Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Carlo Michelstaedter
Poesie

IntraText CT - Lettura del testo

  • [A Senia]
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

[A Senia]

 

 

I

 

Le cose ch'io vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d'alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

 

Ché a brevi fiate nel tempo passato

nel fondo del mare mi sono tuffato.

A dare or la patria all'esule sirena,

la patria a me stesso e all'uomo abbattuto

svelare la via del suo regno perduto,

mi voglio tuffare con più forte lena,

che ogni uom manifeste le tenebre arcane

conosca e vicine le cose lontane.

 

Ma quel che già vidi nel fondo del mare,

i baratri oscuri, le luci lontane

e grovigli d'alghe e creature strane,

Senia, a te sola lo voglio narrare.

 

 

II

 

Da te lontano, nelle notti insonni,

innanzi agli occhi dove anche io miri,

sempre ho lo slancio della tua persona

come il vento la trae della passione

e la faccia raccolta che la fiamma

nel tempo stesso vela e manifesta.

Ma se l'occhio distolgo dalla strada

arida e sola che percorro oscura

e alla diafana luce lo rivolgo

dell'imagine tua cara e lontana,

invano cerco a me farla vicina,

invano cerco trattenerla, invano

tendo le braccia: nella notte oscura

non anche io l'ho mirata ed è svanita.

E l'occhio stanco e ardente la tenèbra

pur mira densa e inesorata quale

si chiuse innanzi all'antico cantore

che a Euridice si volse ed Euridice

nella notte infernale risospinse.

Spenta ogni luce allora ed ogni via

sbarrata, allor più presso la tenèbra

mi stringe sì che il cuor ignoto orrore

m'invade, non per me se nella notte

solo io soccomba, ma per te, o compagna

forte e sicura - che pel mio piacer,

per la mia debolezza, il mio sostare

non t'abbia risospinta nella stretta

della diuturna sofferenza inerte.

 

Perciò se freddo e ruvido io ti sembri,

ma tu lo sai: è per vieppiù andare,

è per nutrir più vivida la fiamma,

perché un giorno risplenda nella notte,

perché possiamo un giorno fiammeggiar

liberi e uniti al porto della pace.

 

9 settembre 1910

 

 

III

 

Non sorridente sotto il sole estivo,

la faccia luminosa e gli occhi chiari

nel doppio raggio del sole e del mare -

non melodiosa in tutta la persona

nel ritmo della danza, o fiduciosa

nell'infuriar dell'onde, come quando

a me che ti chiedevo rispondevi:

«Per me non è mai tempo di tornare,

chi va sicuro non potrà affogare»,

sbattuta dall'onda musicale

quando senza velami dai tuoi occhi

l'anima fiammeggiava e la tua vita

nelle dita sicure era raccolta -

non più così la creatura del sole,

il fiore della vita, la sorgente

ond'io le labbra asciutte dissetava,

la giovinezza quale altrove invano

per le vie della terra ho ricercata -

non più così ti vidi nel mio sonno,

quando la trama più si fa sottile

e all'anima più pura inverso l'alba

rivela il sogno le cose lontane.

Ma ripiegata in piccolo sedile,

come un uccello che ferito a morte

l'ultima vita con l'ali ripara,

d'un velo bianco ti facevi schermo

al freddo e alla vicina fredda morte;

e in faccia era svanito ogni colore,

ogni scintilla spenta, e nelle occhiaie

oscure gli occhi t'eran fatti cavi.

Io ti parlavo e tu non rispondevi,

ma pur col bianco vel t'adoperavi

di riparare l'ultimo calore.

T'ero vicino e tu non mi vedevi,

ma nella morte già eri raccolta

ed alla morte come ad un riposo

stanca le membra e i veli disponevi,

con moto lento, come di chi ascolta

d'una squilla lontana il misterioso

annunzio noto, ch'altri non intende.

 

Così m'eri distolta e la mia vita

invano sanguinava per ridare

a te la vita che s'era partita:

con le mani non ti potea scaldare,

con la voce non ti potea svegliare.

Come da lungi nel plumbeo mare

che si fonde col cielo vela bianca

non più in mare che in cielo navigare

sembra, così pur l'anima tua stanca

era già della morte ed era in vita,

t'era fatta la vita sol dolore,

poiché in te la passione era svanita,

ma sulla faccia il pallido terrore

t'era dipinto e t'era chiuso il core.

 

Ahi, non questa sognammo amara morte

nel suo pallido aspetto pauroso,

questa che va a picchiar tutte le porte

e ai morti dalla nascita il riposo

finge nel tempo eterno e tenebroso,

ma la giovane morte che sorride

a chi per la sua cura non la teme,

la morte che congiunge e non divide

la compagna e il compagno e non li preme

con l'oscuro dolore - ma che insieme

li accoglie nel suo seno, come il porto

di pace chi ha saputo navigare

nel mar selvaggio, nel deserto mare,

che a terra non s'è vòlto per conforto.

 

Rimprovero m'è il sogno e non spavento,

perch'io m'attardo mentre tu languisci;

s'io vinco certo così non perisci.

Questo sogno m'è sferza all'ardimento.

 

10 settembre 1910

 

 

IV

 

Dato ho la vela al vento e in mezzo all'onde

del mar selvaggio, nella notte oscura,

solo, in fragile nave ho abbandonato

il porto della sicurezza inerte.

Al mare aperto drizzata ho la prora

per navigare, ed alla sorte oscura

la forza del mio braccio ho contrapposta.

Non ho temuto il vento avverso e l'onda

canuta, né la mensa famigliare

e l'usato giaciglio

ho rimpianto o il commercio delle care

e dolci cose. Né deserto e triste

m'è apparso il mar sonante nella notte,

anzi la voce sua come un appello

mi sonò in cor della mia stessa vita;

mi parve dolce cosa naufragare

nel seno ondoso che col ciel confina,

temuta ho la morte...

 

Alla punta del golfo donde il mare

s'apre libero e vasto senza fine

tu m'attendi sicura e fiduciosa,

le vesti al vento, ritta sullo scoglio.

Costeggiar mi conviene la scogliera

per uscire dal golfo, quindi uniti

navigheremo, poiché a me t'affidi:

sì breve tratto da te mi divide

e dal libero mar sì breve tratto!

- Ma perch'io tenti la bordata e tenda

la vela al vento, pur l'inerte chiglia

non fende l'onda, ch'ora sulle creste

spumanti, or negli abissi, or sur un bordo

or sull'altro la trae senza riposo.

E se l'albero gema, se la scotta

a spezzarsi si tenda, e nella vela

ingolfandosi il vento il mio naviglio

minacci di sommergere, pur sempre

alla stessa distanza io mi ritrovo

dalla punta agognata. Col timone

io m'adopero invano al mare aperto

dirizzare la prora: a chiglia inerte

il timone non giova.

 

Il vento e l'onde intanto lentamente

come un rottame verso la scogliera

mi spingono a rovina senza scampo.

Ch'io debba naufragar senza lottare

fra la miseria dei battuti scogli,

presso al porto esecrato, come un vile,

senza esser giunto al mare, e te lasciando

sola e distrutta dopo il sogno infranto

fra le stesse miserie?

 

Gorizia, 15 settembre 1910

 

 

V

 

Se mi trovo fra gli uomini talvolta,

qualunque cosa io parli, la mia voce

mi par che solo il nome tuo richiami.

Io taccio allora e aspetto trepidando

ch'altri con bocca impura a questa voce

risponda, e del mio bene ascoso mi discorra;

e se pur d'altre cose memorando

mi parlano con voce indifferente,

ma nel loro sorriso, ma negli occhi

mi par d'intravedere ch'altra cosa

vogliono dire, che nel cor profondo

sì mi ferisce. Che da ogni mio gesto,

che dal volto mi par ch'altri mi legga

il pensiero di te che sei lontana.

 

Dal commercio degli uomini rifuggo

allora alla campagna solitaria

o alla mia stanza solitaria e solo

tutto in me mi raccolgo; ma nell'aria,

nel canto degli uccelli e nell'uguale

mormorare dell'acqua, dalle ripe

alte del fiume e pur dalle pareti

della mia ignuda stanza, a piena voce

il tuo nome riecheggia al mio silenzio,

sì che palese a ognuno e manifesta

del tutto, al volgo preda senza schermo,

parmi l'anima mia nel suo segreto.

Ed il sogno che nasce palpitante,

la «storia» che non soffre le parole

ma vuol esser vissuta, il più profondo

e caro senso della nostra vita,

che pur uniti e soli sotto il velo

di parole comuni nascondiamo,

d'atti comuni, con gelosa cura

nascondiamo a noi stessi, ora del volgo

mi par fatto preda contaminata.

 

Nei giorni del dolore e nelle notti

senza riposo, nella valle triste

della sorda fatica e del tormento

senza speranza, nel mio dubitare

cieco, quando l'abisso dell'inerzia,

dell'abbandono m'era aperto ai piedi,

allor fioca scintilla io l'allevava

il mio sogno lontano, ancor ch'io fossi

d'ogni certa speranza privo al tutto;

ma da quello una vena mi fluiva

di forza che nel mezzo delle cose

vane e volgari, delle ottuse cure,

indifferente mi facea e sicuro,

e al dolor mi temprava e ogni timore

del mio stesso soffrir, ogni ricerca

di premi, di riposo, di conforto

ogni viltà dal cuore mi toglieva.

Dal più profondo della mia distretta,

nella mente più oscura quella fiamma

mi era sorta, caduta ogni speranza,

e la risposta al tanto faticare

di richieste alla vita per lei chiara

mi rifulgeva: «Non chieder più nulla,

sappi goder del tuo stesso dolore,

non adattarti per fuggir la morte;

anzi da te la vita nel deserto

fatti - che sia per gli altri nuova vita;

non disperare, ma rinuncia ai vani

aspetti della vita, e nel deserto

sarai tranquillo: dalla tua rinuncia

rifulgerà il tuo atto vittorioso,

ΑΡΓΙΑ sarà il tuo porto ΔΙ'ΕΝΕΡΓΕΙΑΣ».

 

E sentii la mia vita fiammeggiare

ed il deserto farsi popoloso,

credetti fosse giunto il luminoso

mio giorno nella notte e consumare

quella fiamma mi parve la mia vita.

Ma per più lunga strada il mio destino

mi volse a far cammino: e vivo ancora

mi trovai nel fittizio riposo,

ma a te vicino per più forte andare;

in te concreta vidi la mia fiamma,

in te il mio sogno fatto era vicino

e la mia vita più certa: ogni ritorno,

ogni vile riposo, ogni timore

era morto per me. - Nel mare ondoso,

sulla brulla costiera solitaria,

sotto la forte quercia, a me vicina

io t'ho sentita siccome nel sogno. -

Non Argia ma Senia io t'ho chiamata,

per non sostar nel facile riposo,

e la lingua la fiamma consacrata

con le parole non contaminò.

Pur or mi trovo ancora nella nebbia

e il camminar m'è vano e la fatica

novellamente mi si fa penosa.

Io sento me da me fatto diverso,

se pur vicina ti sento lontana

ancora come un tempo, e la mia fiamma

geme che pur rifulse nella notte

per sua forza, sicura. Nelle tante

piccole e vane cose nuovamente

io mi dissolvo; nell'oscuro giro

della diuturna noia il nostro sogno

parmi tradito e per ignote voci

con parole di scherno messo a nudo,

pesato, misurato, confrontato

Come se ignote mani il focolare

andassero scrutando ingordamente,

e alle ceneri insieme le faville

disperdessero al vento...

 

L'angoscia di non giungere alla vita

e di perire dell'oscura morte

te trascinando nell'abisso, Senia,

mi prende forte sì che dubitoso

mi son fatto di me, che non sopporto

le mie stesse parole, e di me stesso

invincibile nausea m'opprime.

 

Gorizia, 19 settembre 1910

 

 

VI

 

Ti son vicino e tu mi sei lontana,

mi guardi e non mi vedi, o s'io ti parlo,

pur amando ascolti, non però m'intendi;

ti sono questo corpo e questi suoni,

ti sono un nome, ti son un dei tanti,

come un altro sarebbe

che per nome e per vista conoscessi.

Io non sono per te «io», la mia vita,

io, questa mia volontà più forte,

Il mio sogno, il mio mondo, il mio destino.

Io non sono per te: questo mio amore

disperato e lontano e doloroso

- gli passi accanto e non lo senti amare.

Ma ancor fra gli altri uomini t'aggiri,

con questo parli ed a quello t'affidi,

fra lor vivi e per lor, s'anco a nessuno

dai la tua speme intera e la fiducia.

Ma fra l'oggi e il domani e questo e quello

ti dissolvi, e trapassi senza sole

la tua selvaggia e forte giovinezza,

e la tua speme consumando ignara

sei di te stessa - ed io mi struggo invano.

Mentre mi vince gelosia crudele

non pur di questo giovane e di quello

cui lo sguardo concedi o la parola,

ma d'ogni cosa che ti sia vicina,

ma del sole, dell'aria, ma del pane,

ché di loro ti nutri e a me sei tolta;

gelosia d'ogni giorno, d'ogni istante,

che vivi, che non vivi di me solo,

che l'aria e il pane e il sole, che ogni cosa,

che il mondo intero, che la vita stessa

vorrei esser per te - ma tu l'ignori.

 

 

VII

 

Parlarti? e pria che tolta per la vita

mi sii, del tutto prenderti? - che giova?

che giova, se del tutto io t'ho perduta

quando mia tu non fosti il giorno stesso

che c'incontrammo? Che se pur t'avessi

ora, vincendo, mia per il futuro,

mia per diritto, mia per tuo volere,

mia non saresti più che non sei ora,

mia non saresti più che s'altra mano

ti possedesse. Che pur del mio corpo

sarei geloso come or son d'altrui.

Non più sarei per te la vita intera

ch'ora non sono, se già in me non l'ami:

ma se in me non l'ami, se tua vita

crear non so della mia vita stessa,

che più giova sperar, che più volere,

che mi giova la vita e il mio dolore

e questo amor lontano e disperato?

Fatto sono da me stesso diverso

che centra il fato mi dicevo forte,

poiché ho esperta e ancor vivo ad ogni istante

nella tua indifferenza la mia morte.

Né più mi giova mendicare i giorni

chieder altro più dal dio nemico,

se non che faccia mia morte finita.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License