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Vittorio Imbriani
Il vivicomburio e altre novelle

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  • Per questo Cristo, ebbi a farmi turco
    • V.
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V.

 

Che avrebbe fatto la Signoria Illustrissima del lettore, domando, ne' panni di frate Stefano? O non avrebbe giocati que' numeri, sulla fede della triplice visione, cercando, con posta altissima, di arricchire, per sempre, ad un tratto? Come dubitare di quella solenne promessa del Redentore? Frate Stefano gongolava! Due giorni aveva, ancora; du' soli giorni, prima della estrazione. In que' du' giorni, dovea raccôrre, raggranellare, raggruzzolare, coacervare, ammonticchiare, quanti più calli, tornesi, grana, carlini, tarì, ducati, piastre, colonnati, doppie ed onze, per lui si potrebbe, per aggravare que' cinque numeri, che gli stavan, fiammeggianti, innanzi agli occhi della mente, cinque volte ripetuti in quel quadrato magico.

 

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Quanto aveva, nella sua cella, tutto vendé; quanto c'era in casa d'una sua sorella, maritata a Napoli. Girò la città intera: non ci fu porta, cui non bussasse, mendicando, pitoccando, importunando. Prese a prestanza da giudei, promettendo usura altissima. Rubò, a chi non volle né donargli, né prestargli cosa alcuna. Scassinò il forziere del Padre Guardiano, dov'eran depositate le limosine, raccolte per la canonizzazione d'un altro frate Stefano dell'ordine, diverso affatto da lui (ben inteso!). E, la mattina della estrazione, in chiesa, arraffò calici ed arredi sacri e corse ad impegnarli. E tutto, tutto quel che ritrasse da tante industrie, girando prenditoria per prenditoria, pose su' cinque benedetti e gloriosi numeri!

E, poi, si recò dalla Caprarella; ed ordinò, che, per la sera, gli ammannissero una cena maiuscola da lei; ed invitovvi gli sbarazzini più chiassoni di Napoli. E pensava, già, d'andarne a Roma; e d'ottenervi, con denaro sonante, il condono de' suoi voti; e di comperare un feudo! Marchese di Cacastronzoli e grande di Spagna di prima classe! Avrebbe, anch'egli, un abito di velluto ricamato, un gran sombrero di felpa, col pennacchione, anzi con la pennacchiera, in capo, la durlindana al fianco ed il toson d'oro al collo! E Monsignor Arcivescovo non minaccerebbe, più, corda e galera, al povero frate, per ogni menomo scappuccio; ma, sorridendo, ascolterebbe il racconto delle galanterie della Eccellenza del signor Marchese! E la Caprarella, la Pezzentella, la Chiaiesella, la Schiavottella, la Pempinella, la Madonnella, la Gugliantella, gli si offrirebbero a gara, lo rincorrerebbero come una farfalla d'oro e di grana, affollandoglisi intorno, disputandosi, garrendosi, bisticciandosi, svisandosi, graffiandosi, per farglisi più presso... E lui, lui umano con tutte, bandirebbe una gran festa, nel suo gran palazzo a Chiaia, di sera. I grandi giardini sarebbero rischiarati, da lampioncini variopinti. Orchestre, bande e fanfarre, celate ne' grandi boschetti, sonerebbero, alternativamente. Si ballerebbe, fino alla mezzanotte: grandi balli! Poi, cena! E che cena! Una gran cena! E, quindi, egli convocherebbe, in un salotto appartato (un gran salotto!) quelle ragazze amorose; e, come Zeusi prescelse la modella per l'Elena sua, fra mille, eleggerebbe, fra loro...

Così farneticava, addossato al muro, col cappuccio calato sul viso, mentre, sul terrazzino, in alto, si accingevano alla estrazione. Ecco, un primo squillo di tromba annunzia il primo estratto; e la voce del banditore proclama: «Diciassette!»

«La disgrazia!» gridò, in coro, la ciurma degli astanti: ché, secondo la Smorfia, disgrazia fa appunto diciassette. Fischi, cachinni, imprecazioni!

Secondo strombettìo; secondo estratto.

«Ventitré!»

Vernacchi, sghignazzate, bestemmie. «Tirocciola con fune!» urlavano ianare e lazzari. Tiròcciola, in napoletanesco, val carrucola.

Terzo clangore; terzo estratto.

«Sette!»

«Volpe con gallina!» schiamazza il popolino. E chi fa chicchirrichì; chi gàgnola. Qua e là, scoppia un malannaggia! Eppoi, un grande applaudire, intorno ad una vecchiarella, che dice aver vinto l'ambo: ma si scopre, che ella errava; ed i sibili giungono al cielo.

Quarto suon di tuba; quarto estratto.

«Ventinove!»

«Le maruzze!» echeggiò la plebe, imitando le voci de' maruzzari, ossia venditori di chiocciole cotte, ambulanti: Che belle maruzzelle! ô maruzzaro! E scimmiottando i maruzzari, che stanno a posto fisso: Te ne passe; e l'addore no' lo siente?

Quinta strombazzata; ultimo estratto.

«Sessantotto!»

Le rose fanno sessantotto. So' bell' e rose! so' bell' e rose! intonò la moltitudine, come gridano i venditori di fiori, nel maggio. E, poi, un bell'umore cominciò a ragliare, un altro gli rispose abbaiando, un terzo miagolò. Trasse una brigata fuor della taverna dirimpetto, sonando tabelle, tofe, scetavajasse e putiputi; e, a poco a poco, la folla s'andò diradando e sgombrò dalla piazza.

In alto, sulla balconata, rimanevano esposti cinque cartoni con l'estrazione:

 

17

23

7

29

68

 

Non uno, non uno de' cinque numeri, giocati da frate Stefano, che fosse uscito! Poteva consolarsi, però, pensando, ch'e' li avea sbagliati, ciascuno per un punto solo!

 




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