Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Giovanni Meli
Opera nova amorosa de Nocturno Napolitano

IntraText CT - Lettura del testo

  • Sonetti diversi
Precedente - Successivo

Clicca qui per attivare i link alle concordanze

Sonetti diversi

 

Spargendo foco e fiamma d’ogni banda,

Amor armato in guisa d’huom che iostra

Ogni notte gridando me si mostra

Qual nochier che a m’armar fischa e comanda.

Dicendo in voce excelsa e veneranda:

Sù, sù, che è quivi la nemicha nostra,

Che se pauroso alcun de noi si mostra,

Fia sempre nostra vita miseranda.

Questa non è Cleopatra, Mirrha o Argia,

Ma Syrena, che col canto almo e degno

Ognun che lode a dolce morte invia.

Sì che hor bisogna usar l’arte e l’ingegno

Che se qui tua virtù mancha, e la mia,

Rimarai sanza vita, e i’ senza il regno.

 

Nel don vostro gentil e ingenioso

Tròvovi cose assai, più d’una, bella:

Avorio, guanti, zibetto e cordella,

Da far Iove nel ciel maraviglioso.

L’avorio è purità, guanti è riposo,

Zibetto è ardor, e cordella è cordella;

E i duoi nodi son l’una e l’altra stella,

Che talhor vi fa obscuro e luminoso.

Obscur dimostra ‘l nero, e gran fermezza,

Lucido l’incarnato e interno amore

Groppati ad un con maxima vagezza.

Ma in cambio di bel don degno de honore

Mandovi quel che più se extima e apprezza:

Ché più donar non può chi dona il core.

 

Casa felice e desiato giorno,

Pietoso luoco a me soave tanto,

Dil mio piacer principio, fin dil pianto,

Ov’io costai col mio tuo viso adorno.

Più non invidio omai tuba né corno,

Ma gratie rendo a chi si può dar vanto

Havermi posto l’amoroso manto

Per miei pensier mesti se alegromo.

Che più beatitudine e più gratia,

Che più gloria e più gaudio e più conforto

Che l’alma il cor e i sensi a un tratto satia.

Hor che ‘l naviglio mio trovato ha il porto,

Sempre il ciel tua beltalde e amor ringratia

Dì e notte in pace e in guerra e vivo e morto.

 

Quando le rutilante chiome d’oro

Dove Amor per legarmi il laccio prese,

Pallade de suo soglio in terra scese

Per ordir sì liggiadro e bel lavoro.

Sopra il fronte gentil che al mondo adoro

Veggio parte raccolte e parte stese,

Sento d’Amor al cor nove contese,

Tal che sovente arosso e discoloro.

Quel vago aspetto degno e signorile

Che ha forza di cavarmi il tristo cuore

E farmi vecchio in età giovinile,

Che de’ far poi dil volto il bel splendore,

E il dolce sguardo angelico e gentile,

Ove tien l’arco e la pharetra Amore?

 

Idol mio dolce, il cor dil corpo mio

È sol nele tue man ligiadre e care,

È ne la luce al mio viver sì chiare

Ch’io non veggio altro ben, null’altro idio.

Tu bello, tu gentil, tu saggio e pio,

Tu poi di me quel che è impossibil fare:

Ogni cosa legera alfin mi pare,

Pur che la si confaccia al tuo disio.

Comandami, signor, se non ch’io mora,

Adopera quest’alma e questo ingegno,

Ch’io non ho al mondo altro più car thesoro.

E per darte di questo un vero segno,

Guardami in fronte, che di lettere d’oro

Vedrai del viver mio scritto il dissegno.

 

Passando nanti a tua finestra proppia,

Con cigni spesso tu mi chiami e nomini;

So ben che ogni mio amor in tutto abomini

Et m’ami com’io fusse un de Etioppia.

Sol cerchi de dannari averne coppia,

E in questi tai pensier ti reggi e domini,

Che fan te inchini a tutti quanti gli homini

Sì come al sol si volgie la Elitroppia.

Vero è che d’amor sento alcun incendio

Perché sei bella, & bramo il tuo concubito;

Ma tocchando la borsa sto in sospendio,

Et de non mi sommerger temo e dubito.

E pensando in tal danno e vilipendio,

Dal cor mi fugge ogni luxuria subito.

 

Ah venturata più d’ogn’altra barcha,

In che siede madonna col mio core!

Ah felice onda ascesa a tanto honore,

Che del più bel thesoro tu sei carcha!

Ah felice terren sopra il qual varcha

Il bel piè de madonna, e il mio signore!

Ah fortunate herbette, e ciascun fiore,

Come fortuna v’è propizia e parcha!

Ah de honor colmi e pieni de allegrezza

Monti, colli, campagne, prati e selve!

Godete adorni de immortal bellezza,

E da voi fugan le mostruose belve,

Ché da vineggia ogni luce e chiarezza,

Lasso, è partita; e sol splende conselve.

 

Serpe, tygre, leonza, lupa e draga

Che godi il sangue de’ miei spirti lassi,

Non creder mai per stratio ch’io ti lassi,

Né per incanti d’erbe o d’arte maga.

Cercha pur farmi al petto un’altra piaga,

Tendimi lacci e reti intorno i passi,

Ché mai mia voglia e il cor mutar vedrassi,

Che un vero amor con sangue e fe’ si paga.

Tante lagrime ho sparto, e tanto sangue,

Che sei mia; te ho pagata; e ben si vede

La faccia mia come è palida, exangue.

Hor son a tal che pur non posso il piede

Mover, e il spirto mio morendo langue;

Ma che salisce al ciel chi mor per fede!

 

Dal dì che intrò nel mar mio fragil legno,

Sempre fin qui me è stato quieto, in calma,

D’ogni marnar portando pregio e palma,

Propizio havendo ogni celeste segno;

Ma hor fortuna m’he si volta a sdegno

Ch’io son de viva fradicata calma,

E sì mi preme adosso grave salma

Che, aymè, condur mi sento al stiggio regno.

Non so per qual mio fallo sì rubella

Mi sei fatta, fortuna, o qual mio errore,

Ché sì turbata in mar veggio mia stella.

M’adopra pur, se sai, sdegno e furore;

Proffonda in mezo il mar mia navicella,

Ché offender chi non merta è poco honore.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License