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Saverio Bettinelli
Lettere Virgiliane Lettere Inglesi e Mia Vita Letteraria

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  • LETTERE SOPRA VARI ARGOMENTI DI LETTERATURA SCRITTE DA UN INGLESE AD UN VENEZIANO (1766)
    • LETTERA OTTAVA
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LETTERA OTTAVA

Eppur mi bisogna violare il segreto più misterioso confidatomi dall’Algarotti con tutto il cerimoniale, o poco meno, dei liberi muratori, benché volessi pur tacervelo interamente. Ma mi sono accorto esser questo anzi un inganno dell’amor proprio (quasi geloso di non comunicare altrui ciò che gli sembra onorarlo ad esclusione degli altri) di quel che sia fedeltà di segretezza. Trattandosi, al fine, di cose che piuttosto han di che giovare alle lettere che non a danneggiare veruno, io rompo dunque il sigillo e vi fo sapere che, in un momento di entusiasmo (se non fu di debolezza), uscì a farmi il ritratto di un italiano conosciuto, del quale egli era poco contento, e che a lui pareva un compendio di que’ pregiudizi de’ quali si lamentava e un vero incomodo dell’età sua, come disse Catullo di certi poeti.

Costui, mi dicea, nato per essere un matematico, cioè a ricordarsi e combinar sempre le sue copiate idee, non mai a crearne, pur volea metter mano nelle lettere e nelle arti, giudicandone decisivamente col compasso e coll’ostinazione di una testa di tripode letterario. Ma il suo zelo più ostinato era l’adorazione degli antichi, in ogni maniera di studi, sicché per lui non avean fatto il minimo avanzamento le scienze da due mille anni in qua, e le lettere avean solo scapitato e sempre erano ite di male in peggio. A’ nostri tempi non uomini nascer, dunque, ma pecore predicava, la man di Dio non mettere al mondo più di quelli ingegni, esser chiusa la strada per sempre dopo che essi vi son passati. Greci e latini doversi dunque tradurre e studiare; non italiani, e molto meno francesi, inglesi e tedeschi, le quai genti, per natura di clima e di temperamento, non esser atte ad alcuna opera dell’ingegno. Bello era però udir le sue sentenze intorno a’ libri e agli autori più illustri. Newton, Leibnizio, Galileo, con tutte le accademie d’Europa e le loro fatiche ed opere di un secolo, niente hanno fatto che pregiar si debba, o sol quello hanno fatto di bene che fatto era già dagli antichi. Pappo, Archimede, Apollonio, Euclide, non aver bisogno delle costoro illustrazioni, e doversi come delitto punire il dare ai giovani gli elementi di Euclide in mano che rischiarati siano e più facili renduti da moderne spiegazioni profane. Pensate poi come inorridiva al nome di tragedia che Sofocle od Euripide non avessero fatta, e di commedia che non venisse da Aristofane, da Plauto, da Terenzio. Con più mansuetudine sofferiva gli autori vostri del Cinquecento, massimamente in questo genere, perché fedelmente si eran tenuti all’imitazione di quelli senza osar metter piede fuori di quelle reverende vestigia. Il Trissino, adunque, il Giraldi, il Rucellai, e l’altra torma pedissequa teneva in qualche stima; ma Cornelio, Racine, Voltaire e i lor pari come feccia delle lettere riguardava, né nulla aver essi di buono, e tutti errori e deformità nelle lor opere accogliersi raffermava. E queste sue opinioni tenea così saldamente che, per qualunque ragione in contrario gli si potesse addurre, e vecchie amicizie rompeva, e fiere prendeva inimicizie, quando altri da lui dissentiva. Mai non era uscito dalla sua patria, non avea veduto altri stranieri fuor di quelli che o l’udivano senza contrastargli o parlavano con lui d’accordo, con poche persone usava e in poche famiglie, essendosi ritirato e diviso da tutti coloro che non facessero seco una setta e non dichiarassero guerra a tutte le opinioni diverse68. Voi avreste veduto il conte tutto infiammato in dir queste cose, come se parlasse di qualche offesa ricevuta di fresco. Ma, intanto, che ne dite voi? Non crediate che un tal pedante si trovi solo in Italia, ne ho veduti in ogni paese, ma non gli ho mai veduti senza nausea e senza vivissima compassione inverso le lettere. E non è egli strano, che costoro alzino tribunale e sentenzino talvolta all’infamia chi ha cercata la ragion delle cose e il buon gusto, per molti anni studiando e conversando comigliori maestri, e visitando le nazioni con grande spesa ed incomodo, unicamente per ritrovare, come Platone, Pittagora e tanti altri fecero, la verità? Costoro son dessi appunto, de’ quali Tullio diceva che, cercando nelle lor dispute non la forza delle ragioni, ma l’autorità degli scrittori, si mostrano più curiosi di toglier l’uffizio suo naturale al nostro discorso che di voler rintracciare la verità. Ma sapete voi quel ch’io penso? Non è già questa una pigrizia, come credesi, di non voler faticare esaminando le cose, né una persuasione che i vecchi fossero più illuminati, ma ella è piuttosto una vanità congiunta ad invidia: vanità sciocca d’esser saggi stimati col manto indosso d’Aristotele e d’Archimede; invidia puerile per non reputare i contemporanei da più ch’essi non sono, onde possa la loro gloria da questi venire oscurata. Fatto è, però, che tutti costoro sono falsissimi adulatori delle scienze antiche e nimici verissimi delle antiche e delle moderne, essendo sordida adulazione voler tenere qualunque uomo, per grande che siasi, in conto d’irreprensibile, nimicizia essendo maliziosissima contro all’arte il volerla sottomettere all’artefice, sicché, mostrando esservi stati uomini perfetti nell’arte, distruggono la ragione, in cui tutte si fondano, e stabiliscono l’autorità per sovrana. Ma che giova filosofare per buon raziocinio contra tal gente? Vorrei ben farmi udire da un confine d’Europa all’altro, per togliere dalla mano di questi fanatici la misera gioventù, che vien tradita nei miglior anni così. Niuno più di me tiene in pregio gli antichi, e non ho creduto neppur da giovane di poter riuscire a qualche cosa senza la lingua greca. Ma non han creduto gli eccellenti maestri miei dovermi tenere in essa e nella latina dieci anni, quanti n’impiegano molti adesso in questa sola. Ecco dove conducono le massime superstiziose di costoro. Poveri giovani! La natura loro ha data della memoria e dei sensi, quella capace di storia, di geografia, di utili favole, di domestiche e cittadinesche notizie, questi opportunissimi ad esperimenti e osservazioni di fisica, a cognizioni pratiche dei costumi, a viaggi frequenti sulle carte e le mappe, in fine a tutto lo spettacolo della natura, che la campagna e il passeggio, necessario alla salute, loro presentano. In vece di questi esercizi si fa loro spendere tutta la memoria in parole, e in una lingua che poi spesso lor resta inutile, e i lor sensi sono lasciati oziosi del tutto. Si esige da loro ciò che dalla natura fu lor negato, della pazienza, della fissazione, del giudizio, della riflessione; si crede far molto, allora che lor si danno i princìpi della sfera, quasi l’idee astratte fossero proprie a quell’età e potessero ordinarsi ed imprimersi in que’ cervelli, che la natura non ha ancor finito di lavorare. Il tedio, poi, che fa languir quelle povere anime e intisichire quei corpi, in tanta uniformità e serietà di non piacevoli occupazioni, nulla vien computato; dal qual poi deriva, spesse volte, un abborrimento, per tutta la loro vita, da ogni fatica ed applicazione, oltre al perdersi affatto tutto ciò che sono obbligati contro lor genio d’imparare materialmente. Converrebbesi convertire ogni loro studio in giuochi, in movimenti, in esperimenti, se fosse possibile, e noi tutto vogliamo in serietà ed immobilità. Dovrebbero aver compagni amabili e allegre conversazioni, e si obbligano a vivere con Tullio, con Ovidio, con Prisciano, a conversar con la carta, coi libri, comaestri e professori d’università, che, al sol vederli con que’ gran collari e toghe e parrucche, ma sopra tutto con quel sopracciglio e con quella gravità pedantesca, metton tristezza; in fine, al primo goder della vita la più vivace, son costretti, i meschini, a parlar una lingua morta, a studiar morti autori, a vivere con pedagoghi mortuali.

Ma come sono io venuto a parlar dell’educazione, partendomi sì da lontano? Un po’ d’inglese entusiasmo m’ha rapito, è vero, ma non fuor di proposito. Vedete pur chiaramente, che il maggior vizio dell’educazione vien dal troppo ostinato accecamento verso gli antichi. Le vesti stesse, anche tra le nazioni che han tutto rimodernato, le vesti e i collari, lo dimostrano. V’ha un aristotelismo secreto, che tuttor domina e non si vede, ed è quello appunto dell’educazione. Son trecentanni che in Europa si dovettero studiar gli antichi, per ritornare in vita le lettere e l’arti oppresse dalla barbarie. Fu necessario cominciar dai latini, come i più facili (massimamente prima che venisse quella colonia di greci di Levante a ripararsi tra noi dalla scimitarra di Maometto II), il clero e i monaci avendo conservato qualche scintilla di quel fuoco venerabile, e coltivato più o meno la latinità e i romani scrittori. Il maggior letterato era colui, che più sapea di latino, e si sa che si davano le terre e le possessioni per avere un codice, tanto eran pregiati e rari que’ volumi prima della stampa. Di ciò venne un general fanatismo per quella lingua, né mai più si credette di poter essere uomo di lettere senza profondamente ingolfarsi in quella. Successero le medaglie, gli antiquari, le iscrizioni e le lapide, che massimamente in Italia e in Roma, che dirige molto gli studi d’Italia, dierono voga a quello studio. Fu accusato il Bembo per avere scritto in volgare, e bisognò che si giustificasse col mostrar che anche la lingua italiana era lingua di uomini ragionevoli, il che fece col dare il primo un trattato compiuto su ciò, ma più ancora mi par singolare che in Francia sotto Luigi XIV fossero riguardate come scandalose e inconvenienti le iscrizioni francesi poste ai quadri della sua galleria e delle sue imprese: gran prova del tirannico giogo imposto a tutta l’Europa dallo studio degli antichi e della lor lingua. Sicché non vi dovrà sembrare inopportuna la mia declamazione in proposito dell’educazione, né lo sfogo dell’Algarotti contro quell’italiano pedante.

Ritornando adunque al proposito primo, cioè a Dante, vi dirò come la mia curiosità m’indusse a visitare anche il monaco al quale venivano attribuite le Lettere di Virgilio, ne’ miei viaggi, e lo trovai appunto fuor d’Italia, sperando così trovarlo anche meno politico e cauto. Ma m’ingannai. Dopo, pertanto, avermi sorridendo ringraziato dell’onore che gli faceva attribuendogli il coraggio, la piacevolezza e altre doti del nuovo Virgilio, soggiunse:

Ma troppo poco altresì mi sento onorato dal vostro pensare, se riflettete alla irriverenza con cui egli ha scritto de’ nostri maestri e padri della lingua e della poesia, che da tanti secoli sono in possesso d’una fama intatta, all’imprudenza di concitarsi contro tutta l’Italia, mettendosi solo contro della corrente, alla superficial maniera di scrivere in materiegravi, che empiono i più gran tomi dei primi scrittori nostri, alla imitazione troppo servile di alcuni pensieri assai noti d’altri autori, e finalmente allo stile medesimo, che, quantunque corretto e anche elegante italiano, è però alquanto diverso dai buoni esemplari, che sono i toscani del Cinquecento, e molto più del Trecento. Egli mi perdoni, ma io non ho mai insegnato alla gioventù se non questo stile, non mi sono allontanato mai da questi precetti nella mia gioventù sempre uditi ed impressimi dai maestri del mio abito stesso, e nelle mie prose e poesie, che sono al pubblico uscite, ho sempre scritto e cantato ad onore di Dante e del Petrarca, del Bembo e del Casa e de’ loro seguaci69; onde son ben lontano dal disprezzarli e criticarli indebitamente, come sembra aver esso fatto. Sicché permettetemi ch’io ricusi l’onore che far mi volete. — E, allora, prendendo un tuono dogmatico, entrò nell’argomento, e mi parlò presso a poco nei sensi seguenti. — Bisogna, — diss’egli per difesa di Dante, e per mia istruzione — bisogna non farsi una regola generale e assoluta per tutti i tempi e i luoghi, i popoli ed i costumi, dell’epica principalmente e della tragica, ma adattarsi nel comporre e nel giudicare i componimenti alle diverse circostanze, nelle quali si trovò il poeta. L’Iliade e l’Eneide non sono in ogni cosa i modelli unici di tutti i poemi, e il vostro Milton starebbe assai male, se il fossero. Convien trasportarsi a Londra per questi, in Atene e in Roma per Omero e per Virgilio, anzi al tempo d’Augusto per l’Eneide, agli eroici tempi per l’Iliade e l’Odissea. Dunque chi vuol giustamente sentenziar Dante si dee trasportare in Toscana e in Italia tra le turbolenze e l’ignoranza di quei giorni. Da tal verità ne scende un’altra, cioè un poema epico sarà diverso dall’altro, salve le regole fondamentali, e potrà nondimeno esser siccome l’altro eccellente, come il sono l’Iliade e l’Odissea d’Omero, benché quella tratti d’un assedio e metta in campo eroi guerrieri, questa di un viaggio e narri gli avvenimenti di eroi viaggiatori. Virgilio unisce l’uno e l’altro, e fa così un poema diverso da entrambi, la Gerusalemme non somiglia punto all’Orlando, né questi due al Paradiso Perduto. Si può dunque fare un poema che non rassomigli agli antichi, eppur sia buono, e può quel di Dante esser buono, salendo ai tempi, ai costumi di Dante. Ma non è epico, mi diranno, come il dissero del poema di Milton, ed io risponderò col vostro Adisson: il chiamino pur, se vogliono, poema divino, quei che epico chiamar nol vogliono.―

Sin qua non era io scontento del ragionamento, ma, tentandolo appresso su varie particolarità delle critiche, mi rispose secondo i più bei pregiudizi della sua educazione. Quel che vi parrà più curioso, si è che le sue difese di Dante, a un di presso, le trovai poi stampate in un libro di autor, per altro, di merito, come se si fossero accordati insieme a dir le stesse inezie misteriose non meno che puerili, o come se ci fosse nella vostra nazione una misura di pensare per tutti, che a tutti dovesse servire e obbligasse tutti, dice il bravo Alambert70 in altro proposito, a pensar come pensa il padre priore. La sola differenza che v’ha, tra il reverendo e l’autor del libro, si è quella del loro stato, perché il primo avea un tuono di serietà dogmatica e di gravità cenobitica, il secondo parla con amenità e scherzi, benché, a dirvi il vero, non m’abbia fatto giammai sorridere, per quanto volesse pur che il lettore ridesse. Ma sono anche i suoi scherzi, io credo, presi dal Cinquecento o dal Trecento, onde, in tanta età e viaggio, han perduta la forza. Del resto paion gemelli, i due partigiani danteschi appassionati. Anche il frate mi disse che la quistione non è nuova, ma antica: solo, non si servì della ridicola similitudine della luna, come fa il libro, a principio, per rendere a suo modo brillante il suo episodio71. Entrambi nominarono il Bulgarini e il Castravilla72, come nemici di Dante, ma si guardarono dal nome del Bembo, perché ha troppo peso. L’autore, però, supera molto quell’altro in finezza, spiegando il titolo di commedia dato al poema. E chi potrebbe indovinare, per verità, che quel titolo fosse preso da Dante73 per isfuggire l’invidia, per celarsi quanto potea, e che, per rispetto degli altri poeti stati prima di lui, della latina lingua da lui venerata, quasi per umiltà, chiamarla volesse Commedia74? Avete pensato mai che, pubblicando alcuno un poema epico, e leggendolo e facendone copia alla sua nazione in tante città, come fe’ Dante, possa cercar di nascondersi e professi umiltà75? Tanto sottile non era il monaco veramente, né seppe dirmi neppur tante belle notizie, come l’altro, a provarmi che le parole di Dante, che paiono a noi rancide, oscure, antiquate, non lo sono altrimenti. E perché? Perché al tempo di Dante s’usavano ed erano toscanissime, e lo conferma con quella di Austericche76, e tanto peggio per noi se non l’intendiamo oggi, e solo intendiamo quando si dice Austria. Se fossimo nati quattrocentanni fa, intenderemmo benissimo, e tutto nostro è il torto d’esser natitardi. Amendue, però, gli ho trovati d’accordo su quell’altro punto de’ comentatori e glossatori, che son necessari a Dante, rispondendo essi che, come per Virgilio e per Omero ce ne serviamo, così non dobbiamo ricusarli per Dante77. Io perdea la pazienza, all’udire sofismimanifesti e tanta mala fede nell’evitare il punto. Voler mettere un poeta di lingua vivente, che dee servire ad uso d’una nazione presente, e di scuola e diletto a tutti, in parità d’un greco e d’un latino, che non sono più che pei letterati e studiosi dell’antichità e delle lingue morte, non è questo un gioco? Io avrei potuto strozzare il frate, convincendolo dalle sue stesse parole, che dunque le Lettere di Virgilio erano concludenti, perché provavano appunto questo solo, che Dante non era per tutti, che è libro pei dotti, che è oscuro, antiquato, disusato, e che, in fine, non è da dare ai giovani così alla cieca. Pur mi ritenni per non uscir dai limiti. Ma vedete intanto la malizia o la sciocchezza di questi difensori di Dante, che feriscono l’autor delle Lettere, come se egli attribuisse a colpa di Dante di parlar la lingua del suo tempo, e volesse obbligar Dante a parlar la nostra,  criticasse lui e la sua ignoranza e la sua rozzezza; mentre, al contrario, e sì espressamente, lo chiama tante volte uomo di sommo ingegno, di grand’anima, di sapere vastissimo, e attribuisce i difetti a colpa del suo tempo, al secolo d’oscurità, ecc., e in fin, per massima e scopo generale delle Lettere, mira sempre a censurare la cieca imitazione dei nostri tempi. Sopra l’ordine, poi, del poema, sopra la divisione e sul resto, che non dissero mai? Dispensatemi dal ricordare le belle cose che ho lette e udite da questi due danteschi: voi le potete leggere quasi tutte nel libro, se avete tanta costanza di proseguire leggendo più carte «senza saltarle o dormire»78. Certo, il suo stile è d’una eleganza particolare, come udii dire, ma non so come questa eleganza pesa e affatica terribilmente, mentre le Lettere di Virgilio si fan divorare. Leggete, leggete, se vi l’animo, tutta la mistica interpretazione della lonza, del leone, del lupo79 che son nell’ingresso del poema e s’intendono tre peccati capitali. Vedrete che bella invenzione è questa, e come l’interprete80 suda e argomenta a provare qual fosse la vera intenzione di Dante, e come condanna e combatte altri interpreti (tanto è chiaro il testo) ed altre interpretazioni, e come bisogna ricordarsi che il mille trecento fu l’anno del giubbileo81 per capir bene la cosa. Ma per intendere l’altro passo, criticato dal finto Virgilio, sopra il «non mangiar terra, né peltro», o sopra i due termini di Montefeltro e di Feltre, ci vuol altro che una lettera mia. Si tacciano d’ignoranti gli altri comentatori benché antichi cinquecentisti e venerati da tutta Italia82, per farvi un bel tratto godere di storia sconosciuta innanzi e di una profetica virtù di Dante83 e di un artifizio suo per esprimere l’avvilimento de’ tiranni colla viltà della rima, non mai per violenza di questa (perché convien dire che molte fossero al tempo di Dante le rime in eltro) e di altre cose belle, onde tutte son piene quelle dediche, prefazioni, dialoghi, lettere, ecc. ecc. ecc. Tutto questo forma un libro, sapete, e il libro, di tanti titoli e forme e idee differenti è di pochi fogli, onde almeno la varietà vi diletti, se lo stile vi fiacca e il disgregamento vi fa perdere il filo. Ma i rami poi rimediano a tutto con la vaghezza de’ nuovi pensieri pittoreschi e nobilmente satirici, come quelli del lion vivo e del lion morto (credo ad onore della lonza e del lione di Dante) e della sua coda e dei leprotti, che giocan con quella coda, e simili gentilezze.

Ma riflettete voi un poco, se non è vero che il vostro paese abbonda di talenti e gli guasta. Perché, per dire il vero, si vede nel monaco, leggendo le cose sue, una forza di pensare e di dipingere capace di non ordinario riuscimento e vicina di molto al disinganno, e il secolare pure ha dato qualche indizio qua e di poter far molto più di quello non fa. Ma i legami del primo gl’impediscono di volar alto, e l’impegno preso dal secondo, di giurar fedeltà ai librai e alle loro edizioni, lo ritien sempre a terra e gli fa spendere tanto inchiostro inutilmente per lo suo secolo e più per la posterità. Addio.




68 Quest'è certo un ideal personaggio, non quell'uomo di merito che alcun volle malignamente riconoscervi, come fassi alla predica e alla commedia, il qual era amico e corrispondente di molti stranieri, e specialmente inglesi, de' più colti ed illustri, né avea nimicizia né facea setta, appena noto all'Algarotti, ecc.



69 Vedi gli sciolti, e i poemetti in ottava rima, specialmente quel delle Raccolte colle sue annotazioni.



70 Giudizio degli antichi poeti ecc. Venezia [Zatta] 1758, in-4, che fu attribuito al signor conte Gasparo Gozzi, ed è qui confutato dall'autore delle Lettere di Virgilio, fingendosi scherzevolmente diverso da quel delle Inglesi.



71 Eloge de Mr. de Marsais.



72 Prefazione [del Gozzi] pagg. 10 ed 11.



73 Ibi, pag.13.



74 Ibi, pag.12.



75 Ibi, pag.16.



76 Ibi, pag.17.



77 Ibi, pag.17.



78 Parole delle Lettere alterate dell'autore.



79 Lettera terza, pag. 10, ecc.



80 Ibi, pag.11.



81 Ibi, pag.12.



82 Ibi, pag.14.



83 Ibi, pagg.15 e 16.






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