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Sonetti diversi
Spargendo
foco e fiamma d’ogni banda,
Amor armato in guisa
d’huom che iostra
Ogni notte gridando
me si mostra
Qual nochier che a m’armar fischa e comanda.
Dicendo
in voce excelsa e veneranda:
Sù, sù, che è quivi
la nemicha nostra,
Che se pauroso alcun
de noi si mostra,
Fia sempre nostra
vita miseranda.
Questa
non è Cleopatra, Mirrha o Argia,
Ma Syrena, che col
canto almo e degno
Ognun che lode a
dolce morte invia.
Sì
che hor bisogna usar l’arte e l’ingegno
Che se qui tua virtù
mancha, e la mia,
Rimarai sanza vita,
e i’ senza il regno.
Nel
don vostro gentil e ingenioso
Tròvovi cose assai,
più d’una, bella:
Avorio, guanti,
zibetto e cordella,
Da far Iove nel ciel
maraviglioso.
L’avorio
è purità, guanti è riposo,
Zibetto è ardor, e
cordella è cordella;
E i duoi nodi son
l’una e l’altra stella,
Che talhor vi fa
obscuro e luminoso.
Obscur
dimostra ‘l nero, e gran fermezza,
Lucido l’incarnato e
interno amore
Groppati ad un con
maxima vagezza.
Ma in cambio di bel don degno de honore
Mandovi quel che più
se extima e apprezza:
Ché più donar non può
chi dona il core.
Casa
felice e desiato giorno,
Pietoso luoco a me
soave tanto,
Dil mio piacer
principio, fin dil pianto,
Ov’io costai col mio
tuo viso adorno.
Più
non invidio omai tuba né corno,
Ma gratie rendo a chi
si può dar vanto
Havermi posto
l’amoroso manto
Per miei pensier
mesti se alegromo.
Che più beatitudine e più gratia,
Che più gloria e più
gaudio e più conforto
Che l’alma il cor e i sensi a un tratto satia.
Hor
che ‘l naviglio mio trovato ha il porto,
Sempre il ciel tua
beltalde e amor ringratia
Dì e notte in pace e
in guerra e vivo e morto.
Quando
le rutilante chiome d’oro
Dove Amor per legarmi il
laccio prese,
Pallade de suo
soglio in terra scese
Per ordir sì
liggiadro e bel lavoro.
Sopra
il fronte gentil che al mondo adoro
Veggio parte
raccolte e parte stese,
Sento d’Amor al cor
nove contese,
Tal che sovente
arosso e discoloro.
Quel
vago aspetto degno e signorile
Che
ha forza di cavarmi il tristo cuore
E farmi vecchio in
età giovinile,
Che
de’ far poi dil volto il bel splendore,
E il dolce sguardo
angelico e gentile,
Ove tien l’arco e la
pharetra Amore?
Idol
mio dolce, il cor dil corpo mio
È sol nele tue man ligiadre e care,
È ne
la luce al mio viver sì chiare
Ch’io non veggio altro
ben, null’altro idio.
Tu
bello, tu gentil, tu saggio e pio,
Tu poi di me quel
che è impossibil fare:
Ogni cosa legera
alfin mi pare,
Pur che la si confaccia al tuo disio.
Comandami,
signor, se non ch’io mora,
Adopera quest’alma e
questo ingegno,
Ch’io non ho al mondo
altro più car thesoro.
E per darte di questo un vero segno,
Guardami in fronte,
che di lettere d’oro
Vedrai del viver mio
scritto il dissegno.
Passando
nanti a tua finestra proppia,
Con cigni spesso tu
mi chiami e nomini;
So ben che ogni mio
amor in tutto abomini
Et m’ami com’io
fusse un de Etioppia.
Sol
cerchi de dannari averne coppia,
E in questi tai
pensier ti reggi e domini,
Che fan te inchini a tutti quanti gli homini
Sì come al sol si
volgie la Elitroppia.
Vero
è che d’amor sento alcun incendio
Perché sei bella, &
bramo il tuo concubito;
Ma tocchando la
borsa sto in sospendio,
Et
de non mi sommerger temo e dubito.
E pensando in tal
danno e vilipendio,
Dal cor mi fugge
ogni luxuria subito.
Ah
venturata più d’ogn’altra barcha,
In che siede madonna
col mio core!
Ah felice onda
ascesa a tanto honore,
Che del più bel thesoro
tu sei carcha!
Ah
felice terren sopra il qual varcha
Il bel piè de
madonna, e il mio signore!
Ah fortunate
herbette, e ciascun fiore,
Come fortuna v’è
propizia e parcha!
Ah
de honor colmi e pieni de allegrezza
Monti, colli,
campagne, prati e selve!
Godete adorni de
immortal bellezza,
E da voi fugan le mostruose belve,
Ché da vineggia ogni
luce e chiarezza,
Lasso, è partita; e
sol splende conselve.
Serpe,
tygre, leonza, lupa e draga
Che godi il sangue de’ miei spirti lassi,
Non creder mai per
stratio ch’io ti lassi,
Né per incanti d’erbe
o d’arte maga.
Cercha
pur farmi al petto un’altra piaga,
Tendimi lacci e reti
intorno i passi,
Ché mai mia voglia e il
cor mutar vedrassi,
Che un vero amor con sangue
e fe’ si paga.
Tante
lagrime ho sparto, e tanto sangue,
Che sei mia; te ho pagata; e ben si vede
La faccia mia come è palida, exangue.
Hor son a tal che pur non posso il piede
Mover, e il spirto mio morendo langue;
Ma che salisce al ciel
chi mor per fede!
Dal
dì che intrò nel mar mio fragil legno,
Sempre fin qui me è stato quieto, in calma,
D’ogni marnar
portando pregio e palma,
Propizio havendo
ogni celeste segno;
Ma
hor fortuna m’he si volta a sdegno
Ch’io son de viva
fradicata calma,
E sì mi preme adosso
grave salma
Che, aymè, condur mi
sento al stiggio regno.
Non
so per qual mio fallo sì rubella
Mi sei fatta,
fortuna, o qual mio errore,
Ché sì turbata in mar
veggio mia stella.
M’adopra
pur, se sai, sdegno e furore;
Proffonda in mezo il
mar mia navicella,
Ché offender chi non
merta è poco honore.
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