Voi mi sfidate, amico, a dipingervi la mia nazione
per vedere se io sono così neutrale e filosofo in casa mia come il sono in
quella degli altri. Mi verrebbe un sospetto, che voi foste offeso della mia
libertà nel giudicar gl’italiani, e che il vostro amor proprio, questa volta,
v’avesse burlato, facendo perdervi quell’indifferenza che un buon filosofo deve
avere per ogni cosa, quando cerca la verità. Saldo, mio caro, tenete fermo, vi
prego, e, se da me volete l’esempio, io ve l’offro in questa mia, e nel
carattere che vi presento della mia nazione16.
Egli è vero che l’inglese da qualche tempo in qua è venuto alla moda, e
abbiamo l’onore anche noi di servir d’esemplari all’Europa. I nostri vestiti,
gli abbigliamenti, la letteratura per fino, han trionfato della Francia, nostra
rivale un tempo, oggi nostra discepola, ed è questa nostra vittoria la più
bella di tutte quelle che abbiam riportate sopra di lei, né le provincie
conquistate tanto ne allettano, quanto d’aver renduto tributario del nostro il
gusto dominatore di questa bella nemica. Montesquieu e Voltaire sono stati i
due ammiragli o marescialli che in questa rivalità han militato e trionfato, al
nostro soldo e sotto le nostre bandiere, contro la loro patria, deprimendola
sempre nelle loro opere ed esaltando la mia. Mi son trovato a Parigi quando era
pieno di questo entusiasmo inglese da loro inspirato ai loro compatrioti, né
potrei ben dirvi, se io più rideva, o compiangeva, nel segreto dell’animo mio
filosofico, le follìe che io vedeva intorno a me stesso, che, non so come, era
divenuto una persona importante e ricercata dalle dame ed assemblee più
brillanti, unicamente perché avea l’onore d’essere inglese, quando era questo
un disonore pochi anni prima a Parigi. Vedea le persone più amabili andar a
gara per rapirmi, e beata quella che mi dava la cena, quella che mi teneva in
carrozza, o al passeggio delle Tuglierìe. Gli uomini più brillanti si
guardavano bene di venir al confronto, e, se si trovavan con noi per necessità,
bello era il vedergli stare attenti ai nostri modi, ai nostri cenni, per
ricopiargli, studiare il nostro andamento, prendere il nostro tuono, insomma
farsi inglesi per essere alla moda. Chi non avea fatto un giro in Inghilterra
era negletto, si divoravano i nostri libri, e se ne studiava la lingua, si traducevano,
si stampavano tutti, anche i cattivi, e n’era sicuro lo spaccio e il guadagno,
e tutti abbiuravan la patria per un fanatico inglesismo. Io vi confesso che mi
piaceva molto questa moda, perché mi dava un vantaggio e mi procurava delle
fortune, ed anche in Italia l’ho trovata con grande piacere, dopo che la
riceveste di Francia, secondo il solito.
Ma non per questo non mi sono accecato a credere
la mia nazione così perfetta e degna d’essere il vero modello delle altre, come
queste me lo volevano persuadere. Sicché sono in istato di farvene il
carattere, senza prevenzione e senza illusione. Sono stato grand’uomo qualche
anno presso al pubblico invaso e ubbriaco dalla moda, ma con un amico qual voi
mi siete parlerò in confidenza, di me e della mia nazione, spogliandomi
dell’eroismo imprestatomi sul teatro, e comparendovi nell’abito mio privato.
Non v’è alcun eroe in presenza del suo cameriere, dice il proverbio, e non ve
n’è, dico io, dinanzi a un amico. Vediamo se dico il vero, e sol ricordatevi
che parlo in confidenza e tra noi soli.
Prima dirovvi ch’è difficile fare il carattere
dell’inglese, che propriamente non ha carattere uguale e universale per una
perpetua contraddizione di sé con se stesso, e per una differenza notabile tra
uomo e uomo, anzi tra lo stesso uomo in vari tempi. Ma forse questo può essere
appunto il suo carattere, se n’ha alcuno, cioè il dar negli estremi. Il genio
più generale e dominante è la taciturnità, la serietà e la solidità, e quindi
la fermezza, l’intrepidità, la fedeltà, la prudenza ed altre doti di questo
genere. Ma, quando una passione ci prende, diamo in tutto l’estremo contrario.
L’amore decide di tutto il nostro essere se ci soggioga, e ci fa perdere la
ragione o la vita. Siamo sobri sino alla frugalità, o ubbriachi sino alla
brutalità; o fedeli alle mogli, anzi veri amici, o lor tiranni e carnefici
furiosi; economi nel commercio e attenti alla famiglia, profusi e prodighi
quando spendiamo, a segno di ridurci alla mendicità; fanatici per la patria o
violatori di tutte le sue leggi, e venduti al danaro e alla seduzione
apertamente; entusiasti per una religione o sprezzatori di tutte;
attaccatissimi all’amor della vita, onde tanti van lontano, in esiglio
volontario, per curarsi e vivere qualche giorno di più, o pronti a darci un
colpo di pistola ben aggiustato per un’emicrania. L’ozio e la vita sedentaria è
a noi carissima, e andiamo all’estremità del mondo continuamente. Odiamo la
monarchia, e facciamo assidua corte al re servendolo a tavola ginocchioni.
Vogliamo forestieri tra noi e li trattiamo come nemici. Noi siamo aspri e un
po’ feroci, le nostre donne timide e dolci. E così dite di cento
contraddizioni, che son tra noi, e troppo a lungo andrei numerandole. Volete
voi il nostro ritratto? Leggete i nostri libri, ove noi stessi ci dipingiamo,
andate al nostro teatro, ove rappresentiamo noi stessi. Quella è l’immagine di
tutti noi la più somigliante, e vale a dire «gran pregi e gran difetti». Niente è mediocre. Leggete massimamente i
nostri romanzi inglesi, dei quali provvediamo tutta l’Europa, vi troverete
questo contrasto di oppostissime qualità. Avventure sublimi e stravaganti, gran
pensieri e frivoli bisticci, passioni eccelse e discorsi insipidi, scene di
tenerissimo cuore e di furor sanguinario, grandi bellezze infine e grandi
mostruosità. Il nostro carattere produce questi romanzi, e questi, poi,
rinforzano il nostro carattere. Quindi è che han tanta voga tra noi, e tutte le
case, l’età, i sessi, avidamente gli leggono, e principalmente nell’ozio della
nostra vita solitaria e di campagna, ove sì volentieri viviamo, piacendone di
star soli, nodrendo colla meditazione l’umor nero, e fuggendo gli uomini, che
noi non possiamo soffrire perché appunto somigliano a noi.
Il quadro che vi presento mi par che non sia
tinto dell’amor nazionale, e più di buon grado ve l’offro. Udrete i nostri
inglesi dispregiar tutte le nazioni e stimare la propria solamente, ma
credetemi pure che in cuor loro senton lo stesso, benché non osino confessarlo.
E questa io penso che la ragione sia del vedersene tanti fuor d’Inghilterra, e
per tutta l’Europa, non solo viaggiatori, ma fissati per molti anni; cioè la
noia in che vien loro la patria, quando ne hanno provato tutti i difetti e
gl’incomodi sopraddetti. Ma qui troverete un’altra strana contraddizione, che
portano seco anche fuor di paese, ed è quella bizzarra usanza del vivere
insieme tra inglesi in mezzo alle altre nazioni, come se uscissero
d’Inghilterra non per vivere con gli altri popoli affin di conoscergli e
d’istruirsi, ma per godere la compagnia degl’inglesi, onde vien, poi, che tanti
nostri giovani tornano a casa, dopo aver fatto il giro di Francia, d’Italia, di
Germania, istrutti a maraviglia delle vicende, degli amori, de’ caratteri de’
loro compatrioti, e niente delle leggi, de’ costumi, delle arti degli altri
popoli. Il maggior profitto che traggono dai lor viaggi, è il portar seco
qualche quadro o qualche statua, che pagaron dieci volte più che non valeva,
l’avere un catalogo dei nomi e dei pregi delle virtuose alle quali lasciarono dei
bei regali, saper storpiare qualche arietta di musica, e ricordarsi per sempre
di qualche tavoliere, ove lasciarono qualche somma di zecchini, e qualche
amicizia, ove lasciarono il resto. Fuor di ciò, vissero sempre cogl’inglesi, e
voi li vedete sempre insieme, e in compagnia persino di letto e di tavola, per
assicurarsi bene di niente apprendere dagli altri popoli, che disprezzano e
metton tra loro in ridicolo, ma vanno a cercare, nulla di meno, con lunghi
viaggi e spese esorbitanti. Che se alcuno vuol pur distinguersi, come ha fatto
il signor Stevens17, che, dopo aver fatto in Venezia la figura che ben
sapete, pochi anni sono è divenuto a Londra autore ed ha stampato i suoi
viaggi, allora vedesi più che mai quanto poco impieghin di tempo e di diligenza
nelle osservazioni e negli oggetti importanti di un viaggiatore. Io n’ho
conosciuto uno, di tali inglesi, il quale, impegnato in una amicizia, pagava
ogni mattina un de’ vostri ciceroni, che andasse a veder per lui le rarità
delle pitture, dei palazzi, delle chiese, e con gli occhi di questo esaminò
molte città d’Italia, e con la critica di questo e col suo stile fece un libro
da stampare in Inghilterra, né vedeste mai persona più contenta di quel che
fosse suo padre, benedicendo il denaro che suo figlio avea speso sì bene. Eppur
seguono e seguiran sempre gl’inglesi ad uscir della patria e a mandar fuora i
lor figli, benché sappiano tutto questo; finché non venga qualche imposizione a
proibire questo abuso, che fa uscire tanto denaro ed entrar tanti vizi nel
regno. Ma questo è il nostro destino, il fare de’ bei progetti e non concluder
mai nulla. Voi nondimeno avete grande idea del nostro governo e della costituzione
inglese, tanto esaltata ai dì nostri e venuta anch’essa alla moda con tutti
i nostri pregi. Eppur vi sarebbe da esaminare, e da divertirsi. Ma non entriamo
in politica, che troppo annoia, in tempo in cui tutti ne son maestri.
Piuttosto vi divertirà il conoscere la nostra
solidità di pensare, che anch’essa ha gran credito presso voi e i francesi:
vero è che non siam sì leggeri e sì frivoli come questi, né sì creduli e
semplici come gl’italiani. Ma quante volte ho dovuto filosofare anche su
questo, al veder quanto poco ci vuole a girar queste teste sì salde e sì forti!
È troppo fresca la trista avventura del Bing, che in sì poco tempo ho veduto
dai nostri impetuosamente esaltare come un grand’uomo, con più impeto
giustiziare come un malfattore, e subito dopo compiangere come un cittadino
tradito, vergognarsi, e pentirsi. Questi son giuochi della fortuna, alla quale
è lecito tutto. Ma credereste voi che l’inglese, spregiudicato ed incredulo, si
lasci talora trasportar dagli astrologhi, dagl’indovini, e corra dietro ai
miracoli, come un fanciullo? Sapete pur quanta gente corse in folla per vedere
un morto resuscitato, cui vantavasi di ravvivare un pazzo fanatico che
pretendeva d’averne altri resuscitati per una sua virtù soprumana confidatagli
dal cielo. Era seguìto per tutto da migliaia di curiosi, e di questi molti
erano persuasi, e credo che avrebbe tratta seco l’intera nazione, se il
magistrato prudentemente non prendeva il partito di obbligarlo a fare il
miracolo pubblicamente, e in ora e in luogo prefisso, e coll’assistenza dei
giudici18, onde, convinto giuridicamente dell’impostura da quel
cadavero, che sordo fu sempre alle sue sovrane ordinazioni, colui ne venne
punito e la nazione disingannata. Se ciò non era, avreste veduto le convulsioni
in Londra e le guarigioni miracolose che han fatto presso di noi tanto tempo
ridicoli i parigini per la tomba di San Paris. Ma non sapete forse ciò che ho
veduto con gli occhi miei, e appena lo potei credere a me stesso: gran parte
della città di Londra trasportata alla campagna e sotto le tende poco tempo fa,
perché un impostore19 avea minacciato un tremuoto simile a quel di
Lisbona e n’avea per lungo tempo intimata l’ora, il giorno e le circostanze. E
non era già il solo popolaccio, che fosse fuggito, ma sotto a quelle tende si
videro delle teste illustri e gravi, che si raccomandavano l’anima non ben
sicure che la terra non avesse ad aprirsi sotto a’ lor piedi. Ridete pure, che
ne avete ragione, e concludete meco che l’Inghilterra ha i difetti dell’altre
nazioni e che gl’inglesi somiglian gli altri uomini, e solamente se ne
distinguono con la stravaganza maggiore e con più grandi eccessi.
Ma, con vostra pace, da questo fondo medesimo nasce un merito anche
distinto, perché l’inglese letterato, in somma l’inglese rivolto al bene, è
capace di cose grandi più che l’altre nazioni. Parliam delle lettere come cosa
più amena. È vero che Milton è tutto inglese, cioè estremo, nelle mostruosità e
nelle sublimità del suo poema; così pure è Shakespear, così molti, e, se non
fosse bestemmia, nominerei anche Newton, non solo per l’Apocalisse da
lui interpretata, ma per altre cose ancora. Stiamo, però, in poesia. Abbiamo
dei Quarles e dei Withers20, ve lo confesso, ma sapete voi che io non
conosco il più perfetto, tra tutti gli antichi e i moderni poeti, di Pope?
Trovo de’ difetti in Orazio, in Omero, in Virgilio, in Voltaire, nel Tasso, e
nell’Ariosto, e non ne trovo in Pope, e lo metto sopra tutti, dopo che
quest’uomo ha saputo abbellire e dar forza alle più alte insieme e più
necessarie massime della morale dell’uomo, temperando mirabilmente la più bella
poesia colla filosofia più pregiata. Egli ha renduto l’uomo migliore coi versi,
che son lo stromento con che tanti lo rendon cattivo. Egli ha fatto servire la
poesia alla virtù, all’umanità, al ben pubblico. Son pur pochi i poeti che
uniscano tante qualità, e nessuno che le abbia tutte e in tutti i generi di
cantare. Qual poema più grazioso del Riccio rapito, qual più salso della
Dunciade21? Eppur questo è il meno. Non sarebb’egli un bel caso
che il vincitore de’ greci e de’ latini dovesse trovarsi nei «Britanni divisi
dal mondo?» Dite pure che son pregiudicato e nazionale, io mi rimetto. Addio.
P. S. Mi par sentirmi dire che vorreste qualche notizia della letteratura
inglese, e de’ nostri libri moderni, de’ quali non ho parlato, come dovea nella
mia lettera. Ma appunto perché son moderni, ne ho taciuto, essendo difficile
farne un buon giudicio sull’opinione altrui, non avendo io tempo né voglia da
legger tanto, e sospettando anche un poco che noi pure abbiam la nostra
decadenza. Ma, per onor della nazione, nol dico. Si fanno delle magnifiche
edizioni, come son quelle delle Ruine di Palmira, quelle della famosa
Balbeck, si trattano degl’illustri argomenti, oltre i filosofici delle
transazioni e i teologici de’ nostri preti e i politici de’ nostri «Demosteni a due soldi il foglio», come gli chiamerebbe Voltaire, che inondano da
mane a sera tutta Londra sulla guerra, sul commercio, sulla marina, sulle
imposizioni, e contro la corte e contro il parlamento e contro ogni cosa.
Qualche dotto libro si è veduto in questi anni, come Il vero sistema della
Gran Brettagna del signor Rosthletwait, famoso autore del Dizionario del
Commercio, la Descrizione degli stabilimenti europei nell’America
d’ignoto autore, I costumi inglesi, in quattro tomi, del dottor Brown
a voi noto, le opere di Milord Bolingbroke, ereditate dal signor Mallet, che
han fatto da prima gran rumore, e, per dirvi un bell’argomento e titolo, ma non
più, la Storia della marina d’Inghilterra del dottore Hill, le Memorie
della corte d’Augusto del dottore Blackwel, bel titolo anch’esso, Le
orazioni di Demostene del signor Francis, di cui abbiamo una traduzione
d’Orazio assai buona, ecc. Vorreste voi conoscere i nostri poeti? Dimenticatevi
le memorie e i tempi d’Augusto. I poeti eccellenti son rari assai. Richardson,
Glover, Withead, provvedono il nostro teatro, ma non fanno tutti insieme un
Addisson, un Congreve. Il ministro Hume dà speranza di qualche riuscimento. Un
buon poema del signor Dyer sopra Le mandre delle pecore m’è piaciuto.
Uno del signor Glinn sopra Il Giudizio Finale ha ottenuto il premio
dell’Università di Cambridge. Eppur mi dicono che sia buono. Ma la nostra vera
opulenza, il nostro lusso, è di giornali letterari d’ogni sorta, d’ogni mole,
d’ogni gusto, d’ogni stagione. Contentatevi del catalogo, in cui pongo que’ che
mi vengono a caso, e come mi vengono i lor titoli a mente. Il mondo di
Adam Fitz Adam, The Herald, «L’Araldo», The Connoisseur, monitor moderno, il Terler,
o sia «Il ciarliere», copie di Steele e d’Addisson; il Rambler;
l’Adventurer, il Test, e il Contest. Lascio il Giornal
Britannico del dottor Maty, il Couvent-garden’s di Fielding, ecc.
ecc. ecc. Alcuni d’essi sono morali e istruiscono la nostra gioventù nel bel
vivere come nel bel sapere. Uno di loro, il Mondo, vi fa conoscere la
nostra gioventù e il buon gusto della sua educazione, che si divide, dic’egli, «tra il teatro e i profumatori» (che i francesi dicono baigneurs, e in
Italia non sono): due accademie: nella prima i giovani cavalieri e le giovani
dame imparano i rudimenti della scienza, da un Etheridge, da un Wicherley, da
un Congreve, e da un Wanbrugh, che van poi nella seconda a perfezionare, sotto
un Necdem, un Haddock, e un Roberts22. Questi in verità sono i maestri
più accreditati e frequentati, onde potete congetturare qual sia la nostra
letteratura più alla moda. Addio.