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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA SESTA
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LETTERA SESTA

Quanto v’ho detto nell’ultima mia, troppo chiaro vi mostra la verità della mia proposizione, che in Italia non avete rigorosamente letteratura italiana. Egli è innegabile che siete stati i maestri d’Europa, e che a voi altri dobbiam tutti noi barbari (come ci chiamaste con molta giustizia sino al 1500) le nostre letterature quante sono. Francesi, inglesi, tedeschi, tutti anche oggi non saprebbono forse altra cosa fuorché ammazzarsi, ubbriacarsi, e, al più, far de’ tornei o delle imprese da paladini. Ancor vedremmo, invece de’ nostri teatri e delle tragedie, rappresentarsi da saltambanchi nelle pubbliche piazze la passione di Cristo, il finale giudizio o le tentazioni di sant’Antonio, e, in vece di leggi e di processi giuridici, avremmo tuttora in uso, nella giustizia criminale, di mettere dentro l’acqua i rei e gl’innocenti per distinguere, dal galleggiare o dall’immergersi, gli uni dagli altri, o di fargli passar tra le fiamme e camminare su i ferri roventi. Sì, veramente, l’Italia ci ha illuminati e ci ha fatti uomini. Ma noi forse abbiam così fatto profitto delle sue dottrine che, lasciata addietro la nostra maestra, noi soli formammo una letteratura nazionale, che voi non avete. Di che, amico mio, nasce il tumulto e il disordine, che vi diceva, tra i vostri letterati e quella guerra crudele di tanti partiti e opinioni, quell’ardimento di tanti pigmei delle lettere, che insultano i chiari ingegni, di tanti «mostri letterari», diceva Voltaire35, «che assalgono ogni giorno quanto v’ha di più eccellente, che lodano quanto v’ha di più spregevole nelle belle arti, e che fanno della professione delle lettere, che è sì nobile, un mestierevigliacco, come essi sono». Quindi non mi maraviglio che, se alcuno di voi tenta di divertir sé e la nazione con qualche innocente capriccio o novità, incontri subito una persecuzione. Lo spirito bellicoso non lascia mai passar l’occasione di battersi, e chi non pensa a suo modo è suo nemico. Scherzi pure e fugga le offese, e sia disinvolto uno scrittore, non vale. Gli sono addosso tutti i settari d’un’opinione, tutti i seguaci d’un autore, e la cosa si prende in sul serio, e s’impugnano l’armi più affilate, e si viene all’ingiurie più sanguinose. Per un sonetto di nozze o di monaca, si dichiara la guerra, si cita ai tribunali, alla corte di common pleas36[1]. Filippiche, satire, catilinarie, tutto serve a combattere. Si cerca la nascita di quel galantuomo, si esamina l’albero suo genealogico, ed è tutta la sua parentela, con gli antenati ancora, involta nel suo processo. La sua patria, la sua professione, il suo abito, tutto diventa colpevole. Io ho raccolti senza volerlo dei volumi in tal genere, sol così, passando per le città, e ricevendo i regali dai letterati belligeranti. Un libretto mi fu donato, non so più dove, come leggiadro assai e graziosamente scritto sopra l’interpretazione d’una medaglia, e l’argomento più forte contro l’autore della contraria interpretazione era il motteggiarlo perché era guercio. Un altro scrittore sopra una cura medica faceva gran riflessi sul nome del medico suo antagonista, che era Bartolommeo, il qual seppi in Italia suonar male. E quell’argomento tanto adoprato contro il marchese Maffei e contro il suo libro dell’impiego del denaro, che ve ne pare? Il suo gran fallo si era che avea la disgrazia di portar cappello e spada, e non avea l’onore di portar cappuccio o cocolla, senza di che non è possibile di trattar degnamente e capire certe materie. Or come volete che un uomo di lettere e di genio pacifico si esponga a così fatte maniere ostili? Tace e nascondesi e, se pensa un poco diversamente dagli altri, cioè senza pregiudizi, si guarda bene dal farsi conoscere; poiché pregia assai più la sua quiete che una gloria tanto pericolosa, e lascia che ognuno pensi a suo modo, per poter vivere con onore mediocre e con sicurezza. Gli uomini di buon gusto e di buone lettere veramente, sono appunto modesti e pacifici; e gli altri, sono insolenti e strepitosi. Questi dunque domineranno, e con loro le loro opinioni e i lor partiti. Sul mio partire d’Italia n’ebbi la prova più certa, per occasione di quelle Lettere di Virgilio scritte dagli Elisi all’Arcadia intorno ai poeti italiani37. Mi trovava in Venezia, vivea con alcuno de’ più interessati nella faccenda, ed era amico, siccome voi, di quel pulitissimo cavaliere, che amò tanto le lettere virgiliane e le pubblicò, cioè il signor Andrea Cornaro, che compose la lettera proemiale di Filomusio. Vi ricordate ancora l’allarme che presero poeti, librai, letterati, al primo sentor ch’essi ebbero di tal novità portentosa? Vi furono conferenze, uffizi, progetti, trattati, affin di prevenire quell’attentato inaudito, e non vi mancò qualche perfidia, delle cabale, dei sottomani, e tutta la traccia d’una congiura di Bruto contro del nuovo Tarquinio violatore della pudicizia della vostra poesia. Non era ancora comparso questo libro fatale, che già si minacciava sulla sua nascita da tutte le costellazioni, e più d’una cometa annunziava ruine stragi e vendette. Per parlar meno inglese, parlo delle ridicole macchinazioni e minaccie che io udii fare e che lessi perfino in qualche foglio letterario. Io comprendeva benissimo che l’uscire una critica de’ poeti italiani, e particolarmente di Dante, come dicevasi, potea dare incomodo ad una nuova edizione dispendiosa di Dante38 che usciva presso a quella, e che il libraio giustissimamente dovea sentirne gran noia e sbigottirsene. Il suo negozio è la sua accademia, il suo parnaso, e non v’ha per lui autor più dotto né più elegante di quello che ei vende a più caro prezzo. Tutti i libri che restano nel suo fondaco e non gli danno danaio son da lui risguardati come empi ed ereticali. Le belle passioni de’ librai verso un’opera ed un autore son buone per la prefazione e la dedica, la sua vera stima e tenerezza sta nel suo libro maestro de’ conti e delle commissioni. A Londra, a Parigi, a Lione, a Edimburgo, a Berlino, questa è la gloria, è l’immortalità, a cui aspira ogni libraio con le più nobili e più magnifiche edizioni, e dappertutto si procura d’abbattere e di screditare una edizione rivale, un libro nemico e il suo autore. Così pure in ogni luogo vi sono i dipendenti del libraio, i suoi poeti e prosatori salariati, che, secondo il bisogno, egli scioglie e caccia addosso chiunque può dargli noia. Levrieri, bracchi, can da toro, ve n’ha d’ogni sorta e d’ogni dente secondo la qualità degli assalitori. E questa suol essere gente agguerrita, intrepida, pronta a tutto, che non tememorsiferite, e non misura le offese, e non risparmia né l’uomo né l’autore né la verità né l’onore. Ho conosciuto in Amsterdam uno di questi guerrieri, ch’era stato al soldo di Vanduren, e avea finito con tramar la ruina del suo padrone e col meritarsi l’ultimo supplizio. Mi raccontava il libraio medesimo l’imprese più celebri di questo eroe delle stampe olandesi, e in verità potea chiamarsi il Cartouche e il Mandrin dell’arte libraria. L’infamare un autore, il calunniare tutta un’accademia, era un giuoco per lui: trovava in un istante qualunque diploma, testamento, atto e contratto, e creava le lettere ed il carteggio il più secreto a sua voglia. Ma trionfava principalmente ne’ gran pericoli, e il farsi reo di lesa maestà gli dava un gusto soprumano. Egli è desso, che ha regalato al pubblico due o tre vite di prìncipi, quantunque non gli abbia veduti mai, e la storia anagrammatica degli amori di... Ma questi eroi non si trovano dappertutto, e l’Olanda è in possesso di produrgli dall’anno 168539 in qua principalmente. Il vero si è, che v’ha sempre dei prezzolati scrittori a servigio e difesa d’ogni stamperia, e che son necessari alla fortuna delle stampe; né alcuno stupisce di ciò, se conosce il giro del commercio. Ma che persona d’onore e di qualunque discernimento prenda partito per un libraio, e perseguiti un’opera anche prima del nascere, e faccia interesse della letteratura quello ch’è giro di mercanzia, questo è ch’io trovai strano, e non volea credere, sin che nol vidi io stesso co’ nostri amici. In fine, avidissimo di conoscere la nuova opera, tanto prima del nascere combattuta, ebbi de’ primi un esemplare delle Lettere di Virgilio, e pensate se non le divorai. Ma che? Trovai un vero italiano, cioè un autore pregiudicato e timido, dove mi aspettava uno Swift o un Rabelais40. Non mi degnai neppure di paragonarlo al Boccalini o al Tassoni. Il solo merito che vi scoprii sopra gli altri si fu l’amenità, la creanza, un uom di mondo e di buon umore, mentre gli altri han sempre dell’incivile o del rabbioso. Ma un uomo superiore ai pregiudizi, oh questo non l’ho trovato. Egli ha paura de’ suoi compatrioti, delle novelle letterarie, de’ toscani, de’ romani, de’ petrarcheschi, de’ danteschi, e dice i difetti della poesia italiana come un medico tratta le malattie de’ gran signori, cioè coprendo tutto di elogi, di lusinghe, di carezze, e spargendo i suoi pregiudizi tra quelli della nazione e della poesia, che sembra voler purgare. Ditemi, di grazia: come potrebbesi lodar Dante, Petrarca e molti altri meglio di lui, poiché sembra far le sue critiche per far risaltare i loro pregi, e spargere masse di oscuro, come dicono i pittori, per far uscire le sue figure più luminose? È vero che dice molto per un italiano, ma dice poco per un inglese, ed anche per un francese. Pensate, poi, se dice assai per un prussiano, qual ei si vuole spacciare nel previo avviso alle lettere41. Oh! il fuoco prussiano è ben d’altra forza e d’altro impeto, che quel suo, il qual mi pare un fuoco artifiziale da divertire un po’ l’occhio e poi svanirsene in fumo. Non è prussiano no, né soldato; ma nol credo neppure un claustrale, come alcuni ne scrissero. Oh! sarebbe anche troppo, in tal caso, il suo coraggio, poiché conosco i vostri uomini da chiostro, e so che non vanno sì avanti: l’avrebbe scoperto sicuramente un odor di cappuccio o di tonaca, e si sente subito in certo stile monastico da cui non può tal gente esentarsi. Pensate poi se avrebbe taciuto alle critiche, o se i suoi confratelli avrebbon tenute le mani alla cintola o al cordone. Cercano essi per proprio istinto queste occasioni di far battaglie, e avreste veduta una legione armarsi e combattere. Vi confesso che trasecolerei, se ciò fosse, poiché certo mi pare un gran fenomeno, che un uomo di tal professione ardisse uscire da’ pregiudizi a tal segno, e un maggiore, che sapesse tacere irritato ed offeso. Bella sarebbe, in verità, ch’egli avesse più forza di spirito e più indifferenza che lo stesso conte Algarotti, uomo di mondo, uomo di corte, e di corte prussiana. Vorrei ben vedere che, mentre questi fa manifesti, apologie, proteste ne’ fogli letterari e nelle sue nuove edizioni, si scusa e si difende in italiano e in francese, colle donne e codotti, in prosa e in versi citati, e mostra tremare e sbigottire all’aspetto d’un pericolo così frivolo di qualche critica pedantesca, si trovasse una cocolla, un cappuccio, una callotta, che valesse più d’una spada e d’un pennacchio! Questa sarebbe, in verità, la maggior prova della servilità delle lettere italiane, e della bassezza e viltà dell’italiana critica, se giungesse a farsi terribile ad un uomonavigato, sì rispettato, sì ricco e sì favorito da tutti i popoli e i sessi. Or credereste, amico carissimo, che questa bagattella ha avuta in me tanta forza che prima d’uscire d’Italia ho tentato di venirne in chiaro? Voi conoscete l’inglese e la sua curiosità. Se vogliamo vedere sul fatto il Vesuvio per fino alle bocche del vivo fuoco, e trescare colla cascata di Terni e cobagni bollenti di Nerone, non vi stupirete che un tal prodigio in genere di costume e di umana filosofia m’abbia allettato quanto quelli della naturale. Ma la conversazione che ho avuta con questi due uomini, di professione e di stato tanto diversi al mio modo d’intendere quanto un lappone o un patagone42, merita bene una lettera a parte. Addio.




35 Mensonges imprimés.



36 The court of common pleas: corte delle liti comuni, o sia de' privati, ch'è a Westminster Hall con altri tribunali.



37 Vedi i Versi sciolti di tre eccellenti poeti, ecc., con alcune lettere, ecc., Venezia, 1757, presso il Bassaglia.



38 Edizione di Dante in quattro gran tomi in quarto e con gran magnificenza fatta dal libraio Zatta l'anno 1757.



39 Anno della revocazione dell'editto di Nantes, in cui molti francesi si rifugiarono in Olanda con tutta la loro collera in cuore.



40 Celebre inglese l'uno, francese l'altro. Vedi le lettere di Milord Orrery sopra lo Swift.



41 Allude all'avviso dell'Editore nella prima edizione, che finiva accennando la partenza dell'autore per la Germania, benché poi andasse in Francia per nuove circostanze sopravvenute.



42 Popoli posti alle due estremità del globo, ed estremamente differenti di corpo e di costumi.






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