Poiché vi
piace sentir la mia opinione intorno alla disputa eccitata dal nostro amico
Rousseau, io ve ne dirò quel che sento, senza uscire dall’argomento fissato tra
noi, che è la letteratura italiana. Non può negarsi che sembra strano a prima
vista il suo parere col qual sentenzia e condanna le arti e le scienze come
sorgenti di vizi e di corruzione tra gli uomini, essendo sinora sempre stata in
gran credito d’utilità e di buon costume la dottrina e lo studio di quelle. Non
è però meraviglia se, con tale opinione, destasse sì grande incendio,
quest’uomo singolare nello scrivere e nel pensare, tra i suoi e tra i francesi,
benché meraviglia esser debba come egli sia stato premiato dall’accademia di
Dijon29 per avere sì maltrattate le accademie e gli accademici. Io ho
lungo tempo sospeso il mio giudizio, finché ho letto il pro e il contra di
quella questione con gran diletto, a dire il vero, massimamente per la critica
del re Stanislao30 e per la risposta del cittadin di Ginevra a sua
maestà: due combattenti l’un degno dell’altro. Infine ho dovuto tenermi al
parere del cittadino e del privato incontro a quel del monarca, né credo avermi
mosso punto a questa parzialità l’odio patrio contro la sovranità, essendo questo
sovrano31 un ottimo cittadino, e però più grande. Ora, pertanto, io son
persuaso che sommamente più nuoca il sapere e lo studio alla virtù e ai
costumi, di quel che giovi. Ma sapete voi quando ho dato l’ultimo crollo, e mi
sono arreso alle ragioni di Rousseau? appunto quando ho conosciuta l’Italia
letterata. Già mi faceva gran forza, siccome a lui, il vedere anche in Francia
e in Inghilterra «come le scienze
producono tante empietà, tante eresie, tanti errori e sistemi assurdi, tante
contrarietà, tante inezie, tante satire amare, tanti sciocchi romanzi, tanti
infami versi, tanti libri osceni; e il vedere ne’ coltivatori di quelle, cioè
ne’ letterati, tanto orgoglio e tanta avarizia, tante malignità e tante cabale,
tante menzogne e tante gelosie, tante calunnie e maldicenze, con tante vili e
vergognose adulazioni». Con tutto
ciò, il vedere anche uscire alla luce in que’ due regni, di tempo in tempo, de’
dotti libri pieni di soda religione e morale, l’uso delle meccaniche, i
progressi della navigazione, il commercio, le leggi, ecc., questo un po’ mi
traeva a protegger le scienze. Nel mio cuore, a dire il vero, potevano assai i
Bossuet, i Fenelon, gli Addisson, i Davenant, i Pope; e Montesquieu e Lok
facean presso di me l’apologia per tutti i letterati. Ma quando vidi in Italia,
da una parte, esservi niente meno vizi e sciocchezze letterarie, anzi regnarvi
più che altrove l’insolenza, la villania, la venalità, la bassezza d’animo e
soprattutto l’invidia tra gli autori, e, dall’altra parte, vidi sì pochi libri
veramente utili agli uomini ed ai costumi, e che que’ libri medesimi, che
debbono essere pei loro argomenti libri santi non che utili, divengono, per
colpa degli autori, nocivi e scandalosi per quello spirito di controversia, di
lite rabbiosa e di discordia onde son pieni, allora non ho potuto negare a
Rousseau tutto il mio consentimento. M’immagino che Rousseau vegga un catalogo
de’ libri che stampansi dentro un anno a Venezia soltanto, ove si stampano, per
altro, comunemente i migliori, ed ove fan capo i più degli autori per la
facilità della stampa. Lascio Roma e Firenze, ove per ordinario i libri sono
d’erudizione, d’antichità, di qualche medaglia o inscrizione, che per me sono
cose inutili, come la mitologia. Quale opinione avrebbe dunque Rousseau de’
vostri studi e del bene che arrecano al genere umano? Io feci una volta il
compendio di tutta quella faragine che i torchi veneti mandan fuori dentro il
corso d’alcuni mesi, e v’assicuro che, se gl’italiani fosser capaci di
disinganno, questo solo bastar dovrebbe ad aprir gli occhi alla vostra nazione.
In più di cento opere differenti, non trovai altro che un tomo della storia de’
viaggi tradotto, il qual meritasse almen pel titolo qualche considerazione.
Eppure questo ancora era inutile e magro non poco. Perché quest’opera, se fu
bella nell’idea dell’autore, è divenuta in fatto meschina, e, se non fosse lo
stile dell’abate Prevòt32 che ha supplito all’originale, io credo che
più non si parlerebbe di lei. Del resto, chi può dir quanti romanzi, dei quali
i men rei erano noiosi ed insipidi, quante commedie, quante critiche, quante
risposte, repliche e controrepliche in ogni materia? Nulla dirò delle poesie,
nulla delle rettoriche e dei quaresimali, i quali sol nella forma e nella
correzion della stampa fan sospettare dell’autore e del suo credito e della sua
eloquenza stranamente. Quante, poi, morali teologie senza una stilla di morale
evangelica, e di queste una ne vidi, ben mel ricordo, in otto o dieci tomi in
gran quarto, del padre Concina, se ben mi ricordo. Quanti dogmatici o
scolastici, che danno i loro dogmi e vogliono le loro scuole per infallibili!
Quanti di controversie e dispute letterarie, ai quali si dovrebbe porre quel
cartello che io vidi in una libreria di Piemonte posto sulla scanzia di tai
libri da un bibliotecario di buon giudizio: «per la risurrezione de’ morti»!
Io faceva così tra me stesso un computo delle persone, del tempo, della fatica
e dello studio, che avean contribuito a fabbricare tanta merce, calcolava gli
operai, la carta, le spese, le industrie usate a stampare, e considerava il
luogo che occupavano tanti libri, i manifesti e le dispute che producevano, i
giornalisti che le annunziavano, ecc., e diceva tra me: ―Oh che perdita
immensa! Oh che danno della patria e dell’uomo! E oh qual torto fatto alla
patria, alla famiglia, alla società, che da noi esigono tanti uffizi e servigi
più necessari!― Si dice che
questo è un ramo del commercio, e che, bene o male, introduce danaio e fa
circolazione, come il politico inglese pensava di cui v’ho scritto in altra
mia. Ma non di politica io tratto, né degl’interessi del sovrano. L’interesse
sol de’ privati e il vantaggio considero delle lettere, e, per questo riflesso,
mi par veramente che Rousseau ben ragioni. Ma, lasciando anche Rousseau da
parte e la sua quistione, l’onore della nazione io metto su questa bilancia, e
dimando se han torto, i francesi e gl’inglesi, di men pregiare l’Italia che non
le loro patrie, e di compiangere l’educazione de’ giovani italiani.
Grande ozio, e gran mediocrità di pensare,
convien che domini nei caffè di Venezia! Ivi corrono per le mani alcuni
librottoli, ne' quali niente s'impara, niente solletica, non un sale che punga,
non un detto che resti in memoria, non un fatto istorico, un pensiero veramente
sugoso ed istruttivo33. Ma, in fine, malgrado questa cattiva educazione
e nodrimento de' vostri compatrioti, la natura poi si risente, l'ingegno
italiano, sagace per se medesimo e risvegliato, vede il niente e l'insulso di
tali inezie, e rende loro giustizia non curandole, onde cadono al nascere. E
quindi si vede un continuo alternare di stanchezza e di speranza ne' curiosi,
un cambiar d'argomento negli autori e di materie, cercando titoli nuovi e
mirabili per ingannar di nuovo il libraio e persuaderlo a spendere in carta e
stampa, e per lusingare di nuovo i compratori a provveder l'opera sulla fede
del frontispizio e degli elogi che gl'interessati ne fanno e i partigiani. Chi
bene esamina questo giro di cose, presto conosce che il fine di tali opere e
dei loro autori altro non è fuor che di far presto un volume il qual possa
vendersi, a peso e a mole, due o tre lire venete34.
Or
pensate che in questo sono occupati degli uomini dotti, di merito vero e di
studio e d’ingegno. Né qui già non voglio con sopracciglio socratico
richiamargli al loro primo ed essenziale destino di giovare con l’istruzione e
col diletto agli uomini loro pari, dai quali le arti e le lettere sarebbon
legittimamente bandite, se non servissero a qualche cosa, anzi sarebbono
riputate un veleno, occupando in baie tanti talenti e distraendoli dal
concorrere al ben pubblico, come sarebbero obbligati. Io crederò, se volete,
che le lettere morali e critiche, le poesie panegiriche o drammatiche, le
novelle, i romanzi italiani, possano dilettando essere utili nelle gran città,
quando siano ben maneggiate queste materie, e dirò che un cittadino, un uomo
d’onore, un capo di famiglia, potrà talor sollevarsi con sì fatte letture e
studi e divertirsi lecitamente, non però facendone il suo mestiere, che questo
non so intenderlo. Nientedimeno confessarmi dovrete che lievissimo è sempre il
vantaggio che quindi nasce, e che la patria difficilmente s’appagherebbe,
quando esiger volesse i suoi diritti da alcuno, se egli vantasse d’aver composto
e stampato un giornale, una gazzetta, un almanacco, e de’ capitoli e delle
canzoni. In fatti, la generale opinione sopra questa classe di autori e di
letterati, per quanto ognun cerchi di occultarla a se stesso, è molto
disfavorevole al loro decoro, e spesso anche al loro onore. Quindi, il meno che
se ne dica e pensi, egli è riguardargli come inutili almeno, e fastidiosi e
importuni alla vita sociale. Molti di loro si son fatti un tal credito che le
oneste persone se ne tengono cautamente lontane, e, quando anche lor diano la
tavola, si guardan bene di dar loro la confidenza e la familiarità.
Non può
negarsi che questo non sia un mal generale in ogni paese, ma in Italia esso
cresce a proporzione della inutilità e bassezza dell’opere e degli autori
moltiplicati e non curati dai grandi, i quali danno una specie d’educazione,
tra noi, e in Francia, a coloro che si distinguono, onde sono più onesti.
Perdonatemi, questa volta, ma credetemi, ch’è un gran male il veder tanti nella
vostra nazione penuriare così e morire di fame, dopo aver mostrato con libri e
componimenti talento non ordinario. Quanti ne ho conosciuti io solo, ai quali
una guinea della mia borsa fu nell’estremità un soccorso degno d’un gran poema!
Che lista farvi potrei di parecchi che nelle botteghe de’ librai per gran tomi
facevano gran figura e vivevano in un tugurio affumicati ed affamati! Ma qual
maggior lista, se vi nominassi coloro che dovrebbono ricompensargli e nol
fanno? Se d’Alembert volesse far qualche cosa per la costoro emenda, avrebbe ben
altro argomento e più ricca messe di quella che tratta nella sua prosa
bellissima Sopra i grandi. Traducetela, stampatela, ed io vi prometto
delle notizie aneddotte da farla tosto condannare in Italia alle fiamme e
rendervi illustre. Addio.