Un altro reato gravissimo degli scrittori
italiani, quando ardiscono discoprire i difetti dei loro compatrioti, è quello
di ribellarsi contro la patria, e insieme di dar coraggio alle nazioni
straniere di criticare l’Italia e gl’italiani. Oh questa volta hanno ragione!
Un buon cittadino deve sempre tener per la patria, anche dove conosca difetto e
danno. Il vero amor della patria consiste appunto in questo, di lodare e di
proteggere il male, poiché il bene tutti il sanno approvare e vedere. Quello
sì, quello è buon patriota, che disapprova tutte le cose straniere, e a tutte
le altre nazioni preferisce sempre la sua. Non si deve uscir dal suo paese, per
non imparar le arti e le industrie che fioriscono tra gli altri; perché è
disonore il farsi scolaro d’altrui, mentre ognuno deve imparare da noi che
siamo poi quel che siamo, cioè un popolo privilegiato dalla natura, superiore a
tutti e di tutti modello.
Io, solamente, ho contro di queste massime una
piccola difficoltà, che vi prego, e tutti prego i vostri politici, di volere
sciormi. Questa è, che io sento le stesse massime generalmente spacciarsi in ogni
nazione, e che trovo ognuna di queste pretendere alla gloria di superare e
soggiogare le altre. Or diventate un poco, se potete, neutrale, e ditemi chi ha
più ragione, e se dobbiamo al francese, al tedesco, e allo spagnuolo, che lo
pretende più di tutti, assoggettarci e cedere la maggioranza. V’avverto che
abbiamo a fare con gente ostinata, e con radicate opinioni, e con ogni classe
di gente, perché non il popolo solo, ma le gran cariche e i gran filosofi e i
titoli grandi, tutto è pieno di questa intima persuasione. Levatene fuor
solamente quei pochi che sono stati ad esaminare le cose su i luoghi,
viaggiando e convivendo con le altre nazioni, e pochi altri, io ho trovata l’istessa idea dappertutto. Non siam noi soli
inglesi, che facciamo a tutti gli stranieri l’onore di chiamarli «can francese»94, perché non sono vestiti come noi e non hanno la
nostra fisonomia, onde gli prendiam per francesi, che è la nazione che più
cordialmente detestiamo, ma tutte le altre hanno, a un di presso, la stessa cordialità
per le loro vicine principalmente, benché non ne diano sì aperti segni come il
libero inglese. Parliamo un poco dei letterati, per veder se gl’italiani hanno
ragione di censurare chi dice la verità come traditor della patria.
Rido di cuore ogni volta ch’io leggo il giudizio
de’ francesi sopra gli autori italiani, dopo che questi ho letti e ho studiati
quanto sapete. L’opinion generale in Francia si è che la vostra
lingua95 sia molle, effemminata, né possa esprimere cose alte e grandi.
La dicono fatta per l’amore, la chiamano lingua badina, la lasciano alle
lor donne come un vezzo e una moda sin dal tempo in che Bouhours, St. Evremond,
Rapin, Fontenelle e, sopra tutti, Boileau han detto e ridetto, quasi
echeggiando l’un con l’altro, che gl’italiani amano i bisticci, i concetti, gli
acumi, les pointes et les jeux de mots, tutta la Francia ha questa idea
del vostro comporre, e la tiene per verità irrefragabile. Intanto non sanno né
studiano punto né la lingua né la letteratura vostra, se ne eccettuate quattro
arie di Metastasio dopo che fu stampato a Parigi pochi anni fa, la storia di
fra Paolo, le opere del Macchiavello, e qualche simile autore, che leggono
sulla fede di Voltaire. Ma, al tempo di que’ famosi critici, meno ancora si
conoscevano gl’italiani da loro stessi, tra’ quali Boileau, tanto severo
giudice del Tasso e del gusto italiano, ignorava la vostra lingua e ne
giudicava sulle traduzioni. Ma leggete, se volete ridere, la settima riflession
critica, ch’egli fa contro Mr. Perrault. Eccola qui, che l’ho trovata ne’ miei
repertori come un bel monumento delle umane contraddizioni. «Nel che» dic’egli «non può biasimarsi
Mr. Perrault quanto merita, poiché, non sapendo esso la lingua d’Omero, viene a
fargli arditamente il processo sulle bassezze de’ suoi traduttori, ecc.», e
segue a lungo sferzando Perrault per quella colpa medesima di che era egli più
reo censurando gl’italiani. Per verità, leggendo tai cose, io perdonava al
marchese Maffei, e a molti italiani perdòno, una specie d’avversione che hanno
contro i francesi in fatto di letteratura. Ma volete voi ridere ancora più?
Potendo avere tanta ragione alcuni vostri compatrioti in questo, pur vogliono
avere il torto. Odiano e sprezzano tanto i francesi, che non li leggono, non
san la lor lingua e non vogliono sentirli nominare; ma, nel tempo stesso,
dicono mille difetti della lingua e del gusto, delle tragedie e del teatro
francese, e del resto. «Ma», diceva io ad un di questi seguaci del marchese
Maffei, ma lontano dal lui merito «e perché dunque odiate tanto i francesi?»
«Perché?» rispondeva «perché sprezzano
gl’italiani». «Ma voi dunque», ripigliava io «voi siete
obbligato a leggere i loro autori, a saper bene la loro lingua. La sapete
voi?...» «Dio me ne guardi,» ei replicò «e perché mai debbo sapere una lingua barbara?» «Per
non farvi ridicolo,» dissi io subito
«cadendo in quel difetto del qual
tacciate tanto i francesi. Ma perdonatemi,» seguiva io «ma perché, prima
di criticarli non li leggete, almen per saper ben criticarli? E non vedete che
vi private d’una parte del mondo per sol vostro danno, e che, non conoscendola,
dovete tacer per lo meglio? O tacete dunque, oppur siate amico di voi stesso,
cercate il vostro piacere, e cercatelo ovunque si trova, anche in terra nemica.
Abbiamo tanta scarsezza di piaceri dell’anima, che mi par cosa pazza il
volercene per istoltezza privare. Non vi parrebbe ridicolo un viaggiatore, che
sempre girasse intorno ad una provincia potendo vederne tante altre e godere la
varietà dei costumi, dei genii, degli abiti, e potendo parlarne di vista, ch’è
il premio d’ogni viaggiatore? E voi, che girate nella gran repubblica delle
lettere, e perché vi tenete voi sempre in un angolo e intorno al vostro
italiano confine? Nella geografia voi cercate pur anche fuori d’Italia di
conoscer l’Europa, e uscite d’Europa per conoscere il globo, riconoscendol
tutto per vostro, come abitatore di quello, e della specie medesima degli altri
abitatori? Anzi vi piace di saper la popolazione, la fertilità, il commercio, i
prodotti d’ogni clima, e vi piacciono i frutti, e beete i vini degli altri
paesi. Ma perché, dunque, in fatto di lettere non volete altro che cibi e
bevande italiane, che poi saziano a lungo andare? Voi vi ridete del marchese
Cir..., ch’è stato piuttosto senza mangiare a qualche tavola, perché ogni
piatto avea nomi francesi; guardate che non si rida di voi».
Così dicea io, e pareami dire il vero, siccome mi
paion ridicoli tanti italiani ed inglesi, che tutto voglion francese, e spregian
le cose patrie, così parmi ridicolo chi spregia tutto il francese, vuol solo il
patrio. In vece di criticarsi perpetuamente l’un l’altro, e di spregiar
l’altrui, perché mai, ditemi, perché non si fa una lega piuttosto tra le
provincie d’Italia, anzi tra i regni d’Europa? Siamo pur ingegnosi per
ristringere il circolo della vita e del piacere, o piuttosto siamo pur pazzi
per marcire nella nostra superba miseria! Vi son delle cose proprie alle
nazioni, leggi, costumi, religioni, ve ne sono che dipendon dal clima, dalla
situazione, dal governo: bastino queste a distinguere gli uni dagli altri. Ma
nelle cose che ponno chiamarsi un fondo universale della natura comune a tutti,
perché non godiamo dei beni altrui, e non li facciam nostri propri? Dai francesi
si prende la cucina, il vestire, ogni moda più frivola, e siamo stolidi a segno
di mandar de’ milioni in Francia per averne dei drappi, e de’ cuochi, che
potremmo farci da noi con un poco di attenta industria. Perché, in vece, non
prendiamo da loro delle buone tragedie e commedie, per farne noi delle simili,
perché non imitiamo i loro storici e i loro oratori migliori? Noi altri inglesi
veniamo in Italia a cercar delle antiche edizioni, dei vecchi quadri, delle
curiosità letterarie, e in tutto siam tanto spesso ingannati; ma perché non
prendiamo tra voi il buon gusto dell’architettura, come il Lord di
Borlington96, il gusto della pittura e della musica, trasportando tra
noi de’ maestri per allevare i giovani inglesi, in luogo del lusso che usiamo in
chiamare le vostre virtuose, e a far dell’opere in musica di personaggi mal
combinati, delle quali non vidi una sola riuscir mai? Così facendo, noi
verremmo a capo della riforma tanto bramata del nostro teatro drammatico, e
così voi e noi, del comico e tragico se dai francesi prendessimo esempio, né
noi vedremmo più sulle nostre scene di Londra tante figure di attori ridicole,
tante sozzure plebee, né udremmo tanta gonfiezza di stile, né tanta oscenità,
che fan vergogna ad uomo ben nato. E voi all’insipidezza del Trissino e del
Rucellai e de’ comici del Cinquecento, che adorate dormendo, unireste un po’ di
sapore di Chiari o di Goldoni, ma depurandolo, e nobilitandolo, e facendo degli
uni e degli altri qualche vera commedia, sull’esempio del gran Moliere. Ma
fareste ben altro che commedie, e noi ben altro che opere, se, riunendoci
insieme con gli altri, e comunicandosi insieme i vari popoli i lor vantaggi, si
uscisse una volta dalle puerilità nazionali. Voi avreste dei chirurghi, per
esempio, nelle vostre città di provincia, dove spesso non ho veduti che
maniscalchi e barbieri, e particolarmente salvereste la vita a centinaia di
bambini e a molte madri, che periscono miseramente, o si guastano per colpa
delle mammane inesperte ed ignare d’ogni studio dell’arte che pur tanto importa
quanto la vita e la propagazione degli uomini. Questo è ben altro che teatro e
commedia! Ma questo m’ha sempre per verità fatto stupore. E non avete rossore,
o signori lombardi, o veneti, o quali vi siete, di lasciar perire i vostri
figli e le vostre spose, mentre avete non in Francia o in Inghilterra, che a
questo provvidero da gran tempo, ma in Bologna e nel centro d’Italia avete una
scuola sì eccellente pei parti, e nel signor Galli un maestro sì grande e sì
benemerito? Le vostre città fanno delle accademie, dei prìncipi di quelle,
delle feste, dei rinfreschi dispendiosi, senza parlar del danaio, che impiegasi
in conviti, in vane pompe e comparse per tutto, e intanto non sanno spendere
una parte di quel danaio mandando a Bologna degli allievi ad imparare un’arte
sì necessaria. Le giovani spose, che tanto spesso vediam morire o isterilire
per parti mal rilevati, ben volentieri darebbono qualche zecchino per questo,
come gli dan per un’opera ogn’anno, per un palco, per un’assemblea. E perché
dunque non vi sarà un buon cittadino che le consigli? Ma, dove sono condotto
dal mio zelo inglese? Torniamo a noi, e diciamo che veramente la gelosia
nazionale, o rivalità o invidia che sia, o piuttosto ignavia e indolenza, ell’è
indegna e meschina, e che move a sdegno il vedere per lei un regno intiero in
Europa esser privo delle cose più necessarie alla vita e al comodo, lasciar le
campagne senza cultura, non dar albergo ai viandanti per vasti tratti di paese,
perché non vuole uscire dalla sua ignoranza sull’esempio degli altri popoli, a’
quali si crede assai superiore. Pensate come io ne tornai, dopo d’un breve
giro, e se più mai ci tornerò, quando vidi i contadini medesimi sdegnar colà
d’avvilire le mani con l’aratro, o di servire i passeggieri, e quindi vivere
nella miseria per la gloria di portare una spada rugginosa e un cappello a
pennacchio, e di darsi e ricevere il titolo di cavalleros. E peggio
ancor delle loro campagne stava la loro letteratura, la filosofia, l’oratoria,
ecc.97.
Buon per noi che non giungiamo a tanta gloria né
in Inghilterra né in Italia, per amor della patria e per disprezzo degli
stranieri, ma è ben doloroso insieme che, avendo vinti altri pregiudizi, siamo
ancora attaccati ad alcuni, non men vergognosi e pregiudiciali alla patria, per
falso amor della patria e per falsissimo amore di gloria. Ma in questo,
credetemi, gl’italiani ne vincono assai, quando giungono a dichiarare una
guerra a qualche buon critico per quel medesimo che meriterebbe un premio. Se
alcuno v’è paruto un ribelle, perché ha criticato Dante e Petrarca e gli abusi
non pochi della vostra letteratura, pur ha rispettati ed anche seguiti i vostri
pregiudizi, ove parla de’ francesi. Ma di questo non gli san grado i critici
vostri, i vostri cinquecentisti, per poter più liberamente maltrattarlo, e
senza la noia di dover dargli un poco di lode. Sebben vi sono di molti, anche
per questo, che l’han biasimato, cioè i partigiani del gusto francese, perché
v’è tra voi l’uno e l’altro partito, e l’uno e l’altro all’eccesso, sicché
potrei farvi una lettera sulla cieca adorazione de’ vostri compatrioti verso la
Francia anche in letteratura, non che nelle mode. Mi ricordo che un bell’umore
a Venezia, quando erano in voga le Storie naturali civili militari di
questa e di quella o provincia o città, per imitazione di alcune uscite in
Francia di simil gusto, volea pubblicare un manifesto d’associazione per
un’opera nuova, il cui titolo era: «Istoria naturale civile politica militare e letteraria del campanile di
S. Marco, in sei tomi in foglio
reale, coi documenti autografi, e coi rami e tavole e piante de’ luoghi, delle
fabbriche, de’ confini, e con dieci indici copiosissimi geografici,
genealogici, cronologici, ecc.».
In somma, miei cari italiani, è ben difficile incontrare
tra voi il genio di tutti, come è difficile in ogni paese, ma lo è un poco più
nel vostro. E pur non è già che manchino i gran talenti e i sovrani ingegni,
capaci di dar legge e norma nelle provincie d’Italia, no certamente. La natura
è per tutto la stessa, e, se i climi han pur qualche influsso nella produzion
de’ buoni cervelli come de’ frutti più saporosi, l’Italia deve abbondarne. Ma
torniam sempre a quella ragion cardinale98. Questi sono tra voi lontani
l’uno dall’altro, dispersi, solitari, lasciati a se stessi e al lor proprio
modo di pensare, ed occupati in oggetti diversi. Or l’uomo è più dotto
(persuadiamoci bene di questo), l’uomo è più dotto perché ha più idee, queste
ci vengono dalla lettura e dalla conversazione, e furon bene rassomigliate
all’aria, che si respira senza avvedersene, al sole che colorisce le carni
insensibilmente standovi esposte. Chi è privato di quest’aria e di questo sole,
non ha né il respiro, né il colore degli altri. Parigi e Londra sono appunto
città ove si respira e si colorisce ognun facilmente per averci unione di molti
e molta unione di tutti. Andate nelle botteghe: ci troverete un tratto, una
disinvoltura, una cultura, e quasi erudizione, che non facilmente incontrasi
nella nobiltà provinciale, e perché? Perché quegli artefici son dentro
anch’essi di quell’atmosfera, benché siano all’estremità. Mi rappresento questa
comunicazione di una gran città in una cascata d’acque, che, da un gradino
all’altro scendendo, e d’una in altra conca versandosi, ogni parte più bassa ne
irrigano: così dalla corte al primo rango della città, da questo al secondo,
indi a’ mercanti, agli artieri ed al popolo si diffonde il pensare, il parlare,
le opinioni e il buon gusto99. Quindi avviene che nelle nostre
metropoli difficilmente si veggono adesso certe opinioni stravaganti, che nelle
vostre provincie ardiscon mostrarsi, a dispetto del secolo illuminato. La
quadratura del circolo, e i moti perpetui, e gli oroscopi, e le tante
stregherie, e l’alchimia, e le divinazioni, colle quali io pongo le traduzioni
in latino di Dante e dell’Ariosto, il Petrarca spirituale, la Teologia
di Dante del padre Berti, che ne fa un sant’Agostino, e le allegorie de’
poemi epici, e così le follie tutte de’ visionari, che tra noi sono abolite e
venute in ridicolo presso l’universale, onde muoiono presto o non nascono,
ancor trovano tra voi altri favore e credenza, di che sono stato buon
testimonio io stesso.
Ma di questo v’ho detto altre volte abbastanza, e
il ripeter me stesso, quantunque il conosca per gran difetto, pur mel dovete
voi perdonare, come usanza inglese, della qual giustamente accusare i nostri
autori. Anche il poco ordine e il poco dritto filo delle mie lettere dee
scusarsi, e per la libertà nazionale, e per quella dello scrivere familiarmente.
Dunque l’un l’altro ci perdoniamo i patrii difetti, ma amiamoci soprattutto
come compatrioti del mondo. Addio.
Nota 1. Rousseau, Lettre
sur la musique: «Ceux qui pensent que l’italien n’est que le
langage de la douceur et de la tendresse, prennent la peigne de comparer entre
elles ces deux strophes du Tasse.
Teneri sdegni, e placide, e tranquille
repulse, e cari vezzi, e liete paci,
sorrisi, parolette, e dolci stille
di pianto, e sospir tronchi, e molli baci,
fuse tai cose tutte, e poscia unille,
et al foco temprò di lente faci,
e ne formò quel sì mirabil cinto,
di ch'ella aveva il bel fianco succinto.
Chiama gli abitator dell'ombre eterne
il rauco suon della tartarea tromba:
treman le spaziose atre caverne,
e l'aer cieco a quel rumor rimbomba;
né sì stridendo mai dalle superne
regioni del Cielo il folgor piomba,
né sì scossa giammai trema la terra,
quando i vapori in sen gravida serra.
Et s’ils désespèrent de
rendre en français la douce harmonie de l’une, qu’ils essaient d’exprimer la
rauque dureté de l’autre... Au reste cette dureté de la dernière strophe n’est
point sourde, mais très sonore, et qu’elle n’est que pour l’oreille, et non
pour la prononciation; car la langue n’articule pas moins facilement les r multipliés, qui
font la rudesse de cette strophe, que les l qui rendent la première si
coulante...».
Nota 2. Non vo’ che mi crediate pregiudicato
intorno agli spagnuoli. No, io vi parlo secondo tutti i viaggiatori da me
letti, e per quel poco ch’io n’ho veduto e udito. Io non disprezzo la nazione
che non cede ad alcun’altra d’Europa in gran talenti, in vigor d’animo e in
altri pregi. Non è lor colpa, ma dei tempi, giacché dominò a migliore stagione
in Europa. Quella superbia o gravità di che sono accusati io la chiamo dignità
naturale, elevatezza di pensieri, punto d’onore, mirandoli con occhio
filosofico; e avendone trattati poi molti, pronti d’ingegno ad ogni cimento,
fecondi d’immaginazione, ardenti alla gloria, e vendicativi, per conseguenza, e
sensibilissimi ad ogni ombra di disprezzo. In varie provincie di diversissima
origine varia un poco il lor carattere, e dove la nobiltà preval del pensare,
ove l’astuzia, qua vivacissimi, colà serii, ma sobrii dappertutto sino a tener
per massima ingiuria il nome d’ubbriaco, morigerati, intrepidi, non mai vili o
timidi neppur coi grandi parlando né col re stesso, amanti della vera gloria
all’occasione, capaci d’ogni scienza quanto gl’inglesi, che han fama di
profondità, se l’educazione la politica i comodi e l’emulazione lor dan mano,
come da qualche tempo mostran di voler fare. Parlando poi di belle lettere,
vediam oggi le molte opere che danno alla luce, e le molte che hanno più
antiche in ogni genere, le quali i più colti spagnuoli, venuti a stuolo in
Italia, m’han fatto vedere, addomesticandomi a un tempo colla lor lingua e
colla lor letteratura100. Ma dunque è lor colpa, forse, la spopolazione
del regno, le campagne neglette, i forestier mal serviti, il commercio non
vivo? Dove sono soldati più valorosi e ragionevoli insieme, ove popoli più
fedeli al sovrano in soffrir tutto senza lamento, in sacrificare le vite e le
fortune per lui, come vediam nelle storie, e cogli occhi nostri? L’odio mio
naturale contro le ingiustizie e i pregiudici, m’ha mosso a dirvi anche questo.