Non posso esprimere lo stupore che sempre più mi prendeva, al conoscere
le vicende avvenute su questa terra e in Roma stessa dal mio secolo in qua. Gli
avanzi del Panteon, de’ teatri, degli acquedotti, mi certificavano con mio
dolore ch’io pur era in Roma. Ma il popol romano scemato di tanto, vestito come
gli schiavi del mio tempo, marcito nell’ozio, e lentissimo nell’operare; i
tesori d’Asia e d’Europa ridotti a cedole e a carta; tutta Roma piena
d’àuspici, di àuguri, di flamini in abiti vari, e di figure e forme infinite, e
alcuni tra questi vestiti di sacco e cinti di corda abitatori del Campidoglio;
gli usi infine, i costumi, i vestiti e le fogge del vivere mi facevano credere
che, se quella era Roma, fosse oggi abitata da cento diverse nazioni, né più
ricordasse d’esserne stata domatrice e signora. Gli spettacoli, è vero, più mansueti
e più piacevoli che non gli antichi mi parvero, i templi e i riti più santi e
più augusti, i comodi della vita, il commercio socievole, la splendida urbanità
de’ privati mi ricreavano, e il veder di continuo le matrone romane in cento
cocchi lucenti più che quel di Giunone, e mezzo ascose dentro una nuvola
ondeggiante e ricca, che si move con loro, tal m’offriva immagine di grandezza
che Augusto egli stesso dopo l’azziaca vittoria non ne avea tanta sul carro del
suo trionfo. Ma quai novità, d’altra parte, mi venivano innanzi! Quanti
incontrava con vesti nere e con capo sì bianco ch’io li prendea per canuti,
benché d’aspetto più che giovanile, se non avessi scoperta la polve
bianchissima che lor dal capo cadea su le vesti! E quanti altri di spada armati
e con essa al fianco a visitare gli amici, ad orare ne’ templi, come se
dappertutto temessero assalto, eppur tutt’altro mostravano che d’esser
guerrieri. Il non chiamarsi alcun mai che col titolo di signore, benché nato
plebeo, mentre Augusto nol volle parendogli troppo eccelso; il dirsi servo anzi
schiavo a cento padroni che s’incontran per via, dopo d’essere stato il popolo
romano sovrano del mondo e dopo aver per ischiavi tenuti i re; e gli onori, le
inclinazioni, i gran titoli ad ogni gente profusi, tutto ciò ben parea strano a
me, che, con Orazio e con gli altri, diceva «mio caro amico» a Mecenate,
ch’era l’amico e il ministro dell’imperadore. Assai temo che codesti usi vostri
siano indizi di vanità e di debolezza, onde volete nodrirvi d’un’apparente
grandezza, perduta avendo la vera. Gli antichi romani ignorarono tutto questo,
e signoreggiavano tutta la terra.
Ma venghiamo alla poesia. Non ho potuto tacervi, amici italiani, le nuove
cose da me vedute, perché d’alcune purghiate la patria, se far si può, e
d’altre intendiate la vanità e la follia. Così avvenisse pure degli abusi
poetici e letterari che allignan tra voi! Per non annoiare me e voi lungamente
parlandone, eccovi, in poco, i giudizi che greci e latini portarono intorno a’
vostri scrittori, poiché dalla terra tornato agli Elisi recai loro certe
novelle de’ vostri poeti, esaminati da me senza passione e con diligenza.
Questi egregi maestri pensarono che a far risorgere l’ottima poesia nell’Italia
dovesse in prima scemarsi la vasta ed inutile multiplicità de’ poeti e
dell’opere loro; l’ottimo eleggersi, e di quel farsene quasi un sacro deposito,
ad esempio della gioventù che nacque alla poesia. Eccovi adunque la lor
sentenza.
Tutti gli antichi, o contemporanei di Dante, si
consegnino alla Crusca, o al fuoco.
Dante sia posto tra’ libri d’erudizione, siccome un codice, e monumento
d’antichità, lasciando alla poesia que’ cinque canti incirca di pezzi insieme
raccolti che gli antichi stimarono degni nella Lettera Terza.
Petrarca regni sopra gli altri, ma non sia tiranno ed unico. Si ripurghi
di una terza parte inutile, e le due parti stesse migliori abbian notate in
margine, per evitarsi dai giovani, alcune rime forzate, alcune strane parole,
alcuni modi viziosi, e tutte le fredde allusioni, colpe del suo secolo.
Le ottave rime del Poliziano si serbino con alcun piccolo pezzo di Giusto
de’ Conti, che non sia tutto petrarchico, alcune immagini ed espressioni del
Tibaldeo.
Bembo, Casa, Costanzo, Guidiccioni e i cinquecentisti tutti riducansi ad
un librettino di venti sonetti e di tre canzoni, togliendo, a un bisogno, qua
un quadernetto, là un terzetto, o una stanza, in cui sia qualche nuova
bellezza, e mettendo alcuna cosa nelle chiuse ai sonetti, sicché mostrino avere
un finimento.
L’Ariosto può far de’ poeti ed eziandio più regolati di lui. Egli è gran
poeta, se alcuni canti si tronchino dell’Orlando furioso ch’egli stesso
condanna, e tutte le stanze che non contengono fuor che turpi buffonerie,
miracoli di paladini, incanti di maghi, o sozze immagini indegne d’uomo
bennato. La macchina del poema non ne soffrirà danno alcuno. I suoi capitoli,
che han nome di Satire, si rispettino, quand’esse al buon costume e alla
religione han rispetto. Dalle commedie qualche scena si prenda, che rider
faccia davvero e non arrossire.
Gli Orlandi poi tutti, i Ruggeri, i Rinaldi, gli Amadigi,
i Giron cortesi, e cento siffatti, sian tutti soppressi senza pietà, se
voglion essere ostinatamente epici italiani. Dell’Orlando del Berni
conservisi qualche cosa, e tutto ancora, se si trova il segreto d’animarlo. La
grazia naturale di quello stile aureo merita che si avvivi.
Il Tasso più non si stampi senza provvedimento all’onor suo. L’episodio
d’Olindo e di Sofronia è inutile. I lamenti d’Armida sono indegni del suo
dolore. Erminia si lasci, in grazia della poesia. Le piante animate, la
mescolanza del sacro e del profano, han bisogno d’emenda. Riducasi dunque a
metà tutto il poema e correggasi molto lo stile. Ma non si tocchi l’Aminta.
Gli si perdonino i suoi difetti per non guastar sì bell’opera ponendovi mano.
Roma ed Atene vorrebbero averne una pari. Il Pastorfido, ridotto ad
onestà e misura, serva siccome una bella copia ad onor dell’originale. Ma sia
questa copia la sola.
Tutta l’Eneida d’Annibal Caro viva ancor
essa, per lo stile poetico veramente e franco. Sia lettura de’ giovani
principalmente. Si notino insieme le infedeltà della traduzione con giusta
critica. Qualche sonetto di lui si legga, e la canzona de’ gigli d’oro
conservisi per monumento del furor de’ comenti e delle discordie letterarie
d’Italia. La traduzione di Lucrezio, quella di Stazio e quella delle Metamorfosi
non si concedano fuor che a’ maturi poeti, e quest’ultima sia ridotta per
ordin d’Ovidio a un terzo, com’egli ha fatto dell’originale.
Il Chiabrera ristringasi in un solo volume, e sia
piccolo. Nessun sonetto di lui v’abbia luogo, nessun poema, e i modi greci
delle canzoni, che sono a forza italiani, mettansi in libertà.
Alamanni e Rucellai formino la georgica dell’italiani colla Riseide dello
Spolverini, e poc’altro.
Dell’Adone si spremano quattro o sei
canti, che ragionevoli siano, e castigati. Se tuttavia pecchino di fumosità,
s’adacquino con un poco d’Italia liberata del Trissino.
Il Malmantile, e tutte le poesie composte
di riboboli e d’idiotismi fiorentini, di pure frasi toscane, siano date a’
fanciulli e a gente oziosa, da divertirla come si fa con le bolle alzate
soffiando nell’acqua intinta di sapone. Che se vogliono un luogo tra poeti,
abbian l’ultimo nella classe de’ Tassi tradotti in bergamasco, bolognese,
veneziano ecc., che, dove intendonsi, dan più gusto che molti lirici contegnosi
non fanno.
La Secchia rapita conservisi eternamente,
dopo fatteci alcune correzioni.
Il Ditirambo del Redi sia l’unico
ditirambo italiano. Noi latini ne fummo senza, né ce ne duole.
Di poesie che voi chiamate bernesche, il men che
si può, e tutto ottimo. Facile è nauseare volendo far ridere. Vivano dunque alcuni
pochi sonetti e capitoli del Berni, se ne formino alcuni pochissimi di ritagli
presi dal Lasca, dal Firenzuola, dal Mauro, e da tutti i loro compagni. La Vita
di Mecenate del Caporali, e l’Esequie, ma molto accorciate; e non
più di berneschi.
Di satiriche ancor meno che d’ogni altra cosa
facciasi conto. Un Orazio o un Giovenale già non avete, né alcuno che lor
somigli. La lingua italiana non sembra atta a questa poesia, e gl’italiani dan
troppo presto all’armi. Il meglio è, dunque, che satire non abbiate, e state
sani.