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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA QUARTA
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LETTERA QUARTA

Or che ho soddisfatto intorno al mio paese, con più libertà sono al vostro. Sentite come pensava un inglese mio amico, e vedete l’idea che produce questa furia di poetare degl’italiani, ne’ nostri gravi cervelli:

— A me — dicevasembra questo un gran tiro di politica italiana, un gran bene agli stati. Primieramente il commercio se ne alimenta, e il denaro circola per man dei librai, degl’incisori, di cento persone. Almeno questa manifattura non può decadere, perché non è facile che venga la moda di Francia anche in questo, e si faccian venire dei servi e delle Raccolte da Parigi e da Lione. Lasciate che prenda piede e vi si possa mettere un dazio, sarà dei più vantaggiosi ai prìncipi italiani. Già vi sono de’ fondachi e de’ negozianti di poesia. Passando a Bologna ne conobbi uno, che vendeva i sonetti a prezzo proporzionato all’altezza, larghezza e forza di stile che si volevano, e di queste stroffe ne avea molte pezze nel suo magazzino, col viglietto, al di fuori, del prezzo. I librai più accorti tengono al lor servigio questi poeti, che lor fanno una dedica, una prefazione in versi per ornamento del libro, e so che si degnano d’essere lor pensionari anche de’ titolati, che in Italia val quanto cavalieri. La sola carta per Raccolte nella sola Venezia esaurisce molte fabbriche, ed in un anno migliaia di risme e di balle vi s’impiegano. Che importa, che la carta si venda a scrivere o a stampare, serva alle storie, alla morale, alla legge, o ai versi? Purché si venda e si compri, tutto è lo stesso; una edizione d’autor classico e necessario resta in bottega, le Raccolte vanno e corrono. Questo ramo di commercio frutta in Venezia quanto quello de’ libri più dotti a Roma e a Parigi, avendo io avuta la curiosità di far sempre questi computi, che, presto o tardi, ponno essere utili in ogni paese. Ma — proseguiva egli — un altro bene produce questo, che io preferisco a quel del commercio, e che pochi conoscono. Vedete quanto ozio sia nell’Italia e insieme quanta vivacità. Non si sa come impiegarsi, e le Raccolte e la poesia, per lo meno, impiegano la metà della nazione che sarebbe senza essi oziosa e perciò scostumata e viziosa23. Pazienza se v’ha tanti malvagi poeti, ma peggio sarebbe se fossero malvagi cittadini. Le loro cattive inclinazioni si sfogano in versi e in fanatismo poetico, che il ciel sa dove a finir verrebbono. Già lo vedete. Que’ che rubano strofe e terzetti, sarebbono ladri e taglierebbon le borse. Que’ che falsificano autori e testi, fariano moneta falsa. Que’ che raccolgon poeti e poesie, sarebbon forse alla testa d’una congiura. Chi fa una satira, fabbricherebbe un veleno, ognuno sarebbe uno scellerato e assassino, e, in grazia dei versi, è solamente un poeta cattivo. Ed è una fortuna che il parnasso italiano abbia tanti e sì diversi autori in ogni genere di poesia, perché, in tal modo, ognuno trova da soddisfarsi secondo il suo temperamento. Un furioso si fa seguace del Chiabrera o pur compone dei ditirambi, un malinconico divien petrarchesco, un sofistico studia Dante, un fantastico l’Ariosto, un insulso il Rota, uno sciocco il Burchiello e non v’è, in tutti i caratteri dell’uomo, un sol carattere, quantunque strano e pericoloso, che non possa trovare un poeta con cui collegarsi. Or fate ragione, e ditemi quanto vantaggio sia questo alla pace e al ben pubblico. Noi non avremmo forse avuto un Cromwel, un Chartress24, né i francesi un Ravaillac e un Damiens, se ci fossero state le Raccolte da dissipare le loro furie maligne. E i claustrali e gli ecclesiastici in tanto numero, come passerebbono il tempo e la noia senza un tale aiuto? In somma, io trovo la politica degl’italiani sempre ammirabile e profonda. Mentre i francesi fanno progetti o sistemi o commedie o badinerie sopra le cose importanti (che per loro è tutto lo stesso), gl’italiani mettono mano all’opera e vanno al fine. Eccovi quel progetto dell’abate Coier25 destinato a far ridere Parigi, eccolo reso fruttifero in Italia. Egli avea messa una tassa sopra sei vizi principali, e ne calcolava una rendita di cento milioni alla cassa regia. Tanto per le maldicenze, tanto per le galanterie, le infedeltà, ecc., e pretendea far un gran bene al popolo e ai poveri, che avrebbono pagato infinitamente meno de’ grandi, e chiamò questo, sull’esempio di Swift, la pietra filosofale. In somma, la morale messa in bagattelle e le bagattelle in morale, come porta il suo titolo, il qual servir potrebbe a frontispizio d’un libro che facesse il carattere de’ francesi. Ma gl’italiani hanno seguita l’idea e messa una vera contribuzione su i vizi per mezzo delle Raccolte, facendo servire i vizi al commercio e nascer versi, raccolte, danai e lavori dalle prave inclinazioni degli uomini... —

Così andava dicendo il cavalier Digbei, che ben conosceste per uno di quegl’inglesi che mette in tutto la politica e il calcolo e che massime agl’italiani attribuisce i più bei misteri gratuitamente. Ma lasciamo il cavaliere ne’ suoi misteri. Io vi dico, senza mistero, che il più ridicolo abuso di questo non trovasi in nissun paese fuori d’Italia. E il peggio è, che non v’ha rimedio fuorché nella stanchezza, nel disuso, i quali vengono dopo un lunghissimo tempo, in una nazione la quale, per sé, ha della costanza e non ha occasioni, eccitativi, impulsi gagliardi, per quella misera sua costituzione di tante diverse provincie, ciascuna delle quali fa casa da sé, forma un popolo, un governo e leggi e costumi suoi propri, benché spesse volte l’una non abbia dall’altra che un fosso, o una pietra, per segno di confine. Il qual male non è già egli un vizio, una colpa, degl’italiani; ma produce assai colpe e vizi, e rende, dirò così, eterno ogni abuso e pregiudizio. Una metropoli generale, colla sua mole e possanza, darebbe moto ai cambiamenti di tutta la nazione, e, messe in odio e in ridicolo, per esempio, le Raccolte da lei, da per tutto cadrebbono. Così pure cadrebbe quell’altra pedanteria, di cui tanto abbiamo parlato insieme, d’ingiuriarsi i letterati così rabbiosamente e villanamente, ch’è proprio uno scandalo e un disonore della nazione da cui l’Europa ha presa la prima cultura e urbanità dopo i tempi barbarici. Gli odi e le guerre letterarie durano tra voi altri in sempiterno, o, se una finisce, tosto ne nasce un’altra. Nel poco tempo del mio ultimo giro in ogni parte d’Italia ho vedute battaglie terribili. Ove le «lammie» e la «magia», ove «l’impiego del danaro», ove «la somma dei beni e dei mali» di Maupertuis; e la questione dei Cenomani, e il dittico quiriniano, ecc. ecc. ecc. per tacer della grazia, del probabile, dell’attrizione, ecc. ecc. ecc. Ogni città ha la sua gran quistione, o medica, o fisica, o di scienza, o di poesia, e, se mancano mai queste, vi saranno26 due speziali, due fabbricatori di lunari, che metteranno l’incendio in tutte le conversazioni e i caffè. Il più funesto effetto di ciò, è quello di ritardare i buoni studi, e di sedurre gli uomini dotti e di merito che farebbono onore alla nazione. Non posso dirvi come io restai sorpreso, nel visitare a Verona quel grand’uomo del marchese Maffei, che in Inghilterra aveva udito esaltar sempre tra i primi d’Europa. Io lo vidi poco innanzi al suo morire, assalito indegnamente da tutte le parti in materie ben differenti dal suo stato, e in fin divenuto a settanta anni la vittima della pedanteria, perdendo il suo tempo e la sua dottrina in rispondere e ripulsare gl’insulti, le cabale e le villanie monacali d’ogni più vile avversario. Egli stesso dolevasi di sì trista fatalità, e piangeva le sue opere d’antichità, di diplomatica, di belle lettere, che gli stavano imperfette e tronche, mentre occupavasi in altre, che ben sapeva essere destinate all’oblivione, come son tutte le controversie fratesche. In somma, io vidi un letterato illustre morto alle lettere ed alla patria, ch’egli unicamente amava, dieci anni almeno prima della sua morte. Credereste? Nessun grand’uomo italico è stato esente da questa umiliazione. Muratori, Gori, Serau, Zanotti e infiniti, che ho conosciuti e trattati, m’hanno tutti parlato delle lor dispute letterarie, e, mentre erano venerati in tutta l’Europa, avevano a soffrire degli strapazzi solo in Italia e nella patria. Ed  anche questa è colpa come io diceva, della divisione delle vostre provincie, poiché vi manca un teatro assai vasto e popolato in cui si renda giustizia ai grandi attori dal maggior numero e si faccia tacere qualche plebeo del parterre, che in picciol teatro si fa sentire e insolentisce impunemente. Di questa indole e di questo genio litigioso partecipa tutta la vostra repubblica letteraria, accademie, università, giornali, novelle e manifesti, senza parlar delle tesi, conclusioni, atti pubblici dove intervengono spesso delle scene comiche, e delle tragiche ancora, a cui mi sono trovato presente. Credetemi: c’è qualche influsso, nel vostro clima, che sulle teste italiane predomina. Noi altri inglesi abbiamo altre materie intorno a cui esercitiamo il talento nostro rabbioso, onde stanno tranquilli i letterati, e in Francia, in cui la passione sovrana è il piacere, non si vuol perdere tanto tempo in litigi noiosi o insulsi. Ma tra voi questo è l’affare che trattasi con più caldo. Esaminate a sangue freddo le opere periodiche della nazione, in cui si rende conto dei libri e de’ letterati, e troverete sempre duelli e battaglie. Scorrete un poco la Storia letteraria d’Italia27, il cui titolo mi dette tanta curiosità, e la lettura tanto fastidio. Vi parrà leggere il Davila o il Vertot della letteratura. Guerre civili e rivoluzioni empiono quella storia, che è quasi un campo di battaglia di tutta la nazione. Ed oh quai truppe e quante e di quali abiti e con quali armi vi passano la rassegna e vi fanno le loro scorrerie, i loro attacchi! Il peggio è, che niuno vi resta morto giammai e che, anzi, nel tomo seguente torna più ardito e più temerario in campo, dopo ferite credute mortali. Mi divertì qualche momento un marchese Sale Vicentino, che vi faceva figura in decidere casi di morale, e un cappuccino, il padre N. N. autor d’una rettorica, che vi brillava per le figure rettoriche. Povera Italia, se questi libri, destinati a trattenere con dilettevole istruzione, divengono anch’essi tanto noiosi e spiacevoli! Per tutte le quali cose, sapete voi qual’ è la mia conclusione? Ma non prendete l’armi, vi prego, come i parigini la presero contro Rousseau, quando lor disse quella gran bestemmia. «Voi non avete musica»28. E peggio, poi, quando loro provollo ad evidenza, almen secondo il parere di tutti i non francesi. La mia bestemmia è questa: «Voi altri italiani non avete letteratura italiana». Io, per provarlo, vi domanderei qual’ è la filosofia italiana, e quale la giurisprudenza italiana, e così del resto. Al che potreste forse rispondere mostrandone cento, ma non una mai. Stiam non di meno sull’argomento: ditemi, qual è il teatro italiano, quale la poesia italiana, e principalmente qual l’oratoria italiana? E qui potete pur mostrarmene mille, ma non una mai. Dunque, dico io, non v’è letteratura italiana, né gusto italiano. De’ gusti romani, de’ napoletani, de’ siciliani, ecc. ne troverete, forse, seppure alla Porta del Popolo non troviamo diverso gusto da quello di Porta Pia in Roma stessa. Ben dimostra il mio assunto il non vedersi modelli ed esemplari tra voi, che abbiano ancora fissato qualche cosa. Bourdalouë fissò l’oratoria in Francia, Cornelio e Racine la tragica, Moliere la comica, e così degli altri. Ove sono i vostri Bourdalouë, i vostri Cornelii, i Moliere? Ma voi direte che questo prova aver voi una repubblica letteraria, e avete ragione, ma ella è tutta democratica, poiché il popolo, anzi la plebe letteraria, vi domina e   leggi, seppure non è anzi un’anarchia, come di tartari e sciti, che vivono a caso e di rapina e non han leggi. Il che già io non dico per insultarvi, perché, poi, questo non toglie che non abbiate degli uomini eccellenti in ogni genere, e certo gli avete, ma per compiangere la trista loro situazione e per concorrere anch’io al disinganno de’ vostri compatrioti da qui a cinque o sei mille anni. Vi prego però a non guardarmi come nemico della vostra patria, in quella guisa che fu rimirato Rousseau dai francesi, e poi da tutti anche i mediocri letterati, per quell’altra bestemmia da lui con tanto ingegno esposta: «Che la scienza e l’arti sono nocive al bene degli uomini». Addio.




23 Questo è bene un tratto inglese tutto; ma ben si vede che, credendo parlare a un amico, non è scrupoloso di scherzare a modo suo.



24 Fu, in privato, come Cromwel sul trono.



25 Autore dell'Année merveilleuse e di molte altre operette famose di tal gusto raccolte in un volume col titolo di Bagattelles morales.



26 A Milano, a Ferrara e altrove, si son veduti.



27 Giornale ben grosso, che si pubblicava ora colle stampe di Modena, or di Venezia, e molto perseguitato da vari partiti.



28 Lettre sur la musique française.






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