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Giovanni Meli
Opera nova amorosa de Nocturno Napolitano

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  • Epistola.
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Epistola.

 

Al sacro, lieto e venturoso loco

Ove prima vid’io tua gran beltate,

Vado ogni dì languendo in dolce fuoco;

E se non veggio quella, tue pedate

Vado sequendo, e l’orme glorïose,

Tanto ch’io giungo a tue mure sacrate,

E qui con voci quiete e lagrimose

Faccio la notte, come de lo inferno

Soglion far le triste alme dolore.

Poi quando uscir l’aurora fuor discerno,

Partomi senza cor, lasso; & vado ove

Altri non me ode che ‘l rettor superno,

E suspirando fo sì extreme prove

Che non pur liquifaccio ivi ogn’intorno,

Ma comovo a pietà Pluton e Iove.

Cusì da indi in qua la notte e il giorno

In dolce servitù vivo morendo;

Sì come piace al tuo bel volto adoro;

E a tal grado esser giunto me vedendo,

Né potendo resister più al tromento,

Dissi fra me: Scoprirli il duol pertendo;

E cusì afflitto, misero e scontento

Corsi alla penna con la stancha mano,

Per dirti a pienno il mio verace intento.

Dico cusì che ‘l tuo bel volto humano

Ha tal poter in sé che ad un sol sguardo

Sa far un ghiaccio diventar insano;

Io era un ghiaccio prima: hora tutto ardo;

Io era in libertà: hor son suggetto;

Io era pronto: & hor son pigro e tardo.

Questo advien sol dal tuo celeste aspetto,

Dala divina gratia e dolce riso;

E dal bel dir che spargi fuor dil petto,

Che quel giorno esser propio in paradiso

Mi parve, quando parli teco afronte

Contemplando i bei modi e caro riso.

O parole gentil limata, e contento,

O profondo intelletto, o sacro ingegno,

O di beltate e di eloquentia <e> fonte!

O Signor, il andar mirando e degno!

O albergo de honestate e de costumi!

O de natura singular dissegno!

Odi il mio grido, e mira i largi fiumi

Ch’io fo per te, senza dil cui soccorso

Convien che lacrimando i’ mi consumi.

E se a te par che esser non possa corso

Sì presto nel lega’mi, e che ‘l sia fento

Quel ch’io ti porto senza freno e morso,

Dico cusì che un sol tuo dolce accento,

Sendo diva, in un dì non solamente

Mi po’ far tuo prigion: ma in un momento.

E però, Dea, se repentinamente

Son dil bel volto tuo rimasto acceso,

Clie per che sei fra le altre omnipotente,

Che a tua beltà non pur me seria reso,

Ma Iove giù dal ciel un’altra volta

Qual per Europa seria per te sceso.

Hor dapoi che m’ha il cor e l’alma tolta,

Un tratto udirmi vogli pria ch’io mora,

Ché un cor gentil iusta querela ascolta.

Né pur ch’io servo sia, tu mia signora

Dêi restar, che ‘l buon sir il servo aita,

Quando che iustamente piange e plora.

Una sola risposte alma e gradita

Da te expetto, con buona o trista sorte:

Se buona sia, terrammi alegro in vita,

E se trista serà correrò a morte.

 




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