Scena
decima
Lorenzo
in fretta, e detti.
LORENZO (da sé) (Quest'è un'ambasciata
convulsa. Riderò) Signora.
LAURA Che cosa vuoi?
LORENZO Quel mercante di ieri mattina è ritornato, e
dice...
LAURA (con rabbia che poi và crescendo) E
dice, e dice, e che diavolo dice?
LORENZO Dice che viene per riscuotere...
LAURA Viene anch'egli per farmi inquietare. Pare che
tutti s'uniscano per mandarmi presto in sepoltura... Oh Cielo! Oh me
infelice!... non posso piú... sento che non posso piú.
DOMENICA (a Lorenzo) Sei un balordo.
Perché vieni ad inquietar la padrona?
LORENZO Ma bisogna pur che eseguisca...
LAURA Non mi tormentare per carità; non mi
tormentare. Lasciami in pace, se pure potrò aver pace giammai (illanguidendosi).
LORENZO Il mercante non vuole già toglierle la pace,
gli basta d'avere i cinquanta zecchini che Vostra Eccellenza gli deve.
FRANCUCCIO (Ohimè! quest'è peggio del tanfo di
spezieria).
LAURA (balza in piedi) E perché non va
da mio marito? Non ci è mio marito? Ho pur fatto dire a colui che vada da mio
marito. A mio marito e non a me si fanno queste ambasciate.
LORENZO Ma il mercante dice che andò già ieri
mattina dal padrone ancora, il quale lo mandò via colle brusche dicendogli che
non voleva piú pagar altri debiti per la moglie.
LAURA (in grandi smanie) Che
indiscretezza! che asinità! Marito crudele, barbaro, senza compassion, senza
amore (fa grandissimi sforzi; Domenica la tiene, Francuccio non si muove).
DOMENICA (a Lorenzo) Su presto,
presto; non parlar piú del mercante, e corri a prender un bicchier d'acqua.
LORENZO Corro subito. (E farò bevere un bicchier
d'acqua fresca ancora al creditore) (e via; poi tornerà); (in
tanto Laura seguita a smaniarsi e a contorcersi).
DOMENICA Ed ella, signor dottore, non favorisce, non
degnasi d'aiutarmi a tener questa dama?
FRANCUCCIO Non ho né buona maniera, né pratica di
tale uffizio; e poi temo che torni ad offenderla il tanfo di spezieria.
DOMENICA (Che galeotto è costui!) Lorenzo, Lorenzo,
vieni, o non vieni?
LORENZO Eccomi, eccomi (col bicchiere).
DOMENICA Prenda, signora, un po' d'acqua. Questa le
suol giovare.
LAURA (le accosta languidamente le labbra, e ne
beve pochi sorsi) Basta, basta cosí; via, via.
DOMENICA Porta via, su porta via (a Lorenzo).
LORENZO La porto via, sí, la porto via. Credi di comandare
a un can barbino?
LAURA (con voce bassa, ma rabbiosa) Quel
birbante è partito?
LORENZO Vuol dire quel creditore?
LAURA Sí, colui se ne è andato?
LORENZO Gli ho detto che il padrone è fuori, e
ch'ella sta poco bene. È partito, e ha detto che tornerà domani. (Che bel
comodo sarebbe di pagare i suoi debiti con quattro convulsioni!)
FRANCUCCIO Si sente meglio?
LAURA Non, Signore; mai bene, mai meglio; sempre e
sempre poi male.
FRANCUCCIO (alzandosi in piedi) (Oh!
la finirò io) Ella ora ha bisogno di quiete. Ho già conosciuto abbastanza il
suo temperamento, il suo male, e qual rimedio le occorra. La servirò come
suggerire mi possono le mie cognizioni.
LAURA (con rabbia soppressa) E che
penserebbe di fare? Che penserebbe ella d'ordinarmi? Lo ha da sapere ancor'io.
FRANCUCCIO Non v'ha dubbio. Nulla può farsi senza
di lei. Parlerò prima col signor Don Alfonso suo padre, poscia col signor
Bernardino che non ho l'onor di conoscere, e spero che allora...
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