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Epistola.
Al sacro, lieto e
venturoso loco
Ove prima vid’io tua
gran beltate,
Vado ogni dì
languendo in dolce fuoco;
E se non veggio
quella, tue pedate
Vado sequendo, e l’orme glorïose,
Tanto ch’io giungo a tue mure sacrate,
E qui con voci quiete
e lagrimose
Faccio la notte,
come de lo inferno
Soglion far le triste alme dolore.
Poi quando uscir
l’aurora fuor discerno,
Partomi senza cor,
lasso; & vado ove
Altri non me ode che ‘l rettor superno,
E suspirando fo sì extreme prove
Che non pur liquifaccio
ivi ogn’intorno,
Ma comovo a pietà
Pluton e Iove.
Cusì da indi in qua
la notte e il giorno
In
dolce servitù vivo morendo;
Sì come piace al tuo
bel volto adoro;
E a tal grado esser
giunto me vedendo,
Né potendo resister
più al tromento,
Dissi fra me: Scoprirli
il duol pertendo;
E cusì afflitto,
misero e scontento
Corsi alla penna con
la stancha mano,
Per dirti a pienno
il mio verace intento.
Dico cusì che ‘l tuo bel volto humano
Ha tal poter in sé
che ad un sol sguardo
Sa far un ghiaccio
diventar insano;
Io era un ghiaccio prima: hora tutto ardo;
Io era in libertà: hor son suggetto;
Io era pronto: & hor son pigro e tardo.
Questo advien sol
dal tuo celeste aspetto,
Dala divina gratia e
dolce riso;
E dal bel dir che
spargi fuor dil petto,
Che quel giorno esser propio
in paradiso
Mi parve, quando
parli teco afronte
Contemplando i bei
modi e caro riso.
O parole gentil
limata, e contento,
O profondo
intelletto, o sacro ingegno,
O di beltate e di eloquentia <e> fonte!
O Signor, il andar mirando e degno!
O albergo de
honestate e de costumi!
O de natura singular
dissegno!
Odi il mio grido, e
mira i largi fiumi
Ch’io fo per te, senza
dil cui soccorso
Convien che
lacrimando i’ mi consumi.
E
se a te par che esser non possa corso
Sì presto nel
lega’mi, e che ‘l sia fento
Quel ch’io ti porto senza freno e morso,
Dico cusì che un sol
tuo dolce accento,
Sendo diva, in un dì
non solamente
Mi po’ far tuo
prigion: ma in un momento.
E però, Dea, se
repentinamente
Son dil bel volto
tuo rimasto acceso,
Clie per che sei fra
le altre omnipotente,
Che a tua beltà non pur
me seria reso,
Ma Iove giù dal ciel
un’altra volta
Qual per Europa
seria per te sceso.
Hor dapoi che m’ha il cor e l’alma tolta,
Un tratto udirmi
vogli pria ch’io mora,
Ché un cor gentil iusta
querela ascolta.
Né pur ch’io servo sia, tu mia signora
Dêi restar, che ‘l buon sir il servo aita,
Quando che iustamente
piange e plora.
Una
sola risposte alma e gradita
Da te expetto, con
buona o trista sorte:
Se buona sia, terrammi
alegro in vita,
E se trista serà
correrò a morte.
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