Eppur mi bisogna violare il segreto più
misterioso confidatomi dall’Algarotti con tutto il cerimoniale, o poco meno,
dei liberi muratori, benché volessi pur tacervelo interamente. Ma mi sono
accorto esser questo anzi un inganno dell’amor proprio (quasi geloso di non
comunicare altrui ciò che gli sembra onorarlo ad esclusione degli altri) di
quel che sia fedeltà di segretezza. Trattandosi, al fine, di cose che piuttosto
han di che giovare alle lettere che non a danneggiare veruno, io rompo dunque
il sigillo e vi fo sapere che, in un momento di entusiasmo (se non fu di
debolezza), uscì a farmi il ritratto di un italiano conosciuto, del quale egli
era poco contento, e che a lui pareva un compendio di que’ pregiudizi de’ quali
si lamentava e un vero incomodo dell’età sua, come disse Catullo di certi
poeti.
Costui, mi dicea, nato per essere un matematico,
cioè a ricordarsi e combinar sempre le sue copiate idee, non mai a crearne, pur
volea metter mano nelle lettere e nelle arti, giudicandone decisivamente col compasso
e coll’ostinazione di una testa di tripode letterario. Ma il suo zelo più
ostinato era l’adorazione degli antichi, in ogni maniera di studi, sicché per
lui non avean fatto il minimo avanzamento le scienze da due mille anni in qua,
e le lettere avean solo scapitato e sempre erano ite di male in peggio. A’
nostri tempi non uomini nascer, dunque, ma pecore predicava, la man di Dio non
mettere al mondo più di quelli ingegni, esser chiusa la strada per sempre dopo
che essi vi son passati. Greci e latini doversi dunque tradurre e studiare; non
italiani, e molto meno francesi, inglesi e tedeschi, le quai genti, per natura
di clima e di temperamento, non esser atte ad alcuna opera dell’ingegno. Bello
era però udir le sue sentenze intorno a’ libri e agli autori più illustri.
Newton, Leibnizio, Galileo, con tutte le accademie d’Europa e le loro fatiche
ed opere di un secolo, niente hanno fatto che pregiar si debba, o sol quello
hanno fatto di bene che fatto era già dagli antichi. Pappo, Archimede,
Apollonio, Euclide, non aver bisogno delle costoro illustrazioni, e doversi
come delitto punire il dare ai giovani gli elementi di Euclide in mano che
rischiarati siano e più facili renduti da moderne spiegazioni profane. Pensate
poi come inorridiva al nome di tragedia che Sofocle od Euripide non avessero
fatta, e di commedia che non venisse da Aristofane, da Plauto, da Terenzio. Con
più mansuetudine sofferiva gli autori vostri del Cinquecento, massimamente in
questo genere, perché fedelmente si eran tenuti all’imitazione di quelli senza
osar metter piede fuori di quelle reverende vestigia. Il Trissino, adunque, il
Giraldi, il Rucellai, e l’altra torma pedissequa teneva in qualche stima; ma
Cornelio, Racine, Voltaire e i lor pari come feccia delle lettere riguardava, né
nulla aver essi di buono, e tutti errori e deformità nelle lor opere
accogliersi raffermava. E queste sue opinioni tenea così saldamente che, per
qualunque ragione in contrario gli si potesse addurre, e vecchie amicizie
rompeva, e fiere prendeva inimicizie, quando altri da lui dissentiva. Mai non
era uscito dalla sua patria, non avea veduto altri stranieri fuor di quelli che
o l’udivano senza contrastargli o parlavano con lui d’accordo, con poche
persone usava e in poche famiglie, essendosi ritirato e diviso da tutti coloro
che non facessero seco una setta e non dichiarassero guerra a tutte le opinioni
diverse68. Voi avreste veduto il conte tutto infiammato in dir queste
cose, come se parlasse di qualche offesa ricevuta di fresco. Ma, intanto, che ne
dite voi? Non crediate che un tal pedante si trovi solo in Italia, ne ho veduti
in ogni paese, ma non gli ho mai veduti senza nausea e senza vivissima
compassione inverso le lettere. E non è egli strano, che costoro alzino
tribunale e sentenzino talvolta all’infamia chi ha cercata la ragion delle cose
e il buon gusto, per molti anni studiando e conversando co’ migliori maestri, e
visitando le nazioni con grande spesa ed incomodo, unicamente per ritrovare,
come Platone, Pittagora e tanti altri fecero, la verità? Costoro son dessi
appunto, de’ quali Tullio diceva che, cercando nelle lor dispute non la forza
delle ragioni, ma l’autorità degli scrittori, si mostrano più curiosi di
toglier l’uffizio suo naturale al nostro discorso che di voler rintracciare la
verità. Ma sapete voi quel ch’io penso? Non è già questa una pigrizia, come
credesi, di non voler faticare esaminando le cose, né una persuasione che i
vecchi fossero più illuminati, ma ella è piuttosto una vanità congiunta ad
invidia: vanità sciocca d’esser saggi stimati col manto indosso d’Aristotele e
d’Archimede; invidia puerile per non reputare i contemporanei da più ch’essi
non sono, onde possa la loro gloria da questi venire oscurata. Fatto è, però,
che tutti costoro sono falsissimi adulatori delle scienze antiche e nimici
verissimi delle antiche e delle moderne, essendo sordida adulazione voler
tenere qualunque uomo, per grande che siasi, in conto d’irreprensibile,
nimicizia essendo maliziosissima contro all’arte il volerla sottomettere
all’artefice, sicché, mostrando esservi stati uomini perfetti nell’arte,
distruggono la ragione, in cui tutte si fondano, e stabiliscono l’autorità per
sovrana. Ma che giova filosofare per buon raziocinio contra tal gente? Vorrei
ben farmi udire da un confine d’Europa all’altro, per togliere dalla mano di
questi fanatici la misera gioventù, che vien tradita nei miglior anni così.
Niuno più di me tiene in pregio gli antichi, e non ho creduto neppur da giovane
di poter riuscire a qualche cosa senza la lingua greca. Ma non han creduto gli
eccellenti maestri miei dovermi tenere in essa e nella latina dieci anni,
quanti n’impiegano molti adesso in questa sola. Ecco dove conducono le massime
superstiziose di costoro. Poveri giovani! La natura loro ha data della memoria
e dei sensi, quella capace di storia, di geografia, di utili favole, di
domestiche e cittadinesche notizie, questi opportunissimi ad esperimenti e
osservazioni di fisica, a cognizioni pratiche dei costumi, a viaggi frequenti
sulle carte e le mappe, in fine a tutto lo spettacolo della natura, che la
campagna e il passeggio, necessario alla salute, loro presentano. In vece di
questi esercizi si fa loro spendere tutta la memoria in parole, e in una lingua
che poi spesso lor resta inutile, e i lor sensi sono lasciati oziosi del tutto.
Si esige da loro ciò che dalla natura fu lor negato, della pazienza, della
fissazione, del giudizio, della riflessione; si crede far molto, allora che lor
si danno i princìpi della sfera, quasi l’idee astratte fossero proprie a
quell’età e potessero ordinarsi ed imprimersi in que’ cervelli, che la natura
non ha ancor finito di lavorare. Il tedio, poi, che fa languir quelle povere
anime e intisichire quei corpi, in tanta uniformità e serietà di non piacevoli
occupazioni, nulla vien computato; dal qual poi deriva, spesse volte, un
abborrimento, per tutta la loro vita, da ogni fatica ed applicazione, oltre al
perdersi affatto tutto ciò che sono obbligati contro lor genio d’imparare
materialmente. Converrebbesi convertire ogni loro studio in giuochi, in
movimenti, in esperimenti, se fosse possibile, e noi tutto vogliamo in serietà
ed immobilità. Dovrebbero aver compagni amabili e allegre conversazioni, e si
obbligano a vivere con Tullio, con Ovidio, con Prisciano, a conversar con la
carta, coi libri, co’ maestri e professori d’università, che, al sol vederli
con que’ gran collari e toghe e parrucche, ma sopra tutto con quel sopracciglio
e con quella gravità pedantesca, metton tristezza; in fine, al primo goder
della vita la più vivace, son costretti, i meschini, a parlar una lingua morta,
a studiar morti autori, a vivere con pedagoghi mortuali.
Ma come sono io
venuto a parlar dell’educazione, partendomi sì da lontano? Un po’ d’inglese
entusiasmo m’ha rapito, è vero, ma non fuor di proposito. Vedete pur
chiaramente, che il maggior vizio dell’educazione vien dal troppo ostinato
accecamento verso gli antichi. Le vesti stesse, anche tra le nazioni che han
tutto rimodernato, le vesti e i collari, lo dimostrano. V’ha un aristotelismo
secreto, che tuttor domina e non si vede, ed è quello appunto dell’educazione.
Son trecent’anni che in Europa si dovettero studiar gli antichi, per ritornare
in vita le lettere e l’arti oppresse dalla barbarie. Fu necessario cominciar
dai latini, come i più facili (massimamente prima che venisse quella colonia di
greci di Levante a ripararsi tra noi dalla scimitarra di Maometto II), il clero
e i monaci avendo conservato qualche scintilla di quel fuoco venerabile, e
coltivato più o meno la latinità e i romani scrittori. Il maggior letterato era
colui, che più sapea di latino, e si sa che si davano le terre e le possessioni
per avere un codice, tanto eran pregiati e rari que’ volumi prima della stampa.
Di ciò venne un general fanatismo per quella lingua, né mai più si credette di poter
essere uomo di lettere senza profondamente ingolfarsi in quella. Successero le
medaglie, gli antiquari, le iscrizioni e le lapide, che massimamente in Italia
e in Roma, che dirige molto gli studi d’Italia, dierono voga a quello studio.
Fu accusato il Bembo per avere scritto in volgare, e bisognò che si
giustificasse col mostrar che anche la lingua italiana era lingua di uomini
ragionevoli, il che fece col dare il primo un trattato compiuto su ciò, ma più
ancora mi par singolare che in Francia sotto Luigi XIV fossero riguardate come
scandalose e inconvenienti le iscrizioni francesi poste ai quadri della sua
galleria e delle sue imprese: gran prova del tirannico giogo imposto a tutta
l’Europa dallo studio degli antichi e della lor lingua. Sicché non vi dovrà
sembrare inopportuna la mia declamazione in proposito dell’educazione, né lo
sfogo dell’Algarotti contro quell’italiano pedante.
Ritornando adunque al proposito primo, cioè a Dante, vi dirò come la mia
curiosità m’indusse a visitare anche il monaco al quale venivano attribuite le Lettere
di Virgilio, ne’ miei viaggi, e lo trovai appunto fuor d’Italia, sperando
così trovarlo anche meno politico e cauto. Ma m’ingannai. Dopo, pertanto,
avermi sorridendo ringraziato dell’onore che gli faceva attribuendogli il
coraggio, la piacevolezza e altre doti del nuovo Virgilio, soggiunse:
Ma troppo poco altresì mi sento onorato dal vostro pensare, se riflettete
alla irriverenza con cui egli ha scritto de’ nostri maestri e padri della
lingua e della poesia, che da tanti secoli sono in possesso d’una fama intatta,
all’imprudenza di concitarsi contro tutta l’Italia, mettendosi solo contro
della corrente, alla superficial maniera di scrivere in materie sì gravi, che
empiono i più gran tomi dei primi scrittori nostri, alla imitazione troppo
servile di alcuni pensieri assai noti d’altri autori, e finalmente allo stile
medesimo, che, quantunque corretto e anche elegante italiano, è però alquanto
diverso dai buoni esemplari, che sono i toscani del Cinquecento, e molto più
del Trecento. Egli mi perdoni, ma io non ho mai insegnato alla gioventù se non
questo stile, non mi sono allontanato mai da questi precetti nella mia gioventù
sempre uditi ed impressimi dai maestri del mio abito stesso, e nelle mie prose
e poesie, che sono al pubblico uscite, ho sempre scritto e cantato ad onore di
Dante e del Petrarca, del Bembo e del Casa e de’ loro seguaci69; onde
son ben lontano dal disprezzarli e criticarli indebitamente, come sembra aver
esso fatto. Sicché permettetemi ch’io ricusi l’onore che far mi volete. — E,
allora, prendendo un tuono dogmatico, entrò nell’argomento, e mi parlò presso a
poco nei sensi seguenti. — Bisogna, — diss’egli per difesa di Dante, e per mia
istruzione — bisogna non farsi una regola generale e assoluta per tutti i tempi
e i luoghi, i popoli ed i costumi, dell’epica principalmente e della tragica,
ma adattarsi nel comporre e nel giudicare i componimenti alle diverse
circostanze, nelle quali si trovò il poeta. L’Iliade e l’Eneide non
sono in ogni cosa i modelli unici di tutti i poemi, e il vostro Milton starebbe
assai male, se il fossero. Convien trasportarsi a Londra per questi, in Atene e
in Roma per Omero e per Virgilio, anzi al tempo d’Augusto per l’Eneide,
agli eroici tempi per l’Iliade e l’Odissea. Dunque chi vuol
giustamente sentenziar Dante si dee trasportare in Toscana e in Italia tra le
turbolenze e l’ignoranza di quei giorni. Da tal verità ne scende un’altra, cioè
un poema epico sarà diverso dall’altro, salve le regole fondamentali, e potrà
nondimeno esser siccome l’altro eccellente, come il sono l’Iliade e l’Odissea
d’Omero, benché quella tratti d’un assedio e metta in campo eroi guerrieri,
questa di un viaggio e narri gli avvenimenti di eroi viaggiatori. Virgilio
unisce l’uno e l’altro, e fa così un poema diverso da entrambi, la Gerusalemme
non somiglia punto all’Orlando, né questi due al Paradiso Perduto.
Si può dunque fare un poema che non rassomigli agli antichi, eppur sia buono, e
può quel di Dante esser buono, salendo ai tempi, ai costumi di Dante. Ma non è
epico, mi diranno, come il dissero del poema di Milton, ed io risponderò col
vostro Adisson: il chiamino pur, se vogliono, poema divino, quei che epico
chiamar nol vogliono.―
Sin qua non era io scontento del ragionamento, ma, tentandolo appresso su
varie particolarità delle critiche, mi rispose secondo i più bei pregiudizi
della sua educazione. Quel che vi parrà più curioso, si è che le sue difese di
Dante, a un di presso, le trovai poi stampate in un libro di autor, per altro,
di merito, come se si fossero accordati insieme a dir le stesse inezie
misteriose non meno che puerili, o come se ci fosse nella vostra nazione una
misura di pensare per tutti, che a tutti dovesse servire e obbligasse tutti,
dice il bravo Alambert70 in altro proposito, a pensar come pensa il
padre priore. La sola differenza che v’ha, tra il reverendo e l’autor del
libro, si è quella del loro stato, perché il primo avea un tuono di serietà
dogmatica e di gravità cenobitica, il secondo parla con amenità e scherzi, benché,
a dirvi il vero, non m’abbia fatto giammai sorridere, per quanto volesse pur
che il lettore ridesse. Ma sono anche i suoi scherzi, io credo, presi dal
Cinquecento o dal Trecento, onde, in tanta età e viaggio, han perduta la forza.
Del resto paion gemelli, i due partigiani danteschi appassionati. Anche il
frate mi disse che la quistione non è nuova, ma antica: solo, non si servì
della ridicola similitudine della luna, come fa il libro, a principio, per
rendere a suo modo brillante il suo episodio71. Entrambi nominarono il
Bulgarini e il Castravilla72, come nemici di Dante, ma si guardarono
dal nome del Bembo, perché ha troppo peso. L’autore, però, supera molto
quell’altro in finezza, spiegando il titolo di commedia dato al poema. E chi potrebbe
indovinare, per verità, che quel titolo fosse preso da Dante73 per
isfuggire l’invidia, per celarsi quanto potea, e che, per rispetto degli altri
poeti stati prima di lui, della latina lingua da lui venerata, quasi per
umiltà, chiamarla volesse Commedia74? Avete pensato mai che,
pubblicando alcuno un poema epico, e leggendolo e facendone copia alla sua
nazione in tante città, come fe’ Dante, possa cercar di nascondersi e professi
umiltà75? Tanto sottile non era il monaco veramente, né seppe dirmi
neppur tante belle notizie, come l’altro, a provarmi che le parole di Dante,
che paiono a noi rancide, oscure, antiquate, non lo sono altrimenti. E perché?
Perché al tempo di Dante s’usavano ed erano toscanissime, e lo conferma con quella
di Austericche76, e tanto peggio per noi se non l’intendiamo oggi, e
solo intendiamo quando si dice Austria. Se fossimo nati quattrocent’anni fa,
intenderemmo benissimo, e tutto nostro è il torto d’esser nati sì tardi.
Amendue, però, gli ho trovati d’accordo su quell’altro punto de’ comentatori e
glossatori, che son necessari a Dante, rispondendo essi che, come per Virgilio
e per Omero ce ne serviamo, così non dobbiamo ricusarli per Dante77. Io
perdea la pazienza, all’udire sofismi sì manifesti e tanta mala fede
nell’evitare il punto. Voler mettere un poeta di lingua vivente, che dee
servire ad uso d’una nazione presente, e di scuola e diletto a tutti, in parità
d’un greco e d’un latino, che non sono più che pei letterati e studiosi dell’antichità
e delle lingue morte, non è questo un gioco? Io avrei potuto strozzare il
frate, convincendolo dalle sue stesse parole, che dunque le Lettere di
Virgilio erano concludenti, perché provavano appunto questo solo, che Dante
non era per tutti, che è libro pei dotti, che è oscuro, antiquato, disusato, e
che, in fine, non è da dare ai giovani così alla cieca. Pur mi ritenni per non
uscir dai limiti. Ma vedete intanto la malizia o la sciocchezza di questi
difensori di Dante, che feriscono l’autor delle Lettere, come se egli
attribuisse a colpa di Dante di parlar la lingua del suo tempo, e volesse
obbligar Dante a parlar la nostra,
criticasse lui e la sua ignoranza e la sua rozzezza; mentre, al
contrario, e sì espressamente, lo chiama tante volte uomo di sommo ingegno, di
grand’anima, di sapere vastissimo, e attribuisce i difetti a colpa del suo
tempo, al secolo d’oscurità, ecc., e in fin, per massima e scopo generale delle
Lettere, mira sempre a censurare la cieca imitazione dei nostri tempi.
Sopra l’ordine, poi, del poema, sopra la divisione e sul resto, che non dissero
mai? Dispensatemi dal ricordare le belle cose che ho lette e udite da questi
due danteschi: voi le potete leggere quasi tutte nel libro, se avete tanta
costanza di proseguire leggendo più carte «senza saltarle o dormire»78. Certo, il suo stile è d’una eleganza particolare, come udii dire, ma
non so come questa eleganza pesa e affatica terribilmente, mentre le Lettere
di Virgilio si fan divorare. Leggete, leggete, se vi dà l’animo, tutta la
mistica interpretazione della lonza, del leone, del lupo79 che son
nell’ingresso del poema e s’intendono tre peccati capitali. Vedrete che bella
invenzione è questa, e come l’interprete80 suda e argomenta a provare
qual fosse la vera intenzione di Dante, e come condanna e combatte altri
interpreti (tanto è chiaro il testo) ed altre interpretazioni, e come bisogna
ricordarsi che il mille trecento fu l’anno del giubbileo81 per capir
bene la cosa. Ma per intendere l’altro passo, criticato dal finto Virgilio,
sopra il «non mangiar terra, né
peltro», o sopra i due termini di
Montefeltro e di Feltre, ci vuol altro che una lettera mia. Si tacciano
d’ignoranti gli altri comentatori benché antichi cinquecentisti e venerati da
tutta Italia82, per farvi un bel tratto godere di storia sconosciuta
innanzi e di una profetica virtù di Dante83 e di un artifizio suo per
esprimere l’avvilimento de’ tiranni colla viltà della rima, non mai per
violenza di questa (perché convien dire che molte fossero al tempo di Dante le
rime in eltro) e di altre cose belle, onde tutte son piene quelle
dediche, prefazioni, dialoghi, lettere, ecc. ecc. ecc. Tutto questo forma un
libro, sapete, e il libro, di tanti titoli e forme e idee differenti è di pochi
fogli, onde almeno la varietà vi diletti, se lo stile vi fiacca e il
disgregamento vi fa perdere il filo. Ma i rami poi rimediano a tutto con la
vaghezza de’ nuovi pensieri pittoreschi e nobilmente satirici, come quelli del
lion vivo e del lion morto (credo ad onore della lonza e del lione di Dante) e
della sua coda e dei leprotti, che giocan con quella coda, e simili gentilezze.
Ma riflettete voi un poco, se non è vero che il
vostro paese abbonda di talenti e gli guasta. Perché, per dire il vero, si vede
nel monaco, leggendo le cose sue, una forza di pensare e di dipingere capace di
non ordinario riuscimento e vicina di molto al disinganno, e il secolare pure
ha dato qualche indizio qua e là di poter far molto più di quello non fa. Ma i
legami del primo gl’impediscono di volar alto, e l’impegno preso dal secondo,
di giurar fedeltà ai librai e alle loro edizioni, lo ritien sempre a terra e
gli fa spendere tanto inchiostro inutilmente per lo suo secolo e più per la
posterità. Addio.