Non cessavan gli antichi di maravigliare lo
strano genio d’Italia verso l’imitazione. Avevano udito dire che questa gente,
per ingegno, per vivida fantasia e per naturale mordacità, molto inclinava al
mimico, e di ciò n’erano certe pruove i suoi predicatori in gran numero, la
quantità de’ saltambanchi e ciurmadori, i teatri comici d’ogni città, e insino
all’indole generale della nazione, che, al passo, al gesto, al ragionare
ordinario, sembra più teatrale ed animata dell’altre. Ma che questo genio
dovesse nell’opere dell’ingegno trasfondersi, ciò non s’intendeva, e parve a
tutti miracolo, che, contro l’uso di tutti gli uomini e di tutte le genti,
avessero gl’italiani per cento anni e cento perseverato sempre cantando sul
tuono istesso, e sul modello d’un solo, senza stancarsi.
Ragunatosi dunque il consesso de’ greci e de’
latini maestri secondo l’uso, e questo argomento di nuovo trattandosi, alzò la
voce Luciano, e disse:
— Ma che direste poi, se non solo al Petrarca nel
lirico, ma in tutte l’arti e le scienze e in tutti i generi di poesia li
vedeste ad alcuno giurare la stessa fede e superstizione? Io, che studio gli
umani costumi curiosamente, ho voluto assicurarmi di questo prodigio, e in tutto
il resto gli ho ritrovati quali a voi sembrano nel petrarchesco. Lascio a parte
la filosofia e le più alte scienze, poiché in queste non sono stati essi soli,
per molti secoli, superstiziosi ed ostinati seguaci dell’autorità d’un maestro,
ma ristringomi al solo poetare. Un Petrarca, siccome vedete, n’ha prodotti
infiniti; un Dante poco meno di lui multiplicò se stesso; un poema romanzesco
fe’ nascere una nuova epica di romanzo e di cavalleria, non solamente, ma un Orlando
eziandio altri Orlandi produsse e generò. Chi può dire le fecondità
della pastorale e dell’egloga in questo clima d’Italia? II Sannazaro fece
egloghe, il Tasso una pastorale, ed ognuno formò a gara pastori, e ancor
pescatori, su que’ modelli. Chi può numerare gli Aminta e i Pastorfidi
sotto nomi diversi veduti al mondo? Così il Trissino per la tragedia, altri
per la commedia, pe’ ditirambi, pe’ drammi, e per ogni altra maniera di poesia
o seria o faceta, o grande o piccola, o lunga o breve, son padri di prole
somigliantissima ed innumerabile. Io parlo della moltitudine de’ poeti che in
Italia han nome d’illustri. Poiché v’ha pure alcuno, il quale, o per noia di
servitù, o per talento vivace, o per amore di gloria, leva il capo tra loro e
scuote il giogo. Ma, nel tempo medesimo, un altro n’impone ad una nuova setta,
che da lui prende il nome, lo stile e il pensare, che l’adora e l’antipone ad
ogni altro; tanto è necessario ai poeti italiani un qualche idolo: così il
Marini un secolo intero ha veduto nascer da sé, così quelli, che il simulacro atterrarono
del Marini, un altro n’alzarono a’ lor seguaci del Settecento, e (mirate qual
furore d’imitazione) fu quel del Petrarca, che rialzarono, e all’adorazione
proposero, ai voti, all’ostinatezza del secol loro. Onde ciò venga
principalmente, non è difficile a intendere, chi conosca l’Italia. Occupazione
vi manca, e vi soprabbondan talenti. Di moltissimi oziosi molti si fan poeti,
di queste accademie ed arcadie e colonie. Cantar bisogna e di versi la vita
nudrire e la società sostenere. Al comodo, al facile siam tutti inclinati,
ricca natura è in pochissimi, eccitamenti e premi e mecenati si cercano
indarno: che altro rimane se non che prender d’altrui, copiare dai libri,
impastare, cucire, infine imitare, e darsi per poeta? Qual danno ciò faccia alla
poesia, qual impaccio alla vita civile, il sanno gl’italiani, e il seppimo in
Grecia eziandio qualche volta. Un sol rimedio sarebbe a tal male, ma come
sperarlo, e da chi? Un tribunale dovrebbe istituirsi, a cui dovesse ognun
presentarsi che venga solleticato da prurito poetico. Innanzi a giudici saggi
gli si farebbe esame dell’indole e del talento, e certe pruove se ne farebbono
ed esperimenti. Chi non reggesse a questi, all’aratro, e al fondaco, come
natura il volesse, o alla spada e alla toga n’andasse; chi riuscisse, un
privilegio otterrebbe autentico e sacro di far versi e pubblicarli, qual di chi
batte moneta del suo. Bando poi rigoroso a chi falsificasse il diploma o
contrabbando facesse di poesie, non altrimenti che co’ monetari s’adopera, e
co’ frodatori de’ dazi. Prigione, o supplizio secondo i falli, e questo non già
poetico e immaginario, ma inevitabile e vero. —
Sorrisero i gravi antichi al parlar di Luciano,
e, volti agl’italiani, che stavano intorno alle sbarre aspettando sentenza
dell’opere loro, lodaronli d’eleganti verseggiatori e di culti scrittori della
lor lingua, ma sentenziarono insieme l’opere loro com’era giusto. Intitolate le
voller tutte Nuova edizione di messer Francesco Petrarca. Quindi
trattine alcuni sonetti, o interi, ciò che fu di sol dieci, o troncati, e poche
stanze di canzoni, del resto fecesi un fascio, il qual fu riposto in parte
rimota, serbandolo per un tempo in cui la lingua italiana, guasta e corrotta da
genti straniere, bisogno avesse d’una piena inondante d’acque limpide e pure,
quantunque insipide, a ripurgarsi. Fu finalmente deciso bastar per tutti il
Petrarca, ancorché ridotto da noi a più discreta misura; per l’uso comune e il
diletto della nazione, questo doversi leggere, ed istudiare, secondo il
bisogno: e così non verrebbe o ingiustamente posposto ad autori seguaci suoi, o
nauseato da molti per tanto moltiplicarsi delle sue rime in tanti minori di
lui.
— Convien, — diss’io allora per isfogo di zelo —
convien ben convincervi, o miei italiani, che non è poeta chi fa de’ versi
soltanto, e che la sola imitazione mai fece un poeta. Intendete pur una volta
quel saggio detto dell’amico Orazio, che né gli uomini né gli dei, né le stesse
colonne ove affiggonsi l’opere e i nomi de’ nuovi autori, fan perdonare ai
poeti la mediocrità. Persuadetevi che differenza è grandissima fra un uomo
formato dalla natura alla poesia e un uom formatovi dal suo studio. Il Petrarca
fu originale, nato da sé senza esempio e senza guida. Come tutti pretendono
adunque imitarlo, s’egli non ha imitato veruno? Perché farne comenti, precetti,
poetiche petrarchesche, quasi fosse una macchina di cui basti sciogliere i
pezzi, misurarne le parti, e farne altre tali per comporne una pari in
bellezza? Sarebbe come quel musico, il qual, sentendo appoggiarsi l’arte del
canto ai princìpi di matematica e di geometria, volesse farsi per le
dimostrazioni di queste scienze eccellente cantore. Mentre egli pianta un
sistema, e il fonda sopra le basi dell’armonia, fa suoi computi, divide, e
combina, eccoti un villanello5, che, senza pur sospettare di que’
misteri, rapisce cantando una intera nazione, passa nelle straniere, trionfa di
tutti i più profondi maestri dell’arte, fatto delizia ai monarchi. Egli è nato
con quella voce, con quell’orecchio, e soprattutto con quell’entusiasmo
dell’anima, che è l’anima della musica, come l’è pur della poesia, né d’altro
non abbisogna. Tre o quattro regole generali per evitar certi difetti bastano a
lui, e divengono un’arte perfetta quando hanno seco quella felice natura. Consultisi
adunque ciascuno prima di volgersi alla poesia, massimamente in Italia, dove
più n’è bisogno, per tanto abuso fattovi di quest’eccelso dono il quale non
giustamente con nome d’arte s’appella. Certo il Bembo e tant’altri erano
ingegni preclari e di gran cose avrebbono fatte se non si fossero dati
all’imitazione d’altrui ed al non proprio uffizio del poetare. Non è nostra
severità pertanto, ma zelo egli è per la patria, se, quanti sono cinquecentisti
o di altro secolo petrarcheschi giurati, abbiamo in conto d’inutili nel regno
dell’ottima poesia creatrice, dipintrice, e d’estro madre, e di sublimi affetti
signora e donna. —
Ciò da me
detto, mostravansi tutti quegl’italiani, che alle sbarre stavano del ricinto,
molto in viso crucciosi, ed allora vieppiú quando, fatteci venir in mano e
passar sotto all’occhio le poesie loro latine con le lor prose, le quali
tenevansi quasi a riserbo per un più certo trionfo, udiron da noi, poiché
alquanto l’ebbimo considerate, doversi anch’esse sopprimere, siccome purissime
copie dell’opere nostre e degli autori del mio tempo; benché lor perdonassimo
certi falli nel latin metro commessi, che al nostro orecchio deformi ed
insoffribili riuscivano, a lor pareano gentili, che in una lingua scriveano
incerta e non più viva. Ma non perdonossi ad alcuna elegia, non ad alcun
epigramma, ode od altro, né a’ poemi medesimi del Sannazaro, del Vida e di
cento lor pari e pedissequi freddi di tutti noi. Alla qual nuova offesa via più
turbato quel popolo verseggiatore, già ne minacciava d’un’aperta ribellione,
onde timor ci venne di veder forse per loro tutto l’Elisio in battaglia. Se non
che il Fracastoro, uom veramente d’antica virtù, e a me caro al par di me
stesso per una certa comune indole di natura e di studio e d’ingegno, fattosi verso
loro con quel venerando suo aspetto, e l’amicizia attestando che co’ più d’essi
l’avea vivendo legato: — Non vi turbate — lor disse — del severo giudicio de’
padri nostri, né quasi ad onta nol vi recate. Voi ben vedete esser bisogno
all’Italia di qualche sforzo per iscuotersi dalle cieche superstizioni di
poesia, che da troppo gran tempo le allignano in seno e che germogliano sempre
più folte ed orgogliose né lascian sorgere qualche ingegno felice, che in
terreno men occupato stenderebbe gran rami e radici e leverebbe al cielo le
cime. Di qua venne la sterilità della patria, per cui da gran tempo non
eccellente poema, non immortale poeta, le si è fatto vedere. Ma voi però non
avete a temer dell’obblio, per quanto all’Italia possan sopravvenire o i barbari
un’altra volta o i marineschi. Di ciò consolatevi. L’opere vostre son scritte
con eleganza, con purità, con leggi di lingua e di buon gusto. Lo stile delle
parole vi salverà. Questa è l’impronta che fa passare con sicurezza la memoria
degli scrittori con le loro fatiche sino all’ultima posterità, e trova sempre
ingegni e tempi ammiratori di lei. Cornelio nipote, Isocrate, Fedro, ed altri
antichi, ne son testimonio. E, per ultimo, confidate pur sempre nella fermezza
degl’italiani, che, per qualunque sentenza, non lasciano mai di tenere
ostinatamente il partito una volta abbracciato, e, per pochi seguaci che perder
possiate, le migliaia vi saran sempre fedeli e più devoti che mai. Vedrete ben
tosto quanti critici sorgeranno a difendervi, e quanti dotti criticheranno le
critiche e le sentenze di Virgilio, d’Omero e degli antichi. —
Ciò disse il Fracastoro, ed il congresso fu
sciolto. Io finisco, voi state sani.