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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA QUINTA
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LETTERA QUINTA

Poiché vi piace sentir la mia opinione intorno alla disputa eccitata dal nostro amico Rousseau, io ve ne dirò quel che sento, senza uscire dall’argomento fissato tra noi, che è la letteratura italiana. Non può negarsi che sembra strano a prima vista il suo parere col qual sentenzia e condanna le arti e le scienze come sorgenti di vizi e di corruzione tra gli uomini, essendo sinora sempre stata in gran credito d’utilità e di buon costume la dottrina e lo studio di quelle. Non è però meraviglia se, con tale opinione, destassegrande incendio, quest’uomo singolare nello scrivere e nel pensare, tra i suoi e tra i francesi, benché meraviglia esser debba come egli sia stato premiato dall’accademia di Dijon29 per avere sì maltrattate le accademie e gli accademici. Io ho lungo tempo sospeso il mio giudizio, finché ho letto il pro e il contra di quella questione con gran diletto, a dire il vero, massimamente per la critica del re Stanislao30 e per la risposta del cittadin di Ginevra a sua maestà: due combattenti l’un degno dell’altro. Infine ho dovuto tenermi al parere del cittadino e del privato incontro a quel del monarca, né credo avermi mosso punto a questa parzialità l’odio patrio contro la sovranità, essendo questo sovrano31 un ottimo cittadino, e però più grande. Ora, pertanto, io son persuaso che sommamente più nuoca il sapere e lo studio alla virtù e ai costumi, di quel che giovi. Ma sapete voi quando ho dato l’ultimo crollo, e mi sono arreso alle ragioni di Rousseau? appunto quando ho conosciuta l’Italia letterata. Già mi faceva gran forza, siccome a lui, il vedere anche in Francia e in Inghilterra «come le scienze producono tante empietà, tante eresie, tanti errori e sistemi assurdi, tante contrarietà, tante inezie, tante satire amare, tanti sciocchi romanzi, tanti infami versi, tanti libri osceni; e il vedere ne’ coltivatori di quelle, cioè ne’ letterati, tanto orgoglio e tanta avarizia, tante malignità e tante cabale, tante menzogne e tante gelosie, tante calunnie e maldicenze, con tante vili e vergognose adulazioni». Con tutto ciò, il vedere anche uscire alla luce in que’ due regni, di tempo in tempo, de’ dotti libri pieni di soda religione e morale, l’uso delle meccaniche, i progressi della navigazione, il commercio, le leggi, ecc., questo un po’ mi traeva a protegger le scienze. Nel mio cuore, a dire il vero, potevano assai i Bossuet, i Fenelon, gli Addisson, i Davenant, i Pope; e Montesquieu e Lok facean presso di me l’apologia per tutti i letterati. Ma quando vidi in Italia, da una parte, esservi niente meno vizi e sciocchezze letterarie, anzi regnarvi più che altrove l’insolenza, la villania, la venalità, la bassezza d’animo e soprattutto l’invidia tra gli autori, e, dall’altra parte, vidi sì pochi libri veramente utili agli uomini ed ai costumi, e che que’ libri medesimi, che debbono essere pei loro argomenti libri santi non che utili, divengono, per colpa degli autori, nocivi e scandalosi per quello spirito di controversia, di lite rabbiosa e di discordia onde son pieni, allora non ho potuto negare a Rousseau tutto il mio consentimento. M’immagino che Rousseau vegga un catalogo de’ libri che stampansi dentro un anno a Venezia soltanto, ove si stampano, per altro, comunemente i migliori, ed ove fan capo i più degli autori per la facilità della stampa. Lascio Roma e Firenze, ove per ordinario i libri sono d’erudizione, d’antichità, di qualche medaglia o inscrizione, che per me sono cose inutili, come la mitologia. Quale opinione avrebbe dunque Rousseau de’ vostri studi e del bene che arrecano al genere umano? Io feci una volta il compendio di tutta quella faragine che i torchi veneti mandan fuori dentro il corso d’alcuni mesi, e v’assicuro che, se gl’italiani fosser capaci di disinganno, questo solo bastar dovrebbe ad aprir gli occhi alla vostra nazione. In più di cento opere differenti, non trovai altro che un tomo della storia de’ viaggi tradotto, il qual meritasse almen pel titolo qualche considerazione. Eppure questo ancora era inutile e magro non poco. Perché quest’opera, se fu bella nell’idea dell’autore, è divenuta in fatto meschina, e, se non fosse lo stile dell’abate Prevòt32 che ha supplito all’originale, io credo che più non si parlerebbe di lei. Del resto, chi può dir quanti romanzi, dei quali i men rei erano noiosi ed insipidi, quante commedie, quante critiche, quante risposte, repliche e controrepliche in ogni materia? Nulla dirò delle poesie, nulla delle rettoriche e dei quaresimali, i quali sol nella forma e nella correzion della stampa fan sospettare dell’autore e del suo credito e della sua eloquenza stranamente. Quante, poi, morali teologie senza una stilla di morale evangelica, e di queste una ne vidi, ben mel ricordo, in otto o dieci tomi in gran quarto, del padre Concina, se ben mi ricordo. Quanti dogmatici o scolastici, che danno i loro dogmi e vogliono le loro scuole per infallibili! Quanti di controversie e dispute letterarie, ai quali si dovrebbe porre quel cartello che io vidi in una libreria di Piemonte posto sulla scanzia di tai libri da un bibliotecario di buon giudizio: «per la risurrezione de’ morti»! Io faceva così tra me stesso un computo delle persone, del tempo, della fatica e dello studio, che avean contribuito a fabbricare tanta merce, calcolava gli operai, la carta, le spese, le industrie usate a stampare, e considerava il luogo che occupavano tanti libri, i manifesti e le dispute che producevano, i giornalisti che le annunziavano, ecc., e diceva tra me: ―Oh che perdita immensa! Oh che danno della patria e dell’uomo! E oh qual torto fatto alla patria, alla famiglia, alla società, che da noi esigono tanti uffizi e servigi più necessari!― Si dice che questo è un ramo del commercio, e che, bene o male, introduce danaio e fa circolazione, come il politico inglese pensava di cui v’ho scritto in altra mia. Ma non di politica io tratto, né degl’interessi del sovrano. L’interesse sol de’ privati e il vantaggio considero delle lettere, e, per questo riflesso, mi par veramente che Rousseau ben ragioni. Ma, lasciando anche Rousseau da parte e la sua quistione, l’onore della nazione io metto su questa bilancia, e dimando se han torto, i francesi e gl’inglesi, di men pregiare l’Italia che non le loro patrie, e di compiangere l’educazione de’ giovani italiani.

Grande ozio, e gran mediocrità di pensare, convien che domini nei caffè di Venezia! Ivi corrono per le mani alcuni librottoli, ne' quali niente s'impara, niente solletica, non un sale che punga, non un detto che resti in memoria, non un fatto istorico, un pensiero veramente sugoso ed istruttivo33. Ma, in fine, malgrado questa cattiva educazione e nodrimento de' vostri compatrioti, la natura poi si risente, l'ingegno italiano, sagace per se medesimo e risvegliato, vede il niente e l'insulso di tali inezie, e rende loro giustizia non curandole, onde cadono al nascere. E quindi si vede un continuo alternare di stanchezza e di speranza ne' curiosi, un cambiar d'argomento negli autori e di materie, cercando titoli nuovi e mirabili per ingannar di nuovo il libraio e persuaderlo a spendere in carta e stampa, e per lusingare di nuovo i compratori a provveder l'opera sulla fede del frontispizio e degli elogi che gl'interessati ne fanno e i partigiani. Chi bene esamina questo giro di cose, presto conosce che il fine di tali opere e dei loro autori altro non è fuor che di far presto un volume il qual possa vendersi, a peso e a mole, due o tre lire venete34.

Or pensate che in questo sono occupati degli uomini dotti, di merito vero e di studio e d’ingegno. Né qui già non voglio con sopracciglio socratico richiamargli al loro primo ed essenziale destino di giovare con l’istruzione e col diletto agli uomini loro pari, dai quali le arti e le lettere sarebbon legittimamente bandite, se non servissero a qualche cosa, anzi sarebbono riputate un veleno, occupando in baie tanti talenti e distraendoli dal concorrere al ben pubblico, come sarebbero obbligati. Io crederò, se volete, che le lettere morali e critiche, le poesie panegiriche o drammatiche, le novelle, i romanzi italiani, possano dilettando essere utili nelle gran città, quando siano ben maneggiate queste materie, e dirò che un cittadino, un uomo d’onore, un capo di famiglia, potrà talor sollevarsi con sì fatte letture e studi e divertirsi lecitamente, non però facendone il suo mestiere, che questo non so intenderlo. Nientedimeno confessarmi dovrete che lievissimo è sempre il vantaggio che quindi nasce, e che la patria difficilmente s’appagherebbe, quando esiger volesse i suoi diritti da alcuno, se egli vantasse d’aver composto e stampato un giornale, una gazzetta, un almanacco, e de’ capitoli e delle canzoni. In fatti, la generale opinione sopra questa classe di autori e di letterati, per quanto ognun cerchi di occultarla a se stesso, è molto disfavorevole al loro decoro, e spesso anche al loro onore. Quindi, il meno che se ne dica e pensi, egli è riguardargli come inutili almeno, e fastidiosi e importuni alla vita sociale. Molti di loro si son fatti un tal credito che le oneste persone se ne tengono cautamente lontane, e, quando anche lor diano la tavola, si guardan bene di dar loro la confidenza e la familiarità.

Non può negarsi che questo non sia un mal generale in ogni paese, ma in Italia esso cresce a proporzione della inutilità e bassezza dell’opere e degli autori moltiplicati e non curati dai grandi, i quali danno una specie d’educazione, tra noi, e in Francia, a coloro che si distinguono, onde sono più onesti. Perdonatemi, questa volta, ma credetemi, ch’è un gran male il veder tanti nella vostra nazione penuriare così e morire di fame, dopo aver mostrato con libri e componimenti talento non ordinario. Quanti ne ho conosciuti io solo, ai quali una guinea della mia borsa fu nell’estremità un soccorso degno d’un gran poema! Che lista farvi potrei di parecchi che nelle botteghe de’ librai per gran tomi facevano gran figura e vivevano in un tugurio affumicati ed affamati! Ma qual maggior lista, se vi nominassi coloro che dovrebbono ricompensargli e nol fanno? Se d’Alembert volesse far qualche cosa per la costoro emenda, avrebbe ben altro argomento e più ricca messe di quella che tratta nella sua prosa bellissima Sopra i grandi. Traducetela, stampatela, ed io vi prometto delle notizie aneddotte da farla tosto condannare in Italia alle fiamme e rendervi illustre. Addio.




29 Quell'accademia propose a trattare, da chi concorrer voleva al solito premio, «Se le arti ecc.», nell'anno 1750, e il premio l'ebbe Rousseau.



30 Vedi l'opere di Mr. Rousseau con le risposte e critiche in due volumi raccolte, Amsterdam, 1759.



31 Anche solo le opere da lui stampate lo mostrano, tra le quali leggi quella fatta per la Polonia sua patria e intitolata La voix libre du citoyen, che fu profetica a' nostri riconosciuta.



32 Traduttore di quell'opera dall'inglese in francese, e autor celebrato per altre.



33 Allude all'opere del conte Gaspero Gozzi, e de' suoi soci di minor talento. Di lui stimiam l'ingegno e il gusto, caro a' placidi e moderati animi da tavolino: tal fu il suo temperamento, melanconico e freddo a trattarlo. Un'opera illustre pei posteri non v'è fra le sue moltissime.



34 Le pagai al libraio spesse volte per la stima verso l'autore onesto, e a me caro anche dopo quel libro fatto in difesa di Dante a favor dello Zatta.






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