D’un grave scandalo debbo scrivervi contro mia voglia,
Arcadi saggi, per cui l’amabile poesia, data dal cielo agli uomini perché fosse
ministra di piacere e di virtù, divenne tra noi cagione di sdegni e d’infamie al Parnaso non conosciute e all’Elisio. A
voi, che tra i versi e tra i poeti vivete, gioverà molto il conoscere sin dove
giunga un furore poetico.
Non cessavano gl’italiani poeti dal fare mal viso
a quanti incontravano degli antichi nel regno dell’ombre, e mal nascondevano i
sentimenti di sdegno e di vendetta contro di noi. Sapevamo per fama esser molti
i poeti della gente vostra iracondi, e come aveano fatte battaglie atrocissime
in poesia per ogni tempo, cosa ignota a’ dì nostri e a tutta l’antichità.
Eransi già veduti correr quaggiù talvolta cartelli di sfida e di duello con
vari nomi de’ combattenti. Castelvetro e Caro, Tassoni ed Aromatari, Dolce e
Ruscelli, Pellegrino e Salviati, Bulgarini e Mazzoni, Marini, Murtola e
Stigliani, Beni e Nisieli, e molti e molt’altri aveano dopo morte raccese le
antiche discordie, e vantavansi tra i più celebri combattitori e duellanti de’
quali ricordimi; senza parlare dell’accademie intiere e radunanze e città
entrate in tenzone, e delle intiere biblioteche di libri contenziosi usciti a
critica ed a difesa or di Dante, or del Tasso, ora dell’Ariosto, e quali per
una canzone, quali per un sonetto, molti ancora per un sol verso, che accesero
vasti incendi, e talor vennero (chi 'l crederebbe?) ad armi omicide, e
spargimento fecer di sangue. Noi, che la pace e la sicurezza abbiam sempre
amata, femmo tosto avvertire i tre giudici e magistrati del basso regno, perché
al pericolo provvedessero. L’inesorabil Minosse tosto v’accorse, per udir le
ragioni de’ malcontenti e per metter freno a tant’ira, quanta già ne mostravano
quegl’italiani a' certi segni di morder le dita, di minacciare, di fremere, e
di guerdar bieco, qua e là ragunandosi inoltre e parlando tra loro
all’orecchio.
Ma peggio fece il giudice chiedendo il motivo de’
loro sdegni. Poiché coloro l’assalsero con tanti testi, e precetti, e comenti
del grande Aristotile, con tante Poetiche, e Ragionamenti, e Lezioni,
e Proginnasmi, e Osservazioni, e Annotazioni, e Considerazioni
in gran tomi adunate, e con tanto tumulto e con sì alte grida assordaronlo,
che, se il prudente Minosse non minacciavali di scatenare il can Cerbero e
mandar sopra loro tutte le furie d’Averno co’ lor flagelli, mal campava da
quella tempesta. Scoprissi poscia una congiura ch’essi tramavano, avendo già
l’Aretino secrete intelligenze con molti de’ condannati d’Inferno, ch’ei
meditava d’andar con gli altri d’accordo e a mano armata a liberare,
sciogliendo i lacci a Tizio e a Prometeo, dando bere a Tantalo, slegando Sisifo
ed Isione dalla ruota e dallo scoglio. Ma il più forte della congiura e il più
astuto consiglio, era una gran raccolta di volumi poetici e di versi del
Cinquecento e di toscane e fiorentine poesie d’ogni maniera, ond’ei meditava
d’estinguere le fiamme infernali, e di congelare il fiume Lete e lo Stige in
tutt’i nove suoi giri. Pretendeano costoro sottrarsi dall’obbedienza del re
d’abisso e torgli lo scettro, onde regnare su l’ombre e vendicarsi de’ nostri
giudizi. Ciò scoperto da noi, e volendo evitare cotanto scandalo, si prese
consiglio di rompere affatto le nostre adunanze, onde la pace a poco a poco
tornossi nelle sedi dei morti.
Ma, come altamente ci stava fissa nell’animo la
salute e l’onore della italica poesia né la brama cessava in noi di conoscere e
di gustare le produzioni degli ottimi ingegni italiani, fu preso consiglio di
non lasciar del tutto l’impresa, e, non potendosi negli Elisi, venir
apprestando un rimedio, e a procacciarne notizie dai viventi. Io fui trascelto
per questo uffizio, e mi portai di buon grado a riveder questa terra, di cui la
breve mia vita troppo poco concessemi di godere. Io venni dunque tra i vivi, e,
sotto altro nome, mi posi a conoscere lo stato dell’italiana poesia. Né altrove
che in Roma pensai di poter esserne a pieno istrutto, ove, siccome in centro,
tutto l’ottimo della terra non che dell’Italia sapea ritrovarsi. Ma qual Roma
fu quella ch’io vidi! Benché il Tevere, e i sette colli, e il Tarpeo, e
l’Esquilie mie stesse, ove sì dolcemente abitai, non mi lasciassero temer
d’errore, pur non credetti d’essere in Roma. Ben m’aspettava di veder mutate le
cose dopo diciotto secoli, ma non certamente a sì gran segno. Un deserto mi
parve quella regina del mondo, e, tra il silenzio delle vie solitarie, tra
l’infezione dell’aria e l’impaludare de’ luoghi un tempo più frequentati,
m’arrestai per orrore e mi rivolsi, fuggendo, a cercare gli abitatori e la
gente romana. M’avvenni appunto ad un luogo ove stava sedendo e dentro e fuori
una moltitudine di persone diverse, tra loro ragionando, mentre qua e là
versavasi loro dentro piccole tazze liquori fumanti, che, al color tetro, ed al
profumo odoroso, asiatiche e straniere giudicai. Di poesia ragionavasi appunto,
e leggevansi versi di fresco venuti del più gran poeta, dicevano, che vivesse.
Tesi l’orecchio ad udirli, ma indarno, che in cotal lingua erano, e pronunziati
per guisa, che tutto era nuovo per me. Quel linguaggio mi parve barbaro
affatto, sì per le voci d’acuto accento tutte finite, e la più parte
fischianti, e moltissime rotte tra denti, e sì per la novità. Compresi infine,
dal ragionare de’ circostanti, essere quello gallico idioma. Pensate qual mi
rimasi, ascoltando i romani parlar la lingua dei Celti, e leggere i versi d’un
poeta aquitanico, o belgico ch’egli fosse, siccome del nuovo Omero e Orazio. Ma
crebbe in me lo stupore, allor che, indagando come ciò fosse, venni a sapere
che l’ultime Gallie transalpine, che gli eburovici, i vellocassi, i carnuti,
erano i greci e i romani di questo tempo, Lutezia l’Atene dell’arti e
degl’ingegni, la Roma d’un nuovo Augusto e d’un secolo nuovo; colà i Plauti e i
Terenzi, gli Euripidi e i Sofocli, i Tulli, i Tucididi, i Titi Livi, spirare e
rivivere; in Italia tradursi l’opere loro, quelle imitarsi e leggersi
soprattutto, e quindi il linguaggio coltivarsi de’ Galli più che il latino e
l’italico, per ben parere e per vivere urbanamente e non sembrar barbaro in Roma
stessa. Io, che vedute avea con gli occhi miei propri le barbariche spoglie e
gli schiavi feroci che Cesare a Roma trasse dalle Gallie soggiogate, stava
mutolo e istupidito a così nuovo portento. Quand’ecco a passar quivi presso una
splendente matrona6, a cui tutti fer segno d’ossequio, siccome a Vesta
o alla Gran Madre farebbesi, e l’accerchiarono a gara, e in lingua celtica pur
favellarono. Era quella, come mi dissero, una gallica donna dalla remota
Sequana recentemente venuta, recando seco per tutta Italia le grazie non
solamente e il fior dello spirito, ma celebre fatta per un epico suo poema e
per tragedie eziandio; né le memorie di Roma antica da lei tanto riscuotere di
maraviglia quant’ella da Roma moderna ne riscotea. Parvemi allora che dal
trionfo di questa donna vendicati assai fossero i trionfati Galli, e che le
romane vittorie per Cesare riportate o per altri non dovessero più vantarsi da’
suoi nepoti. Già più non mi fecero maraviglia, dopo ciò, moltissime novità. I
britanni del mondo divisi, ed ultimi della terra, che in Roma oggi incontrai
non sol liberi, ma potenti, e per l’amore dell’arti e per la cultura ancor
delle lettere insigni, anzi pur mecenati dell’arti e degl’ingegni divenuti; i
cimbri, i teutoni, ed i sicambri, già da noi riputati delle fiere più fieri e
neppur meritevoli d’essere soggiogati, che sulla riva dell’Istro han
trasportato l’imperio romano e del lor sangue eleggono da gran tempo il
successore d’Augusto; gli estremi sciti, indomiti e vagabondi un tempo, vantar
leggi e costumi e liberali studi, portandoli insino a Roma per ammaestrarla; e
le accademie e i parnasi fiorenti tra tutte queste nazioni e sin ne’ climi
gelati; questi prodigi mi persuasero che doveva dimenticarmi d’ogni memoria de’
giorni miei, né la mia patria né la mia Roma in mente avere mai più.
Certo, diss’io, la poesia dell’Italia con tutte l’arti e gli studi dopo
sì strane vicende cambiata aver denno del tutto fortuna e stato. Qual esser può
mai poesia d’un popolo che ha tanto usato co’ barbari e in tanto pregio mostra
d’avere le barbare poesie? Né veramente altro che barbara mi parve quella che
udii leggere poco dianzi, in cui né dolce armonia facea sentirsi alcuna, né
concerto alcun musicale e soave all’orecchio. E se il nativo linguaggio con la
mescolanza corrompesi sempre de’ linguaggi stranieri, che tanto in Italia son
famigliari, come ponno eleganti poeti tra gl’italiani formarsi? Queste cose
dicea tra me stesso, quando veduta mi venne poco lontano un’altra adunanza di
varie persone raccolta in un luogo su la pubblica via, che pieno era di libri e
di lettori. Erano i libri pur gallici la più parte, e fui per credere più che
mai che Roma fosse alla fine in poter dei Galli venuta, né sempre sì vigilanti
e propizie aver l’oche sue conservato il Tarpeo. Ammirava frattanto il gran
numero de’ volumi, la lor vaga forma ed ornata, e parvemi somma gloria
dell’umano ingegno così rara invenzione, onde moltiplicavansi a sì poco costo e
con tanta facilità l’opere dotte ed ingegnose. Ma gran danno pur sospettai poter
venire alle lettere da ciò stesso, e massimamente alla poesia, che di pochi
esser dee, per poter esser gentile ed illustre. Il fuoco poetico sempre fu
sacro, e a pochissimi confidato, come quello di Vesta. Or questa multiplicità
per cui sino il volgo può tutte l’opere avere in mano, e ognun può farsi a
talento autore e poeta della nazione, non deve ella rendere popolare la poesia,
che già col diletto trae seco ognuno ed invita a cantare? Fatta comune alla
moltitudine, avvien senza dubbio, che il numero degli sciocchi prevalga, e
rimangane oppressa la fama ed il nome degli ottimi troppo scarsi; laddove, a’
pochi comunicata, più fortemente a que’ pochi si fa sentire che per lei nati
sono. Nel qual pensiero mi confermai, vedendo qua e là per le strade nelle mani
medesime de’ plebei, e su le scaffe de’ venditori più vili, non altro che libri
di versi, e leggendovi di passaggio i nomi di Venere e d’Imeneo, di Temi e di
Pallade, e dove una laurea, dove le nozze in gran lettere su i frontispizi, che
il titolo di Raccolte portavano in fronte. Così, pien di dubbiezze e di
maraviglia, m’andava aggirando né sapea dove, e cercava pur di trovare ove
legger potessi a mio bell’agio poeti italiani, senza impacciarmi de’ gallici o
de’ britanni, a’ quali non sapeva accomodarmi l’idea. Udii finalmente parlarsi
di biblioteca da cotai due che, in una gran porta entrando di magnifico
albergo, a salir si mettevano una marmorea scala ed amplissima. Dietro lor
m’avviai senza più, né più bello spettacolo mi venne veduto mai. Il numero e
l’ordine e lo splendor de’ volumi, e gli ornamenti medesimi di quelle sale, mi
richiamarono a mente la palatina biblioteca Apollinea d’Augusto. Mi volsi tosto
alla classe de’ poeti, ove trovai di che contentare la mia curiosità
largamente. Ve n’erano le migliaia di soli italiani, rimpetto a’ quali greci e
latini assai pochi sembravano. Ma ben provveduto aveano alla nostra fama gli
stampatori e i commentatori, che ci aveano multiplicati in infinite edizioni, e
a gran tomi ridotti. Della sola mia Eneida ben cento edizioni le più in
gran volumi pesanti vi numerai, chiedendo a me stesso come quel mio poema nato
dall’ozio ed al piacer destinato potesse esser divenuto argomento di noia, e
ingombro ambizioso di biblioteche.
Ma a dirvi, o Arcadi, come in tal luogo venissi
di poi sovente, e quanti leggessivi italiani poeti, e quai giudìci ne udissi da
chi frequentava, che molti n’avea quell’albergo, e infine quai ne facessi io
medesimo dopo lunga ricerca e considerazione, troppo lungo sarebbe, e da
formarsene nuova biblioteca. Altra volta ve ne scriverò, e, poiché la lunghezza
è sempre noiosa e massimamente parlandosi di poesia, di ciascuno de’ vostri
poeti darò sentenza, qual mi parrà più giusta, senza stendermi in lungo esame.
Spero che a me ciò vorrete accordare, almen per l’amore che tutti abbiamo alla
brevità, oltre all’uso che parcamente far vogliono i morti dell’eloquenza.
State sani.