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Giovanni Meli
Opera nova amorosa de Nocturno Napolitano

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  • Epistola ad amicum.
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Epistola ad amicum.

 

Con quel ardente e disfrenato amore,

Paulo, che l’un fratel con l’altro adopra,

Questa ti mando insieme col mio core.

Inela qual amor vol ch’io ti scopra

Quanto ch’io peno in star da te lontano

Come sol sa colui che sta disopra;

E se al partir non ti tocchai la mano,

Fu perché in me abondar sentia sì ‘l pianto

Ch’io temea che l’andar mio fusse vano:

Non già perché a tutte hore e in ogni canto

Sempre non me sia inanti tua figura

De cui sol penso, parlo, scrivo e canto;

Che da quel dì che mia disaventura

Mi lontanò da te, Paulo, fratello,

Ho cangiato pensier, modo e figura.

Più d’alcun spasso e ioco i’ non favello,

Più non son qual solea lieto e festoso;

In fin, Paulo, per te non son più quello

S’io veggio qualche iovane amoroso,

Subito suspirando fra me dico:

Questo non è il mio Paulo glorïoso.

S’io miro alcun dissegno terso e antico,

Fatto per mano dil famoso Apelle,

Dico: è più bel quel dil mio Paul pudico.

S’io sento alcun huom saggia che favelle,

Me gli accosto, dicendo: Hor sta giù basso,

Che Paulo ha più di te parole isnelle.

Se extende alcun con gran misura il passo,

Dico: Sei sonolento, pigro e tardo

A quel che con l’andar fa ogniuno in sasso.

S’io veggio de la vita alcun gagliardo,

Dico: Questo non è quel che tanto amo,

Che salta & corre più che un elepardo.

Se alcun nome lodar sento, alhor chiamo

Il tuo d’ogn’altro più honorato e degno

Che mai fusse sin qui dal dì de Adamo.

Se de gratia, saper, virtute e ingegno

Veggio dottato alcun: Paulo mio caro

Dico è quel che d’ognun trapassa il segno.

Cusì tanto in me cresce il duol più amaro,

E il disio di venir dove tu sei

Quanto che più ti veggio al mondo raro;

Ché in verità, fratello, i’ giurarei

A quel ch’io veggio, che ciascun te adora

Che tu sia fatto in ciel per man de i dei.

Donque non debbio lagrimar ognhora,

Non debio sospirar, ché, se ben penso

Convien che senza te penando i’ mora,

Tu mi potresti dir: Se è tanto intenso

L’amor che tu mi porti, perché il piede

Non drici a me, con desiderio immenso?

I’ ti rispondo che la data fede

Al capitano mio me astringe, & vole

Che questo enverno istia sotto sua fede.

Sai che un proverbio antico dir si suole,

Che gli animali si legan per le corna,

Così gl’huomini anchor per le parole.

Sì che se tu vuoi dir: Rizardo, torna!,

Nol posso far, ch’io vegnerei, a manco

Di quella che nel mondo l’huomo adorna;

Ma che passato, e il più passerà il manco,

Et verròti a trovar pien de affectione,

Per non mi lontanar via da te unquanco.

Ché essendo già gran tempo tuo prigione,

Ragion non vol ch’io possi in parte alcuna

Combatter, non che vincer la questione.

Ma ben ti porto invidia che fortuna

Voglia che vivi apresso la tua diva,

E ch’io de la mia l’alma hebbi a degiuna:

Io son ne l’amplo mar, tu giunto a riva;

Io son pien di dolor, tu de letitia;

Io seguo l’arme, e tu segui la oliva.

Qui non se adopra se non nimicitia,

Lanze, spade, lanzon, tonche e labarde,

Ulluli, gridi, omei, sdegno e nequitia,

Corraze, elmi, testiere, petti e barde,

Scudi, golette, falde e borbozzali,

Schiopi, ballestre, archibusi e bombarde;

E siàn qui a guisa proprio de animali,

Che expettando al macello andar sovente,

O fermo segno a innumer<a>bil strali;

E se non fusse che soavemente

Nocturno con la Cetra mi conforta,

Serian le vital forze mie già spente.

Hor perché mia tornata esser de’ corta,

Non mi vo disperar; però che è stolto

Colui che per se stesso si sconforta.

Vederò il tuo d’ogn’altro più bel volto,

Udirò di tua donna il canto ameno;

Mirerò il paradiso in lei raccolto,

Ché quando è il ciel più fosco, più sereno

Fassi al son de sua voce e sua armonia:

E ogni aspro cor da dolcezza vien meno.

Tal ch’io non creddo in terra né in ciel sia

Una di lei più virutosa e bella;

Per il che Iove haverla in ciel disia.

O vivo sole, o refulgente stella,

O d’intelletto e gratia mar proffondo,

O porto d’ogni stancha navicella!

Credo che non si trovi in tutto il mondo

Duo volti l’un a l’altro più conforme:

L’un lieto e bel, l’altro vago e iocondo:

Al quai natura le più degne forme

Volse adoprar, acciò che ogn’op<a>ra, ogn’arte

Fusse apresso di questi duo defforme;

Dove che in prosa, in verso, in voce e in carte

Dir non potrebbon mille lingue humane,

Non pur apieno, ma la minor parte.

Ma che voci son queste orrende e strane

Ch’io sento da lontan? Aymè, egli è il campo

Nostro; che con nimici egli, è ale mane

Ecco là ersi, pien de ardente vampo,

Che ‘l del gran iuditio adesso parme:

Serò divin, se a questo tratto i’ scampo!

Ecco tamburi e trombe, che arme, arme, arme

Gridando, e sangue, e sangue, e morte, morte!

Paulo, convegno andar; vogli ex[c]usarme.

E, s’il piacesse ala mia dura sorte

Che, com’io credo manchasse in battaglia,

Prega talhor per me la excelsa corte,

Se è ver de un buon fratel che l’amor vaglia.

 




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