Furono affisse più copie della Riforma qua e là negli Elisi pe’ vari
boschetti a’ poeti italiani assegnati. I più antichi e più illustri di loro
soffrirono in pace il giudizio severo intorno a loro fatto da noi; ma gli altri
ne furono molto scontenti. Color soprattutto che se ne videro esclusi e neppur
vi trovarono il nome loro, gran lamenti ne fecero, ed avrebbon più tosto voluto
sostenere le critiche, purché vi fossero nominati. Non è cosa più grave a un
poeta quanto il vedersi dimenticato. Vi furon tra gli altri i settecentisti,
che sel recarono a offesa. Ma noi li femmo avvertire, che il tempo esser deve
il giudice primo dell’opere, e delle poetiche cose principalmente; esser eglino
ancor troppo giovani; vivere i loro amici, i loro concittadini, i coaccademici
loro, e quindi al secolo susseguente doversene riserbar il giudicio, perché
potesse riuscire sincero, e libero veramente. Or, vedendo la turbazione, che
mostravano tutte quell’ombre del torto lor fatto, e parendo male ad alcuno, che
tante rime e fatiche dovessero andare in perdizione, il Fracastoro, che sa
talora opportunamente scherzare:
— Io, — disse, — siccome medico, il carico prendo di non lasciar perire
tanta ricchezza. I medici e gli speziali d’Italia si lagnano di veder l’arti
lor decadute ed han rossore d’essere ridotti a non usar altro, oggimai, fuorché
la china-china, le cavate di sangue, benché senza numero fisso, e le tisanne.
Io trovo di potere soccorrere gli uni e gli altri ampiamente con la gran
suppellettile di poesie, che rimangono inutili e condannate all’oblio dopo il
bando lor dato dagli antichi. Uditemi, e decidete. Io dico per esempio.
una scena o due, prese a caso dalla Rosmonda, dalla Sofonisba,
dal teatro del Gravina, e stemperate con mezza scena delle commedie moderne.
alcune carte dell’Iliade tradotta dal Salvini mescolate con
qualche prefazione o prosa fiorentina.
tre o quattro versi lirici dell’abate Conti, una strofe de’ cori delle
sue tragedie, si leghino con un terzetto dantesco.
venti versi, detti alessandrini, con infusione d’ingiurie, e di
pedanteria, come s’usa.
un recitativo e un’arietta di dramma involti in una carta di musica, e
così applicati alla parte.
un capitolo dell’Aretino, impastato delle
quistioni intorno alle lammie, ai teatri, all’usura, alla magìa, al probabile
ecc., secondo il metodo de’ novellisti letterari. Fanne il cerotto caustico, ma
levalo dopo un’ora, e avrà operato.
E così dite del resto, che troppo lungo sarebbe dir tutto. Voi vedrete
una farmaceutica nuova, e forse più utile dell’antica. Così tanti versi potran
servire ad un’arte necessaria al pari dell’altre. Già per la poesia non erano
certamente.
Dopo che gli uditori ebbero alquanto al pensiero sorriso e fatto plauso
del Fracastoro, soggiunsero infine doversi con certe leggi dar forza alla nuova
promulgazione della Riforma, perché quella non gioverebbe, se rimanessero
ancora gli abusi introdotti in ogni parte d’Italia.
A toglier questi, pertanto, stabilirono alcune regole per gli studi e per
la letteratura italiana universale, e diedero a queste espresso consenso Dante,
Petrarca, Ariosto, e gli altri primari, insieme co’ greci e latini. Voi le
troverete al fine di questa mia lettera.
Frattanto, Arcadi illustri, io vi prego e scongiuro, per la comune carità
della patria e della poetica, che vogliate con l’autorità del vostro gravissimo
tribunale dar forza a queste leggi, e promovere fermamente la integrità e la
gloria dell’italica poesia, che in voi tutta s’appoggia e spera. Incitate e
ravvivate tante anime copiatrici e servili, imponete silenzio a tante altre gelate,
insensibili e morte ad ogni pittorica scena, ad ogni immagine splendida, ad
ogni nobile e ardente affetto, ad ogni nuova felice ardita finzione, dannate
infine e flagellate tanti abusi funesti che tutta guastano la bellezza della
vostra lingua e degl’ingegni nati tra voi a gran cose. Siete pur voi
mallevadori ed arbitri del buongusto in Roma, voi dittatori del parnaso
italiano, voi che per instituto provveder dovete, che la repubblica delle
lettere detrimento alcuno non prenda, e bandir, come veri romani, ed arruolare,
ed in campo mostrarvi, qual facevasi anticamente al sorgere guerra più
minacciosa che col nome chiamavasi di gallico tumulto. Voi dunque rendete utile
il mio zelo, e quello de’ padri vostri greci e latini, e non soffrite che tante
ombre gravissime abbiano sentenziato e che, sin d’oltre Lete ed Acheronte,
abbian mandato indarno soccorso alla vostra poesia. State sani.