditanza dello autocrate moscovita; e non si accorgeva quel motto esser vero del pari per tutti gli uomini. Grattate l'urbano, troverete di sotto il villano: l'urbanità è una vernice. Grattate lo incivilito, e metterete a nudo il selvaggio, il cannibale, lo antropofago. Siamo molto meno lontani dall'antropofagia e dal cannibalismo di quel che altri può credere. Quanto vi ha di buono e di bello nel carattere umano è artifiziale, assunto, posticcio. Per poco che le relazioni stabilite si perturbino, che le passioni si scatenino, che i freni si rallentino, che l'argine delle leggi venga rovesciato, ecco, l'uomo primitivo e bestiale ricompare. Il Macaulay parlando de' misfatti esecrandi della prima repubblica francese e dello abbrutimento ed imbarbarimento della nazione, sclama: «Pochi mesi bastarono a degradar la Francia al disotto della Nuova-Zelanda.» Ed a' nostri giorni le infamie sì de' comunardi e sì dello esercito versagliese hanno fatto rabbrividire l'Europa, in cui era proverbiale la cortesia franzese e soprattutto l'urbanità parigina. Ma tutto questo non c'entra: dicevo dunque che i facchini dell'antica paranza di Don Peppino volevan divertirsi col vivicomburio d'una zoccola. Aggiungo che il signor giardiniere di corte s'impietosì dello animaletto e tanto disse e tanto fece che i compagni consentirono a cederglielo ed a lasciarlo liberare dal mastrillo, a patto però che Don Peppino pagasse un fiasco di quel buono. Sbevazzarono, giocarono, s'accommiatarono. Di poco era passata la mezzanotte quando Peppiniello, risvegliato da tre forti picchi all'uscio e da tre forti scampanellate, balza di letto, accende un lumicino, infila un paio di calzoni e corre in tutta fretta ad aprire. Prima però chiede: «Chi è?» Gli si risponde: «Amici!» da certe vocine tenui e soavi ed argentine, di quelle cui nessun uomo si rifiuterà a ispalancare qualsivoglia uscio, per quanto ignote gli possan essere. Spaparanza dunque la porta e si vede davanti tre belle donne. Vuole chiedere scusa di riceverle così in mutande e maniche di camicia: ma quelle non lo lascian parlare e lo chiamano liberatore e salvatore e benefattore. M'immagino abbiate indovinato di che si trattasse.
... Il dì quinto, le fate Loro salma immortal vedean coprirsi Già d'orribil scaglie e in feda serpe Vòlta, strisciar sul suolo, a sé facendo De le inarcate spire impeto e forza; Ma il primo sol le rivedea più belle Far beati gli amanti e a un volger d'occhi Mescere a voglia lor la terra e il mare:
dice il Parini, al quale non saprei perdonare d'aver nel penultimo di questi versi contratto e a un in una sillaba sola: che cacofonia! La biscia, la lucertola e la zoccola della sera antecedente erano tre fate, condannate per non so qual colpa da Demogorgone ad assumer quelle forme ributtanti ogni venerdì. Ma con lo scoccar della mezzanotte riprendevano il bel corpo proprio; e non avevan voluto tardare uno istante solo a ringraziare colui che le avea salvate da mala morte. Don Peppino non sapeva persuadersi della cosa, ma gli mostrarono in prova la cicatrice della sassata, le graffiature della gatta, i lividori degli urti sofferti nel mastrillo. Bisognò rendersi alla evidenza, allo amore ed alla fede, i tre criteri della filosofia, secondo padre Augusto Conti. Allora ogni fata a dargli una fatagione e fargli un dono. L'esangue ex-angue gli regalò una zappa, l'ex-lucertola una vanga e l'ex-zoccola un badile. La prima gli die' di non poter esser corrotto da presente alcuno, ned intimidito da minaccia di sorta, ned ingannato dalle più sottili astuzie. La seconda gli disse: «Che le più belle donne vengano a ricercare lo amor tuo.» La terza: «Che tu possa succedere nel Regno al Re che servi ora.» E nuovamente e maggiormente ringraziandolo, le tre bellissime donne e vaghissime si ac-commiatarono e ritornarono in Fateria dove furono in un batter d'occhi, quantunque sia paese lontanissimo, posto più in là di Buffia e Truffia e d'Oga Magoga. Ogni domenica mattina Don Peppino Bocca di Verità saliva nelle camere del signorso, gli si sberrettava, s'inginocchiava, gli baciava la mano e diceva:
«Buon anno e miglior dì; Maestà, sono qui.» «Buon giorno, Don Peppino; Fiorisce il mio giardino?» «Fiorisce e porta frutti, Ch'è l'invidia di tutti.» «Che fanno le mie rose?» «Sbocciate ed odorose.» «Che fan le mie pannocchie?» «Crescono a vista d'occhio.» «Che fan le arance d'oro?» «Stan tutte al posto loro.» «Che fan le mie maruzze?» «Van pascolando erbuzze.»
Allora il Sire gli snocciolava il salario della settimana; poi lo trattava con caffè e rosolio; poi gli offriva un buon sigaro d'Avana; e poi Don Peppino se ne andava. Ed il Re non iscendeva più nel giardino, sapendo di potersi fidare della sincerità e della probità del guardiano; non esserci paura che Don Peppino Bocca di Verità facesse come gli altri e gli rubasse o rose o spighe od arance o maruzze. Ed il Re lodava sempre questo giovane e diceva: «È stata proprio una gran fortuna per me il trovarlo! Né potrò mai ringraziare Iddio abbastanza!» Un giorno, ch'e' lo esaltava a cielo, le Maestà della Regina vedova sua madre e della Regina sua moglie, nonché le Altezze Reali del Principe suo fratello e del Principe ereditario suo figliuolo, indispettite ed ingelosite dal sentirsi ripeter sempre che Don Giuseppe era l'unica persona che egli conoscesse incapace di menzogne e di tradimenti, gli dissero: «Eppure sarà uomo e fallibile anche lui.» «Cazzo! credo anch'io che sia uomo, se pur non gli hanno amputato, reciso, tagliato via piombino e perpendicoli; ma diverso assai dagli altri uomini. E credo che prima mi tradireste voi, mamma; lei, signora moglie; tu, fratello; e tu, figliuolo, che lui!» I quattro si sentirono offesi e vollero scommettere che la domenica seguente Don Peppino Bocca di Verità sarebbe stato infedele ed avrebbe mentito. «E se Peppino spiffera una bugia, son contento perdere il capo.» E così fu scommesso, che se Don Peppino fosse per mentire, il Re perderebbe la testa; ed ove non mentisse, perderebbero la testa gli altri quattro; ed il Re permise loro di tentare il giovinetto in qualunque modo e voltò loro il preterito canterellando un'arietta del Metastasío, che contiene forse la sola cacofonia commessa da quello sdolcinato verseggiatore:
Di chi mi fiderò, Se tu m'inganni!
Di chi mi fi! misericordia, quante i! Ih! Ih! Ih! Il fratello del Re andò pel primo in cerca di Don Peppino e gli disse: «Don Peppino, vuoi farmi un favore?» «Vostr'Altezza mi comandi in tutto quel che posso.» «Se tu mi compiaci, farò la tua fortuna e t'arricchirò.» «A me basta la soddisfazione di averla contentato, Monsignore.» «Io voglio solo una rosa del roseto del Re.» «Altezza mia, qualunque altra cosa, ma in questo non posso servirla.» «Ti darò mille ducati.» «E poi come farei domenica? dovrei dir la bugia al Re?» «Te ne darò duemila, dumila ducati una frottola! Non sarebbe mal pagata, eh?» «È impossibile.» «Te ne darò diecimila.» «No, no, no!» «Te ne darò ventimila!» «E se me ne desse anco cento e millanta mila, io non potrei consentire a tradire il Sovrano ed a mentirgli.» E non senza un po' d'irriverenza, cominciò a canticchiar fra' denti lo stornello:
Fra 'l lusco e 'l brusco, fra le fronde e 'l fresco, Che dici, bello mio? non ti capisco! Parlami italiano e non tedesco.
Il principe tentò di sedurlo in qualunque modo, aumentando sempre le esibizioni; ma fece un fiasco solenne. Don Peppiniello non si lasciò corrompere; ed a lui fu forza tornar tutto sbigottito da' parenti, dicendo loro: «Se non siete più fortunati di me, veggo in pericolo le nostre teste.» Allora sclama il figliuolo del Re: «Voglio andarci io, e vedremo, sangue della Madonna!» Andò da Don Peppino e gli disse: «Sai chi sono?» «Come non avrei da conoscere Vostr'Altezza?» «Io voglio una spiga della meliga di mio padre. Qua, subito! Dio ladro, cosa fai là impalato? Sbrighiamoci!» «Altezza, questo non può essere.» «Ostia fritta nel marchese della madonna! come non può essere, s'io voglio? Corpo di Cri-sto!» «Comandatemi qualunque altra cosa: ma come avrei poi a fare domenica? dovrei mentire a Sua Maestà?» «E tu mentiscigli, càvatela come puoi: a me che importa?» «Importa bene a me!» «Come, santo diavolo! osi negarmi quel che io chieggo?» «Non posso.» «Che ti venga un accidente in mezzo all'anima! ardisci disobbedirmi, quando io comando, paltoniere?» «Quand'ho detto di non potere!» «Ti darò tanti schiaffi!...» «Vostr'Altezza è padrona di picchiarmi, ma io non posso mentire.» «Mannaggia l'anima de' morti tuoi! Aspetta che succeda io a mio padre sul trono, dio birbone! e la prima cosa che intendo fare, sarà di farti trascinare a coda di cavallo per tutta la città, se non ubbidisci subito.» «Vostr'Altezza potrà farmi tormentare come più Le aggrada, ma io non mentirò.» Tutte le minacce del principe furono invano e se ne tornò con la coda fra le gambe da' parenti, dicendo alla madrigna ed alla nonna: «Se non siete più fortunate di me, veggo in pericolo le nostre teste.» Allora disse la Regina Madre: «Voglio andare io e vedremo!» Si vestì da povera donna e corse da Don Peppino, piangendo e singhiozzando, e gli si buttò a' ginocchi: «Fallo per l'anima di tua madre, Peppino mio, Peppino mio.» Il giovane dapprima non la riconobbe. «Che c'è, buona vecchia, in che posso servirvi?» «Salvami mio figlio che sta morendo! tu solo puoi salvarmelo!» La vecchia strega sapeva fingere tanto bene, che intenerì il povero Don Peppino, il quale cominciò a piangere ancor'egli e le promise di far tutto quel che era in poter suo per guarirle il fi-gliuolo moribondo. «Che vi ha detto il medico?» «Il medico m'ha detto che guarirebbe subito, ove potessi fargli un'aranciata con una delle melarance del Re.» Don Peppino cominciò a grattarsi la gnucca et ad increspare la fronte. Dice la vecchia: «Fammi dunque quest'opera di carità: dammene una, una sola! D'una man-cante Maestà non se ne accorge: e poi, egli ch'è padre de' sudditi, non me la negherebbe di certo, se l'urgenza del bisogno mi permettesse di aspettare finché mi venisse accordata una udienza. Salvami l'unico figliuolo diletto di queste viscere! Dio ti ricompenserà. Te ne scongiuro per quella madonna che similmente dimandò la vita del figliuolo stringendo le ginocchia di Erode. Tu non sai che voglia dire aver figliuoli e vederseli morire!» Don Peppino lagrimava e cercava racconsolare la strega; ma tutte le moine di questa, e le finte lagrime ed i finti svenimenti, sebbene lo commovessero oltre modo, non valsero ad indurlo a tradire il padrone ed a mentirgli la domenica seguente: «Io mi chiamo consegna, io! Portatemi un ordine scritto e vi do tutte le frutta del giardino. Ma senz'ordine, nix! manco un nòcciolo, manco un vinacciuolo!» Tanto che, dopo lungo combattere, la vecchia, perduta ogni speranza di spuntar l'impegno, tornò con le pive nel sacco da' parenti e disse alla nuora: «Se non sei più fortunata di me, veggo in pericolo le nostre teste.» Allora disse la moglie del Re: «Voglio andarci io e vedremo.» Essa non aveva tutt'e cinque i P che ci vogliono per fare una moglie perfetta:
Quam sis ducturus teneat P quinque puella: Sit pia, sit prudens, pulchra, pudica, potens;
ma il terzo P, lo aveva in grado sommo: non era pulcra, anzi pulcherrima. Si vestì la dimane col più bello degli abiti suoi scollacciati: si pose intorno le gioie più preziose; sciolse i lungi capelli che le scendevano fin quasi a' piedi e si calcò in capo un diadema tempestato di gemme e proprio sulla fronte c'era un diamante grosso grosso, fulgido come una stella diana, tanto che l'occhio non poteva reggere a guardarlo fiso. Per dirla col secentista Cavalier Fra Carlo de' Conti della Lengueglia, nell'Aldimiro: «I biondissimi capelli erano tanto più nobili, quanto più liberi; et il capo non era così avaro di quel tesoro, che lo stringesse d'intorno, anzi lo spandeva su gli omeri e sovra il petto, avendo forse imparato questo nobile portamento dalla sua patria, mentre il verde capo del Monte natìo spargeva l'onde d'argento divise in quasi tante trecce quanti erano i rivoli per li verdi suoi lati; onde anch'essa, l'onde sue d'oro spargendo fra mezzo et a lato delle tumidette mammelle, pareva, che quel fiume dorato emulatore dell'Istro e del Nilo, si vantasse ancor egli di formare le sue preziose isolette.» Uff! lasciatemi prender fiato! Dunque, la Maestà della Regina, ornata in cotal guisa, scese nel viridario ed andò in cerca di Don Peppino Bocca di Verità. Ed appena l'ebbe visto, il salutò affabilmente; ed il giovine rimase stordito dalla dolcezza del sorriso e dallo splendore del diamante. «Don Peppino, io son venuta a chiederti un piacere.» «Comandatemi signora; ed io mi chiamerò fortunato.» «Don Peppino, tu m'hai da dare tre delle maruzze del Re.» «Oh signora mia, questo non può essere; perché poi dovrei dire la bugia a Sua Maestà, domenica mattina. Mentire! e di domenica poi!» Allora la Regina il prese per mano, il condusse sotto un pergolato fronzuto, il fece sedere accanto a lei sur un sedile, e guardandolo fiso in volto e stringendogli la mano e sorridendogli, disse: «Dammi tre sole maruzze, Peppiniello mio; e qualunque cosa tu mi chiegga poi alla tua volta, ti prometto di non negartela neppur'io.» Don Peppino tremava a verga a verga: la bellezza di quella donna lo affascinava ed uno smisurato desiderio e sviscerato di possederla lo infiammò tutto. «Ah Signora, voi dite così per burlarmi, e poi quando v'avessi dato le maruzze, fingereste di non conoscermi più.» «Chiedimi ora, chiedimi prima, quel che vuoi, l'avrai subito!» «Subito?» «Checché possa chiedermi!» Il volto della Regina era proprio vicino a quello del giovine, che le disse allora: «Vorrei un bacio.» Domandando così semplicemente in tre parole quel che Girolamo Fontanella, nelle Elegie, fa domandar da Erode a Marianna in tre versi:
Incatenami il collo e a tanto ardore Giungi meco anelando, avvinto e stretto, Seno a sen, labbro a labbro e core a core.
E la Signora gli buttò le braccia al collo, ed unì volto a volto e confuse lingua con lingua; o, come dice il Fontanella, ripetendosi, d'Isabella in braccio a Zerbino:
Sul felice amator cade e congiunge Seno a sen, bocca a bocca e core a core.
«Sei contento?» L'appetito viene mangiando: i piccoli favori irritano, stuzzicano il desiderio anziché estinguerlo. Poco prima un bacio di quella vaga donna era sembrato a Don Peppino una gran cosa; gli pareva che ottenendolo avrebbe tocco l'apice d'ogni felicità e non avrebbe avuto più che bramare, come dice Carlo Matthia Saracino nella Tragedia di Stralonica, dedicata all'Eccellenza Reverendissima di Monsignor Carlo Emanuelle, Conte Mandruzzo ecc., Vescovo o Principe di Trento ed impressa a Trento nel MDCLII:
Deh chi di me fia più beato, allora Che queste labbra tra le labbra ammesse Di costei che a le Grazie e Amore è nido, Qual tra vermiglie rose ape ingegnosa Raccoglierò da più piaceri il miele?
Ora invece gli pareva che se dovesse accontentarsi del bacio senz'altro, meglio sarebbe stato non aver nulla. Così l'assetato domanda in grazia una stilla, un gocciol solo d'acqua: ed una stilla, un gocciol solo, a che varrebbero, se non a farlo morire più dolorosamente? «Contento, oh no! Altro ci vorrebbe!» «E dillo, che?» «Vorrei... Non oso!» «Dimmelo qua nell'orecchio, dimmelo e l'avrai, dimmelo che voglio anch'io quel che tu brami!» «Ebbene, sì, quand'anche doveste farmi straziare in castigo di tanta temerità, vorrei che gia-ceste meco,... vorrei chiavarvi.» E la Signora sel tirò sul seno, ed alzò le gonne e s'adattò sul sedile distesa e si giacque con lui. E dopo la prima chiavata, vedendolo un po' scontento, perché tra pel turbamento e per l'impeto stesso eccessivo, era scarrozzato fuori del portone, tolse a blandirlo, a carezzarlo, gli porse a succiare i be' capezzoli rosei delle sue mamme caprine, gli diede a brancicare, a stazzonare, a maneggiare le sue sode natiche e polpute, e ridestò con le sue regie mani il nervo illanguidito del facchino, guidandolo una e due volte in porto. Fottuta e rifottuta, sorridendo lo interrogò daccapo: «Sei contento ora?» Don Peppino, che pur tuttavia si baloccava con le dita sulle mele tonde di lei, fece un cotal atto con le labbra e vibrò un lampo malizioso con gli occhi, come chi abbia ancora qualche capric-cio da cavarsi: «Che c'è? di' su! ti par egli ch'io possa ormai negarti più nulla?» Il giovane toccò con l'indice destro il buco proibito, cercando d'introdurvelo. «Ah!» disse la Regina, «anche tu hai questo brutto viziaccio? Porcellone! Ma sia quel che si voglia, ho giurato di appagarti di quanto posso. Come vuoi che mi metta?» E s'adattò senz'altro, dopo esservi assicurata che il porcellone avea la ventura ritta; ed il giovane pratico, senza frapporre indugio, gliela barbò in culo fino alle palle (per parlare sotto metafora). Allora Don Peppino, ricomposti che furono, riabbassate le gonne, riabbottonati i calzoni, dandole tre maruzze, disse: «Questa è pel bacio; questa è per esser giaciuta meco e questa per avermi dato il culo.» La Regina le prese e corse tutta contenta da' parenti: «Sono stata più fortunata di voi altri. Don Peppino mi ha date queste tre maruzze, e domenica mattina dirà la bugia a mio marito. Ora le nostre teste non sono più in pericolo.» Ma si vergognò di dire a che prezzo si fosse procacciate quelle chiocciole di argento e madreperla. Intanto il povero Don Peppino non sapeva darsi pace e non trovava che dire al Regnante: «Come potrò nascondergli il tradimento?» Prese la zappa, la piantò in terra, appese sul manico la sua casacca, vi soprimpose un cappellaccio e disse: «Questo è il Re.» Poscia indossati gli abiti del giorno di festa, andò verso la zappa vestita, si sberrettò, s'inginocchiò, baciò la manica sinistra della casacca e cominciò a dire:
«Buon anno e miglior dì: Maestà, son qui.»
E quindi rispondeva in persona della zappa vestita, imitando la voce nasale del Re:
«Buon giorno, Don Peppino; Fiorisce il mio giardino?» «Fiorisce e porta frutti, Ch'è l'invidia di tutti.» «Che fanno le mie rose?» «Sbocciate ed odorose.» «Che fan le mie pannocchie?» «Crescono a vista d'occhio.» «Che fan le arance d'oro?» «Stan tutte al posto loro.» «Che fan le mie maruzze?» «Van pascolando erbuzze.»
«Ma no! direi la bugia. No, no, nooh! Così non va bene.» Piantò il badile in altro luogo, il vestì, e cominciò la stessa commedia: si provò a spifferargli qualche bugia, cioè che il porcospino se ne avesse mangiati tre, de' martinacci, od altra frottola simigliante: ma finiva poi sempre con iscuotere il capo e conchiudere: «Ma no... dico la bugia. No, no, nooh! così non va bene.» Piantò poi la vanga, e fu il medesimo. Si fece notte: e' si buttò sul letticciuolo per dormire, ma non poteva chiuder occhio. Verso la mezzanotte sentì piangere la zappa ch'egli aveva lasciata infitta nel suolo; ed il badile chiederle:
«Perché piangi, zappuccia?» «Se sapessi i miei guai!» «Dimmeli, se tu puoi!» «Per abbracciar la bella Reginuzza Don Peppino ha rubata una maruzza; E domani dirà la bugiuzza. Se la bugia dirà, La zappa in capo avrà.»
Allora il badile si mise a piangere anch'esso; e la vanga gli chiese:
«Perché piangi, badile?» «Se sapessi i miei guai!» «Dimmeli, se tu puoi!» «Per chiavarsi la bella Reginuzza, Don Peppino ha rubato una maruzza; E domani dirà la bugiuzza. Se la bugia dirà. Badile in capo avrà.»
Allora la vanga si mise a piangere anch'essa; e Don Peppino si alzò e le disse:
«Perché piangi, vanguccia?» «Se sapessi i miei guai!» «Dimmeli, se tu puoi!» «Per incular la bella Reginuzza Stamattina hai rubato una maruzza; E domani dirai la bugiuzza. Se la bugia dirai, La vanga in capo avrai.»
Ma Don Peppino, commosso nel vedere come gli onesti strumenti del suo lavoro si rammaricassero per le sue male azioni, vergognoso del passato, volle rassicurarli pel futuro (e forse anche si mise paura della vangata, della zappata e della badilata promessegli: non può credersi quanto una sanzion penale valga a rinvigorire il senso morale!) e rispose:
«Bocca di verità La bugia non dirà.»
E tornò a letto e si addormentò saporitamente. La dimane si vestì con gli abiti di festa ed avendo risoluto ciò che voleva dire al Monarca, prese sulle spalle la zappa, la vanga ed il badile e s'incamminò verso la Reggia. Ogni tanto figgeva in terra uno degli strumenti, e gli ripeteva ciò che s'era proposto di dire a Sua Maestà e si compiaceva della risoluzione presa. Così giunse a Palazzo. Tutta la corte era ragunata in una gran sala; ed intorno al Sovrano, seduto in trono sotto al baldacchino, stavano il fratello, il figliuolo, la mamma e la mogliera; ed il Re avea la faccia lunga, perché la moglie gli avea mostrate le tre maruzze ed egli sentiva la testa in pericolo. E' malediceva internamente mille volte la sua matta fiducia nella onestà e lealtà d'un uomo; e pensava a qualche bella astuzia per esonerarsi dall'obbligo di serbar la parola data. Entrò Don Peppino Bocca di Verità, si sberrettò, s'inginocchiò, baciò la mano al padrone e poi disse:
«Buon anno e miglior dì! Maestà, sono qui.» «Buongiorno, Don Peppino; Fiorisce il mio giardino?» «Fiorisce e porta frutti Ch'è l'invidia di tutti.» «Che fanno le mie rose?» «Sbocciate ed odorose: Vostro fratello per comprarne venne Promise monti d'oro e nulla ottenne.» «Che fan le mie pannocchie?» «Crescono a vista d'occhio: Vostro figliuolo per rapirne venne Mi fe' minacce atroci e nulla ottenne.» «Che fan le arance d'oro?» «Stan tutte al posto loro: La mamma vostra ad impetrarne venne, Pianse pietosamente e nulla ottenne.» «Che fan le mie maruzze?» «Bocca di Verità Bugia non vi dirà. La moglie vostra a domandarne venne; M'offrì quel ch'io chiedessi e tre ne ottenne. In prezzo della prima io la baciai; In prezzo di quell'altra io la chiavai; In prezzo della terza io l'inculai. Vanga, zappa e badil che tutto sanno. Com'io v'ho detto il ver vi attesteranno.»
Figuratevi lo sbalordimento de' cortigiani, lo sbigottimento del fratello, della mamma e del figliuolo del Re, la confusione e la vergogna della Regina, che pur voleva negare, e lo sdegno di sua Maestà contro di essa. La zappa, la vanga ed il badile, interrogati dal Monarca, dissero tutto ciò che avevano veduto e sentito. I quattro, al fondo, avevan vinta legittimamente la scommessa; che, se il capo di Sua Maestà era stato fregiato di ornamenti poco ambiti, questi non avrebbe dovuto lagnarsene, avendo dato licenza a ciascuno di tentar il giovane in qualsivoglia guisa. Ma troppo pareva duro al Monarca di dovere aggiungere a' suoi titoli quello di duca di Cornovaglia; e voglia di farsi far la testa ne avea pochina: dichiarò per conseguenza che il mezzo adoperato dalla Regina era sleale e contra bonos mores; che quindi la scommessa era nulla. Accusò poi la consorte di dissolutezza; e la suocera, il cognato et il figliastro di lei d'averne fomentato e favorito il malcostume. Fu un processo poco meno scandaloso di quello iniziato dal principe Reggente in Inghilterra contro la moglie Carolina. Il tribunale condannò i quattro alla infornagione, ch'era il modo usato in quel paese per ispedire all'altro mondo i rei di stato, appunto come apprendiamo dalla Bibbia che soleva farsi in Babilonia: Tunc Nabuchodonosor repletus est furore; et aspectus faciei illius immutatus est super Sidrach, Misach ed Abdenago; et praecepit ut succenderetur fornax septuplum quam succendi consueverat. Et viris fortissimis de exercitu suo iussit, ut ligatis pedibus Sidrach, Misach et Abdenago mitterent eos in fornacem ignis ardentis(Daniele, III, 19-20). Come la sentenza fu cognita, come si riseppe che stavano scaldando il forno di giustizia col carbon fossile per introdurvi poi questa palata di principi e di Regine invece di pagnotte o picce di pani; tutta la città concorse per assistere allo spettacolo. I quattro prigioni potevan dal carcere veder la vampa delle fiamme attizzate per incenerirli o carbonizzarli e sentire il ronzio, lo schiamazzio, lo sghignazzio, il gridio della folla, che passava la nottata sul piazzale, cenando allegramente e bazellettando, per esser certa di non isbagliar l'ora della infornatura. Gli sposi nella luna di miele avevan condotte le spose, le quali avevan chiesto come una grazia di veder far la festa alla famiglia reale; i babbi e le mamme vi conducevano i bambini in premio della buona condotta serbata nella settimana (si era al sabato); e si diceva che i presidi vi avrebber condotto gli alunni de' licei ginnasiali, per motivi d'istruzione e di educazione, per allargare il campo delle loro idee. Ogni convoglio della ferrovia sbarcava sul lastrico della capitale migliaia di persone, di curiosi del contado e delle provincie, vogliolosi anch'essi di star presenti ad una tragedia simile, non più vista. I cortigiani si guardavano con facce impensierite; ma nessuno osava biasimare la vendetta dell'autocrate. Solo Don Peppiniello, al quale sembrava orribile che per cagion sua quattro persone s'infornassono e soprattutto quella Regina, tanto bella, e rea solo di avergli procacciati pochi momenti di ebbrezza voluttuosa, s'andò a gittare a' piedi del sovrano, e piangendo assinghiozzatamente ed abbracciandone le ginocchia e balbettando, gli chiese di graziare i condannati, intercesse per quei meschini. Sulle prime il Re faceva orecchie da mercante: «Che te ne preme? In che t'immischi? Come ardisci mettere il becco in molle, in affari che a te punto non appartengono? Non iscaldano il forno per te. Non sarai infornato tu. Non isbarreranno il chiusino dietro a te. Pensa ai cancheri che Iddio ti mandi; ed ammira la mia clemenza, se non ti comprendo nella infornata in premio delle corna onde m'hai ornato. Non ti prender gl'impacci del Rosso. Fatti i fatti tuoi. Non ti dar pensiero di faccende che non ti riguardano.» Ma Don Peppino continuò a pregare: se la Regina avea peccato, aver peccato anch'egli; non esser giusto che pel medesimo errore s'infornasse la donna e si mandasse impunito l'uomo; non dover la vertigine e l'accecamento d'un attimo, infrangere tanti dolci legami, cancellare tante memorie soavi; la fragilità femminile meritar qualche indulgenza; esser pericoloso di mostrare al volgo de' membri della dinastia, anzi l'erede putativo del trono, tra le mani de' manigoldi e ne' supplizi; distruggersi così quel pregiudizio d'inviolabilità, ch'è tanta parte di sicurezza de' troni; esser pazzia poi lo sterminio de' congiunti: a chi lascerebbe il Regno e le sostanze? Insomma tanto seppe impastocchiare, che il Regnatore clementissimo perdonò la vita a' quattro rei, contentandosi di ripudiar la moglie, di chiuder la madre in un convento, di esiliare il fratello e di mandare il figliuolo allo esercito, dove morì poco dopo in battaglia. E fece dipingere da Michelangelo Buonascopa, ch'era tra' frescanti più celebri di quel secolo, nella sala del consiglio l'immagine della Voluttà, ponendovi sotto questi due versi:
Corpus, opes, animam, consortia, foedera, famam, Debilitat, perdit, necat, odit, destruit, aufert.
Questi avvenimenti furono molto discussi e commentati ne' giornali della Cristianità; e, come narra Tommaso Costo nel Fuggilozio per un caso analogo, diedero: «Materia alla brigata di dir chi una cosa, chi un'altra, intorno al ripudio usato dagli antichi Romani; e da tutti si venne a conchiudere che in tal particolare (perché essi non furono soggetti alle divine leggi che fanno il matrimonio inseparabile) si dimostrarono, sì come negli altri loro affari, savissimi; perché egli è pur durissima cosa a pensare che se una moglie vuol essere impudica, ne debba risultar disonore al marito, il quale sia obbligato ad ucciderla: cosa pazza, anzi diabolica». Il nostro Re ebbe poi sempre carissimo Don Peppino Bocca di Verità; e venuto a morte, lasciollo erede del Regno; avendo forse riguardo alla parentela contratta seco per opera e virtù della moglie. E Don Peppiniello visse per molti e molti anni felice e contento, governandosi sempre secondo i consigli della zappa, del badile e della vanga, che erano fatati. E così avvenne quanto gli era stato augurato dalla biscia, dal ramarro e dalla zoccola.
Stretta la foglia, e larga la via; Dite la vostra, che ho detto la mia. Cuccurucù, Non ce n'è più.
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