Un rumore improvviso interruppe il ragionare, ed
era un cotale che ad alte voci gridando chiedea d’aver luogo e soggiorno tra i
poeti latini, e tra gli epici un seggio a me vicino, perché dicea d’aver
tradotto in gran volumi di verso esametro e di stile virgiliano tutto quanto il
poema dell’Orlando Furioso insino al 48° canto del divin Ludovico
Ariosto3. Noi fummo dapprima sbigottiti, udendo quel titolo di divino
che ben sapevamo per prova esser dagl’italiani mal impiegato. Sapevamo eziandio
che l’Ariosto medesimo non avea già voluto fare un poema secondo le regole
della ragione e del buon gusto, ma che piuttosto avea scritto affine di
dilettare gli amici, a’ quai leggeva i suoi canti, non al giudicio della severa
posterità; onde in noi crebbe il ribrezzo a quel nuovo parlare di traduzione
latina. Tristo me, dicevami il cuore; il mio verso, e il mio stile, come può
stare in bocca di paladini, de’ negromanti, delle streghe, che pur son gli eroi
di quel poema? Che ha a fare la lingua latina co’ palagi incantati, co’ viaggi
sull’ippogrifo, con gli assalti delle balene, e con tanti giganti e miracoli e
duelli d’arme fatate? I soli nomi di que’ guerrieri e cavalieri erranti ben
malagiati devon rendere i versi latini massimamente virgiliani. Che sarà di
tante buffonerie, stravaganze ed oscenità, che l’Ariosto medesimo fanno
arrossire? Vi so dir che il mio stile a questa volta perde il titolo di
virginale, che un tempo ottenne.
— Ma se l’Ariosto, — ripigliò Orazio incollerito
— l’Ariosto stesso ho veduto io ed udito ridersi de’ suoi capricci, e sé
chiamar pazzo non men d’Orlando! Or cedano entrambi al traduttore, che
certamente maggior follia non può darsi di quella che fa spendere a un uomo ben
nato molta parte della sua vita in opera sì faticosa e al buon giudicio sì
opposta. E pur mostra costui diplomi, ed elogi, ed approvazioni de’ letterati
suoi coetanei, da’ quali or or si partì con gran danno, dic’egli, della
repubblica letteraria. Convien dir veramente che abbiano gl’italiani travolte
le idee dell’ottima poesia, e che i giudici d’essa sian pedanti, o sofisti di
professione. E pretende costui un luogo tra noi per l’autorità di cotai
lodatori, e perché? Per aver fatto latino l’Orlando? Ma chi nel
richiese? Una qualche latina nazione nuovamente risorta che non intenda le
lingue volgari; e chi l’ha a leggere, in un tal secolo, in cui bisogna
volgarizzare i latini perché sian letti? Quale utilità, qual diletto, qual
merito è dunque in ciò? E per ciò fare, due grossi tomi di cotal merce s’hanno
ad empiere ed ornarli perfino degli argomenti de’ canti e di tutte le allegorie
messe in latino, certo cred’io la prima volta che in latino si troveranno
allegorie in un poema; e un intrepido stampatore si trova che sa non
impallidire all’aspetto d’un precipizio? Oh noi beati, che allor vivemmo,
quando a scrivere con istento sulle tavolette di cera eran costretti i copisti
ad usar lo stiletto! O come sariano moltiplicati i Codri e i Mevii, se la
stampa li soccorreva? Eh vada dunque il nuovo Ariosto ed Orlando, a recitare i
suoi versi tra l’ombre illustri di Dagalaiffo e di Ermenerico, degni consoli di
un tal romano scrittore, e con lor faccia pompa del nobil distico che bene sta
appunto al suo ritratto:
Carmen utrumque legas,
poteris vix dicere lecto
musa latina prior, musa ne
tusca fuit?4
Nessun certamente sospetterà codesta novella musa esser vissuta ne’ tempi
antichi della latinità. —
Sfogata ch’ebbe Orazio la bile poetica, io così
presi di nuovo il ragionamento sopra Petrarca.
Leggiam pertanto le tre canzoni sopra gli occhi,
quella della lite d’amore innanzi alla ragione, quell’altra «Se 'l pensier che mi strugge», e la compagna sua «Chiare fresche e dolci acque»; «Di
pensier in pensier»; e poche altre
più simili a queste, e tutto ciò mettiamo a memoria e ripetiamolo per diletto.
Perché quai voli e pensieri più nobili ponno trovarsi di quelli onde le prime
tre sono tessute? Qual invenzione ammirabile, nuova, ed ardente del più vivo
foco, non è quell’accusa e quella difesa d’amore? Chi non si sente languir per
dolcezza, e trasportare per estasi a quella fonte, tra quell’erbe e que’ fiori
animati, in quell’aere sacro e sereno, che tutti pieni della bellezza di Laura
tutti gli fanno onore e tributo, e rapiscono divinamente qua e là il poeta e
chi va leggendo con lui? Che risplendenti e inusitate ed alte immagini, che
sovrumani trasporti, che soave delirio ed ebrietà di passione infiammata non
sentesi colà dentro per tutto? Diciamo il vero, amici poeti, mentr’io leggea
questi pezzi, era ella più meraviglia o più invidia la nostra? Qual di noi
seppe esprimere un sì divin pianto?
Et era ’l Cielo all’armonia sì intento,
che non si vedea in ramo mover
foglia,
tanta dolcezza avea pien
l’aere e il vento;
o nobilitare cotanto la forza, e l’ardore celeste di due occhi spiranti
virtù?
L’aer percosso da sì dolci rai
s’infiamma d’onestate e tal
diventa,
che il dir nostro e il pensier
vince d’assai.
Basso desir non è ch’ivi si senta,
ma d’onor di virtute. Or
quando mai
fu per somma beltà vil voglia
spenta? .
Noi certamente gran fama otteniamo per le
immagini inusitate, e gentili, e vive che i nostri versi colorano e fanno
immortali. Ma, convien dirlo, assai sovente si rassomigliano l’une alle altre
ne’ nostri poemi. I fiumi che versan l’onda fuori dell’urne, le naiadi de’
fonti, le ninfe de’ boschi, i zefiri nell’erbose campagne, l’aurora, che con le
dita di rose apre le porte al giorno, e i cavalli del sole, e i vari occhi
delle divinità, e l’ali della vittoria, e le trombe della fama, e l’amor con la
benda, con l’arco, con le fiaccole, e tutto il resto, ritornano ad ogni passo
tra l’opere nostre a comparire. Poco o nulla di tutto ciò serve al Petrarca. II
sole per lui è un rivale innamorato, e alfine sconfitto; ma con qual grazia!
A lui la faccia lacrimosa e trista
un nuviletto intorno
ricoverse;
cotanto d’esser vinto gli
dispiacque.
Amore è un avversario chiamato in giudicio avanti
il tribunale della ragione, un fiume non è un vecchio su l’urna, ma un
messaggero, che va innanzi per veder Laura, piuttosto, e per annunziarle il
venir del poeta. I fiori non sol risentonsi sotto al piede di Laura, ma pregan
d’esserne tocchi.
Ma che diremo de’ subiti slanciamenti di
quell’affetto, in tanti modi e con tanto impeto espressi?
Deh perché tacque ed allargò la mano,
che al suon di detti sì
pietosi e casti
poco mancò, ch’io non rimasi
in cielo!
e altrove:
Aprasi la prigione ov’io son chiuso,
e che il cammino a tal vita mi
serra...
e quel sì passionato:
Dolor, perché mi meni
fuor di cammino a dir quel
ch’io non voglio... .
e quell’altro:
Lagrime triste, e voi tutte le notti
m’accompagnate ov’io vorrei
star solo... .
Converrebbe ridirvi gran parte di ciò che udiste, chi volesse di tutti i
trasporti parlare di quella nobil passione, e così far dovrebbesi chi del suo
stile intendesse di rendere piena ragione. Vero merito fu del Petrarca il
creare per una poesia nuova una lingua e uno stile affatto nuovo, e sol proprio
degl’italiani, dopo il suo esempio. I più nobili, i più gentili modi di dire,
le grazie dell’elocuzione, le frasi insomma e l’espressioni poetiche, e proprie
di lui e degl’italiani, tutte o poco meno a lui son dovute. Il suo cuore e il
suo ingegno ne furono i primi inventori, da niun di noi non le apprese né
trasportò d’altra lingua, e quinci in alcuna altra lingua non ponno tradursi.
Ciascuna ha le sue formole, come le terre e i climi hanno i lor frutti, e
quelle e queste tralignano o perdon di forza, a trasportarle in paese
straniero. Il Petrarca diede all’Italia le sue, né per tempo né per vicenda non
si perderanno giammai, che han troppo felice origine, e generosa. Egli stesso
Amore le dettò di sua bocca al poeta. Uditene alcune, e confessate che poche
n’ebbe la nostra lingua d’altrettanto leggiadre espressive concise e vibrate,
or per la forza d’un solo aggiunto, or per la collocazione d’una sola parola,
or per lo giro d’una tal frase, ed or per la sola trasposizione, o ancor per
l’armonico e musicale andamento del verso soltanto. L’orecchio nel vero avea
colui non men delicato del cuore e dell’ingegno. «Piaga per allentar d’arco non sana»; «Qual
maraviglia se di subit’arsi?»; «Lasciando tenebroso onde si move»; «Ov’ogni
latte perderia sua prova»; «Che se l’error durasse altro non chieggio»; «Non
era l’andar suo cosa mortale»; «E le parole — sonavan altro che pur voce umana»; «Che
’l fren della ragione ivi non vale»; «Come
'l nostro operar torna fallace»; «E del mio vaneggiar vergogna è il frutto»; «Rotto
dagli anni o dal cammino stanco»; «Alle lagrime triste allargo il freno»; «Tutta
lontana dal cammin del sole»; «Dal manifesto accorger delle genti»; «E
col tempo dispensa le parole»; «Fece — di nuovi ponti oltraggio alla marina, —
tutte vestite a brun le donne Perse, — e tinto in rosso il mar di Salamina»; «Finché
l’ultimo dì chiuda quest’occhi»; «Quando la gente di pietà dipinta — su per la riva
ringraziar s’atterra»; «E facea forza al cielo — asciugandosi gli occhi
col bel velo»; «Ma se più tarda avrà da pianger sempre»; «Il
sole — già fuor dell'Oceano insino al petto». E così d’infiniti altri somiglianti modi, i più nuovi, i più gentili, i
più forti ed evidenti che possano alzare e ingentilire una lingua, e darle
insieme un colore ed un tono tutto suo proprio ed originale. Perciò mi duol
quasi ch’egli non sia poeta fuorché agl’italiani, a nessun’altra nazione
familiare, poiché non può gustarsi da chi non ha sin dall’infanzia bevuta
quella dolcezza tutta propria della lingua e della poesia ch’egli creò. Quindi
è che noi stessi non ne sentiamo per anco tutta la grazia, benché dalla nostra
lingua e dall’uso fatto con Dante abbiam molto aiuto, e massimamente
dall’anima, che poetica già sortimmo, e dall’esperienza dell’ottima poesia; né
però mai sarà tradotto il Petrarca in lingua alcuna, come lo fummo noi e i
greci con sufficiente rassomiglianza in alcune. Ma buon per lui, che non sarà
per ventura disfigurato e tradito da tanti barbari verseggiatori senz’anima e senza
orecchi, o prosatori eziandio, siccome lo fummo noi e lo siam tuttogiorno senza
poterci difendere.
— Ahimè, — soggiunse allora un non so chi, che in
disparte stava ascoltando, — che peggio ancora accadde al Petrarca, poiché trovossi
un barbaro di nuova foggia che lo travestì non già nelle parole, ma ne’
pensieri e nel senso de’ versi suoi, facendol parlare di tutt’altr’oggetto più
santo e più reverendo, onde questo si venne ad esser profanato e quel del poeta
a far pietà, e il Petrarca spirituale intitolò il suo volume. —
— Non v’ha pazzia, — ripres’io — che in fatto di
poesia non si possa aspettare dagli uomini; ed io fui pur lacerato a brani, ed
Omero il fu pure, affin che dicessimo co’ nostri versi insieme accozzati le
stravaganze più ridicolose che un pazzo immaginava. —
Allora levossi in tutti gli antichi un mormorio, chi ricordava
un’ingiuria, chi un’altra fatta all’opere sue da mille importuni scrittori di
verso e di prosa, di tutte l’età, d’ogni nazione. Or ritornando al Petrarca, fu
concluso a pieni voti doversi tenere per gran poeta, e dargli luogo tra i
classici primi e maestri. Ma fu stabilito al tempo stesso un tribunale, che ne
togliesse il vizioso, il freddo, l’inutile, e le ballate e le sestine e le
frottole, e il resto troncasse che all’onor del Petrarca e all’utile de’
leggitori e al lor diletto fa danno. Gran gioia comparve sul volto
degl’italiani, che ritrovammo, di là partendo, ansiosi della nostra
giudicatura, i quali conobbero non per alcuna passione od invidia dar noi
sentenza, ma il vero valore ed il merito de’ poeti non men che il vantaggio e
la gloria della nostra patria promuovere veracemente.