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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA SETTIMA
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LETTERA SETTIMA

Dopo averci riconosciuti tra noi, il conte ed io, dal tempo che ci eravamo veduti a Londra qualche volta in casa del vostro ambasciatore straordinario, e spiegato da me senza preamboli il motivo che mi avea mosso a fargli visita, entrammo a parlare liberamente, e come se fossimo nella libertà del caffè de Withe43, o della vecchia e nuova cotteria44 di Londra.

— Poiché voi dovete a quest’ora conoscere il mio paese, — diss’egli — non dovreste maravigliarvi del metodo, che ho preso, di vivere e di trattare le lettere e i letterati. Voi sapete, che ho sempre amati gli uomini veramente dotti e procurato di profittar della loro compagnia, eppur qui in Bologna mi vedete quasi solitario e per una gran parte del giorno chiuso nel mio gabinetto, quantunque io abbia scelta questa città, perché vi sono assai più che altrove umani e discreti gli uomini di lettere, e alcuno capace eziandio di vera amicizia. Se non avessi altra cosa imparato dai miei viaggi, almen questa verità m’è stata impressa, di preferire la pace e la tranquillità della vita a tutta la gloria dell’ingegno. — Qui mi citò un testo d’Orazio. — Or tra i miei compatrioti italiani questa tranquillità non può ottenersi se non col viver lontano dalle brighe letterarie, da tutto ciò che può ferire i pregiudizi nazionali, e, sopra tutto, dal mostrar di sapere un poco più degli altri e far loro sospettare che siano in qualche errore. Questo è un delitto che tra noi non perdonasi, talché, quando uno ritorna in Italia dopo aver fatto acquisto di cognizioni con molta spesa, il miglior frutto che dee cavarne si è di tenerle nascoste, poiché trova la nazione già in armi e in sospetto; il che, a chi vien da Parigi, da Londra, da Berlino, vedete quanto sia pericoloso e difficile insieme. Ma così vuol farsi da chi non mette45 rumores ante salutem, come quel saggio presso di M. Tullio. E così far dovettero l’abate Conti, il marchese Maffei, il marchese Niccolini e tanti altri, e guai, mi dicevano essi, a chi non fa così. Il Maffei, tra gli altri, ebbe a pentirsene più d’una volta, e mi citava se stesso per esempio troppo evidente e troppo funesto. Ecco, però, perché io, non potendo, per una parte, rinunziare alla passione dello studio, e, per l’altra, temendone le conseguenze, ho pubblicato sinora delle operette di vari argomenti bensì, ma tutti indifferenti e piuttosto stranieri, e certamente lontani dalle discordie italiane o almen fuori del lor distretto. Abbondo anzi in lodare le persone di lettere oltre il lor merito, per maggior mia sicurezza, quando debbo o parlare coletterati, o scriver di loro o dell’Italia per necessità. Son giunto a farmi soggetti alcuni di essi e i più guerrieri tra essi con piccole pensioni o regali, e non manco mai, nel pubblicare qualche mio libro, di prevenire un novellista fiorentino46 con mortadelle di Bologna, delle quali è ghiottissimo. Questa è la focaccia d’Enea gittata al can Cerbero, perché non latri o morda. In somma, voi lo sapete, bisogna anche sagrificare ai Dii mali, perché non nuocano. Da questo ben intendete s’io poteva soffrire l’accusa, che alcuni incominciarono a darmi, di complice e parte nell’edizione de’ tre poeti e degli sciolti, e principalmente di quelle Lettere di Virgilio e delle critiche di Dante, che già faceano rumore e scandalo prima d’esser vedute. Amai piuttosto di comparir pusillanime che d’arrischiar la quiete, e non badai a sacrificare un amico di moltanni ricordandomi d’un bel passo47 delle lettere di madama de Sevigné, in cui, nel pericolo di annegarsi per una lite o ella o un tal galantuomo, conchiude che era giusto annegar lui per salvare se stessa. Feci in questa occasione quel che avea veduto fare a Londra in quella famosa scena di commedia del vostro celebre e inimitabile Garrick48, sebben vi ricordate quando, anni sono, eravamo al teatro di Couvent-garden49,  non mi ricordo in qual commedia.

Sorridendo il conte a questa citazione, ch’io non volli fargli spiegare per non perder tempo, benché non l’intendessi:

— Ma — soggiunsi io — voi sembrate, nelle vostre accuse contro l’amico, non sol difendervi del reato di complice in quella edizione, ma dargli la taccia di tirannico, mentr’egli anzi, a mio parere, vuol mettere in libertà la poesia, e trattate da triumvirato l’unione da lui fatta de’ tre poeti, quando tutti la trovano una strada aperta al vero repubblichismo letterario. E la critica di Dante, non mira ella a scuotere il giogo, a liberar dalla schiavitù e dai pregiudizi la nazione e la poesia? È possibile che voi siate adoratorecieco di Dante come gli altri, dopo che avete viaggiato in tanti parnasi e antichi e moderni e avete scritto in tanti stili50 e tanto diversi con tanta gloria vostra presso tutte le nazioni? Vi giuro che non so darmelo a credere, e vi sfido a farmelo creder voi stesso. Orsù, siamo inglesi, e non mi fate l’italiano fuor di proposito: ditemi schiettamente il parer vostro.

Sorrise di nuovo l’Algarotti a queste parole, e disse:

— Vi dimando prima il segreto, e poi son per farvi la mia professione di fede, giacché siete sì incredulo e curioso. Sapete voi che, per un motivo diverso, potete mettermi, rivelando il mio arcano, che è come il famoso secret de l’Eglise51 dell’abate di Boismorand, che ne fece tanto ridere un giorno, potete mettermi, dico, al pericolo stesso, nel quale incappò il povero dottore Sacheverel52 a voi ben noto? Qui bisogna predicare l’ubbidienza anche ai sovrani delle lettere, chi non vuol esser bruciato. Ma mi fido di voi, e vi dirò in breve che non solamente io, ma tutti i veri uomini di buon gusto italiani, han la stessa opinione, di Dante e dei cinquecentisti, che ha il finto Virgilio, e se la dicono talora l’un l’altro, ma nell’orecchio per non essere uditi. Né i nostri maestri medesimi, eziandio antichi, non sono statisciocchi da non vedere una veritàpalpabile. Si è fatto, anzi, troppo onore all’autor delle lettere, come se fosse il primo ad aver occhi in capo. II Bembo53 tra gli altri, che certamente non è sospetto, e vivea nel miglior tempo delle lettere e del gusto, onde ha tanta autorità, il Bembo dice assai più, contro Dante, di quel che ne dican le lettere. II Gravina54, il Conti55 (per tacerne molti), uomini certo di buona critica non meno che di buon gusto, e tutti e tre partigiani dell’antichità e scrittori eccellenti e classici, liberamente han criticato questo o quel mancamento, o di Dante o de’ cinquecentisti o della letteratura italiana, che si trovano criticati nelle lettere, le quali, alla fine, non hanno altro pregio o difetto lor proprio, se non quel di spargere di qualche aceto e sale le opinioni altrui per farle più forti e saporose, affin di risvegliare i palati troppo ottusi. Ma basta avere quel che in inglese voi ditebene self-consciousness, che si direbbe coscienza del vero, oppure senso intimo del vero, e ognun vede la verità. E chi è quell’uomo ragionevole che non senta e non vegga l’asprezza dello stile di Dante, la mostruosità dei suoi quadri, la lunghezza insoffribile delle sue visioni, la stravaganza delle sue immagini ed invenzioni, l’oscurità delle sue allusioni, l’orrore delle sue rime e l’irregolarità del suo poema? I ciechi e zelanti adoratori di Dante niente veggon di questo, e voglion sol che si veggano maravigliose bellezze. Mi sembra ciascun di loro un don Chisciotte56 che assalta i viandanti e, sotto pena della vita, gli obbliga a confessare che la sua contadina di Toboso è la più bella tra tutte le principesse della terra. Io non so come, ma certo è Dante, tra i nostri poeti, come il vostro magnifico Hanniman57 dei vecchi romanzi inglesi, al quale si attribuiscono gran miracoli e gran misteri senza altra ragione che una magica forza d’incanto. Ma, per tutto ciò, che fareste voi nel mio caso? Vorreste voi resistere a don Chisciotte, che colpi da matto, o ricusar d’adorare Hanniman, che vi sbrana senza pietà? E così ragionate degli altri pregiudizi dei quali il nuovo Virgilio ha parlato, e prima di lui molt’altri, ma che si denno rispettare, chi vuol viver tranquillo. —

Io lo trovai quell’uom di mondo e di spirito, a questo parlare, che doveva essere in fatto, e lo pregai di farmi vedere i passi degli autori, quando ne avesse agio, e le critiche che egli diceva. Me le promise, e, poco dopo, me gli mandò trascritti da un suo copista, ed io ve li porrò qui appresso58, perché, al bisogno, ne facciate uso co’ vostri antiquari e pedanti come ho fatto io, facendoli più d’una volta vergognare e tacere con queste autorità troppo degne di riverenza. A finirvi la conversazione che io ebbi con lui, debbo dirvi che fui molto contento delle sue maniere, del suo pensare, del suo sapere ed ingegno e fino gusto in ogni cosa, e gli feci assai conoscere la mia stima, non inferiore a quella di tutta l’Europa per lui. Ma non potei dissimulare una specie di compassione mossa in me del vederlo in sì piccol teatro, e in necessità di star dietro la scena anche su questo, dopo tanta figura e sì gloriosa fatta da lui nei gran teatri della letteratura e delle corti. Al che mi rispose che il suo studio era la filosofia del comodo e del sapersi adattare alle circostanze.

— L’Italia — mi disse — è in quello stato, che voi ben vedete, di decadenza e di abuso di talenti, che pur vi nascono in sì gran copia. Certo, negar non posso che i grandi oggetti, ai quali io m’era avvezzo, non mi facciano, ricordandoli tra questi sì piccoli, della noia e del languore. Ma la cura di mia salute pregiudicata, e il disinganno, e l’amor della quiete, che vengon cogli anni e coi mali, mi fanno aspettare con pazienza migliori circostanze. Intanto mi diverto tra l’arti e gli artisti di talento. Le pitture, le sculture, le ricerche istoriche e letterarie, mi occupano bastantemente. Che volete voi farci? Mentre i Maupertuis vanno al cerchio polare59, i La Caille al Capo di Buona Speranza, i Bouguer e La Condamine al Perù60 per assicurar la figura del globo, e mentre voi altri signori inglesi avete il coraggio di andare a levare i disegni delle ruine di Palmira, osando un vostro privato di portar quasi una città dell’Asia a Londra in una nave armata per questo a bella posta, e mentre insino ai Russi fanno delle spedizioni e tentativi generosi per trovare un passaggio in America pel Nord-Est, i poveri italiani, che furono i primi a darvi esempio con Marco Polo61, coi Cabotta e i Zeni e con Colombo, sono ridotti a far dei versi, a spiegare una iscrizione o una medaglia inutile, ed a levare al più qualche disegno d’un arco, d’una scala o d’una facciata di chiesa, per non tornare di nuovo al gusto del mille tra la barbarie e l’ignoranza de’ tempi ostrogoti. Io stampai, poco fa, uno scherzo sulla storia del mare62, per tentar se, scherzando, poteva scuotere la mia patria dal letargo de’ tanti libri inutili e pedanteschi di filosofia naturale venuta in abuso, ma dovetti tenermi ben occulto, per non incontrare la sorte dell’autore delle Lettere di Virgilio. —

Queste cose dicendomi ed altre simili, lo lasciai, e con queste vi lascio, amico, a pensare ai casi vostri, concludendo con un’osservazione utile a me e a voi. Il conte sul dipartirmi caldamente raccomandommi di non far sapere agl’italiani queste sue opinioni, avvertendomi che tutto si ridice, si scrive, si stampa e si esagera.

— Vi protesto e vi giuro — mi disse — che, se mai veggo il mio arcano svelato da voi, mi terrò offeso, come d’ingiuria d’onore, vi dovrò dare una mentita davanti al mondo, e giustificarmi negando e rinegando ogni cosa. —

Or, se il conte Algarotti si credette in obbligo di far tale protesta, lascio pensarvi, amico, quel che protesta un inglese par mio, se lo tradite. Addio.

P. S. Rileggendo questa mia, trovo d’averla finita con troppa fretta iersera, perché il sonno (aiutato da qualche bicchiere di punch63) mi cacciò a letto. Debbo dirvi che si parlò più a lungo de’ cinquecentisti e dei loro adoratori del nostro secolo. II conte si facea beffe di questa affettata imitazione di quegli affettatissimi imitatori, e concludea che infelici doveano essere que’ quadri i quali non sono altro che copie di copie, e mi disse a un dipresso tutto quello che legger potete nella sua lettera al barone... nel tomo I delle sue opere, e massimamente quel passo che qui vi metto dinanzi64, mi citò pure e diede i passi del Conti e del Maffei65 e del Gravina66, che paiono tutti aver dato al nuovo Virgilio i pensieri, e quasi ancor le parole, della Lettera sesta. E, quanto agli imitatori del Settecento, soggiunse che hanno ottimamente fatto i ristoratori ultimi del buon gusto a venir tergendo ai fonti del 1500 la tintura e i vizi del Seicento, essendo questo come una purga necessaria dopo una gran malattia; ma, quando si son recuperate le forze, dopo la purga si dovea poi mangiare buon cibo e seguir l’appetito liberamente in vari gusti e uscir dalla tutela dei medici e della dieta. Altrimenti, restando immobilmente sulle pedate dei cinquecentisti, per fuggire il Seicento, egli era altrettanto che passar dalla peste alla carestia, come disse Metastasio in tal proposito, oppure cambiar solamente la qualità del morbo in vece di guarire, cioè farsi etici o tisici d’idropici ch’erano in prima. Né solamente ai poeti facea questi rimproveri, ma a’ prosatori ancor più, che, in questo tempo che dovrebbe esser di libertà e sanità e robustezza, scrivono tra i ceppi del Bembo, del Casa, del Varchi e per sin del Boccaccio, del Passavanti, del Villani ecc., che è un languore, uno sfinimento. Vi son pur tanti, diceva egli sclamando, che scrivono eccellentemente, e piacciono a tutti, anche rigidissimi grammatici e puristi67, senza quella stitichezza e secchezza insoffribile. Gravina, Maffei, Vallisnieri, Salvini, Redi, Tagliazzucchi, Conti, Foscarini e i due Zanotti e tanti altri, ancorché non siano de’ predestinati nell’accademia della Crusca, son pur maestri alla Crusca medesima del bello e saggio e vivace scrivere e franco in tanti diversi generi e gusti e maniere. Ma basti per ora. Addio.

 

Nota 1. Bembo, Della volgar lingua, lib. 2. «Ma, se il vero dir si dee tra noi, che non so quello ch’io mi facessi fuor di qui, quanto sarebbe stato più lodevole, che egli  di meno alta e di meno ampia materia postosi fosse a scrivere, e quella sempre nel suo mediocre stato avesse, scrivendo, contenuta; che non è stato, così larga e così magnifica pigliandola, lasciarsi cadere molto spesso a scrivere le bassissime e le vilissime cose; e quanto ancora sarebbe egli miglior poeta che non è, se altro che poeta parere agli uomini voluto non avesse nelle sue rime. Ché, mentre che egli di ciascuna delle sette arti, e della filosofia, e, oltre a ciò, di tutte le cristiane cose maestro ha voluto mostrar di essere nel suo poema, egli men sommo e meno perfetto è stato nella poesia. Conciossiacosaché, affine di poter di qualunque cosa scrivere che ad animo gli veniva, quantunque poco acconcia e malagevole a capir nel verso, egli molto spesso ora le latine voci, ora le straniere che non sono state della Toscana ricevute, ora le vecchie del tutto e tralasciate, ora le non usate e rozze, ora le immonde e brutte, ora le durissime usando, e allo incontro le pure e gentili alcuna volta mutando e guastando, e talora, senza alcuna scelta o regola, da sé formandone o fingendone, ha in maniera operato, che si può la sua Commedia giustamente rassomigliare a un bello e spazioso campo di grano, che sia tutto di avene e di logli e di erbe sterili e dannose mescolato, o ad alcuna non potata vite al suo tempo, la quale si vede essere poscia la state sì di foglie e di pampini e di viticci ripiena che se ne offendono le belle uve. Io senza dubbio alcuno, disse lo Strozzi, mi persuado, messer Carlo, che così sia come voi dite, poscia che io tutti tre vi veggo essere d’una sentenza. E pure dianzi quando monsignor Federigo vi recò le due comparazioni degli scabbiosi, oltrecché elle parute mi erano alquanto essere disonoratamente dette, ecc.».

 

Nota 2. Gravina, nel Discorso a Bion Crateo. «L’infelicità delle cose partorisce appo lui [Dante] infelicità d’espressione, e, toltene alcune nobili e belle allegorie con le quali velò molti sentimenti morali, nel resto espose nude e co’ suoi propri termini le dottrine, e trasse col suo esempio al medesimo stile quei che dopo lui tennero il pregio della poesia; onde, in vece di esser le scienze velate di colori poetici, si vede appo noi la poesia sparsa di lumi scientifici, se scienze possono chiamarsi gl’intricati nodi di vote e secche, ma spiritose, parole, sulle quali per colpa del secolo andò vagando l’ingegno de’ nostri poeti..., in modo che in tutti i loro componimenti sempre s’aggirano sullo stesso, non senza oltraggio del vero e del naturale, né senza qualche tedio di quei che distendono largamente l’ali della conoscenza, che, alla fine, a voler poi porre in giusta bilancia quegl’intrecci o gruppi di parole luminose che paiono rampolli di gran dottrina, poco peso in essi si trova e nulla di reale si stringe e resta negli orecchi un non so qual desiderio di cosa più sensibile, più varia, e più viva».

 

Nota 3. Discorso dell’abate Conti, Sopra la Poesia italiana. «Egli osservò [il Petrarca] che Dante trasportò dall’intimo seno della filosofia e dell’altre scienze molti termini e molte idee, che non tanto recavano seco di novità quanto di difficoltà, come dice il Tasso, né tanto di maestà quanto di oscurità e d’orrore, massimamente perché i concetti erano vestiti delle lor proprie voci, mescolate da Dante, o fosse elezione o necessità della materia trattata, tra i fiori ond’è adorno il suo poema. Il Petrarca scelse i concetti più puri, candidi, gravi ed arguti, e scelse le voci più gentili, ecc.».

Più sotto. «Nel resto, grandi obbligazioni ha la poesia italiana al Petrarca, poiché la rese gentile e delicata, piacevole e chiara, di difficile, aspra ed oscura ch’ell’era, ecc. Io son perciò d’opinione che chi avesse il talento di unir la forza e l’ampiezza dell’oggetto di Dante con la venustà e dolcezza data al verso dal Petrarca, renderebbe la poesia italiana al sommo meravigliosa, ecc.».

Vedi anche la lettera del medesimo abate Conti scritta a madama Ferrant. «Io ammiro infinitamente Dante, Boccaccio e Petrarca. Dante ha la sublimità o la forza nelle sue invenzioni ed espressioni, ma non è egli vero che Dante ci fa sdegno, quando cade nel comico nel Paradiso e nell’Inferno?».

 

Nota 4. Lettera del conte Algarotti Al signor barone... a Hemgenbruck, nel tomo delle Opere Varie. «E non è da maravigliarsi, se la più parte degli scrittori del 500 non sono altro che copisti dei latini e de’ greci, che vennero allora, si può dire, in luce. E che cosa è l’imitazione dove non ci sia qualche bravura di mano, come nella pittura e nella statuaria? Toltone due o tre cinquecentisti, che furono veramente caposquadra, ben meritano gli altri che si dica: quale aridità di pensieri in così gran fiume di parole! quanta paglia! Infatti dare ad un pensatore un libro del 500, egli è quasi lo stesso che a uno che abbia appetito dare una boccetta di odori della fonderia del granduca da tirare su per il naso, ecc.». Vedi tutta la lettera.

 

Nota 5. Vedi nel citato Discorso dell’abate Conti: «Più saggi furono i lirici di questo secolo, poiché, resuscitato dal Bembo il gusto della poesia petrarchesca, si rinnovarono, colla scelta accurata delle voci poetiche, le idee del Petrarca, alle quali poco o nulla esse aggiunsero, se ben, per le traduzioni dei dialoghi di Platone dal greco e degli altri filosofi, la filosofia platonica fosse più nota. Si credea che il Petrarca avesse eletto quel che era più gentile e più delicato, e si pensò che lodar la sua donna con altre maniere che le proposte non fosseleggiadroapplaudito. Si variarono, è vero, le forme del dire, e la robustezza e il giro introdotto dal Costanzo, e lo spezzamento e quindi la maestà del verso introdotto dal Casa mostrano che alla poesia italiana si potevano accrescere nuove attrattive e nuovi colori, ma, per ciò che riguarda l’oggetto, né il Costanzo, né il Casa punto si discostano dall’amore, ecc.».

Vedi la lettera del medesimo Conti scritta al signor marchese Repetta. «Io spero ch’egli vi procurerà un’ora di lettura piacevole e vi scoprirà, nel tempo stesso, che, mentre alcuni de’ nostri poeti impiegano gli studi loro a far de’ centoni del Petrarca, le altre nazioni aspirano a meritare il nome di poeta, cioè d’artefice di cose nuove».

 

Nota 6. Maffei, Giornale d’Italia, tomo II, anno 1712. «Sono piene di certo spiritoso e brillante le rime del Barbati, che, in questo genere, pochi di quell’età se gli possono agguagliare. Scrive egli sullo stile del Petrarca e de’ buoni autori, ma non in guisa che di quando in quando non corra una strada del tutto sua; vi si scorge un ingegno che si lascia guidare, ma, con giudizio, più da se stesso che dagli altri, e più da una fantasia libera e feconda che da una scrupolosa imitazione, costume quasi universale ai poeti di quell’età [1500], pochi de’ quali hanno saputo muovere un passo che sulle altrui vestigie non fosse. La sua maniera tanto più ci pare lodevole, quanto più si mantiene come nel mezzo tra il troppo asciutto degl’imitatori dell’antico e il troppo ardito dei seguaci del moderno Seicento».




43 Bottega di caffé, celebre a Londra alcuni anni sono.



44 Old and new club diconle a Londra; né in Italia v'ha miglior voce di cotteria, che s'è tolta dai francesi [fr. côterie] , ed è usata tra noi per esprimere certe compagnie di colte persone, unite insieme ai caffè o altrove.



45 Ennio, citato da Cicerone nel libro De Officiis.



46 Il Lami.



47 Lettres de madame de Sevigné, vol. 5, lettre 93, 17 Mai 1680.



48 Famoso attore pel teatro inglese, il Roscio dell'Inghilterra.



49 Druvilane e Couvent-garden: due teatri di Londra. Couvent-garden, quinto giornale del signor Fielding.



50 Da giovane scrisse in un modo, nel tempo dei suoi viaggi in un altro, e in ultimo egregiamente in un altro. Vedi le tanto diverse edizioni del Neutonianismo, delle poesie.



51 È famoso in Francia quest'aneddoto comico.



52 Predicò esso in San Paolo di Londra l'ubbidienza ai re, e il suo sermone fu bruciato per man di boia.



53 Vedi la nota prima in piè della lettera.



54 Vedi la nota 2 in piè della lettera.



55 Vedi la nota 3 parimente in piè della lettera.



56 Vedi il romanzo famoso di questo nome.



57 Grande scimia, che, in quei romanzi, fa la figura primaria tra i paladini.



58 Vedi note, qui poco sotto, del Bembo ecc.



59 I signori Maupertuis, Clairaut, Connus e Le Mounier partirono pel loro viaggio, d'ordine di Luigi XV e a spese reali, verso la Lapponia nel 1736, e tornarono l'anno 1737. I signori Goudin, Bouguer e La Condamine partirono pel primo lor viaggio verso l'America nel 1735; l'abate De La Caille andò, dopo, al Capo di Buona Speranza.



60 Il signor Dawkins, nel 1752, empié un vascello, noleggiato a bella posta, di pittori, disegnatori, ecc., e andò a levare la pianta delle famose ruine di quella gran città, spendendovi dieci in dodici mille zecchini; ma l'Ercolano stampato a Napoli par bene si meriti almen tanta stima, quanta quell'edizione di Palmira del signor Vood, a cui donò il signor Dawkins tutto il guadagno di stampa.



61 Celebri navigatori e viaggiatori veneziani. Potean ricordarsi qui le belle opere della meridiana dello Stato ecclesiastico, del gnomone fiorentino, di tanti autori idrostatici, per regolar fiumi e torrenti, i prodigi del Ferracina e dello Zavaglia, e cento altre imprese italiane. Ma in queste lettere prevale ognora il mal talento inglese.



62 Della Nereidologia ecc., stampato a guisa di manifesto, alcuni anni sono, in Venezia.



63 Bevanda gagliarda usata assai dagl'inglesi.



64 Vedi la nota numero 4 in piè della lettera.



65 Num. 5 e 6.



66 Num. 2.



67 Vocabolo tolto dal francese, per significare i protettori della purità del linguaggio.






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