Dopo
averci riconosciuti tra noi, il conte ed io, dal tempo che ci eravamo veduti a
Londra qualche volta in casa del vostro ambasciatore straordinario, e spiegato
da me senza preamboli il motivo che mi avea mosso a fargli visita, entrammo a
parlare liberamente, e come se fossimo nella libertà del caffè de
Withe43, o della vecchia e nuova cotteria44 di Londra.
— Poiché
voi dovete a quest’ora conoscere il mio paese, — diss’egli — non dovreste
maravigliarvi del metodo, che ho preso, di vivere e di trattare le lettere e i
letterati. Voi sapete, che ho sempre amati gli uomini veramente dotti e
procurato di profittar della loro compagnia, eppur qui in Bologna mi vedete
quasi solitario e per una gran parte del giorno chiuso nel mio gabinetto,
quantunque io abbia scelta questa città, perché vi sono assai più che altrove
umani e discreti gli uomini di lettere, e alcuno capace eziandio di vera
amicizia. Se non avessi altra cosa imparato dai miei viaggi, almen questa verità
m’è stata impressa, di preferire la pace e la tranquillità della vita a tutta
la gloria dell’ingegno. — Qui mi citò un testo d’Orazio. — Or tra i miei
compatrioti italiani questa tranquillità non può ottenersi se non col viver
lontano dalle brighe letterarie, da tutto ciò che può ferire i pregiudizi
nazionali, e, sopra tutto, dal mostrar di sapere un poco più degli altri e far
loro sospettare che siano in qualche errore. Questo è un delitto che tra noi
non perdonasi, talché, quando uno ritorna in Italia dopo aver fatto acquisto di
cognizioni con molta spesa, il miglior frutto che dee cavarne si è di tenerle
nascoste, poiché trova la nazione già in armi e in sospetto; il che, a chi vien
da Parigi, da Londra, da Berlino, vedete quanto sia pericoloso e difficile
insieme. Ma così vuol farsi da chi non mette45 rumores ante salutem,
come quel saggio presso di M. Tullio. E così far dovettero l’abate Conti, il
marchese Maffei, il marchese Niccolini e tanti altri, e guai, mi dicevano essi,
a chi non fa così. Il Maffei, tra gli altri, ebbe a pentirsene più d’una volta,
e mi citava se stesso per esempio troppo evidente e troppo funesto. Ecco, però,
perché io, non potendo, per una parte, rinunziare alla passione dello studio,
e, per l’altra, temendone le conseguenze, ho pubblicato sinora delle operette
di vari argomenti bensì, ma tutti indifferenti e piuttosto stranieri, e
certamente lontani dalle discordie italiane o almen fuori del lor distretto.
Abbondo anzi in lodare le persone di lettere oltre il lor merito, per maggior
mia sicurezza, quando debbo o parlare co’ letterati, o scriver di loro o
dell’Italia per necessità. Son giunto a farmi soggetti alcuni di essi e i più
guerrieri tra essi con piccole pensioni o regali, e non manco mai, nel
pubblicare qualche mio libro, di prevenire un novellista fiorentino46
con mortadelle di Bologna, delle quali è ghiottissimo. Questa è la focaccia
d’Enea gittata al can Cerbero, perché non latri o morda. In somma, voi lo
sapete, bisogna anche sagrificare ai Dii mali, perché non nuocano. Da questo
ben intendete s’io poteva soffrire l’accusa, che alcuni incominciarono a darmi,
di complice e parte nell’edizione de’ tre poeti e degli sciolti, e
principalmente di quelle Lettere di Virgilio e delle critiche di Dante,
che già faceano rumore e scandalo prima d’esser vedute. Amai piuttosto di
comparir pusillanime che d’arrischiar la quiete, e non badai a sacrificare un
amico di molt’anni ricordandomi d’un bel passo47 delle lettere di
madama de Sevigné, in cui, nel pericolo di annegarsi per una lite o ella o un
tal galantuomo, conchiude che era giusto annegar lui per salvare se stessa.
Feci in questa occasione quel che avea veduto fare a Londra in quella famosa
scena di commedia del vostro celebre e inimitabile Garrick48, sebben vi
ricordate quando, anni sono, eravamo al teatro di
Couvent-garden49, non mi ricordo
in qual commedia.
Sorridendo
il conte a questa citazione, ch’io non volli fargli spiegare per non perder
tempo, benché non l’intendessi:
— Ma — soggiunsi
io — voi sembrate, nelle vostre accuse contro l’amico, non sol difendervi del
reato di complice in quella edizione, ma dargli la taccia di tirannico,
mentr’egli anzi, a mio parere, vuol mettere in libertà la poesia, e trattate da
triumvirato l’unione da lui fatta de’ tre poeti, quando tutti la trovano una
strada aperta al vero repubblichismo letterario. E la critica di Dante, non
mira ella a scuotere il giogo, a liberar dalla schiavitù e dai pregiudizi la
nazione e la poesia? È possibile che voi siate adoratore sì cieco di Dante come
gli altri, dopo che avete viaggiato in tanti parnasi e antichi e moderni e
avete scritto in tanti stili50 e tanto diversi con tanta gloria vostra
presso tutte le nazioni? Vi giuro che non so darmelo a credere, e vi sfido a
farmelo creder voi stesso. Orsù, siamo inglesi, e non mi fate l’italiano fuor
di proposito: ditemi schiettamente il parer vostro.
Sorrise
di nuovo l’Algarotti a queste parole, e disse:
— Vi
dimando prima il segreto, e poi son per farvi la mia professione di fede,
giacché siete sì incredulo e curioso. Sapete voi che, per un motivo diverso,
potete mettermi, rivelando il mio arcano, che è come il famoso secret de
l’Eglise51 dell’abate di Boismorand, che ne fece tanto ridere un
giorno, potete mettermi, dico, al pericolo stesso, nel quale incappò il povero
dottore Sacheverel52 a voi ben noto? Qui bisogna predicare l’ubbidienza
anche ai sovrani delle lettere, chi non vuol esser bruciato. Ma mi fido di voi,
e vi dirò in breve che non solamente io, ma tutti i veri uomini di buon gusto
italiani, han la stessa opinione, di Dante e dei cinquecentisti, che ha il
finto Virgilio, e se la dicono talora l’un l’altro, ma nell’orecchio per non
essere uditi. Né i nostri maestri medesimi, eziandio antichi, non sono stati sì
sciocchi da non vedere una verità sì palpabile. Si è fatto, anzi, troppo onore
all’autor delle lettere, come se fosse il primo ad aver occhi in capo. II
Bembo53 tra gli altri, che certamente non è sospetto, e vivea nel miglior
tempo delle lettere e del gusto, onde ha tanta autorità, il Bembo dice assai
più, contro Dante, di quel che ne dican le lettere. II Gravina54, il
Conti55 (per tacerne molti), uomini certo di buona critica non meno che
di buon gusto, e tutti e tre partigiani dell’antichità e scrittori eccellenti e
classici, liberamente han criticato questo o quel mancamento, o di Dante o de’
cinquecentisti o della letteratura italiana, che si trovano criticati nelle
lettere, le quali, alla fine, non hanno altro pregio o difetto lor proprio, se
non quel di spargere di qualche aceto e sale le opinioni altrui per farle più
forti e saporose, affin di risvegliare i palati troppo ottusi. Ma basta avere
quel che in inglese voi dite sì bene self-consciousness, che si direbbe coscienza
del vero, oppure senso intimo del vero, e ognun vede la verità. E
chi è quell’uomo ragionevole che non senta e non vegga l’asprezza dello stile
di Dante, la mostruosità dei suoi quadri, la lunghezza insoffribile delle sue
visioni, la stravaganza delle sue immagini ed invenzioni, l’oscurità delle sue
allusioni, l’orrore delle sue rime e l’irregolarità del suo poema? I ciechi e
zelanti adoratori di Dante niente veggon di questo, e voglion sol che si
veggano maravigliose bellezze. Mi sembra ciascun di loro un don
Chisciotte56 che assalta i viandanti e, sotto pena della vita, gli
obbliga a confessare che la sua contadina di Toboso è la più bella tra tutte le
principesse della terra. Io non so come, ma certo è Dante, tra i nostri poeti,
come il vostro magnifico Hanniman57 dei vecchi romanzi inglesi, al
quale si attribuiscono gran miracoli e gran misteri senza altra ragione che una
magica forza d’incanto. Ma, per tutto ciò, che fareste voi nel mio caso?
Vorreste voi resistere a don Chisciotte, che dà colpi da matto, o ricusar
d’adorare Hanniman, che vi sbrana senza pietà? E così ragionate degli altri
pregiudizi dei quali il nuovo Virgilio ha parlato, e prima di lui molt’altri,
ma che si denno rispettare, chi vuol viver tranquillo. —
Io lo
trovai quell’uom di mondo e di spirito, a questo parlare, che doveva essere in
fatto, e lo pregai di farmi vedere i passi degli autori, quando ne avesse agio,
e le critiche che egli diceva. Me le promise, e, poco dopo, me gli mandò
trascritti da un suo copista, ed io ve li porrò qui appresso58, perché,
al bisogno, ne facciate uso co’ vostri antiquari e pedanti come ho fatto io,
facendoli più d’una volta vergognare e tacere con queste autorità troppo degne
di riverenza. A finirvi la conversazione che io ebbi con lui, debbo dirvi che
fui molto contento delle sue maniere, del suo pensare, del suo sapere ed
ingegno e fino gusto in ogni cosa, e gli feci assai conoscere la mia stima, non
inferiore a quella di tutta l’Europa per lui. Ma non potei dissimulare una
specie di compassione mossa in me del vederlo in sì piccol teatro, e in
necessità di star dietro la scena anche su questo, dopo tanta figura e sì
gloriosa fatta da lui nei gran teatri della letteratura e delle corti. Al che
mi rispose che il suo studio era la filosofia del comodo e del sapersi adattare
alle circostanze.
—
L’Italia — mi disse — è in quello stato, che voi ben vedete, di decadenza e di
abuso di talenti, che pur vi nascono in sì gran copia. Certo, negar non posso
che i grandi oggetti, ai quali io m’era avvezzo, non mi facciano, ricordandoli
tra questi sì piccoli, della noia e del languore. Ma la cura di mia salute
pregiudicata, e il disinganno, e l’amor della quiete, che vengon cogli anni e
coi mali, mi fanno aspettare con pazienza migliori circostanze. Intanto mi
diverto tra l’arti e gli artisti di talento. Le pitture, le sculture, le
ricerche istoriche e letterarie, mi occupano bastantemente. Che volete voi
farci? Mentre i Maupertuis vanno al cerchio polare59, i La Caille al
Capo di Buona Speranza, i Bouguer e La Condamine al Perù60 per
assicurar la figura del globo, e mentre voi altri signori inglesi avete il
coraggio di andare a levare i disegni delle ruine di Palmira, osando un vostro
privato di portar quasi una città dell’Asia a Londra in una nave armata per
questo a bella posta, e mentre insino ai Russi fanno delle spedizioni e
tentativi generosi per trovare un passaggio in America pel Nord-Est, i poveri
italiani, che furono i primi a darvi esempio con Marco Polo61, coi
Cabotta e i Zeni e con Colombo, sono ridotti a far dei versi, a spiegare una
iscrizione o una medaglia inutile, ed a levare al più qualche disegno d’un
arco, d’una scala o d’una facciata di chiesa, per non tornare di nuovo al gusto
del mille tra la barbarie e l’ignoranza de’ tempi ostrogoti. Io stampai, poco
fa, uno scherzo sulla storia del mare62, per tentar se, scherzando,
poteva scuotere la mia patria dal letargo de’ tanti libri inutili e pedanteschi
di filosofia naturale venuta in abuso, ma dovetti tenermi ben occulto, per non
incontrare la sorte dell’autore delle Lettere di Virgilio. —
Queste
cose dicendomi ed altre simili, lo lasciai, e con queste vi lascio, amico, a
pensare ai casi vostri, concludendo con un’osservazione utile a me e a voi. Il
conte sul dipartirmi caldamente raccomandommi di non far sapere agl’italiani
queste sue opinioni, avvertendomi che tutto si ridice, si scrive, si stampa e
si esagera.
— Vi
protesto e vi giuro — mi disse — che, se mai veggo il mio arcano svelato da
voi, mi terrò offeso, come d’ingiuria d’onore, vi dovrò dare una mentita
davanti al mondo, e giustificarmi negando e rinegando ogni cosa. —
Or, se il
conte Algarotti si credette in obbligo di far tale protesta, lascio pensarvi,
amico, quel che protesta un inglese par mio, se lo tradite. Addio.
P. S. Rileggendo questa mia, trovo d’averla finita
con troppa fretta iersera, perché il sonno (aiutato da qualche bicchiere di
punch63) mi cacciò a letto. Debbo dirvi che si parlò più a lungo de’ cinquecentisti
e dei loro adoratori del nostro secolo. II conte si facea beffe di questa
affettata imitazione di quegli affettatissimi imitatori, e concludea che
infelici doveano essere que’ quadri i quali non sono altro che copie di copie,
e mi disse a un dipresso tutto quello che legger potete nella sua lettera al
barone... nel tomo I delle sue opere, e massimamente quel passo che qui vi
metto dinanzi64, mi citò pure e diede i passi del Conti e del
Maffei65 e del Gravina66, che paiono tutti aver dato al nuovo
Virgilio i pensieri, e quasi ancor le parole, della Lettera sesta. E,
quanto agli imitatori del Settecento, soggiunse che hanno ottimamente fatto i
ristoratori ultimi del buon gusto a venir tergendo ai fonti del 1500 la tintura
e i vizi del Seicento, essendo questo come una purga necessaria dopo una gran
malattia; ma, quando si son recuperate le forze, dopo la purga si dovea poi
mangiare buon cibo e seguir l’appetito liberamente in vari gusti e uscir dalla
tutela dei medici e della dieta. Altrimenti, restando immobilmente sulle pedate
dei cinquecentisti, per fuggire il Seicento, egli era altrettanto che passar
dalla peste alla carestia, come disse Metastasio in tal proposito, oppure
cambiar solamente la qualità del morbo in vece di guarire, cioè farsi etici o
tisici d’idropici ch’erano in prima. Né solamente ai poeti facea questi
rimproveri, ma a’ prosatori ancor più, che, in questo tempo che dovrebbe esser
di libertà e sanità e robustezza, scrivono tra i ceppi del Bembo, del Casa, del
Varchi e per sin del Boccaccio, del Passavanti, del Villani ecc., che è un
languore, uno sfinimento. Vi son pur tanti, diceva egli sclamando, che scrivono
eccellentemente, e piacciono a tutti, anche rigidissimi grammatici e
puristi67, senza quella stitichezza e secchezza insoffribile. Gravina,
Maffei, Vallisnieri, Salvini, Redi, Tagliazzucchi, Conti, Foscarini e i due
Zanotti e tanti altri, ancorché non siano de’ predestinati nell’accademia della
Crusca, son pur maestri alla Crusca medesima del bello e saggio e vivace
scrivere e franco in tanti diversi generi e gusti e maniere. Ma basti per ora.
Addio.
Nota 1.
Bembo, Della volgar lingua, lib. 2. «Ma, se il vero dir si dee tra noi, che non so quello ch’io mi facessi fuor
di qui, quanto sarebbe stato più lodevole, che egli di meno alta e di meno ampia materia postosi
fosse a scrivere, e quella sempre nel suo mediocre stato avesse, scrivendo,
contenuta; che non è stato, così larga e così magnifica pigliandola, lasciarsi
cadere molto spesso a scrivere le bassissime e le vilissime cose; e quanto
ancora sarebbe egli miglior poeta che non è, se altro che poeta parere agli
uomini voluto non avesse nelle sue rime. Ché, mentre che egli di ciascuna delle
sette arti, e della filosofia, e, oltre a ciò, di tutte le cristiane cose
maestro ha voluto mostrar di essere nel suo poema, egli men sommo e meno
perfetto è stato nella poesia. Conciossiacosaché, affine di poter di qualunque
cosa scrivere che ad animo gli veniva, quantunque poco acconcia e malagevole a
capir nel verso, egli molto spesso ora le latine voci, ora le straniere che non
sono state della Toscana ricevute, ora le vecchie del tutto e tralasciate, ora
le non usate e rozze, ora le immonde e brutte, ora le durissime usando, e allo
incontro le pure e gentili alcuna volta mutando e guastando, e talora, senza
alcuna scelta o regola, da sé formandone o fingendone, ha in maniera operato,
che si può la sua Commedia giustamente rassomigliare a un bello e
spazioso campo di grano, che sia tutto di avene e di logli e di erbe sterili e
dannose mescolato, o ad alcuna non potata vite al suo tempo, la quale si vede
essere poscia la state sì di foglie e di pampini e di viticci ripiena che se ne
offendono le belle uve. Io senza dubbio alcuno, disse lo Strozzi, mi persuado,
messer Carlo, che così sia come voi dite, poscia che io tutti tre vi veggo
essere d’una sentenza. E pure dianzi quando monsignor Federigo vi recò le due
comparazioni degli scabbiosi, oltrecché elle parute mi erano alquanto essere
disonoratamente dette, ecc.».
Nota 2.
Gravina, nel Discorso a Bion Crateo. «L’infelicità delle cose partorisce appo lui [Dante] infelicità
d’espressione, e, toltene alcune nobili e belle allegorie con le quali velò
molti sentimenti morali, nel resto espose nude e co’ suoi propri termini le
dottrine, e trasse col suo esempio al medesimo stile quei che dopo lui tennero
il pregio della poesia; onde, in vece di esser le scienze velate di colori
poetici, si vede appo noi la poesia sparsa di lumi scientifici, se scienze
possono chiamarsi gl’intricati nodi di vote e secche, ma spiritose, parole,
sulle quali per colpa del secolo andò vagando l’ingegno de’ nostri poeti..., in
modo che in tutti i loro componimenti sempre s’aggirano sullo stesso, non senza
oltraggio del vero e del naturale, né senza qualche tedio di quei che
distendono largamente l’ali della conoscenza, che, alla fine, a voler poi porre
in giusta bilancia quegl’intrecci o gruppi di parole luminose che paiono
rampolli di gran dottrina, poco peso in essi si trova e nulla di reale si
stringe e resta negli orecchi un non so qual desiderio di cosa più sensibile,
più varia, e più viva».
Nota 3.
Discorso dell’abate Conti, Sopra la Poesia italiana. «Egli osservò [il Petrarca] che Dante trasportò
dall’intimo seno della filosofia e dell’altre scienze molti termini e molte
idee, che non tanto recavano seco di novità quanto di difficoltà, come dice il
Tasso, né tanto di maestà quanto di oscurità e d’orrore, massimamente
perché i concetti erano vestiti delle lor proprie voci, mescolate da Dante, o
fosse elezione o necessità della materia trattata, tra i fiori ond’è adorno il
suo poema. Il Petrarca scelse i concetti più puri, candidi, gravi ed arguti, e
scelse le voci più gentili, ecc.».
Più
sotto. «Nel resto, grandi
obbligazioni ha la poesia italiana al Petrarca, poiché la rese gentile e
delicata, piacevole e chiara, di difficile, aspra ed oscura ch’ell’era,
ecc. Io son perciò d’opinione che chi avesse il talento di unir la forza e
l’ampiezza dell’oggetto di Dante con la venustà e dolcezza data al
verso dal Petrarca, renderebbe la poesia italiana al sommo meravigliosa,
ecc.».
Vedi
anche la lettera del medesimo abate Conti scritta a madama Ferrant. «Io ammiro infinitamente Dante, Boccaccio e
Petrarca. Dante ha la sublimità o la forza nelle sue invenzioni ed espressioni,
ma non è egli vero che Dante ci fa sdegno, quando cade nel comico nel Paradiso
e nell’Inferno?».
Nota 4.
Lettera del conte Algarotti Al signor barone... a Hemgenbruck, nel tomo
delle Opere Varie. «E non è
da maravigliarsi, se la più parte degli scrittori del 500 non sono altro che
copisti dei latini e de’ greci, che vennero allora, si può dire, in luce. E che
cosa è l’imitazione dove non ci sia qualche bravura di mano, come nella pittura
e nella statuaria? Toltone due o tre cinquecentisti, che furono veramente
caposquadra, ben meritano gli altri che si dica: quale aridità di pensieri in
così gran fiume di parole! quanta paglia! Infatti dare ad un pensatore un libro
del 500, egli è quasi lo stesso che a uno che abbia appetito dare una boccetta
di odori della fonderia del granduca da tirare su per il naso, ecc.». Vedi tutta la lettera.
Nota 5.
Vedi nel citato Discorso dell’abate Conti: «Più saggi furono i lirici di questo secolo,
poiché, resuscitato dal Bembo il gusto della poesia petrarchesca, si
rinnovarono, colla scelta accurata delle voci poetiche, le idee del
Petrarca, alle quali poco o nulla esse aggiunsero, se ben, per le
traduzioni dei dialoghi di Platone dal greco e degli altri filosofi, la filosofia
platonica fosse più nota. Si credea che il Petrarca avesse eletto quel che era
più gentile e più delicato, e si pensò che lodar la sua donna con altre maniere
che le proposte non fosse né leggiadro né applaudito. Si variarono, è vero, le
forme del dire, e la robustezza e il giro introdotto dal Costanzo, e lo
spezzamento e quindi la maestà del verso introdotto dal Casa mostrano che alla
poesia italiana si potevano accrescere nuove attrattive e nuovi colori, ma, per
ciò che riguarda l’oggetto, né il Costanzo, né il Casa punto si discostano
dall’amore, ecc.».
Vedi la
lettera del medesimo Conti scritta al signor marchese Repetta. «Io spero ch’egli vi procurerà un’ora di lettura
piacevole e vi scoprirà, nel tempo stesso, che, mentre alcuni de’ nostri poeti
impiegano gli studi loro a far de’ centoni del Petrarca, le altre nazioni
aspirano a meritare il nome di poeta, cioè d’artefice di cose nuove».
Nota 6.
Maffei, Giornale d’Italia, tomo II, anno 1712. «Sono piene di certo spiritoso e brillante le rime
del Barbati, che, in questo genere, pochi di quell’età se gli possono
agguagliare. Scrive egli sullo stile del Petrarca e de’ buoni autori, ma non in
guisa che di quando in quando non corra una strada del tutto sua; vi si scorge
un ingegno che si lascia guidare, ma, con giudizio, più da se stesso che dagli
altri, e più da una fantasia libera e feconda che da una scrupolosa imitazione,
costume quasi universale ai poeti di quell’età [1500], pochi de’ quali hanno
saputo muovere un passo che sulle altrui vestigie non fosse. La sua maniera
tanto più ci pare lodevole, quanto più si mantiene come nel mezzo tra il troppo
asciutto degl’imitatori dell’antico e il troppo ardito dei seguaci del moderno
Seicento».