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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • DIECI LETTERE DI PUBLIO VIRGILIO MARONE SCRITTE DAGLI ELISI ALL’ARCADIA DI ROMA SOPRA GLI ABUSI INTRODOTTI NELLA POESIA ITALIANA (1757)
    • LETTERA PRIMA - PUBLIO VIRGILIO MARONE A' LEGISLATORI DELLA NUOVA ARCADIA, SALUTE.
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LETTERA PRIMA - PUBLIO VIRGILIO MARONE A' LEGISLATORI DELLA NUOVA ARCADIA, SALUTE.

Tutto l’Elisio, o Arcadi, è posto in tumulto daglitaliani poeti, che, d’ogni età, d’ogni stato, qua scendono in folla ogni giorno a perturbare la pace eterna de’ nostri boschetti. Par che la febbre, per cui gli abderiti correvan le strade recitando poemi, sia venuta sotterra co’ vostri cantori, verseggiatori e poeti importuni, a profanare con barbare cantilene ogni selva, ogni fonte, ogni grotta, sacra al silenzio e alla pace dei morti. Ogn’italiano che scende tra noi, da alcun tempo in qua, parla di versi, recita poemetti, è furibondo amatore di rime, e recasi in mano a dispetto di tante leggi infernali o tometto, o raccolta, o canzoniere, o sol anche sonetto, e canzone, che vantasi d’aver messa in luce, benché a tutt’altro mestier fosse nato. Or pensate, arcadi magistrati, in qual confusione sia tutto il nostro pacifico regno poetico. Orazio, Catullo, Properzio, e gli altri miei vecchi compagni latini e greci, che non han meco tentato per calmar questa insania? Ma peggio abbiam fatto. Costor ci trattano con disprezzo, non fan conto di greci né di latini, e dicono apertamente di voler oscurare la nostra fama e scuotere il giogo dell’antichità, per tanti secoli e da tante nazioni portato. Giunse talun di loro a rimproverarci l’ignoranza del linguaggio italiano, per la quale non possiamo noi giudicare (essi dicono) della moderna poesia. Mi son dunque applicato con esso gli amici a conoscere la vostra lingua, né difficile è stato a noi l’impararla, poiché in gran parte è la stessa che noi parlammo, vivendo in mezzo a Roma, con gli schiavi e col popolo e con le femminette. A voi non è ignoto che, oltre alla lingua latina più nobile e più corretta, che gli scrittori e i patrizi usavano, un’altra era in uso tra ’l volgo, che popolare dicevasi, come legger potete in Cicerone, e molti de’ vostri dotti han mostrato, se il ver mi disse un certo vostro autore, per nome Celso Cittadino, già tempo fa, e recentemente Scipione Maffeio, uomo che alla modestia, all’eloquenza, al sapere mi parve più tosto del mio, che del secolo vostro.

Lo studio da me postovi nuovamente m’ha fatto più familiare l’italico idioma, e in questo vi scrivo, temendo assai non sia forse usato abbastanza il latino tra voi, né molto inteso, come vediamo di tanti poeti che a noi vengon d’Italia oggidì. Che se voi trovate tuttor nel mio stile qualche aria di latinità, mi scuserete, sapendo non giugnersi mai al possesso d’una lingua non propria, e molto men della vostra presente, che sembra diversa da quella de’ vostri padri dell’ottimo secolo, e forestiera lor sembra oggi quaggiù. Per altro, qual essi la scrissero, e quale anche oggi si scrive da chi ben la studia, a noi parve bellissima. Riconosciamo in essa ricchezza e pieghevolezza mirabile, chiarezza, armonia, dignità e forza, con altre doti acquistate da lei ne’ cinque ultimi secoli, in che maggiormente da chiari ingegni fu coltivata. L’amico Orazio al leggere un giorno certe poesie (frugoniane si nominavano, io credo) d’armonia piene, di colori e di grazia, preso da un estro improvviso, gridò a noi rivolto: O matre pulcra filia pulcrior, applicando a questa figlia della lingua latina quel verso da lui fatto in altro proposito. E, nel vero, piace a noi tutti singolarmente la figlia, perché ha schifati con gran vantaggio que’ suoni troppo conformi, e quelle tante e sì tetre terminazioni in um, ur, us, che disfiguravan la madre.

Egli è ben vero che nell’italica poesia trovammo da prima qualche spiacevole novità. L’infinito numero e qualità di versi differenti, grandi, mezzani e piccioli, tronchi e sdruccioli, tutti ad accento e non a misura, or troppo simili, or troppo diversi nel suono; senza fissi riposi e rompiture, onde par verso ogni parlare; infin, quanto era nuovo per noi, ci noiava. Soprattutto le rime strana cosa ci parvero e barbara usanza, e quasi un sussidio trovato per supplire al mancamento della dolcezza e maestà del verso. Ma, con l’assuefare l’orecchio a quell’eco perpetua, siamo venuti a sentirvi un piacer nuovo, e troviamo più venustà e più vaghezza in cotanta varietà di metri e di accenti, quando son maneggiati da mano esperta. I pregiudizi, in fine, che neppur la perdonano ai morti letterati, svanirono, e col tempo e colla docilità siam giunti a gustare le nobili poesie del vostro Parnaso. Orfeo stesso, che non ha mai degnato di cantare su la sua cetera versi latini, e a paragon de’ greci non può soffrirli, fa udir sovente ai boschi e ai fiumi di questo soggiorno dolcissime canzoni italiane, mentre io con Omero godiam di parere a noi stessi più gravi e più armoniosi, mettendo le nostre similitudini e le più vive immagini dentro un’ottava rima, quasi in più nobil quadro. Ma non così dolci né così belle troviam d’ordinario le poesie di coloro che nuovamente vengon dai vivi e di versi italiani ci assordano. Quindi costoro, che per profession di poeti son pontigliosi e per ignoranza superbi, ci sprezzano e fanno insulto. Qual diletto e qual pregio possiamo, in fatti, trovare nell’opere loro, che nulla hanno di poesia fuorché qualche suono? Noi che sappiamo non consistere la poesia in parole ed in suono se non quanto son le parole espressioni d’immagine ovver d’affetto, e il suono stromento d’inganno e di diletto, come possiamo non esser noiati da’ loro versi esanimi e scoloriti e freddi più che ogni prosa? Veramente ci fa maraviglia che una lingua e una poesia, come la vostra, che tanto abbonda di termini propri, espressivi, sonori, che ha sì gran libertà e varietà di costruzione, tanta dovizia di modi e di frasi, onde ha fatto raccolta ampissima, più che altro idioma, da’ greci, latini, iberi, galli, e perfino da’ teutoni, e con ciò sì mirabile facilità di far versi, pur nondimeno sì poco riesca a far de’ poeti. Forse che il clima è cangiato, che le generazioni degli uomini sono deteriorate, che le lettere son decadute? Certo è che da gran tempo in qua non è comparso tra i morti alcun poeta veramente sublime, un Omero, un Orazio, un Properzio italiano, benché poemi e canzoni e sonetti a migliaia siano usciti in Italia senza fin senza termine e senza misura, dal Tasso e dal Chiabrera in qua. Alcun di noi, ciò ripensando, ha creduto che la troppa facilità appunto di verseggiare, altri, che la moltitudine de’ poeti e delle academie che ascolto incontrarsi persin ne’ villaggi, altri, che la cieca imitazione de’ vostri antichi, ed altri, che altre cagioni producano questa sterilità. Io penso che da tutte derivi, e principalmente dalla falsa idea che della poesia fannosi gl’italiani, mal prendendo i suoi vecchi maestri ad imitare come esemplari eccellenti in tutto e perfetti. Hanno degli Enni e de’ Pacuvi, che, non discernendo, adorano ancora con una cieca superstizione ed a peccato terrebbono il sol sospettare in essi d’imperfezione. Da essi imparano una poesia di parole, e prendono i modi più inopportuni e più aspri alla poesia dilettevole e illustre, quasi bellezze consacrate dal tempo e dai servili adoratori. Io voglio parlarvi di questo inganno alquanto posatamente. Ciò credo esser permesso a Virgilio senza pericolo, dopo morte, ed in luogo ove l’invidia non può. L’amor della patria e della poesia, che mi segue ancora tra l’ombre, è quel sol che mi spira, e, se da un morto la verità non udite, da chi la sperate oggimai? Qui non giunge l’adulazione o la gloria de’ titoli, né privilegio o mercede o diploma vi chieggo. Voi sedete legislatori e giudici in un tribunale supremo di poesia; voi mandate colonie poetiche in ogni terra italiana; voi date poetica cittadinanza perfino ai re dell’Europa e alle nazioni straniere; e in ciò sembrate antichi romani; dee dunque piacervi il mio zelo. Che se alcuno se ne dorrà e leverà la voce contro di me, ricordisi almeno che parla a un morto.




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